Horizon: La nuova Piattaforma VR di Facebook

Mark Zuckerberg ha ribadito lo sviluppo della piattaforma VR, detta Horizon, durante il Facebook Connect rinominato Facebook Reality Labs, organizzato online tramite una live per evitare aggregamento in questo periodo in cui dobbiamo fare attenzione, investendo sempre più tempo e risorse nella realtà virtuale. Per partecipare a questo nuovo ambiente dovete possedere almeno un oculus Quest v.1 oppure un Rift S. Visori per l’AR e VR per trasformarvi in un avatar sulla nuova piattaforma resa pubblica recentemente.

Horizon è un mondo in espansione, gli utenti possono:
– Realizzare contesti virtuali, visitarli e popolarli con amici.
– Ci sarà una chat VR firmata Facebook, i più vecchi di voi ricorderanno le chat yahoo con gli avatar pixellati, Horizon me lo ricorda molto ma ne è una versione 2020 con la tecnologia odierna.
– Interazioni con le stanze create dalla community stessa che ne permette la crescita e la possibilità di vivere gli ambienti creando gruppi di discussione, cioè le stanze.
– Possibilità per i più esperti di farne parte come sviluppatori VR e artist 3D in modo da accrescere i loro ambienti.

Un’idea folle fino a qualche tempo fa ma realizzabile oggi. Attualmente questa piattaforma è in beta pubblica per scovare eventuali bug da correggere su segnalazioni dei true fan di Horizon. L’utilizzo futuro parte dal gaming, fino a un social completamente in realtà virtuale e ai meeting in VR per le aziende, importanti soprattutto in questo periodo di post covid per il lavoro da remoto.
Lo stile Horizon è molto colorato, simile al videogame The Sims. Il login con Facebook permetterà di connettersi con gli amici e offrire il libero arbitrio a chi lo abita con la possibilità di stabilire una distanza minima di spazio personale entro la quale non si potrà avere accesso, detta SafeZone, a cui si potrà accedere dal polso. In questo modo, se l’esperienza è troppo estrema, è possibile ritirarsi nella propria zona di comfort dove si potrà mettere a tacere o segnalare persone e contenuti eventualmente inappropriati.

La privacy è fondamentale in questa tecnologia, sarà monitorata dallo staff facebook per evitarne l’uso improprio affinché vengano rispettate le policy, motivo per cui, il tuo Oculus dalla tua esperienza con Horizon registrerà solamente comportamenti negativi per usare le informazioni acquisite come prove. Inoltre facebook assicura che i dati acquisiti non vengono archiviati sui server a eccezioni di eventuali rapporti sull’utente stilati da un moderatore per mantenere in sicurezza questo nuovo universo futuristico.

Ovviamente ci sarà spazio per cartelloni pubblicitari e simili in VR generando una nuova fonte di introiti tramite advertising, proprio come le attuali ads standard gestibili dal business manager.
Abituato a xbox e play station vedo le grafiche ancora un po’ primitive ma con grandi potenzialità, mentre ne attendiamo l’evoluzione c’è da riflettere se stiamo smarrendo il nostro focus principale a discapito della vera realtà che viviamo ogni giorno.

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Damiano Mansi
Augmented Reality Specialist

 

 

Medicina Digitale e Wearable Technology in era Covid-19

L’uso della medicina digitale e della telemedicina, ovvero delle tecnologie digitali nella sanità, per fare diagnosi e terapie a distanza, possono essere di grande aiuto per far fronte a una situazione di emergenza sanitaria come quella attuale.

Tra i benefici della medicina digitale si riscontrano:

– Riduzione del numero di giorni di degenza ospedaliera e quindi dei costi di ospedalizzazione.
– Razionalizzazione dei tempi e del percorso di cura.
– Miglioramento del servizio di consulenza da parte di team di specialisti dedicati.
– Monitoraggio delle malattie con maggiore possibilità di intervento precoce e prevenzione.

Fatta questa premessa, i nuovi modelli di prevenzione basati sull’analisi dei dati, dalla cura fino al post-ricovero, l’utilizzo della telemedicina, l’uso di app dedicate per la teleassistenza di pazienti domestici anche attraverso dispositivi wearable, la diffusione di soluzioni IoT e di intelligenza artificiale e di machine learning ci porteranno a un nuovo livello di sanità digitale.

La wearable technology ha già un alto potenziale di crescita tanto che secondo la società di ricerca IDC, nel 2019 è stata registrata un incremento dell’89% delle vendite a livello mondiale.

Gli appassionati di fitness e dello sport in genere conoscono già i vari dispositivi indossabili che ci aiutano per l’allenamento. Gli smartwatch di ultima generazione e i fitness tracker sono diventati ormai molto diffusi e anche piuttosto utili. Oltre che calcolare il nostro consumo sotto sforzo e indicare le calorie bruciate, sono fondamentali per tenere sotto controllo il cuore e la pressione sanguigna.

La loro importanza per la nostra salute potrebbe essere estesa anche alla lotta al Covid-19, aiutandoci a riconoscere i primi sintomi della malattia.

Diversi paesi al mondo stando studiando applicazioni specifiche per questi dispositivi, “tarandoli” sul coronavirus.
Ad esempio, il Scripps Research Translational Institute di La Jolla in California ha attivato un programma basato sui parametri vitali rilevati dai possessori di diversi marchi di werables in modo da tracciare le persone in base alla loro attività fisica, e risalire a possibili sintomi da contagio.

Tutti i dati dei volontari che partecipano (in completo anonimato) vengono salvati in un database e condivisi su base volontaria.

I benefici dell’IoT medicale

In generale, l’IoT (Internet of Things) nel medicale porterà numerosi benefici. La raccolta e analisi dei big data in ambito medico faciliterebbe, nella situazione attuale, il tracciamento, il monitoraggio e l’intervento sui pazienti positivi a casa ad esempio ma anche la raccolta dei dati sulle persone sane per una maggiore prevenzione e contenimento della malattia e del contagio. Certo, ci sono ancora molti nodi da risolvere per lo più legati alla protezione dei dati personali e alla privacy, ma la strada in questa direzione è ormai un passo obbligato.

