CROWDFUNDING, DAL RILANCIO POST-LOCKDOWN AL MERCATO UNICO EUROPEO FINTECH, SOSTENIBILITÀ: IN ITALIA PIÙ DI 390 MILIONI DI EURO RACCOLTI SOLO NELL’ULTIMO ANNO

Nella fase di rilancio delle aziende anche il crowdfunding può essere un incentivo. Se infatti il tema centrale della prossima edizione dei Digital Innovation Days è il percorso “dal Lockdown alla ripartenza”, questa forma di investimento dal basso costituisce un’opportunità per ripartire, grazie anche alla prospettiva offerta dall’Unione Europea

L’ipotesi infatti è quella di creare un mercato unico europeo per l’equity crowdfunding (finanziamento di un progetto in cambio di quote) e il lending (prestito con interessi), limitato alle campagne con tetto massimo di 5 milioni di euro e per iniziative dedicato allo sviluppo di startup e PMI

La normativa potrebbe entrare in vigore già nel 2021, a seconda dei tempi di approvazione del Parlamento Europeo: una tempistica che potrebbe aiutare il trend di crescita degli investimenti. In Italia, infatti, i progetti di crowdfunding hanno registrato +56% per l’equity e 52% del lending nel periodo luglio 2019 – giugno 2020, con quasi 391 milioni di euro raccolti, nonostante l’emergenza Covid-19 (dati Report Osservatorio Enterpreneurship & Finance del Politecnico di Milano).

Se l’Italia oggi è al quarto posto tra gli investitori europei, è interessante rilevare come il crowdfunding non sia più solo appannaggio di grandi investitori, ma al contrario sia sempre più frequente la partecipazione di piccoli contributori (dati Starteed) e su progetti molto trasversali, dal Fintech alla Sostenibilità.

Tra i casi nazionali più interessanti possiamo citare Coderblock su Mamacrowd: nata durante il lockdown per ovviare al problema del rientro in ufficio e rivolta soprattutto alle PMI, offre soluzioni di collaborazione sul modello smartworking, riproducendo le dinamiche di uno spazio reale (con un finanziamento di oltre 294.000€); sempre su Mamacrowd è stata lanciata Airlite, che con una raccolta di investimenti di 938.000€, ha sviluppato una tecnologia per purificare l’aria. 

Passando invece a Two Hundred Crowd, è impossibile non citare Soisy, una piattaforma che consente agli utenti di acquistare servizi a rate tramite e-commerce grazie a prestiti di privati e che in meno di 12 ore ha raccolto più di 1,3 milioni di euro, e Splitty Pay, un sistema di shared payment per suddividere le transazioni per incrementare le vendite e migliorare l’acquisto (150.000€).

Infine, restando nel settore Fintech, ricordiamo iCashly, lanciata su Crowdfundme, che con un overfunding di 152.000 € offre servizi di pagamento e investimento digitali, ambiti in decisa espansione.

 

Francesca Tommasi

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La qualità della vita digitale in Italia

