Via libera all’utilizzo dei social per le suore di clausura

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Via libera all’utilizzo dei social per le suore di clausura

Scorsa settimana è stata presentata presso la sala stampa della Santa Sede, il documento che dispone le regole di vita delle suore di clausura. E fino a qui vi chiederete perché stiamo scrivendo di questo. Niente di interessante se non fosse che in questa nuova Istruzione “Cor Orans” della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, su incarico del Papa, si da l’accesso per le suore di clausura ai social media. In realtà questo era possibile già da qualche anno e per questo la Santa sede ha deciso di fare un po di chiarezza e precisazioni.

Attualmente i Benedettini e le Clarisse registrano un boom di presenze su Facebook; più forti i monaci che hanno addirittura un incremento del 37,5% rispetto agli ultimi anni. Ai Benedettini tengono testa le Clarisse la cui presenza sul web registra un incremento del 30%.

Sull’utilizzo dei social, sembra che sia stato lo stesso Papa Francesco lo scorso 22 luglio 2016 a fare richiesta tramite la Costituzione apostolica Vultum Dei Quaerere.

La stessa istruzione indica che “tali mezzi devono essere usati con sobrietà e discrezione, non solo riguardo ai contenuti ma anche alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione, affinchè siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione della vita fraterna».

Quindi «l’uso dei mezzi di comunicazione, per motivo di informazione, di formazione o di lavoro, può essere consentito nel monastero, con prudente discernimento, ad utilità comune», sono le indicazioni date.

Non ci stupisce visto che è lo stesso Bergoglio ad essere presente e assiduo frequentatore di Twitter, ritenuto a suo parere un mezzo di comunicazione vantaggioso per avvicinare la chiesa ai giovani.

Come lo stesso ha avuto modo di dire in favore della questione, le suore di clausura (ad oggi 37.970 nel mondo ) potranno accedere ai media e utilizzare i social ma solo «con sobrietà e discrezione» perché il rischio altrimenti è «svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole».

Il fenomeno delle suore che utilizzano i social era esploso già anni fa (nel 2015 per la precisione), portando ad una spaccatura dell’opinione pubblica.

Aveva infatti fatto riflettere (e anche sorridere) la risposta social delle clarisse cappuccine di Napoli alla comica Luciana Littizzetto la quale aveva commentato con una battuta un video diventato virale “non si capisce se le suore erano incontro al Papa perché non avevano mai visto un Papa, o perché non avevano mai visto un uomo”.

Nel filmato era ripresa la scena di alcune suore che “assalivano” papa Francesco durante una sua tappa nel Duomo di Napoli.

Poco dopo la battuta della comica in tv era arrivata la altrettanto ironica replica social della madre badessa Suor Rosa “non abbiamo saputo resistere, la sua vista ci ha estasiate”.

In generale, comunque, sono sempre di più le parrocchie che sbarcano sui social visto che nella hit parade generale l’utilizzo dei social da parte della chiesa ha avuto un incremento del 26,6%.

Staremo a vedere.

Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

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Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

La risposta è no. Pagare con lo smartphone anche in Italia non è più utopia. Viviamo in un’era in cui scambiare contatti, foto, video e canzoni tra uno smartphone e l’altro è pura quotidianità, non era inaspettato si arrivasse anche al denaro. Negli ultimi anni, infatti, si sono fatti strada decine di servizi che sfruttano la tecnologia NFC (Near Field Comunication) e non solo per effettuare pagamenti senza dover ricorrere al contante o alle carte di credito.

A dare il via a questa tendenza è stata Google nel 2011 con Google Wallet, che però non ha ottenuto il successo sperato ed è stata presto rimpiazzata dalla più recente Android Play.

Il servizio si è però diffuso con il lancio di iphone 6 e IOS 8, il primo cellulare di casa apple contecnologia NFC.

 

Come funziona il pagamento contactless?
È molto più semplice di quanto si pensi. Si comincia con lo scaricare l’applicazione che si vuole utilizzare e registrare all’interno del così detto wallet (una sorta di portafoglio digitale) le proprie carte di credito. Una volta entrati i un negozio basta attivare la tecnologia NFC nello smartphone e avvicinarlo al POS per effettuare il pagamento. Non sarà necessario di inserire la carta nel lettore e digitare il PIN. È tutto basato su un canale comunicativo protetto che permette il transito di tutti i dati necessari a concludere la transazione. La banca in pochi sencondi autorizzerà il pagamento e il POS potrà quindi emettere lo scontrino, o in caso contrario negherà il pagamento.

 

I vantaggi di questo nuovo tipo di pagamento sono molteplici. Innanzitutto il fattore tempo, la comodità di usare il proprio smartphone e la sicurezza: il cliente stesso può accettare la transazione tramite l’applicazione alla quale ha precedentemente collegato le sue carte. Tutti i dati relativi al pagamento vengono memorizzati sulla SIM del dispositivo in un’area protetta.

Vediamo le principali app per poter pagare tramite smartphone e come funzionano.

 

Apple Pay
L’app è stata lanciata nel settembre 2014 mentre in Italia dal 17 maggio 2017. È disponibile da iPhone 6 in poi e non solo, è scaricabile anche su iPad ed Apple Watch

 

Apple Pay sfrutta in sinergia il Wallet (un portafogli virtuale dove conservare i dati della carta di credito, buoni sconto, biglietti e carte fedeltà) e chiaramente la tecnologia NFC.

È possibile pagare con Apple Pay in Italia? Certamente ed è semplicissimo: per pagare basta avvicinare il proprio iPhone al POS. Si attende che Apple Pay carichi le carte di credito presenti all’interno del Wallet e si sceglie quella che si desidera. Grazie al sensore Touch ID si potrà autorizzare la transazione, mentre nel caso dell’iPhone X l’utente dovrà utilizzare il Face ID. In Italia Apple Pay per ora supporta le carte di debito e di credito di Unicredit, Mediolanum, Fineco, BCC, Carrefour Banca e Boon, ma il servizio dovrà essere esteso molto presto anche ad altre banche.

Se siete impaziente Apple Pay supporta il servizio Boon, che offre la possibilità di creare un carta di credito virtuale ricaricabile attraverso il proprio conto corrente. In questo modo anche se non si è cliente di una delle banche sopracitate si potrà comunque utilizzare Apple Pay per i pagamenti con lo smartphone.


 

Android Pay
Come detto Androd pay è erede del precedente e fallimentare esperimento della grande G: Google Wallet. L’app ha fatto il suo debutto negli Stati Uniti nel settembre 2015, mentre in Europa nella primavera successiva, mentre in Italia non è ancora disponibile. Il sistema è molto simile ad Apple Pay: il pagamento avviene tramite NFC, mentre per l’autorizzazione si può fare sia tramite chip biometrici (riconoscimento delle impronte digitali, riconoscimento facciale) sia tramite codice di sblocco. Google Pay è compatibile con un Grande numero di dispositivi, maggiore ad apple Pay: è sufficiente che lo smartphone abbia una versione di Android superiore a KitKat 4.4 e sia dotato di chip NFC.

Samsung Pay
Anche Samsung ha il suo metodo di pagamento contactless, lanciato con il Galaxy S6 inizialmente in Corea del Sud e man mano esportato nel resto del mondo, Italia compresa. Samsung Pay dal punto di vista tecnologico non si differenzia tanto da Apple Pay e Android Pay. Troviamo anche in questo caso: chip NFC per le comunicazioni, portafogli virtuale per salvare i dati della carta di credito e autorizzazione con riconoscimento biometrico. Per poter sviluppare il suo servizio contactless, Samsung ha acquistato la startup LoopPay. Il pagamento con Samsung Pay è similare a quelli già visti. Si inizia con la configurazione del dispositivo e della carta di credito, in seguito sarà sufficiente avvicinare lo smartphone al POS ed effettuare la scansione dell’impronta.

 

Satispay
Satispay è un servizio completamente sviluppato in Italia e che non necessita della tecnologia NFC. Vediamo come funziona nel dettaglio.