Wearable Devices: le tecnologie di supporto

I dispositivi “wearable” (ovvero indossabili) appartengono alla categoria delle Internet of things (IoT) – network di dispositivi connessi tra loro per recepire e condividere dati – che nel 2020 potrà contare su 26 miliardi di oggetti connessi, un numero superiore di quasi 30 volte rispetto al 2009 quando gli oggetti “smart” erano appena 0,9 miliardi (Gartner, 2013).

La crescita progressiva di questo settore ha generato conseguenze molto interessanti in ambito sanitario per almeno due motivi:

– Lo sviluppo di tecnologie basate su sensori e sulla connettività rende possibile la raccolta, la registrazione e l’analisi di dati che prima non erano accessibili;
– La capacità dei dispositivi wearable di raccogliere dati autonomamente è tale da fornire al team socio-sanitario i dati di cui necessita nel momento maggior bisogno.

In generale, l’automazione riduce il rischio d’errore incrementando l’efficienza delle prestazioni medico-sanitarie e riducendo i costi per attuarle. Per tanto, l’uso congiunto di tecnologie IoT per la sanità, assume un ruolo significativo in vari scenari:

Assistenza ospedaliera. I pazienti ricoverati attraverso i sistemi IoT possono essere continuamente monitorati;
Monitoraggio da remoto. I pazienti più fragili (anziani e affetti da patologie croniche) sono messi nelle condizioni di condurre una vita più indipendente;
Prevenzione. Le attività quotidiane e di benessere delle persone che non accusano particolari sintomatologie possono essere monitorate limitano le visite mediche e specialistiche in ospedale.

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Marco Magnani
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

AR & VR: Cosa sono e come usarli sui social?

La realtà virtuale (VR) simula e ricrea l’ambiente che ci circonda permettendoci di interagire o di immergerci in un contesto nuovo e generalmente realizzato in 3D invece la realtà aumentata ( AR ) fornisce elementi virtuali che si sovrappongono al mondo reale, arricchendo la nostra percezione sensoriale mediante informazioni che non sarebbero percepibili ad occhio nudo.
Entrambe cercano di offrire un’esperienza nuova all’utente.

Quali sono i loro obiettivi?

Intrattenimento:
Influencer e bambini usano l’AR per passatempo o divertimento, più di una volta è capitato a giornalisti di diventare la notizia virale su internet che speravano di scrivere perché per errore hanno iniziato i loro servizi con filtri AR buffi personificando i panni di clown o di vari personaggi fantasy.

Business:
Molte aziende usano l’AR per fare brand awareness e aumentare le vendite con i nuovi shopping AR, alcuni esempi:
– Le lens di snapchat di Gucci ti permetteranno di provare differenti modelli di scarpe ( food tracking ) in realtà aumentata ed effettuare gli acquisti; tra non molto sarà possibile provare l’AR con il body tracking, quindi, usando l’intero corpo per interagire con le componenti con cui sono state costruite le lens di snap. Si spera che lo shopping si espanda verso questa strada in modo che l’abbigliamento potrà essere collegato allo shopping snap e magari lo potremo vedere nella prossima fashion week di Milano.
– Con i filtri instagram o facebook, per esempio, di StarBucks, realizzati da Chris Price, potrai provare i bicchieri dell’azienda di caffè in versione natalizia. Lo shopping non è ancora implementato sui social di Mark Zuckerberg, ma il suo arrivo è già stato annunciato dopo le ads in AR.
– Con le lens cosmetiche di pinterest potrai testare i colori e il brand del tuo rossetto preferito prima di acquistarlo, se sei curioso ecco alcuni nomi per provarle: Sephora, bareMinerals e Neutrogena appartenenti tutti alla l’oreal.

– In teoria anche tiktok ha progettato una piattaforma per la realizzazione di filtri per freelance o semplici hobbisti, ma, purtroppo, devo ammettere che da AR Creator è un progetto in sospeso, infatti ad oggi tiktok permette di crearli solo dai loro team AR interni.
– Ovviamente queste nuove tecnologie possono essere programmate per le applicazioni proprietarie pubblicate sui play store di ios e android.

Non è tutto oro ciò che luccica, i servizi in AR e VR applicati ai social media se sono stati costruiti in modo dozzinale e se non vengono implementati in una strategia marketing efficace, non vi aiuteranno nelle vendite o nell’avvicinare la vostra nicchia. Anzi, potrebbero farvi perdere follower su instagram e facebook se i filtri vengono riconosciuti scadenti dagli utenti.

La realtà virtuale “VR” sarà presto nelle case di tutti noi, oggi la trovate insieme alle console di videogame, Oculus oppure il Project Morpheus, che permette ai bambini di far parte di mondi fantastici in base al gioco scelto. La VR è associata anche a servizi di aziende per formare i dipendenti e fornire un’anteprima degli appartamenti da edificare.

Avrete sentito parlare sicuramente di Pokemon Go, un videogame della nintendo che ha spopolato in tutto il mondo. Ebbene, questo è un chiaro esempio di come la realtà aumentata si stia facendo largo

a partire dalle attività ludiche per poi spingere il target di riferimento agli acquisti e a servizi più complessi.
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Damiano Mansi
Augmented Reality Specialist

L’intelligenza artificiale in parole semplici

La velocità di elaborazione di una «macchina» e la capacità di pensiero «umana».
Quando si parla di Intelligenza Artificiale, si pensa subito a robot in grado di comprendere e decidere le azioni da compiere e di un mondo futuristico in cui macchine e uomini convivono. In realtà, l’Intelligenza Artificiale e il suo utilizzo sono molto più reali di quanto si possa immaginare e vengono oggi utilizzati in diversi settori della vita quotidiana, ad esempio:
· Sanità e Ricerca Scientifica per diagnosticare malattie in base ai sintomi del paziente
· Vendite e Marketing per attività predittive, statistiche e di simulazione
· Sicurezza e Gestione Rischi per prevenire possibili minacce e/o incidenti
· Automazione ed Elaborazione Processi per ottimizzare i tempi di gestione e far eseguire alcune delle operazioni una volta manuali alle macchine, come classificazione o catalogazione di dati
L’Intelligenza Artificiale può essere generalmente definita come un insieme di molteplici teorie e tecniche che sono combinate per lo sviluppo di un sistema in grado di affrontare autonomamente e in modo creativo specifici problemi, mostrando in quel contesto capacità intellettiva talvolta superiore a quella umana.
Dal punto di vista di queste abilità, il funzionamento di una AI si sostanzia principalmente attraverso quattro differenti livelli funzionali:
· comprensione: attraverso la simulazione di capacità cognitive di correlazione dati ed eventi l’AI è in grado di riconoscere testi, immagini, tabelle, video, voce ed estrapolarne informazioni;
· ragionamento: mediante la logica i sistemi riescono a collegare le molteplici informazioni raccolte;
· apprendimento: in questo caso parliamo di sistemi con funzionalità specifiche per l’analisi degli input di dati e per la loro “corretta” restituzione in output;
· interazione (Human Machine Interaction): in questo caso ci si riferisce alle modalità di funzionamento dell’AI in relazione alla sua interazione con l’uomo. È qui che stanno fortemente avanzando i sistemi di NLP – Natural Language Processing, tecnologie che consentono all’uomo di interagire con le macchine (e viceversa) sfruttando il linguaggio naturale.