Divisumma 14. Un nome che farà suonare pochi campanelli. Eppure a questo nome risponde uno dei prodotti più rivoluzionari che il made in Italy abbia mai lanciato sul mercato. Si tratta della prima calcolatrice elettromeccanica al mondo, in grado di eseguire le quattro operazioni. Prodotta nel 1945 da un’azienda di Ivrea che aveva sul tetto della propria sede la scritta: ING. C. OLIVETTI & C. PRIMA FABBRICA NAZIONALE MACCHINE PER SCRIVERE. Da quell’edificio a due piani dai mattoni rossi uscirà, ad inizio anni ’60, la Programma 101, uno dei primi – per alcuni il primissimo – personal computer programmabile della storia. Il motto di Olivetti è un inno alla tenacia: “I tuoi sogni diventano soluzioni”. Se potessimo per un attimo esercitare l’immaginazione e visualizzare la rivoluzione digitale come un guerriero esotico e onirico, sembrerebbe ovvio che questo di Olivetti possa essere l’unico urlo di battaglia possibile. Il digitale è tuonato sull’interpretazione del mondo, cambiando e rivoluzionando i paradigmi conoscitivi. In Italia la riformulazione della visione degli assetti economico-sociali per mano del digitale, è un percorso che sembra essere giunto ad oggi con meno mordente di quella Olivetti degli anni ’40. L’annuale index di Surfshark che stima il Digital Quality of Life (DQL) di 85 paesi (81% della popolazione mondiale), ha inserito l’Italia al ventesimo posto complessivo, al 41esimo per connessione internet e al 54esimo per infrastrutture elettroniche. Ma cosa si intende nello specifico per qualità della vita digitale? Per Surfshark è una valutazione fondata su cinque fattori essenziali:
1. Sostenibilità economica dei servizi Internet: il costo e la velocità di fruizione dei servizi legati a connessioni domestiche e mobili;
2. Qualità dei servizi Internet: le loro performance in termini di stabilità e velocità;
3. Infrastrutture: il numero di cittadini connessi per 100 abitanti e livello di avanzamento nell’agenda digitale;
4. Sicurezza elettronica: legata alle misure normative che ogni paese metto in atto per arginare e prevenire attacchi informatici e dalle azioni finalizzate alla tutela della privacy;
5. Livello di informatizzazione dello stato cioè il grado di digitalizzazione dei servizi online al cittadino.
Seppur non occupiamo il gradino più basso del podio, i dati costringono ad una riflessione che risulta ancor più urgente nell’epoca post-Covid. Proprio all’impatto del Covid19 sullo stato di salute digitale dei paesi, infatti, è stata dedicata una parte dell’analisi di Surfshark che ha sottolineato come il lockdown abbia fatto emergere imponenti problematiche legate all’inadeguatezza delle infrastrutture nella prospettiva improvvisamente concretizzatasi di smart working. Questo stato di cose ha, secondo l’analisi citata, paralizzato con problemi consistenti ben 49 paesi su 85. L’associazione tra internet, rivoluzione digitale e consapevolezza deve essere uno stadio evolutivo fondamentale per emancipare l’approccio all’innovazione di una comunità. Il web deve auspicare ad essere un luogo proiettato verso l’orizzontalizzazione degli accessi. Un topic estremamente spigoloso nell’odierna Italia ritrovatasi frammentata e travolta dalla moltitudine delle nuove esigenze digitali emerse in seguito alla pandemia. Se il grado del DQL peninsulare è influenzato parzialmente dallo scheletro infrastrutturale, però, è altresì da considerare il dato dell’alfabetizzazione digitale. Come riportato da CENSIS a inizio 2020 nel 16° Rapporto sulla comunicazione: “Il 25,0% degli italiani ammette di non possedere le competenze necessarie. I valori più bassi si registrano tra chi ha tra i 30 e i 44 anni (8,0%) e tra i più istruiti (11,4%), alla pari con i più giovani (11,5%): sono questi i soggetti meglio attrezzati per vivere nell’ambiente digitale. Mentre il 57,3% delle persone anziane confessa un totale deficit di competenze”.
Con Gaetano Di Tondo, VP, Institutional & External Relations Director in Olivetti, ospite della Sala Centrale dei #DIDAYS20, cercheremo di analizzare alcuni esempi di realtà che hanno visto nel lockdown un’occasione per traghettare il proprio lavoro nell’universo digital. Come Camillo Olivetti riportò dal suo viaggio a Chicago l’esperienza della potenza applicativa dell’elettricità, plasmando da questa sperimentazione una delle aziende più innovative e pionieristiche del nostro Paese.

 

Valentina Spasaro

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La reazione delle imprese al lockdown: l’accelerazione digitale in Italia.

La situazione sopravvenuta causa pandemia COVID-19 ha fatto in modo che cambiassimo abitudini sociali, costretti, si, ma nella costrizione ognuno ha trovato una via di uscita dall’isolamento. 