Installata la app bisognerà iscriversi al servizio e collegare il proprio conto corrente attraverso l’IBAN. In seguito è necessario impostare la somma da trasferire sul conto Satispay che potrà essere utilizzata per effettuare pagamenti con lo smartphone o per inviare soldi ad altri contatti. Il servizio è completamente gratuito e non prevede nessuna tassa per il trasferimento (ad eccezione fatta per alcuni istituti di credito). La app permette la comunicazione e la transizione solo tra account registrati. Quindi sia per effettuare il pagamento presso negozi, che per trasferire denaro è necessario che l’esercente o un nostro amico abbia un account attivo su Satispay. Al momento, in Italia, sono circa 18mila gli esercenti che supportano l’applicazione.

 

Jiffy
Un altro servizio che permette di effettuare pagamenti con lo smartphone senza l’uso della tecnologia NFC è Jiffy. Ma come funziona esattamente? Molto semplicemente quando ci si accinge ad effettuare un pagamento in un negozio, l’applicazione genererà un codice QR Code che il commerciante dovrà scansionare con il proprio smartphone. Sarà così possibile effettuare pagamenti e trasferimenti di denaro.

 

Vodafone Pay
Non potevamo non parlare di Vodafone, che a sua volta ha lanciato un’applicazione per i pagamenti contactless. Si chiama Vodafone Pay e funzionando attraverso PayPal non ha nessuna limitazione per quanto riguarda gli istituti di credito supportati. Per poter effettuare i pagamenti i soldi vengono direttamente scalati dal conto PayPal che è collegato a quello corrente. Aumenta così la sicurezza, infatti non bisognerà salvare all’interno dell’applicazione i dati della carta di credito, ma solamente quelli del conto PayPal.

 

Tinaba
Anche Tinaba è un servizio che permette il trasferimento di denaro e che non necessita della tecnologia NFC. L’app non si pone come un semplice digital wallet, ma come un ecosistema digitale con modalità tipiche dei social di condivisione ma trasferito nella sfera del denaro. È infatti possibile scambiare denaro con i propri contatti, condividere le spese con un conto condiviso, dividere un conto tra amici, raccogliere fondi per realizzare i propri progetti o per una giusta causa o risparmiare in automatico con i Salvadanai. Con Tinaba, inoltre, è possibile creare un profilo business per gestire le entrate e le uscite della propria attività commerciale e offrire ai propri clienti un’esperienza d’acquisto personalizzata. 

l’app è disponibile sia per IOS che per Android e prevede un portafoglio digitale che sarà possibile ricaricare tramite bonifico o con una carta di credito, di debito o prepagata. È possibile passare al Level B e ricevere una carta Tinaba prepagata e gratuita. Mentre con il Level A si arriva a sottoscrivere un vero e proprio conto corrente con Banca Profilo, partner in esclusiva, e si possono inviare fino a un massimo di 5.000 euro al giorno.

 

In conclusione si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo del commercio, che sta prendendo sempre più strada e abbattendo la tendenza italiana a preferire il contante. Niente più carte di credito e tanto meno soldi fisici, basterà usare i nostri dispositivi preferiti come smartphone, tablet e smartwatch.

Il fattore tempo ne decreterà la sempre più larga diffusione, basti pensare a tutte quelle situazioni in cui tirare fuori il portafogli crea rallentamenti o disagi: supermercato, metropolitana e parchimetro solo per cintarne alcuni.

si tratta quindi di una rivoluzione che andrà a beneficio non solo dei consumatori ma anche degli esercenti.

Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

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Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

Grazie all’industria 4.0 stiamo per entrare nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Anzi, probabilmente è più esatto dire che la stiamo già vivendo. La rivoluzione che si basa sul cambiamento dei metodi di produzione basato sul digitale è infatti già cominciata, dato che la prima volta che il termine “Industria 4.0” è stato utilizzato risale al 2011, durante una fiera sulle tecnologie industriali a Hannover, in Germania. Il concetto è poi stato sdoganato negli anni successivi da gruppi di lavoro del governo. La Germania infatti è oggi, non a caso, un paese all’avanguardia per quanto riguarda sia i processi di industrializzazione digitale, sia quelli di agevolazione delle startup a livello fiscale.

La quarta rivoluzione industriale
Per capire come mai si parla di Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, facciamo un piccolo ripassino di storia:

  • la prima rivoluzione industriale comincia nel 1784 con la nascita delle macchine a vapore. Si basa sullo sfruttamento di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
  • la seconda rivoluzione industriale invece comincia nel 1870 con l’inizio della produzione di massa. Ad essere sfruttato questa volta è l’utilizzo sempre più frequente dell’elettricità, affiancato dal petrolio come fonte energetica e dall’avvento del motore a scoppio;
  • la terza rivoluzione industriale arriva nel 1970 con la nascita dell’informatica, che permette di aumentare la produzione attraverso l’automazione data dai sistemi elettronici e dall’IT (Information Technology).

Come abbiamo già detto, la quarta rivoluzione industriale è quella che stiamo vivendo, e toccherà probabilmente ai posteri definire il momento esatto di qualcosa che adesso è ancora in divenire. È la rivoluzione che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa. Un mix tecnologico di automazione, informazione, connessione e programmazione, che deriva direttamente da quella “digital transformation” che sta investendo l’industria degli ultimi anni. Grazie all’uso della tecnologia digitale cambierà infatti il modo di lavorare ma anche la natura delle organizzazioni.

Gli elementi dell’industria 4.0
Sono 4 gli elementi fondamentali su cui si basa la rivoluzione 4.0:

  • L’utilizzo dei dati. È infatti intorno ad essi che si muove la potenza di calcolo delle macchine: i dati quindi vengono utilizzati come strumento per creare valore. All’utilizzo dei dati sono legati i concetti di big data, open data, Internet of Things, fino al cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni.
  • Una volta che i dati vengono raccolti, devono essere esaminati attraverso i cosiddetti Analytics, per capire come si possa, da essi, ricavarne un valore. Si mette in moto in questo modo quello che viene definito “machine learning”: le macchine capiscono come migliorare attraverso la raccolta e l’analisi dei dati.
  • L’interazione fra l’uomo e la macchina, che va dal semplice touch agli esempi di realtà aumentata.
  • Il passaggio tra digitale e reale, ossia come rendere questi dati raccolti e analizzati vera “manifattura”. Gli esempi classici sono la stampa 3D, la robotica, la comunicazione machine-to-machine e le nuove tecnologie che immagazzinano i dati in modo mirato, al fine di razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.

L’impatto dell’industria 4.0 sul mercato del lavoro
Parole come “automazione” o “robotizzazione” generano sempre un po’ di  timore. Ci si preoccupa che l’occupazione possa subirne delle conseguenze negative: in poche parole spaventa il rischio che le macchine possano sostituirsi completamente all’uomo nella produzione. Indubbiamente il mercato del lavoro subirà una radicale trasformazione, ma si stima che “una quota del 10% di lavoratori rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze” (da un’analisi del Sole24).

Alcune professionalità quindi potrebbero davvero scomparire, soprattutto per quanto riguarda le aree amministrative e quelle della produzione. Ma questa perdita verrà parzialmente ricompensata dalla nascita di nuove professioni e quindi nuovi posti di lavoro, legati all’area finanziaria, al management, all’informatica e all’ingegneria. Non si tratta quindi esclusivamente di perdere il lavoro perché sostituiti dai robot, ma piuttosto di una trasformazione dei lavori da eseguire, accompagnata da un aggiornamento del sapere. Di conseguenza cambiano le abilità richieste: accanto all’importantissima capacità di problem solving, saranno sempre più ricercate anche la creatività e il pensiero critico. Si tratta di un processo in divenire, ma che già vede, all’interno del mercato del lavoro, una domanda in ascesa per le figure di analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, ingegneri informatici ma soprattutto sviluppatori, in grado di trasformare aziende già esistenti in aziende pronte ai canoni dell’industria 4.0.

Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

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Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

Se ci pensate, la Sharing Economy nasce da un paradosso. Come possono infatti convivere in uno stesso concetto la condivisione e l’economia? La prima è basata su un insieme, un gruppo di persone che utilizza in comune una risorsa, un oggetto, uno spazio. La seconda invece si basa sulla vendita, cioè la cessione di una risorsa per un determinato prezzo. Com’è possibile che due teorie economiche tradizionalmente agli antipodi si possano fondere in un unico pensiero? La risposta è semplice: nell’era digitale tutto è possibile.