All’interno della disciplina dell’AI due ambiti di studio che meritano un po’ di chiarezza sono Machine Learning e Deep Learning.
· Machine Learning: Un sottoinsieme dell’AI che fornisce ai sistemi la capacità di imparare automaticamente e migliorarsi con l’esperienza, senza essere esplicitamente programmati; il sistema può “allenarsi” autonomamente correggendo gli errori grazie a specifici input esterni.
· Deep Learning: Un sottoinsieme del Machine Learning ispirato alla struttura del cervello biologico; non richiede un intervento del programmatore per “imparare”, emulando così il processo di apprendimento della mente dell’uomo. In questo caso il modello matematico da solo non basta, il Deep Learning necessita di reti neurali artificiali progettate ad hoc (deep artificial neural networks) e di una capacità computazionale molto potente capace di “reggere” differenti strati di calcolo e analisi (che è quello che succede con le connessioni neurali del cervello umano).
Può sembrare un livello tecnologico futuristico ma questi sistemi sono già in uso oggi, ad esempio nel riconoscimento vocale o delle immagini, nella guida autonoma, nella ricerca web e tanto altro.
Di questo e tanto altro si parlerà durante l’Online Edition dei Digital Innovation Days 2020, acquista subito il tuo biglietto in Early Bird a 79€ anziché 149€!
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Riccardo Inglisa

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La reazione delle imprese al lockdown: l’accelerazione digitale in Italia.

La situazione sopravvenuta causa pandemia COVID-19 ha fatto in modo che cambiassimo abitudini sociali, costretti, si, ma nella costrizione ognuno ha trovato una via di uscita dall’isolamento. 

Tra i sistemi per intrattenersi, c’è stato quello di utilizzare i social media, durante il periodo marzo-giugno 2020 si è registrato un aumento del 43% dell’utilizzo dei social che ha portato per la prima volta a raggiungere il 51% della popolazione mondiale (rispetto a quelli che non li usano), sfiorando i 4 miliardi di persone nel mese di luglio 2020. 

 

Come hanno reagito le aziende?

I primi sforzi sono stati messi nell’organizzazione del lavoro da remoto, fornire gli strumenti ai dipendenti e dare accessi cloud per consentire il lavoro da casa. 

Tante le difficoltà: connessione lenta, abitudini differenti, figli a casa da gestire con la scuola on line, nuovi spazi da condividere.

Si è parlato tanto di smart working, un concetto complesso che comprende un accordo tra datore di lavoro e dipendente per realizzare il proprio incarico senza vincoli di orari, spaziali, con una organizzazione per obiettivi o fasi, un cambio di gestione del lavoro che consente una migliore conciliazione tempi di vita e lavoro.

In tanti hanno messo in campo il lavoro da remoto, alcuni lo smart working: con le video call ci si è potuti dare gli obiettivi e verificare gli step di avanzamento lavori. Ad esempio Zoom a marzo ha dichiarato di aver raggiunto picchi da 200 milioni di partecipanti ogni giorno, rispetto ad una media di 10 milioni registrata nelle fasi precedenti all’emergenza sanitaria. La diffusione delle videochiamate ha fatto in modo che Facebook integrasse entro il mese di maggio le “stanze”, proprio derivante dalla piattaforma di cui prima, non dimentichiamo che uno degli scopi del social di Zuckerberg è quello di far rimanere il pubblico nel social media.

Le Live su Facebook e Instagram sono state un modo per intrattenere e formare le persone a distanza, raddoppiando le visualizzazioni.

 

La spesa pubblicitaria mondiale ha subito un ribasso di 50 miliardi di dollari, fino all’8,1%, soprattutto i settori viaggi e turismo(-31,2%), intrattenimento e attività ludiche(28,7%), servizi finanziari (-18,2%), vendite al dettaglio (-15,2%) infine il settore automobilistico (-11,4%).

Conseguentemente alle riduzioni generali degli investimenti in Ads di Facebook e Google, abbiamo un aumento dei risultati organici dei contenuti, e un ottenimento di migliori risultati con minori investimenti in advertising.

 

All’inizio di marzo le aziende hanno chiuso le proprie sedi, chi aveva un e-commerce ha avuto diverse reazioni in base all’area di interesse:

grande distribuzione, food delivery e negozi di vicinato hanno registrato una crescita del 16%, il settore Pharma ed editoria, sono cresciuti. Da segnalare anche +32% sport e Benessere, +39% macchine caffè, +81%giardinaggio +240%beni legati alla sfera sessuale.

 

Parte del traffico dei nuovi utenti proviene dai social media (24%), ma dove si trovano le aziende?

I social preferiti dalle aziende italiane sono Facebook (53%), Instagram (40%)  che con la possibilità di acquistare i prodotti era preferito in alcuni casi a Facebook, equilibrio che potrebbe cambiare dato che Facebook ha introdotto a maggio SHOPS, la vetrina di prodotti per l’acquisto. Seguono Youtube, Linkedin e Whatsapp.

 

Per una corretta strategia l’equilibrio tra i vari media è fondamentale, analizzare le performances dei vari strumenti consente una buona gestione del budget  e la flessibilità per seguire il mercato.

Per alcuni la sfida sarà mantenere i trend positivi registrati, per altri sovvertire l’andamento negativo, una cosa è certa, il Digital marketing è un asso da giocare in ogni partita!