Tra i sistemi per intrattenersi, c’è stato quello di utilizzare i social media, durante il periodo marzo-giugno 2020 si è registrato un aumento del 43% dell’utilizzo dei social che ha portato per la prima volta a raggiungere il 51% della popolazione mondiale (rispetto a quelli che non li usano), sfiorando i 4 miliardi di persone nel mese di luglio 2020. 

 

Come hanno reagito le aziende?

I primi sforzi sono stati messi nell’organizzazione del lavoro da remoto, fornire gli strumenti ai dipendenti e dare accessi cloud per consentire il lavoro da casa. 

Tante le difficoltà: connessione lenta, abitudini differenti, figli a casa da gestire con la scuola on line, nuovi spazi da condividere.

Si è parlato tanto di smart working, un concetto complesso che comprende un accordo tra datore di lavoro e dipendente per realizzare il proprio incarico senza vincoli di orari, spaziali, con una organizzazione per obiettivi o fasi, un cambio di gestione del lavoro che consente una migliore conciliazione tempi di vita e lavoro.

In tanti hanno messo in campo il lavoro da remoto, alcuni lo smart working: con le video call ci si è potuti dare gli obiettivi e verificare gli step di avanzamento lavori. Ad esempio Zoom a marzo ha dichiarato di aver raggiunto picchi da 200 milioni di partecipanti ogni giorno, rispetto ad una media di 10 milioni registrata nelle fasi precedenti all’emergenza sanitaria. La diffusione delle videochiamate ha fatto in modo che Facebook integrasse entro il mese di maggio le “stanze”, proprio derivante dalla piattaforma di cui prima, non dimentichiamo che uno degli scopi del social di Zuckerberg è quello di far rimanere il pubblico nel social media.

Le Live su Facebook e Instagram sono state un modo per intrattenere e formare le persone a distanza, raddoppiando le visualizzazioni.

 

La spesa pubblicitaria mondiale ha subito un ribasso di 50 miliardi di dollari, fino all’8,1%, soprattutto i settori viaggi e turismo(-31,2%), intrattenimento e attività ludiche(28,7%), servizi finanziari (-18,2%), vendite al dettaglio (-15,2%) infine il settore automobilistico (-11,4%).

Conseguentemente alle riduzioni generali degli investimenti in Ads di Facebook e Google, abbiamo un aumento dei risultati organici dei contenuti, e un ottenimento di migliori risultati con minori investimenti in advertising.

 

All’inizio di marzo le aziende hanno chiuso le proprie sedi, chi aveva un e-commerce ha avuto diverse reazioni in base all’area di interesse:

grande distribuzione, food delivery e negozi di vicinato hanno registrato una crescita del 16%, il settore Pharma ed editoria, sono cresciuti. Da segnalare anche +32% sport e Benessere, +39% macchine caffè, +81%giardinaggio +240%beni legati alla sfera sessuale.

 

Parte del traffico dei nuovi utenti proviene dai social media (24%), ma dove si trovano le aziende?

I social preferiti dalle aziende italiane sono Facebook (53%), Instagram (40%)  che con la possibilità di acquistare i prodotti era preferito in alcuni casi a Facebook, equilibrio che potrebbe cambiare dato che Facebook ha introdotto a maggio SHOPS, la vetrina di prodotti per l’acquisto. Seguono Youtube, Linkedin e Whatsapp.

 

Per una corretta strategia l’equilibrio tra i vari media è fondamentale, analizzare le performances dei vari strumenti consente una buona gestione del budget  e la flessibilità per seguire il mercato.

Per alcuni la sfida sarà mantenere i trend positivi registrati, per altri sovvertire l’andamento negativo, una cosa è certa, il Digital marketing è un asso da giocare in ogni partita!

 

Se vuoi essere aggiornato partecipa al DIDAYS2020 il 29 e 30 ottobre 2020. Fino al 31/8 puoi acquistare il tuo biglietto scontato a soli 79,00€!