È infatti il digitale ad aver permesso la nascita di quella che possiamo definire “l’economia della condivisione”, quel modello a cui tutti possono aderire (a prescindere dalla professione o dalle proprie conoscenze in ambito economico) “con l’obiettivo di sfruttare l’efficienza della comunicazione hi-tech per risparmiare, per socializzare, per ottimizzare i consumi, per proteggere l’ambiente, per redistribuire il denaro o per instaurare comportamenti virtuosi” (definizione di Wired).

Quali sono gli obiettivi della Sharing Economy
Se andiamo ad analizzare la definizione di Wired, ci renderemo conto che la Sharing Economy nasce per motivazioni che vanno ben oltre la semplice volontà di guadagno. Ovviamente quest’ultima continua ad esistere, ma non è da sola.

  1. Innanzitutto, in un periodo in cui far parte del mondo social è come respirare, con la Sharing Economy si va incontro al desiderio di far parte di una community di cui ci si può fidare. E questo è possibile grazie alla cosiddetta “reputazione digitale”: la stessa per cui se fai il furbo o truffi qualcuno sarai bannato a vita, se invece sei affidabile riceverai recensioni positive che, in un moto circolare, ti porteranno altra fiducia in futuro (quindi altra possibilità di guadagnare o fare scambi).
  2. “Se non serve a me può servire a te” è un concetto che da una parte permette di dare agli oggetti inutilizzati una seconda vita, dall’altra aiuta a disfarsi delle cose che non ci servono più o a metterle a disposizione di altre persone nei momenti in cui non ci servono. Può essere allo stesso momento una fonte di guadagno per chi cede l’oggetto e un’importante fonte di risparmio per chi lo acquista.    
  3. in un periodo di crisi economica in cui per molti il mantra è la corsa al risparmio, la Sharing Economy aiuta e evitare di sprecare denaro e a ottimizzare i costi della vita.
  4. last but non least,  la tendenza delle nuove generazioni a essere più sensibili alle tematiche ambientali porta molta gente a cercare di mantenere uno stile di vita più sostenibile, evitando gli sprechi e cercando di inquinare il meno possibile.

Gli esempi classici della Sharing Economy
C’è un ambito che prima di tutti gli altri è stato esemplare per l’avvento e la diffusione della Sharing Economy: quello dei viaggi.

Le nuove generazioni sono sempre più abituate a condividere l’esperienza del viaggio, sia che si intenda un piccolo spostamento in città (è diffusissimo l’utilizzo di car sharing o bike sharing ormai presenti in molte città italiane, senza dimenticare esempi di app come Uber o Lyft), sia che si intenda uno spostamento più significativo (dalla condivisione del viaggio in macchina di BlaBlaCar a quella delle stanze libere della propria abitazione di Airbnb).

Risparmio, esperienza condivisa, facilità nell’utilizzo sono gli elementi fondamentali che ci spingono a utilizzare queste nuove forme di economia.

Ma non serve spostarsi da un luogo all’altro per capire quanto la Sharing Economy possa inserirsi nella vita quotidiana delle persone: un esempio semplice ma efficace di economia della condivisione sono i gruppi di Facebook basati sullo scambio o sulla vendita. Ce ne sono centinaia, diversi per categoria o luogo di appartenenza. Hanno nomi tipo “vendo e compro a…” e, per le grandi città come Milano o Roma, la divisione avviene addirittura per quartieri. Il meccanismo è semplice, e si basa sul già citato “se non serve a me può servire a te”. La persona che vende si disfa di un oggetto che non le serve più, mentre quella che compra lo fa a un prezzo agevolato, risparmiando. Funziona soprattutto su beni di consumo il cui utilizzo si basa sul ricambio continuo, come l’abbigliamento o gli articoli per l’infanzia. Ovviamente oltre ai gruppi Facebook ci sono tutta una serie di piattaforme e app che funzionano sullo stesso meccanismo: da Ebay a subito.it o secondamano, fino a Depop, il cui claim, non a caso, è “ogni oggetto ha una storia da raccontare”.

Le Novità
Se condividere un passaggio in macchina con Blablacar o utilizzare un sito come subito.it per disfarsi di oggetti che non utilizziamo più è diventata ormai prassi quotidiana, è vero che ogni giorno nascono nuove app o piattaforme di condivisione sempre più strane e particolari.  Ad esempio Gardensharing, per chi non ha una stanza da mettere a disposizione ma un giardino; oppure Sailsquare, che connette chi ha voglia di provare l’esperienza della barca a vela (considerata da sempre un lusso per pochi) con chi ne possiede una e non vuole tenerla ferma per troppo tempo. Molte sono anche le app che fanno riferimento alla condivisione del cibo: da Olio a Gnammo, tante soluzioni per non sprecare la roba avanzata o per organizzare cene condivise.

Ma è con TogetherPrice che si arriva alla apoteosi della Sharing Economy: la condivisione della condivisione. Cosa significa? Che tramite questa piattaforma potrete trovare persone con cui condividere tutti quei servizi che funzionano attraverso multi-account o multi-licenza (Netflix, Spotify etc…). Insomma, le vie della Sharing Economy sembrano veramente infinite.

Per chi volesse saperne di più il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sharing Economy è http://www.sharingitalia.it.

Fake News: tutta colpa di Internet?

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Fake News: tutta colpa di Internet?

Forse è solo tutta colpa di internet. Ormai è diventato impossibile tenere il conto delle bufale messe in giro. E in effetti, da qualche tempo, è diventata una consuetudine vedere il web e i social media invasi da fake news o notizie distorte. E, come se questo non bastasse, sempre più spesso la comunità scientifica viene presa di mira, bollata come inaffidabile e corrotta. Credere che ci sia una relazione fra i vaccini e l’insorgere dell’autismo è una delle bufale più diffuse in ambito medico che ha scaldato, negli ultimi mesi, non pochi animi

Vero come la finzione
Circa cinquant’anni fa si diceva che la libertà poteva essere minacciata dalla scarsità delle informazioni, e invece oggi è esattamente il contrario. La rete, con la gran massa di informazioni che produce e smaltisce, ci appare problematica e ambigua, tanto ricca di opportunità quanto di insidie. In realtà sembra che i media e la rete non siano più dei semplici mezzi di comunicazione, anzi sono entrati in maniera così forte nella vita di tutti i giorni, da apparire ormai come il nostro vero e proprio habitat. È come se i nuovi medium fossero diventati veri e propri costruttori di realtà, aldilà della realtà stessa. Siamo davanti ad un depotenziamento del reale a vantaggio delle sue rappresentazioni, spesso false. Dalla vacanza al mare, alla morte di un vip, dall’attentato terroristico fino all’after party del weekend, tutto, insomma, sembra fatto per darne notizia sui social. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione di ogni piccolo frammento di vita, e poco importa se ciò che è appena stato condiviso sui social è reale oppure no.

Non è vero ma ci credo
Il 2017 è stato sicuramente l’anno delle bufale, l’espressione fake news è stata talmente citata che il Collins Dictionary Word l’ha scelta come espressione del 2017, mentre Wikipedia l’ha inserita tra le nuove voci, insieme a bufala e post-verità. Ma cosa ci spinge a credere alle fake news? Probabilmente la portata delle notizie false, che di solito citano fonti credibili, ma non veritiere, o ancora un particolare trasporto nei confronti della news. Tutto ciò ci induce a credere e ricondividere ciò che in realtà non esiste. Perchè molti giovani non sanno riconoscere le bufale? Uno studio dell’Università di Stanford ha provato a fornirci una risposta. Nel rapporto si definisce deprimente la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet. I nativi digitali che possono, senza problemi, passare da Facebook ad  Instagram pianificando le diverse pubblicazioni ed hashtag performanti, quando devono valutare un’informazione che passa attraverso i social media vengono facilmente ingannati. Tra gennaio del 2015 e il giugno del 2016 i ricercatori hanno sottoposto gli studenti di scuole medie, superiori e universitari in 12 Stati a 56 diverse prove: in ognuna di esse lo studente doveva stabilire se e quanto erano affidabili le informazioni digitali presentate e per quale motivo.