 

Se vuoi essere aggiornato partecipa al DIDAYS2020 il 29 e 30 ottobre 2020. Fino al 31/8 puoi acquistare il tuo biglietto scontato a soli 79,00€!

 

Sara Brugnoni

Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

CEO di Santafranca60 

Communication Manager Raja Italia

Fonti: Wearesocial Digital 2020 in Italy – WARC Global Advertising Trends –  facebook.com/business – CA E-commerce in Italia 2020.

 

Via libera all’utilizzo dei social per le suore di clausura

Via libera all’utilizzo dei social per le suore di clausura

Scorsa settimana è stata presentata presso la sala stampa della Santa Sede, il documento che dispone le regole di vita delle suore di clausura. E fino a qui vi chiederete perché stiamo scrivendo di questo. Niente di interessante se non fosse che in questa nuova Istruzione “Cor Orans” della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, su incarico del Papa, si da l’accesso per le suore di clausura ai social media. In realtà questo era possibile già da qualche anno e per questo la Santa sede ha deciso di fare un po di chiarezza e precisazioni.

Attualmente i Benedettini e le Clarisse registrano un boom di presenze su Facebook; più forti i monaci che hanno addirittura un incremento del 37,5% rispetto agli ultimi anni. Ai Benedettini tengono testa le Clarisse la cui presenza sul web registra un incremento del 30%.

Sull’utilizzo dei social, sembra che sia stato lo stesso Papa Francesco lo scorso 22 luglio 2016 a fare richiesta tramite la Costituzione apostolica Vultum Dei Quaerere.

La stessa istruzione indica che “tali mezzi devono essere usati con sobrietà e discrezione, non solo riguardo ai contenuti ma anche alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione, affinchè siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione della vita fraterna».

Quindi «l’uso dei mezzi di comunicazione, per motivo di informazione, di formazione o di lavoro, può essere consentito nel monastero, con prudente discernimento, ad utilità comune», sono le indicazioni date.

Non ci stupisce visto che è lo stesso Bergoglio ad essere presente e assiduo frequentatore di Twitter, ritenuto a suo parere un mezzo di comunicazione vantaggioso per avvicinare la chiesa ai giovani.

Come lo stesso ha avuto modo di dire in favore della questione, le suore di clausura (ad oggi 37.970 nel mondo ) potranno accedere ai media e utilizzare i social ma solo «con sobrietà e discrezione» perché il rischio altrimenti è «svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole».

Il fenomeno delle suore che utilizzano i social era esploso già anni fa (nel 2015 per la precisione), portando ad una spaccatura dell’opinione pubblica.

Aveva infatti fatto riflettere (e anche sorridere) la risposta social delle clarisse cappuccine di Napoli alla comica Luciana Littizzetto la quale aveva commentato con una battuta un video diventato virale “non si capisce se le suore erano incontro al Papa perché non avevano mai visto un Papa, o perché non avevano mai visto un uomo”.

Nel filmato era ripresa la scena di alcune suore che “assalivano” papa Francesco durante una sua tappa nel Duomo di Napoli.

Poco dopo la battuta della comica in tv era arrivata la altrettanto ironica replica social della madre badessa Suor Rosa “non abbiamo saputo resistere, la sua vista ci ha estasiate”.

In generale, comunque, sono sempre di più le parrocchie che sbarcano sui social visto che nella hit parade generale l’utilizzo dei social da parte della chiesa ha avuto un incremento del 26,6%.

Staremo a vedere.

Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

La risposta è no. Pagare con lo smartphone anche in Italia non è più utopia. Viviamo in un’era in cui scambiare contatti, foto, video e canzoni tra uno smartphone e l’altro è pura quotidianità, non era inaspettato si arrivasse anche al denaro. Negli ultimi anni, infatti, si sono fatti strada decine di servizi che sfruttano la tecnologia NFC (Near Field Comunication) e non solo per effettuare pagamenti senza dover ricorrere al contante o alle carte di credito.

A dare il via a questa tendenza è stata Google nel 2011 con Google Wallet, che però non ha ottenuto il successo sperato ed è stata presto rimpiazzata dalla più recente Android Play.

Il servizio si è però diffuso con il lancio di iphone 6 e IOS 8, il primo cellulare di casa apple contecnologia NFC.

 

Come funziona il pagamento contactless?
È molto più semplice di quanto si pensi. Si comincia con lo scaricare l’applicazione che si vuole utilizzare e registrare all’interno del così detto wallet (una sorta di portafoglio digitale) le proprie carte di credito. Una volta entrati i un negozio basta attivare la tecnologia NFC nello smartphone e avvicinarlo al POS per effettuare il pagamento. Non sarà necessario di inserire la carta nel lettore e digitare il PIN. È tutto basato su un canale comunicativo protetto che permette il transito di tutti i dati necessari a concludere la transazione. La banca in pochi sencondi autorizzerà il pagamento e il POS potrà quindi emettere lo scontrino, o in caso contrario negherà il pagamento.

 

I vantaggi di questo nuovo tipo di pagamento sono molteplici. Innanzitutto il fattore tempo, la comodità di usare il proprio smartphone e la sicurezza: il cliente stesso può accettare la transazione tramite l’applicazione alla quale ha precedentemente collegato le sue carte. Tutti i dati relativi al pagamento vengono memorizzati sulla SIM del dispositivo in un’area protetta.

Vediamo le principali app per poter pagare tramite smartphone e come funzionano.

 

Apple Pay
L’app è stata lanciata nel settembre 2014 mentre in Italia dal 17 maggio 2017. È disponibile da iPhone 6 in poi e non solo, è scaricabile anche su iPad ed Apple Watch

 

Apple Pay sfrutta in sinergia il Wallet (un portafogli virtuale dove conservare i dati della carta di credito, buoni sconto, biglietti e carte fedeltà) e chiaramente la tecnologia NFC.

È possibile pagare con Apple Pay in Italia? Certamente ed è semplicissimo: per pagare basta avvicinare il proprio iPhone al POS. Si attende che Apple Pay carichi le carte di credito presenti all’interno del Wallet e si sceglie quella che si desidera. Grazie al sensore Touch ID si potrà autorizzare la transazione, mentre nel caso dell’iPhone X l’utente dovrà utilizzare il Face ID. In Italia Apple Pay per ora supporta le carte di debito e di credito di Unicredit, Mediolanum, Fineco, BCC, Carrefour Banca e Boon, ma il servizio dovrà essere esteso molto presto anche ad altre banche.

Se siete impaziente Apple Pay supporta il servizio Boon, che offre la possibilità di creare un carta di credito virtuale ricaricabile attraverso il proprio conto corrente. In questo modo anche se non si è cliente di una delle banche sopracitate si potrà comunque utilizzare Apple Pay per i pagamenti con lo smartphone.


 

Android Pay
Come detto Androd pay è erede del precedente e fallimentare esperimento della grande G: Google Wallet. L’app ha fatto il suo debutto negli Stati Uniti nel settembre 2015, mentre in Europa nella primavera successiva, mentre in Italia non è ancora disponibile. Il sistema è molto simile ad Apple Pay: il pagamento avviene tramite NFC, mentre per l’autorizzazione si può fare sia tramite chip biometrici (riconoscimento delle impronte digitali, riconoscimento facciale) sia tramite codice di sblocco. Google Pay è compatibile con un Grande numero di dispositivi, maggiore ad apple Pay: è sufficiente che lo smartphone abbia una versione di Android superiore a KitKat 4.4 e sia dotato di chip NFC.

Samsung Pay
Anche Samsung ha il suo metodo di pagamento contactless, lanciato con il Galaxy S6 inizialmente in Corea del Sud e man mano esportato nel resto del mondo, Italia compresa. Samsung Pay dal punto di vista tecnologico non si differenzia tanto da Apple Pay e Android Pay. Troviamo anche in questo caso: chip NFC per le comunicazioni, portafogli virtuale per salvare i dati della carta di credito e autorizzazione con riconoscimento biometrico. Per poter sviluppare il suo servizio contactless, Samsung ha acquistato la startup LoopPay. Il pagamento con Samsung Pay è similare a quelli già visti. Si inizia con la configurazione del dispositivo e della carta di credito, in seguito sarà sufficiente avvicinare lo smartphone al POS ed effettuare la scansione dell’impronta.

 

Satispay
Satispay è un servizio completamente sviluppato in Italia e che non necessita della tecnologia NFC. Vediamo come funziona nel dettaglio.

Installata la app bisognerà iscriversi al servizio e collegare il proprio conto corrente attraverso l’IBAN. In seguito è necessario impostare la somma da trasferire sul conto Satispay che potrà essere utilizzata per effettuare pagamenti con lo smartphone o per inviare soldi ad altri contatti. Il servizio è completamente gratuito e non prevede nessuna tassa per il trasferimento (ad eccezione fatta per alcuni istituti di credito). La app permette la comunicazione e la transizione solo tra account registrati. Quindi sia per effettuare il pagamento presso negozi, che per trasferire denaro è necessario che l’esercente o un nostro amico abbia un account attivo su Satispay. Al momento, in Italia, sono circa 18mila gli esercenti che supportano l’applicazione.

 

Jiffy
Un altro servizio che permette di effettuare pagamenti con lo smartphone senza l’uso della tecnologia NFC è Jiffy. Ma come funziona esattamente? Molto semplicemente quando ci si accinge ad effettuare un pagamento in un negozio, l’applicazione genererà un codice QR Code che il commerciante dovrà scansionare con il proprio smartphone. Sarà così possibile effettuare pagamenti e trasferimenti di denaro.

 

Vodafone Pay
Non potevamo non parlare di Vodafone, che a sua volta ha lanciato un’applicazione per i pagamenti contactless. Si chiama Vodafone Pay e funzionando attraverso PayPal non ha nessuna limitazione per quanto riguarda gli istituti di credito supportati. Per poter effettuare i pagamenti i soldi vengono direttamente scalati dal conto PayPal che è collegato a quello corrente. Aumenta così la sicurezza, infatti non bisognerà salvare all’interno dell’applicazione i dati della carta di credito, ma solamente quelli del conto PayPal.

 

Tinaba
Anche Tinaba è un servizio che permette il trasferimento di denaro e che non necessita della tecnologia NFC. L’app non si pone come un semplice digital wallet, ma come un ecosistema digitale con modalità tipiche dei social di condivisione ma trasferito nella sfera del denaro. È infatti possibile scambiare denaro con i propri contatti, condividere le spese con un conto condiviso, dividere un conto tra amici, raccogliere fondi per realizzare i propri progetti o per una giusta causa o risparmiare in automatico con i Salvadanai. Con Tinaba, inoltre, è possibile creare un profilo business per gestire le entrate e le uscite della propria attività commerciale e offrire ai propri clienti un’esperienza d’acquisto personalizzata. 

l’app è disponibile sia per IOS che per Android e prevede un portafoglio digitale che sarà possibile ricaricare tramite bonifico o con una carta di credito, di debito o prepagata. È possibile passare al Level B e ricevere una carta Tinaba prepagata e gratuita. Mentre con il Level A si arriva a sottoscrivere un vero e proprio conto corrente con Banca Profilo, partner in esclusiva, e si possono inviare fino a un massimo di 5.000 euro al giorno.

 

In conclusione si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo del commercio, che sta prendendo sempre più strada e abbattendo la tendenza italiana a preferire il contante. Niente più carte di credito e tanto meno soldi fisici, basterà usare i nostri dispositivi preferiti come smartphone, tablet e smartwatch.

Il fattore tempo ne decreterà la sempre più larga diffusione, basti pensare a tutte quelle situazioni in cui tirare fuori il portafogli crea rallentamenti o disagi: supermercato, metropolitana e parchimetro solo per cintarne alcuni.

si tratta quindi di una rivoluzione che andrà a beneficio non solo dei consumatori ma anche degli esercenti.

Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

Grazie all’industria 4.0 stiamo per entrare nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Anzi, probabilmente è più esatto dire che la stiamo già vivendo. La rivoluzione che si basa sul cambiamento dei metodi di produzione basato sul digitale è infatti già cominciata, dato che la prima volta che il termine “Industria 4.0” è stato utilizzato risale al 2011, durante una fiera sulle tecnologie industriali a Hannover, in Germania. Il concetto è poi stato sdoganato negli anni successivi da gruppi di lavoro del governo. La Germania infatti è oggi, non a caso, un paese all’avanguardia per quanto riguarda sia i processi di industrializzazione digitale, sia quelli di agevolazione delle startup a livello fiscale.