I ricercatori dopo aver analizzato quasi 8mila risposte si sono accorti che la situazione era molto più grave del previsto. Ma non sono solo le bufale a preoccupare, lo studio ha anche evidenziato che i giovani non sanno riconoscere un contenuto pubblicitario da una notizia. Il problema non sono le pubblicità tradizionali, ma il native advertising. Quasi l’80% degli studenti di scuola media intervistati non ha capito, per esempio, che la scritta “contenuto sponsorizzato” indicasse  un’inserzione pubblicitaria.

Smascherare una bufala? Si potrebbe insegnare a scuola
Le fake news sono perennemente accessibili grazie a internet, mentre parallelamente si è indebolito il controllo dei contenuti da parte dei media. Questo significa che ogni cittadino ora deve cominciare, e imparare, a pensare un po’ come un fact-checker. Per combattere la disinformazione  perché non giocare d’anticipo e insegnare fin dalla scuola un metodo per riconoscere le bufale? Invece di limitarsi a smascherare le bufale, si potrebbero offrire strumenti di ragionamento per sviluppare il pensiero critico. È su queste basi che nasce in Uganda il progetto Informed Health Choices nato su ispirazione del best seller Testing treatments (Dove sono le prove?) scaricabile da qui. Il team dell’Informed Health Choices si ripromette, quindi, di insegnare al pubblico a farsi le domande giuste quando sono di fronte a un’affermazione che riguarda la salute.

È tutto un business
Lo scorso novembre un’inchiesta di Buzzfeed ha smascherato una rete di siti italiani creati appositamente per diffondere fake news, notizie copiate e disinformazione. Un vero e proprio business costituito da un network di 170 domini internet e diverse pagine facebook, tutte di proprietà della società Web365. I contenuti appartengono ad alcune categorie ben riconoscibili all’alto potenziale virale: articoli contro gli immigrati o che esaltano posizioni nazional popolari, pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo e sul clickbaiting. BuzzFeed ha analizzato le interazioni e le condivisioni che i post di queste pagine hanno generato: in molti casi venivano addirittura superate grandi testate nazionali. Che dire poi del business delle fake news alimentari che promettono tutte la stessa cosa:  vivere più a lungo, perdere peso in fretta, renderci più belli. E a testimoniare il successo di diete o alimenti ci sono spesso star della tv, vip e influencer che contribuiscono alla causa postando ogni giorno sui propri profili social immagini in cui consumano questi prodotti. Il messaggio, accompagnato spesso da un codice sconto con referral link, è chiaro e semplice: puoi diventare esattamente così a patto di seguire questa dieta, comprare quel libro o bere tutti i giorni almeno due tazze di thé.

Come Facebook combatte le fake news
È di pochi giorni fa la notizia della minaccia del colosso pubblicitario Unilever, il secondo più grande inserzionista al mondo (l’anno scorso ha investito in adv digitale più di 9 miliardi di dollari), che ha fatto sapere a Facebook e Google di smettere di fare pubblicità sulle loro piattaforme se non faranno di più per combattere le fake news.  Ed ecco che il team di Zuckemberg  qui la nota ufficiale si mette all’opera introducendo una nuova misura per contenere le fake news affidandosi alla voce e al parere di chi conta di più: gli utenti. Saranno le persone a dire se si fidano delle testate da cui apprendono informazioni e, più una fonte sarà ritenuta attendibile, più i contenuti che pubblicano guadagneranno visibilità nel News Feed. Una funzione che ridurrà sensibilmente la quantità di informazioni che transitano per i feed ma che andrà a migliorarne la qualità. Quando una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà l’analisi scritta da chi l’ha verificata, nella sezione sottostante. In Italia con la collaborazione e il supporto di Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles, si potrà segnalare una storia giudicata falsa. Se la storia dovesse essere inventata o parzialmente non vera, sotto al post dell’amico (che sarà avvisato con una notifica di aver condiviso una fake news), Facebook mosterà un riquadro in cui farà vedere l’altra versione dei fatti con l’analisi degli esperti, togliendo importanza alla condivisione dal flusso del news feed. Se invece l’articolo risulterà essere fondato, il social introdurrà una sorta di etichetta che farà da garante sulla veridicità della storia.

Bufale e legalità
Dal 1° gennaio in Germania è entrata in vigore la prima legge al mondo contro i post offensivi, le fake news e l’odio online. Costringe i social network con più di due milioni di iscritti a cancellare i contenuti diffamatori presenti al loro interno, pena sanzioni che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro. Secondo un’inchiesta di Deutschlandfunk nel primo mese, l’Ufficio federale di giustizia che controlla la legge ha ricevuto solo 98 reclami.
Anche la Francia sta lavorando alla sua legge contro le fake news. Annunciata il 4 gennaio scorso dal presidente Macron si chiamerà legge sulla fiducia e l’affidabilità dell’informazione. La legge antifake news sarà promulgata entro maggio.
E in Italia? Dal 18 gennaio è attivo il nuovo servizio dalla Polizia postale che ha lanciato il progetto Red button. Il cittadino è in grado di segnalare alla Polizia.

l’esistenza di fake news. Qualora venga individuata con esattezza una bufala, sul sito del Commissariato di ps online e sui canali social istituzionali verrà pubblicata una smentita.

Bad News: il vaccino contro le bufale
Si tratta di un gioco e contemporaneamente di un esperimento sociale è Bad news che invita l’utente a mettersi nei panni di un creatore di bufale. Il gioco è stato realizzato da un team dell’università di Cambridge assieme ad un collettivo di giornalisti e ricercatori olandesi DrogL’ambizioso obiettivo? Svelare i meccanismi della falsificazione in rete: come nasce una notizia falsa, come si diffonde, che effetti provoca contro la rapida diffusione della disinformazione. Nel gioco il player deve riuscire a creare il caos, aumentando consenso usando l’unica arma delle notizie false, il tutto mantenendo un buon punteggio di credibilità per rimanere il più persuasivo possibile. Il tutto è abbastanza realistico. L’idea di base dell’esperimento è quello di fungere da una specie di  vaccino contro le fake news; vestendo i panni di qualcuno che tenta di ingannare dovresti diventare abile ad individuare e smontare quelle stesse tecniche. Il rischio, però, è che diventi una palestra dove chi già lavora con le fake news può allenarsi. Staremo a vedere, fra sei mesi, infatti, risultati saranno pubblicati su una rivista scientifica.

 

Digital Afterlife: continuare a vivere oltre la morte

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Digital Afterlife: continuare a vivere oltre la morte

Finchè morte non ci separi? Forse questa frase non vale più. È arrivata l’era della digital afterlife, dove neppure morire mette fine alla nostra presenza online. Ecco quindi come continua la nostra vita, senza di noi, su internet e sui social network.

Digital afterlife cos’è?
Digital Afterlife è un termine, sempre più usato, per descrivere tutto ciò che riguarda la nostra identità digitale dopo la morte. Tutti i nostri account, social network ma anche posta elettronica, contengono i nostri dati che al momento della nostra morte rimangono lì bloccati paradossalmente ferme in un limbo virtuale fra vita e morte. In passato, alla morte di una persona il fiduciario legalmente riconosciuto poteva cercare documenti cartacei di conti bancari, azioni, fatture da pagare. La situazione oggi è molto diversa, molti hanno scelto di non utilizzare la carta, digitalizzando, invece, tutti i nostri dati. In alcuni casi può capitare che questi dati siano stati criptati dal deceduto, per cui resi illegibili, in altri che i fornitori dei servizio non permettano l’accesso previa autorizzazione. Così molto del nostro bagaglio in vita va rovinosamente perso. In tempi non sospetti nel 2013, la società informatica McAfee ha pubblicato un sondaggio che suggeriva di valutare le proprie risorse digitali, ovvero quelle create, inviate, ricevuto o archiviate in digitale. È risultato dal sondaggio che l’intervistato medio ha affermato che le proprie personal memories digitali si aggirano sul valore di circa $ 17.000.