La quarta rivoluzione industriale
Per capire come mai si parla di Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, facciamo un piccolo ripassino di storia:

  • la prima rivoluzione industriale comincia nel 1784 con la nascita delle macchine a vapore. Si basa sullo sfruttamento di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
  • la seconda rivoluzione industriale invece comincia nel 1870 con l’inizio della produzione di massa. Ad essere sfruttato questa volta è l’utilizzo sempre più frequente dell’elettricità, affiancato dal petrolio come fonte energetica e dall’avvento del motore a scoppio;
  • la terza rivoluzione industriale arriva nel 1970 con la nascita dell’informatica, che permette di aumentare la produzione attraverso l’automazione data dai sistemi elettronici e dall’IT (Information Technology).

Come abbiamo già detto, la quarta rivoluzione industriale è quella che stiamo vivendo, e toccherà probabilmente ai posteri definire il momento esatto di qualcosa che adesso è ancora in divenire. È la rivoluzione che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa. Un mix tecnologico di automazione, informazione, connessione e programmazione, che deriva direttamente da quella “digital transformation” che sta investendo l’industria degli ultimi anni. Grazie all’uso della tecnologia digitale cambierà infatti il modo di lavorare ma anche la natura delle organizzazioni.

Gli elementi dell’industria 4.0
Sono 4 gli elementi fondamentali su cui si basa la rivoluzione 4.0:

  • L’utilizzo dei dati. È infatti intorno ad essi che si muove la potenza di calcolo delle macchine: i dati quindi vengono utilizzati come strumento per creare valore. All’utilizzo dei dati sono legati i concetti di big data, open data, Internet of Things, fino al cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni.
  • Una volta che i dati vengono raccolti, devono essere esaminati attraverso i cosiddetti Analytics, per capire come si possa, da essi, ricavarne un valore. Si mette in moto in questo modo quello che viene definito “machine learning”: le macchine capiscono come migliorare attraverso la raccolta e l’analisi dei dati.
  • L’interazione fra l’uomo e la macchina, che va dal semplice touch agli esempi di realtà aumentata.
  • Il passaggio tra digitale e reale, ossia come rendere questi dati raccolti e analizzati vera “manifattura”. Gli esempi classici sono la stampa 3D, la robotica, la comunicazione machine-to-machine e le nuove tecnologie che immagazzinano i dati in modo mirato, al fine di razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.

L’impatto dell’industria 4.0 sul mercato del lavoro
Parole come “automazione” o “robotizzazione” generano sempre un po’ di  timore. Ci si preoccupa che l’occupazione possa subirne delle conseguenze negative: in poche parole spaventa il rischio che le macchine possano sostituirsi completamente all’uomo nella produzione. Indubbiamente il mercato del lavoro subirà una radicale trasformazione, ma si stima che “una quota del 10% di lavoratori rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze” (da un’analisi del Sole24).

Alcune professionalità quindi potrebbero davvero scomparire, soprattutto per quanto riguarda le aree amministrative e quelle della produzione. Ma questa perdita verrà parzialmente ricompensata dalla nascita di nuove professioni e quindi nuovi posti di lavoro, legati all’area finanziaria, al management, all’informatica e all’ingegneria. Non si tratta quindi esclusivamente di perdere il lavoro perché sostituiti dai robot, ma piuttosto di una trasformazione dei lavori da eseguire, accompagnata da un aggiornamento del sapere. Di conseguenza cambiano le abilità richieste: accanto all’importantissima capacità di problem solving, saranno sempre più ricercate anche la creatività e il pensiero critico. Si tratta di un processo in divenire, ma che già vede, all’interno del mercato del lavoro, una domanda in ascesa per le figure di analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, ingegneri informatici ma soprattutto sviluppatori, in grado di trasformare aziende già esistenti in aziende pronte ai canoni dell’industria 4.0.

Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

Se ci pensate, la Sharing Economy nasce da un paradosso. Come possono infatti convivere in uno stesso concetto la condivisione e l’economia? La prima è basata su un insieme, un gruppo di persone che utilizza in comune una risorsa, un oggetto, uno spazio. La seconda invece si basa sulla vendita, cioè la cessione di una risorsa per un determinato prezzo. Com’è possibile che due teorie economiche tradizionalmente agli antipodi si possano fondere in un unico pensiero? La risposta è semplice: nell’era digitale tutto è possibile.

È infatti il digitale ad aver permesso la nascita di quella che possiamo definire “l’economia della condivisione”, quel modello a cui tutti possono aderire (a prescindere dalla professione o dalle proprie conoscenze in ambito economico) “con l’obiettivo di sfruttare l’efficienza della comunicazione hi-tech per risparmiare, per socializzare, per ottimizzare i consumi, per proteggere l’ambiente, per redistribuire il denaro o per instaurare comportamenti virtuosi” (definizione di Wired).

Quali sono gli obiettivi della Sharing Economy
Se andiamo ad analizzare la definizione di Wired, ci renderemo conto che la Sharing Economy nasce per motivazioni che vanno ben oltre la semplice volontà di guadagno. Ovviamente quest’ultima continua ad esistere, ma non è da sola.

  1. Innanzitutto, in un periodo in cui far parte del mondo social è come respirare, con la Sharing Economy si va incontro al desiderio di far parte di una community di cui ci si può fidare. E questo è possibile grazie alla cosiddetta “reputazione digitale”: la stessa per cui se fai il furbo o truffi qualcuno sarai bannato a vita, se invece sei affidabile riceverai recensioni positive che, in un moto circolare, ti porteranno altra fiducia in futuro (quindi altra possibilità di guadagnare o fare scambi).
  2. “Se non serve a me può servire a te” è un concetto che da una parte permette di dare agli oggetti inutilizzati una seconda vita, dall’altra aiuta a disfarsi delle cose che non ci servono più o a metterle a disposizione di altre persone nei momenti in cui non ci servono. Può essere allo stesso momento una fonte di guadagno per chi cede l’oggetto e un’importante fonte di risparmio per chi lo acquista.    
  3. in un periodo di crisi economica in cui per molti il mantra è la corsa al risparmio, la Sharing Economy aiuta e evitare di sprecare denaro e a ottimizzare i costi della vita.
  4. last but non least,  la tendenza delle nuove generazioni a essere più sensibili alle tematiche ambientali porta molta gente a cercare di mantenere uno stile di vita più sostenibile, evitando gli sprechi e cercando di inquinare il meno possibile.

Gli esempi classici della Sharing Economy
C’è un ambito che prima di tutti gli altri è stato esemplare per l’avvento e la diffusione della Sharing Economy: quello dei viaggi.

Le nuove generazioni sono sempre più abituate a condividere l’esperienza del viaggio, sia che si intenda un piccolo spostamento in città (è diffusissimo l’utilizzo di car sharing o bike sharing ormai presenti in molte città italiane, senza dimenticare esempi di app come Uber o Lyft), sia che si intenda uno spostamento più significativo (dalla condivisione del viaggio in macchina di BlaBlaCar a quella delle stanze libere della propria abitazione di Airbnb).

Risparmio, esperienza condivisa, facilità nell’utilizzo sono gli elementi fondamentali che ci spingono a utilizzare queste nuove forme di economia.

Ma non serve spostarsi da un luogo all’altro per capire quanto la Sharing Economy possa inserirsi nella vita quotidiana delle persone: un esempio semplice ma efficace di economia della condivisione sono i gruppi di Facebook basati sullo scambio o sulla vendita. Ce ne sono centinaia, diversi per categoria o luogo di appartenenza. Hanno nomi tipo “vendo e compro a…” e, per le grandi città come Milano o Roma, la divisione avviene addirittura per quartieri. Il meccanismo è semplice, e si basa sul già citato “se non serve a me può servire a te”. La persona che vende si disfa di un oggetto che non le serve più, mentre quella che compra lo fa a un prezzo agevolato, risparmiando. Funziona soprattutto su beni di consumo il cui utilizzo si basa sul ricambio continuo, come l’abbigliamento o gli articoli per l’infanzia. Ovviamente oltre ai gruppi Facebook ci sono tutta una serie di piattaforme e app che funzionano sullo stesso meccanismo: da Ebay a subito.it o secondamano, fino a Depop, il cui claim, non a caso, è “ogni oggetto ha una storia da raccontare”.

Le Novità
Se condividere un passaggio in macchina con Blablacar o utilizzare un sito come subito.it per disfarsi di oggetti che non utilizziamo più è diventata ormai prassi quotidiana, è vero che ogni giorno nascono nuove app o piattaforme di condivisione sempre più strane e particolari.  Ad esempio Gardensharing, per chi non ha una stanza da mettere a disposizione ma un giardino; oppure Sailsquare, che connette chi ha voglia di provare l’esperienza della barca a vela (considerata da sempre un lusso per pochi) con chi ne possiede una e non vuole tenerla ferma per troppo tempo. Molte sono anche le app che fanno riferimento alla condivisione del cibo: da Olio a Gnammo, tante soluzioni per non sprecare la roba avanzata o per organizzare cene condivise.

Ma è con TogetherPrice che si arriva alla apoteosi della Sharing Economy: la condivisione della condivisione. Cosa significa? Che tramite questa piattaforma potrete trovare persone con cui condividere tutti quei servizi che funzionano attraverso multi-account o multi-licenza (Netflix, Spotify etc…). Insomma, le vie della Sharing Economy sembrano veramente infinite.

Per chi volesse saperne di più il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sharing Economy è http://www.sharingitalia.it.

Fake News: tutta colpa di Internet?

Fake News: tutta colpa di Internet?

Forse è solo tutta colpa di internet. Ormai è diventato impossibile tenere il conto delle bufale messe in giro. E in effetti, da qualche tempo, è diventata una consuetudine vedere il web e i social media invasi da fake news o notizie distorte. E, come se questo non bastasse, sempre più spesso la comunità scientifica viene presa di mira, bollata come inaffidabile e corrotta. Credere che ci sia una relazione fra i vaccini e l’insorgere dell’autismo è una delle bufale più diffuse in ambito medico che ha scaldato, negli ultimi mesi, non pochi animi

Vero come la finzione
Circa cinquant’anni fa si diceva che la libertà poteva essere minacciata dalla scarsità delle informazioni, e invece oggi è esattamente il contrario. La rete, con la gran massa di informazioni che produce e smaltisce, ci appare problematica e ambigua, tanto ricca di opportunità quanto di insidie. In realtà sembra che i media e la rete non siano più dei semplici mezzi di comunicazione, anzi sono entrati in maniera così forte nella vita di tutti i giorni, da apparire ormai come il nostro vero e proprio habitat. È come se i nuovi medium fossero diventati veri e propri costruttori di realtà, aldilà della realtà stessa. Siamo davanti ad un depotenziamento del reale a vantaggio delle sue rappresentazioni, spesso false. Dalla vacanza al mare, alla morte di un vip, dall’attentato terroristico fino all’after party del weekend, tutto, insomma, sembra fatto per darne notizia sui social. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione di ogni piccolo frammento di vita, e poco importa se ciò che è appena stato condiviso sui social è reale oppure no.

Non è vero ma ci credo
Il 2017 è stato sicuramente l’anno delle bufale, l’espressione fake news è stata talmente citata che il Collins Dictionary Word l’ha scelta come espressione del 2017, mentre Wikipedia l’ha inserita tra le nuove voci, insieme a bufala e post-verità. Ma cosa ci spinge a credere alle fake news? Probabilmente la portata delle notizie false, che di solito citano fonti credibili, ma non veritiere, o ancora un particolare trasporto nei confronti della news. Tutto ciò ci induce a credere e ricondividere ciò che in realtà non esiste. Perchè molti giovani non sanno riconoscere le bufale? Uno studio dell’Università di Stanford ha provato a fornirci una risposta. Nel rapporto si definisce deprimente la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet. I nativi digitali che possono, senza problemi, passare da Facebook ad  Instagram pianificando le diverse pubblicazioni ed hashtag performanti, quando devono valutare un’informazione che passa attraverso i social media vengono facilmente ingannati. Tra gennaio del 2015 e il giugno del 2016 i ricercatori hanno sottoposto gli studenti di scuole medie, superiori e universitari in 12 Stati a 56 diverse prove: in ognuna di esse lo studente doveva stabilire se e quanto erano affidabili le informazioni digitali presentate e per quale motivo.