Facebook postmortem
Sempre più spesso i siti hanno aggiunto opzioni per permetterci di pianificare la gestione dei nostri account quando non saremo più in grado di farlo. Tra gli altri Facebook che è stato quasi costretto a cercare una soluzione a questo problema considerando che sta diventando un vero e proprio cimitero online. Si stima, addirittura, che nel 2098 il numero dei morti su Facebook supererà quello dei vivi.

La crew di Zuckemerg ha introdotto la possibilità di passaggio da un profilo standard ad uno commemorativo, affidato ad un legacy contact, ovvero un contatto di fiducia che possa utilizzarlo post-mortem. Le opzioni di utilizzo di facebook restano quasi uguali alle classiche, infatti un legacy contact può scrivere post, rispondere alle richieste di amicizia, e addirittura aggiornare l’immagine del profilo e la foto di copertina.

Rivivere grazie ai bot
Considerati una delle più riuscite applicazioni del marketing automation i bot potrebbero avere anche altri scopi futuri, che ne dite di regalare l’eternità? È da questa premessa che parte Eugenia Kuyda, startupper nella Silicon Valley, che ha ricreato digitalmente il suo amico Roman Mazurenko, morto nel lontano  2015. Tutta la storia del progetto è leggibile qui.
In breve quello che oggi risponde quando si inizia una conversazione con Roman è un chatbot, ovvero un programma che imita il suo modo di esprimersi e la sua personalità. Perché il bot rispecchi al meglio Roman, l’algoritmo dà priorità, quando possibile, alle parole ricavate dai messaggi originali del ragazzo. In fondo qual è il desidierio di chiunque perda una persona amata? Che si possa ancora parlargli, dirgli almeno un’altra volta: “ti voglio bene”.
Il chatbot potrebbe essere quindi una resurrezione digitale la modalità di sfruttamento, più umanamente utile, della digital afterlife. Tutto ciò mette in evidenza come l’interesse sempre forte per l’aldilà può sfruttare le novità in termini di tecnologia e inteligenza artificiale. Per il momento il progetto iniziare di Eugenia Kuyda è culminato in Replika , un bot che mentre conversa con noi assorbe la nostra personalità.

Altri progetti di digital afterlife
Mentre si parla di digital afterlife e del destino dei propri profili sui social network dopo la morte, c’è già chi promette l’immortalità sulla rete: Eter9. Si tratta di una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, analizza la nostra attività social attuale per conoscere i gusti e personalità, fino a capire cosa potremmo postare in futuro, anche quando non ci saremo più.  Senza dubbio un altro affascinante esperimento di intelligenza artificiale.

La designer tedesca Leoni Fischer ha invece creato un diverso progetto di digital afterlife. Il suo è un particolare modo per dare vita ai morti utilizzando i loro account Facebook e l’ammasso di dati in essi presenti, trasformando questi ultimi in qualcosa di creativo. In Necropolis oggetti di uso comune diventano delle lampade, illuminate con ritmo diverso grazie all’algoritmo dell’account Facebook della persona deceduta.

La morte nell’era del digitale
La morte resterà sempre difficilmente accettabile, eppure la gestazione del lutto è stata profondamente modificata da internet e dai social network, anche se spesso non ce ne accorgiamo. È prassi ormai, quando muore un personaggio famoso che siano i social network il luogo principale in cui si esprime il proprio dolore, dando vita ad una catena di ricordi che si snoda fra un post e commenti, rendendo di fatto un evento luttuoso un momento di dibattito pubblico. L’afterlife digitale apre una nuova frontiera sul modo di pensare alla morte. È vero i social network ci rendono eterni, dando vita ad un’immagine di noi stessi che rimane cristallizzata nel tempo e immortale, almeno fino a che un fattore esterno non deciderà di intervenire.

App e chatbot per hackerare la cultura: la sfida all’innovazione dei musei di Torino

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App e chatbot per hackerare la cultura: la sfida all’innovazione dei musei di Torino

Inizia da Torino, il nostro viaggio alla scoperta dell’innovazione che nasce sul territorio, tra i corridoi dei musei civici della città e il Talent Garden. Custodi di antichi capolavori, anche i musei oggi devono confrontarsi con le nuove tecnologie e sperimentare strategie di marketing capaci di coinvolgere e avvicinare le persone alla cultura.

Per affrontare questa nuova sfida, la GAM (Galleria d’Arte Moderna), Palazzo Madama, il MAO (Museo d’Arte Orientale) e il Borgo Medievale, hanno deciso di unire le forze in collaborazione con la Compagnia di San Paolo e con il contributo della Camera di commercio di Torino mettendosi in gioco in un hackathon culturale: una maratona di 30 ore in cui per un weekend il mondo dei musei ha incontrato negli spazi del Talent Garden quello della new economy: startup, freelance e sviluppatori di software.

Ai partecipanti è stato affidato il compito di proporre nuove soluzioni per sviluppare un nuovo modello di gestione dei dati incentrato sulla personalizzazione dell’esperienza del visitatore, online e insite.

La maratona digitale si è conclusa con la premiazione dei tre migliori prototipi. Ad aggiudicarsi il primo premio di 5mila euro, il progetto Magnet: un database relazionale, basato sulla raccolta dati attraverso un’app integrata con tecnologie di proximity, che propone agli utenti contenuti aggiuntivi e percorsi di visita per la città. Le informazioni raccolte attraverso l’app serviranno ad alimentare il database e a tracciare un profilo dell’utente da cui partire per progettare strategie di marketing personalizzate.

Secondo classificato, premiato con 2000 euro, il progetto Profeelo: un’applicazione per smartphone che mette in connessione l’utente con il museo attraverso diverse funzionalità: acquistare il biglietto d’ingresso direttamente dallo smartphone, saltando la coda; selezionare gli eventi dei musei, scaricare le audioguide direttamente sul telefono, accedere alla propria area di membership per fruire di servizi riservati e partecipare con donazioni alle campagne di crowdfunding. Il visitatore, inoltre, potrà visualizzare la mappa del museo in cui si trova accedendo così a contenuti di approfondimento e a eventuali attività legate agli sponsor.

Al terzo posto, premiato con 1.000 euro, Oliva: il chatbot per l’audience engagement museale, un assistente virtuale che accompagna il visitatore alla scoperta della mostra, coinvolgendolo con giochi e domande per creare un diario della visita divertente, interattivo e condivisibile sui social network.

La televisione ai tempi del digital e del mobile

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La televisione ai tempi del digital e del mobile

Due chiacchiere con Tommaso Tessarolo su quanto la rete e il mobile stiano influenzando il modo in cui guardiamo la televisione.

Dalla carta stampata alla creazione del primo quotidiano online, passando per una fortunata web agency e il lancio di Current TV, Tommaso Tessarolo è una persona che fino a oggi ha spaziato nei mille campi della comunicazione, ma sempre con in testa degli obiettivi ben precisi: innovare e creare. Chi meglio di lui può dirci come sta la nostra “buona” vecchia TV, oggi?

La televisione ormai è decisamente uscita dal salotto e, grazie al mobile, ai social e al digital, vive anche fuori dai suoi tradizionali spazi…
Tommaso Tessarolo: Ormai siamo sempre più abituati a vedere quello che ci interessa ovunque si sia, nonostante l’ancora scarsa qualità delle connessioni internet mobili e non mobili in italia: è un fenomeno ormai piuttosto diffuso. Per chi ha un’offerta di questo tipo, che sia un broadcaster free, a pagamento o un servizio Over the top, non avere questo tipo di servizio pone immediatamente in una situazione medioevale.