I ricercatori dopo aver analizzato quasi 8mila risposte si sono accorti che la situazione era molto più grave del previsto. Ma non sono solo le bufale a preoccupare, lo studio ha anche evidenziato che i giovani non sanno riconoscere un contenuto pubblicitario da una notizia. Il problema non sono le pubblicità tradizionali, ma il native advertising. Quasi l’80% degli studenti di scuola media intervistati non ha capito, per esempio, che la scritta “contenuto sponsorizzato” indicasse  un’inserzione pubblicitaria.

Smascherare una bufala? Si potrebbe insegnare a scuola
Le fake news sono perennemente accessibili grazie a internet, mentre parallelamente si è indebolito il controllo dei contenuti da parte dei media. Questo significa che ogni cittadino ora deve cominciare, e imparare, a pensare un po’ come un fact-checker. Per combattere la disinformazione  perché non giocare d’anticipo e insegnare fin dalla scuola un metodo per riconoscere le bufale? Invece di limitarsi a smascherare le bufale, si potrebbero offrire strumenti di ragionamento per sviluppare il pensiero critico. È su queste basi che nasce in Uganda il progetto Informed Health Choices nato su ispirazione del best seller Testing treatments (Dove sono le prove?) scaricabile da qui. Il team dell’Informed Health Choices si ripromette, quindi, di insegnare al pubblico a farsi le domande giuste quando sono di fronte a un’affermazione che riguarda la salute.

È tutto un business
Lo scorso novembre un’inchiesta di Buzzfeed ha smascherato una rete di siti italiani creati appositamente per diffondere fake news, notizie copiate e disinformazione. Un vero e proprio business costituito da un network di 170 domini internet e diverse pagine facebook, tutte di proprietà della società Web365. I contenuti appartengono ad alcune categorie ben riconoscibili all’alto potenziale virale: articoli contro gli immigrati o che esaltano posizioni nazional popolari, pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo e sul clickbaiting. BuzzFeed ha analizzato le interazioni e le condivisioni che i post di queste pagine hanno generato: in molti casi venivano addirittura superate grandi testate nazionali. Che dire poi del business delle fake news alimentari che promettono tutte la stessa cosa:  vivere più a lungo, perdere peso in fretta, renderci più belli. E a testimoniare il successo di diete o alimenti ci sono spesso star della tv, vip e influencer che contribuiscono alla causa postando ogni giorno sui propri profili social immagini in cui consumano questi prodotti. Il messaggio, accompagnato spesso da un codice sconto con referral link, è chiaro e semplice: puoi diventare esattamente così a patto di seguire questa dieta, comprare quel libro o bere tutti i giorni almeno due tazze di thé.

Come Facebook combatte le fake news
È di pochi giorni fa la notizia della minaccia del colosso pubblicitario Unilever, il secondo più grande inserzionista al mondo (l’anno scorso ha investito in adv digitale più di 9 miliardi di dollari), che ha fatto sapere a Facebook e Google di smettere di fare pubblicità sulle loro piattaforme se non faranno di più per combattere le fake news.  Ed ecco che il team di Zuckemberg  qui la nota ufficiale si mette all’opera introducendo una nuova misura per contenere le fake news affidandosi alla voce e al parere di chi conta di più: gli utenti. Saranno le persone a dire se si fidano delle testate da cui apprendono informazioni e, più una fonte sarà ritenuta attendibile, più i contenuti che pubblicano guadagneranno visibilità nel News Feed. Una funzione che ridurrà sensibilmente la quantità di informazioni che transitano per i feed ma che andrà a migliorarne la qualità. Quando una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà l’analisi scritta da chi l’ha verificata, nella sezione sottostante. In Italia con la collaborazione e il supporto di Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles, si potrà segnalare una storia giudicata falsa. Se la storia dovesse essere inventata o parzialmente non vera, sotto al post dell’amico (che sarà avvisato con una notifica di aver condiviso una fake news), Facebook mosterà un riquadro in cui farà vedere l’altra versione dei fatti con l’analisi degli esperti, togliendo importanza alla condivisione dal flusso del news feed. Se invece l’articolo risulterà essere fondato, il social introdurrà una sorta di etichetta che farà da garante sulla veridicità della storia.

Bufale e legalità
Dal 1° gennaio in Germania è entrata in vigore la prima legge al mondo contro i post offensivi, le fake news e l’odio online. Costringe i social network con più di due milioni di iscritti a cancellare i contenuti diffamatori presenti al loro interno, pena sanzioni che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro. Secondo un’inchiesta di Deutschlandfunk nel primo mese, l’Ufficio federale di giustizia che controlla la legge ha ricevuto solo 98 reclami.
Anche la Francia sta lavorando alla sua legge contro le fake news. Annunciata il 4 gennaio scorso dal presidente Macron si chiamerà legge sulla fiducia e l’affidabilità dell’informazione. La legge antifake news sarà promulgata entro maggio.
E in Italia? Dal 18 gennaio è attivo il nuovo servizio dalla Polizia postale che ha lanciato il progetto Red button. Il cittadino è in grado di segnalare alla Polizia.

l’esistenza di fake news. Qualora venga individuata con esattezza una bufala, sul sito del Commissariato di ps online e sui canali social istituzionali verrà pubblicata una smentita.

Bad News: il vaccino contro le bufale
Si tratta di un gioco e contemporaneamente di un esperimento sociale è Bad news che invita l’utente a mettersi nei panni di un creatore di bufale. Il gioco è stato realizzato da un team dell’università di Cambridge assieme ad un collettivo di giornalisti e ricercatori olandesi DrogL’ambizioso obiettivo? Svelare i meccanismi della falsificazione in rete: come nasce una notizia falsa, come si diffonde, che effetti provoca contro la rapida diffusione della disinformazione. Nel gioco il player deve riuscire a creare il caos, aumentando consenso usando l’unica arma delle notizie false, il tutto mantenendo un buon punteggio di credibilità per rimanere il più persuasivo possibile. Il tutto è abbastanza realistico. L’idea di base dell’esperimento è quello di fungere da una specie di  vaccino contro le fake news; vestendo i panni di qualcuno che tenta di ingannare dovresti diventare abile ad individuare e smontare quelle stesse tecniche. Il rischio, però, è che diventi una palestra dove chi già lavora con le fake news può allenarsi. Staremo a vedere, fra sei mesi, infatti, risultati saranno pubblicati su una rivista scientifica.