Pensi che sia solo la scarsezza della rete a far sì che alcuni broadcaster siano ancora un po’ indietro o forse c’è anche un problema di mentalità?
TT: La scarsezza di banda più che altro influenza gli utenti. Noi siamo abituati ad avere internet sia a casa che sul telefonino in città come Milano e Roma, dove tutto sommato la copertura di banda è sufficiente ad avere un’esperienza fluida anche su contenuti HD. La rete è diventata un veicolo di contenuti di alta qualità, dove per qualità in questo caso intendo qualità del segnale video. L’offerta prevalente di contenuti in 4k ci viene dalla rete più che dalla televisione dove non c’è quasi nulla se non degli eventi sporadici.
In tutto il resto d’Italia, però, al di fuori dei grandi centri urbani, la situazione è ancora drammatica: l’ADSL spesso non è in grado di supportare un’esperienza decente per gli utenti che vogliano contenuti di questo tipo. In mobilità nemmeno a parlarne: la copertura 4G è quasi a uso esclusivo di nuovo dei grandi centri urbani. C’è solo una piccola porzione di Paese, che poi è molto popolosa, e quindi copre sicuramente un grande numero di utenti, che è abilitata a questo tipo di servizi e l’altro parte no, perché l’Italia ha tutta una serie di problematiche morfologiche non indifferenti e diventa anti-economico adeguare una struttura per estendere questi servizi ovunque. Piano piano ci arriveremo, ma per ora è così.
L’altra cosa da dire è che, pur avendo una bella copertura 4G o LTE al centro di Milano, comunque, rimangono alti generalmente i costi per il servizio internet: se ti vai a scaricare un film di un’ora dalla rete cellulare probabile che tu abbia saturato la tua disponibilità di giga mensili, ma quasi. Tutto dipende da questa combinazione di fattori.

Parliamo invece dell’influenza della rete e del mobile sui contenuti…
TT: La cosa più interessante è la tipologia dei contenuti. Come da sempre si è pensato, i contenuti che funzionano maggiormente sul mobile sono quelli più corti. La cosa impressionante che sta avvenendo è che si è creata una comunità molto ampia che ha generato una tipologia di contenuti difficilmente immaginabile già solo 5/6 anni fa. Basti pensare al fenomeno Twitch o YouTube, legato ai videogiochi, che ormai catalizzano completamente le abitudini di consumo delle nuove generazioni. Ci sono contenuti della serie “Guardo gli altri giocare ai videogiochi”. Non ce lo saremmo mai immaginato…Quindi esistono oggi contenuti brevi, spesso in diretta, su tematiche che non troverebbero spazio nei normali palinsesti televisivi né on demand. È un’offerta parallela, nata spontaneamente dagli utenti e che oggi è stata presa sotto l’ala di Google e Amazon. Sta diventando un fenomeno permanente per le nuove generazioni che passano ore e ore ogni giorno davanti a questo tipo di contenuti e che fruiscono prevalentemente sui dispositivi mobili.
Accanto a questo, la presenza sul mercato di Over the top, come Netflix ad esempio, fa sì che si moltiplichi la presenza di nuovi contenuti, perché ormai la nuova tendenza è diventare produttori, e nascono così nuovi format di qualità.

E la Virtual Reality troverà spazio tra queste novità anche nel mondo televisivo, pensi?
TT: Secondo me no, non nell’immediato almeno e non solo per una questione di costi. Sarà sicuramente un elemento molto importante legato ai videogiochi immersivi in Virtual Reality. Quelli permettono mondi sintetici renderizzati in tempo reale, ma produrre un contenuti televisivo o filmico implica costi sicuramente folli, ma ci sono anche altri due fattori. Innanzitutto, il contenuto in realtà virtuale fruito sul televisore di casa avrebbe lo stesso “successo” del 3D: quando la tua idea è quella di costringere un utente a indossare un paio di occhiali di plastica e stare seduto sul proprio divano di casa, l’utente non lo fa. La Virtual Reality avrebbe le stesse problematiche: un ingombro e una resa poco ottimale. Inoltre, il theatrical incontrebbe enormi difficoltà. Metti anche che venga fatto un film in Virtual Reality, ti voglio vedere a portare la gente al cinema e a dare a ognuno un caschetto per la realtà virtuale…Quindi, costa produrre, costano gli strumenti per usufruirne, strumenti poi che sono pochi pratici e tutto sommato, come ha dimostrato il 3D, non è quello che conta quando vedi una serie tv o un film. Quel che conta è la storia e come ti emoziona.
Per i videogiochi invece è tutta un’altra storia: la PlayStation ha già un po’ di titoli, ci sta arrivando l’Xbox, Facebook si è comprata l’Oculus Rift…

E tu, da utente, come vorresti diventasse la TV in futuro?
TT: È molto difficile…Il mio ideale sarebbe un mix tra Netflix e Molotov TV, che è un servizio francese. Netflix perché ha la migliore esperienza utente in assoluto, oltre ad avere un catalogo sempre più originale e di qualità. A Netflix però manca il live, che non è detto che presto o tardi non acquisiscano. Molotov TV invece è orientato prevalentemente sul live e propone un’interfaccia stile Netflix verso la televisione lineare. L’idea di base è questa: oggi hai 60 canali digitali terrestri, sui quali passa di tutto (film documentari, serie, notiziari ecc), la cui unica interfaccia è il televisore classico e al massimo una guida tv. È un’interfaccia obsoleta, rispetto a quella di Netflix. Molotov TV invece propone un’interfaccia alla Netflix che punta verso contenuti della televisione tradizionale. Ti permette di settare dei reminder, di registrare i programmi che ti interessano…A livello quindi di esperienza vedrei bene un mix tra queste due per avere un’interfaccia unica verso tutti i contenuti che la televisione ti può proporre sia on demand che live.

GOOGLE: The Magic in the Machine.

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GOOGLE: The Magic in the Machine.

Cos’ è il machine learning, come già ci facilita la vita e dove ci porterà.
(+ esperimenti divertenti da fare dal proprio pc) 


Non molto tempo fa poteva sembrare fantascienza, ora quanto meno futuro. Ma il machine learning, è già, sempre più, presente nelle nostre vite. E non si tratta neppure di una scienza nuova, perché il concetto di apprendimento automatico ha radici nel XVIII secolo, nel campo della statistica.
Per machine learning s’intende dunque l’apprendimento automatico di macchine – computer – in grado di imparare senza che siano state esplicitamente programmate per farlo.

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Il funzionamento
del machine learning
A partire da una serie di esempi, la macchina ne coglie i pattern (ossia gli schemi) caratterizzanti per poi utilizzarli per fare previsioni su altri esempi simili.
Prendiamo in analisi la parola “cane”: una volta raccolti N esempi di foto con etichetta “cane” (e così per milioni di altre etichette) il computer va alla ricerca dei pattern di pixel e colori che lo aiutino a capire se nella foto c’è un cane; cerca di indovinare quali siano i pattern giusti per identificare i cani e continua il suo studio cercando un esempio di immagine di un cane per verificare se i pattern funzionano.


Queste operazioni vengono ripetute circa un miliardo di volte: la macchina osserva un esempio e, se il risultato non è corretto, modifica i pattern che sta usando per ottenere un risultato migliore. Alla fine, i pattern formano un modello basato sul machine learning, una rete neurale profonda, che può (quasi sempre) identificare correttamente cani, gatti, bambini, luoghi, tramonti e molte altre cose.


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Il machine learning è già presente nella maggior parte dei prodotti di Big G, tra cui la Ricerca, Gmail, YouTube, Maps e Android.

All’interno di Google Foto, ad esempio, si può cercare qualsiasi cosa, “abbraccio” o “cane” e si troveranno tutte le foto che li contengono. Il sistema è stato istruito per riconoscere le immagini all’interno di foto e video.

Grazie a Google Translate è possibile parlare, scrivere o leggere in più di 100 lingue. Google è all’avanguardia nell’uso della traduzione automatica, che usa modelli statistici per tradurre i testi. Negli ultimi 6 mesi, Translate è ulteriormente migliorato grazie alla traduzione automatica basata sulle reti neurali. Il sistema neurale traduce intere frasi invece di tradurre pezzo per pezzo: usa un contesto più ampio per aiutarsi a scegliere la traduzione più attinente e la perfeziona per ottenere un risultato più simile alla parlata di un essere umano.

Con l’app Google basta pronunciare “Ok Google” sul vostro smartphone per avviare la ricerca e trovare le risposte che cercate. Il riconoscimento vocale trasforma i suoni in parole, l’elaborazione del linguaggio naturale favorisce la comprensione del significato, il Search ranking mostra i link con i risultati migliori.

È possibile rispondere alle mail toccando semplicemente un tasto: la funzione SmartReply di Inbox suggerisce la risposta affinché possiate rispondere alle mail con un gesto. Gmail e Chrome, inoltre, vi proteggono filtrando spam e malware.

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Per il prossimo futuro tutto il settore sta lavorando per far sì che la macchina apprenda più velocemente, con meno esempi.
 Un metodo – e su questo Google si sta concentrando particolarmente – è ‘regolarizzare’ le macchine, dotarle cioè di più ‘buon senso’, in modo che di fronte ad un esempio leggermente diverso dagli altri – un cane con un cappello da cowboy è sempre un cane – la macchina non sia tratta in inganno.

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Google Research Europe, un team di ricerca europeo dedicato al Machine Learning

La continua ricerca di Google nel campo del Machine Learning è alla base di molti dei prodotti utilizzati ogni giorno da centinaia di milioni di persone. L’obiettivo di Big G è quello di creare prodotti capaci di migliorare la vita quotidiana delle persone e, perché no, contribuire ad affrontare i problemi più grandi. Per far questo utilizza diverse tecniche di computer science, una delle più importanti tra le quali è sicuramente il machine learning.

A rendere possibili i continui progressi nel settore è l’enorme collaborazione tra i ricercatori Google nel mondo, che mettono a fattor comune un patrimonio unico di informazioni e idee su tecnologie e metodi all’avanguardia nel campo del Machine Learning, con l’obiettivo di sviluppare strumenti e prodotti utili.
Per questo motivo nel giugno 2016 è nato Google Research Europe con sede negli uffici di Zurigo della società.
Zurigo ospita anche il centro di ricerca di Google più grande al di fuori degli Stati Uniti. È qui che sono stati sviluppati il motore alla base di Knowledge Graph e il motore di conversazione alla base dell’assistente Google in Allo.
Oltre a portare avanti la collaborazione con i vari team di ricerca di Google, il team di ricerca europeo si concentra su tre aree fondamentali: machine learning; apprendimento ed elaborazione del linguaggio naturale e percezione artificiale.  In questi ambiti, il team lavora attivamente al miglioramento dell’infrastruttura di machine learning, facilitando così la ricerca e la successiva applicazione pratica. Inoltre, i ricercatori dell’ufficio di Zurigo lavorano a stretto contatto con il team di linguisti, con l’obiettivo di far progredire l’apprendimento del linguaggio naturale in collaborazione con i gruppi di ricerca di Google in tutto il mondo.
Attraverso il machine learning Google contribuisce anche ad affrontare alcune importanti problematiche. Ecco alcuni progetti recentemente annunciati:

  • Aiutare i patologi a diagnosticare il cancro attraverso il deep learning
    La diagnosi del tumore al seno e le conseguenti decisioni sul trattamento possono essere molto variabili, cosa non sorprendente data l’enorme quantità di informazioni che devono essere valutate al fine di effettuare una diagnosi accurata.
    Google sta come il deep learning possa essere applicato a supporto dei patologi, creando un algoritmo di identificazione automatica che possa essere un complemento del loro lavoro.
  • Risparmiare energia nei centri elaborazione dati
    Per ridurre il consumo energetico in Google. Si sta usando il machine learning: grazie alle le reti neurali si ottimizzano le operazioni dei data center e se ne riducono i consumi come mai prima d’ora.
  • Identificare i pregiudizi di genere nel cinema
    Il premio Oscar Geena Davis si è chiesta se i pregiudizi inconsci verso le donne portino le persone ad accettare che i personaggi femminili abbiano meno battute e meno visibilità degli uomini nei film. Per questo nel 2007 ha fondato il Geena Davis Institute on Gender in Media e ha cominciato a raccogliere dati. È stato un lavoro lungo e impegnativo: un team di ricercatori ha cominciato guardando un film alla volta e prendendo nota dei pattern basati sul genere. Poi è entrato in scena il machine learning, lo strumento ideale per capire e interpretare enormi quantità di dati complessi. Oggi un software misura accuratamente quanto spesso si vedano o si sentano le donne sullo schermo. Lo strumento ha imparato a riconoscere diversi personaggi sullo schermo, a determinarne il genere e a calcolare quante volte e per quanto tempo si parlano. I risultati sono stati significativi: gli uomini si vedono e si sentono quasi il doppio delle donne; le donne sono sottorappresentate in tutte le categorie, compresi i 100 film che hanno incassato di più negli ultimi tre anni; le donne si vedono appena nei film vincitori di Oscar: rappresentano il 32% delle immagini  e i 27% del parlato.

 

Gli strumenti di machine learning di Google sono aperti.
Il sistema di machine learning flessibile TensorFlow (www.tensorflow.org) è open source per consentire a tutti di sviluppare i propri modelli. Google offre anche diverse soluzioni semplificate, come ad esempio Speech, Vision, Translate API e il servizio TensorFlow gestito attraverso la piattaforma machine learning di Google Cloud (https://cloud.google.com/ml).

Per maggiori informazioni: http://research.google.com/pubs/MachineIntelligence.html

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E ora… divertitevi con gli A.I. Experiments di Google, che mostrano come la macchina possa imparare a comprendere molte delle cose che ci circondano.

In Quick, Draw!, una rete neuronale cerca di riconoscere quello che state disegnando, il tutto usando la stessa tecnologia grazie a cui Google Translate riconosce la scrittura manuale. E più giocate, più il sistema impara.

Con A.I. Duet, invece, potete improvvisare un duetto al piano con il computer. Provate a suonare alcune note e il computer vi risponderà con una melodia.

O provate Giorgio Cam: scattate una foto e il computer vi dirà ciò che vede trasformandolo nelle parole di una canzone, magari in rima, sulla note di un brano del grande Giorgio Moroder.

 

 

Come recentemente fatto in questo post, ricordiamo che VENERDÌ 19 OTTOBRE GOOGLE SARÀ L’OSPITE D’APERTURA DEL MASHABLE SOCIAL MEDIA DAY ITALIA + DIGITAL INNOVATION DAYS.
Marianna GhirlandaHead of Creative Agencies di Google Italia – spiegherà alla platea Come avere successo grazie a YouTube, senza formule magiche, ma con tanta creatività e con la capacità di stupire con soluzioni inattese.

 

 

 

 

Smart City: grazie al primo crowdfunding civico del Comune Di Milano, 16 progetti diventano realtà.

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Smart City: grazie al primo crowdfunding civico del Comune Di Milano, 16 progetti diventano realtà.

Eppela.com

La pagina dedicata ai progetti di crowdfunding civico del Comune di Milano su Eppela.com

 

In 9 mesi raccolti più di 300 mila Euro per finanziare idee volte all’inclusione sociale e a migliorare la qualità di vita dei milanesi.
Grande successo per il primo esperimento di crowdfunding civico del Comune di Milano, che in soli 9 mesi ha portato alla raccolta di circa 330 mila euro per finanziare idee volte all’inclusione sociale e al miglioramento della qualità di vita dei milanesi.

LA CASA SULL’ALBERO dello spazio Gorlini – che rende lo spazio più attrattivo con attività per stimolare la partecipazione e la socializzazione; i POMODORTI URBANI – di via Baschenis a Quarto Oggiaro; IL CANTIERE DELL’ORTICA – una moderna officina delle arti per offrire strumenti avanzati e innovativi ai futuri talenti; CN-SMART L’HUB – la smart city concepita dall’associazione Comunità Nuova di Don Gino Rigoldi e MEDICINEMA – il progetto che utilizza pellicole famose come terapia di sollievo nelle strutture ospedaliere, con programmi mirati per pazienti e familiari sono solo 5 delle 16 idee (in calce l’elenco dei progetti) cofinanziate dagli utenti della rete e dal Comune di Milano tramite la piattaforma Eppela – prima in Italia per il crowdfunding reward based – scelta come partner dell’iniziativa con una gara d’appalto.

Assessore Cristina Tajani

Assessore Cristina Tajani

18 progetti proposti selezionati originariamente sono stati divisi in 4 gruppi e pubblicati in 4 momenti diversi dell’anno all’interno di un’area appositamente creata per l’iniziativa su eppela.com. Ogni idea ha avuto a disposizione 50 giorni per la raccolta fondi. 16 su 18 di queste idee imprenditoriali hanno raccolto un finanziamento almeno pari alla metà dell’importo complessivo previsto per la propria realizzazione e ora beneficeranno di un contributo da parte dell’Amministrazione comunale a coprire la parte restante – fino a 50 mila euro massimo per singolo progetto – per un totale di circa 660 mila Euro investiti. A presentare i risultati l’assessore alle Politiche per il Lavoro e le Attività produttive Cristina Tajani e l’assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino.

“I risultati  positivi raggiunti in questi nove di mesi di sperimentazione, con l’89% di progetti proposti promossi dalla rete e oltre 300 mila Euro raccolti tra gli utenti del web, dimostrano come oggi sia possibile, grazie al crowdfunding, ipotizzare scenari di finanziamento diversi dal contributo pubblico per  supportare i progetti sociali e nuove start-up – cosi l’assessore alle Politiche per il lavoro, Attività produttive e Commercio  Cristina Tajani che prosegue – Il crowdfunding civico si è rivelato una risorsa preziosa, non solo per la possibilità di raccogliere dei fondi, ma anche per la diffusione attraverso la rete delle iniziative in corso d’opera. Una sorta di amplificatore in chiave social di idee, progetti e iniziative pensate da associazioni no profit e soggetti che nei prossimi mesi opereranno concretamente nel sociale per migliorare la vita dei milanesi”.

“Dall’unione pubblico/privato – aggiunge l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino – possono nascere grandi progetti e questa prima esperienza di crowdfunding comunale ne è la dimostrazione. La cifra raccolta, che il Comune raddoppierà, permetterà lo sviluppo di idee nuove nell’ambito dei servizi alla persona, della rigenerazione culturale e sociale urbana, del recupero e della riqualificazione di luoghi della città”.
Majorino, concludendo, si è detto particolarmente soddisfatto per il risultato conseguito dal progetto Facciamo Festa alla Mafia, che permetterà far rinascere Casa Chiaravalle e i suoi terreni, il più grande bene sequestrato e confiscato a Milano, che diventerà luogo di laboratori didattici sulla legalità, feste ed eventi culturali per il quartiere e la città.

1492 utenti (624 donne e 714 uomini) e 154 tra società private, associazioni, cooperative o altri soggetti giuridici hanno contribuito al raggiungimento degli obiettivi di raccolta con la loro offerta su Eppela.
La donazione singola più alta è stata di 6 mila Euro donati da una cooperativa sociale al progetto “Il cantiere dell’Ortica”, mentre la donazione più bassa è stata di 5 Euro. Il progetto che ha raccolto la cifra più alta con le sole donazioni è stato “Cinewall”, con oltre 50 mila Euro.

“Il nostro esperimento – ha dichiarato infine Nicola Lencioni, amministratore delegato di Eppela – ha inaugurato una nuova via per riavvicinare i cittadini e le comunità locali all’amministrazione pubblica”.


Armando Mattei, CEO @PlanBee

Armando Mattei, CEO @PlanBee

SI PARLERÀ DI CROWDFUNDING CIVICO ANCHE DURANTE LA PROSSIMA EDIZIONE DEL MASHABLE #SMDAYIT + DIDAYS 2017.
L’ APPUNTAMENTO CON ARMANDO MATTEI, CEO DI PLANBEEE – E CON IL SUO SPEECH IL CROWDFUNDING CIVICO DI PLANBEE: L’IMPORTANZA DELLA COMUNITÀ.
PLANBEE È LA PRIMA PIATTAFORMA WEB DI CROWDFUNDING CIVICO GRAZIE ALLA QUALE CITTADINI, AZIENDE E ISTITUZIONI SONO COINVOLTI CON L’OBIETTIVO DI MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA IN ITALIA – È PER SABATO 21 OTTOBRE. 
Lo speech sarà volto a portare l’audience in viaggio attraverso questa  pungente piattaforma che si ispira al comportamento delle api ed al loro spiccato senso della comunità. Verranno analizzate numerose case study sul tema, sviluppate dall’azienda insieme ai suoi partner più importanti, tra i quali, Enel.

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Di seguito i 16 progetti promossi e finanziati grazie al primo crowdfunding civico del Comune di Milano su Eppela:
LA CASA SULL’ALBERO, 6.500 Euro raccolti per la costruzione partecipata dello spazio Gorlini. Una casa sull’albero che rende lo spazio più attrattivo con attività per stimolare la partecipazione e la socializzazione.
CHILD EXPLORER – 10 mila Euro per ideare una app, uno smartwatch e un pervasive game per realizzare un servizio per la protezione e monitoraggio dei bambini all’interno della città.
ECOLAB: LA FABBRICA DELLE IDEE  – ha raccolto 15 mila Euro per realizzare un mercato agricolo che integra la vendita on line dei prodotti biologici con attività legate all’apprendimento e alle startup della green economy.
POMODORTI URBANI – 20 mila Euro per ideare un orto condiviso che recupera lo spazio abbandonato presso via Baschenis a Quarto Oggiaro.
GLI ALTRI SIAMO NOI – ha ottenuto 20 mila Euro dalla rete per realizzare una mostra interattiva che coinvolge le scuole e che ha per tema i pregiudizi e la discriminazione.
#TIFACILITALAVITA –  20 mila Euro per concretizzare la promozione di luoghi di ricomposizione delle risorse e spazi di ascolto proattivo, in via Capuana 3 e in corso San Gottardo 41.
COSTRUIRE L’IMPROVVISO –  28 mila Euro per dar vita a uno spazio pubblico di aggregazione nella cascina Torrette con tre aree: green, ICT e sviluppo di comunità, per restituire alla città uno spazio che favorisca processi di incontro e relazione.
LE ISOLE DI WENDY – 30 mila Euro per creare uno spazio pensato per le mamme che dopo la maternità vogliono incontrarsi, confrontarsi, reinventarsi e progettare nuovi percorsi.
SO LUNCH – 40 mila Euro per realizzare una piattaforma che mette in contatto chi è a casa all’ora di pranzo e cucina con chi lavora nelle vicinanze e vuole mangiare in maniera genuina e conviviale.
SICUREZZA D’ARGENTO – 44 mila Euro per comporre un servizio professionale di sicurezza, a distanza, attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dedicato ad anziani autosufficienti, ma potenzialmente fragili e soli in casa.
IL CANTIERE DELL’ORTICA – 44.500 Euro per un luogo dove professionisti del mondo dello spettacolo accoglieranno e coltiveranno le passioni e le idee di potenziali artisti nei settori più vari, dalla musica al teatro, dalla poesia alla pittura.  Una moderna officina delle arti per offrire strumenti avanzati e innovativi ai futuri talenti.
GALLAB – 50 mila Euro per un laboratorio di falegnameria e officina, progettato dal network creativo Non Riservato, dove si potrà sistemare l’anta di un armadio, realizzare uno sgabello o un boomerang, allungare un tavolo da cucina, o semplicemente stare in compagnia.
CN-SMART L’HUB – 60 mila Euro per la smart city concepita dall’Associazione comunità Nuova di Don Gino Rigoldi, per la realizzazione di laboratori di formazione professionale, improntati ai mestieri tradizionali, una piattaforma web per generare opportunità di lavoro e una Scuola delle competenze, per condividere esperienze e ricevere in cambio servizi.
MEDICINEMA – 70 mila Euro per il cinema in corsia. Il progetto che utilizza pellicole famose come terapia di sollievo nelle strutture ospedaliere, con programmi mirati per pazienti e familiari.
FACCIAMO LA FESTA ALLA MAFIA! – 98 mila Euro per realizzare un ‘Giardino Accogliente’, trasformando i terreni incolti attorno a Casa Chiaravalle – bene confiscato alla criminalità organizzata – in un’area verde dove dar vita a laboratori didattici, feste, concerti e eventi per tutti.
CINEWALL – 100 mila Euro per un progetto di realizzazione di uno spazio non convenzionale nel quale promuovere la cultura del cinema, adattando l’offerta a domande particolari, come le comunità linguistiche diverse.

Per maggiori informazioni: www.eppela.com/it/mentors/comunemilano