 

Sara Brugnoni

Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

CEO di Santafranca60 

Communication Manager Raja Italia

Fonti: Wearesocial Digital 2020 in Italy – WARC Global Advertising Trends –  facebook.com/business – CA E-commerce in Italia 2020.

 

UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Romolo De Stefano

UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Intervista a Romolo De Stefano, Presidente della Fondazione Ateneo Impresa

Buongiorno Romolo,

abbiamo avviato con piacere una partnership tra DIDAYS e Fondazione Ateneo Impresa, ci racconti qualcosa delle vostre iniziative? In particolare, che cos’è The Future School?

The Future School è un progetto di formazione avanzata costituito da Scuole di Alta Specializzazione “verticali” orientate alle Professioni del Futuro: la prima, The Blockchain Management School, è già partita con grande successo, a breve seguirà The Artificial Intelligence School,  ed altre focalizzate sui megatrend strategici del digitale sono in procinto di prendere avvio.

Da chi è stato promosso il progetto “The Future School”?

Dalla Fondazione Ateneo Impresa, organismo che opera per favorire la crescita e la valorizzazione della persona e dei giovani talenti e che coinvolge nei Comitati d’Onore e Scientifico illustri personalità dell’economia, dell’impresa, della cultura, della scienza e delle istituzioni, in collaborazione con Officina Visionaria, The Business Factory.

Ateneo Impresa ha una storia importante. Qualche dato?

Ateneo Impresa nasce nel 1990 e si posiziona come una tra le più qualificate Business School italiane, tra i leader nella formazione alle professioni emergenti e punto di riferimento per l’Alta formazione manageriale post-laurea: 32 patrocini istituzionali, 182 progetti di comunicazione, più di 200 formatori e testimonial, circa 10.000 ex allievi, oggi manager, professional ed imprenditori, 77.300 richieste di iscrizione a corsi e master, oltre 115.000 ore di formazione, circa 3.500.000 € di borse di studio erogate, oltre 750 aziende partner. Per quanto riguarda il placement, ad esempio dei Master, si è attestato storicamente tra l’80% e il 90% entro sei mesi dalla conclusione del corso.

Che obiettivi ha The Future School?

Coprire un vuoto strategico: formare professionisti e manager altamente richiesti dal mercato. Oggi le imprese hanno bisogno di nuove figure tecniche e gestionali fondamentali per presidiare la “digital trasformation”e governare l’impatto delle nuove tecnologie: blockchain specialist, blockchain manager, data scientist, big data analyst, IoT specialist, chief digital officer, social media specialist, digital marketer, growth hacker,  cyber security manager …

Queste tipo di specializzazioni creano sbocchi occupazionali validi? Quali opportunità si possono segnalare?

Abbiamo fatto una scelta strategica a monte: solo percorsi di formazione avanzata di qualità che generino figure specialistiche nel solco dei grandi Megatrend. Sono migliaia già oggi le richieste inevase e molte di più lo saranno nel prossimo decennio se non si formeranno le nuove professionalità. Grandissime quindi le opportunità di sbocchi lavorativi, con ruoli molto ricercati e ben retribuiti.

A chi si rivolge?

A giovani che vogliano intraprendere un percorso di alta specializzazione per costruire un progetto di carriera credibile e posizionante, a manager che vogliono acquisire le competenze innovative per favorire la competitività dell’azienda per cui operano, ad imprenditori che intendono evolvere e sviluppare il business della propria impresa

Ci parli di The Blockchain Management School? Come è organizzata?

Ogni Scuola ha una precisa identità e missione: niente “tuttologia” ma solo contenuti “verticali” in grado di trasferire metodi gestionali e tecniche applicative fondamentali per operare da protagonisti nel mercato del lavoro. Per esempio, The Blockchain Management School, promossa in collaborazione con Blockchain Core, è la prima Scuola di formazione manageriale in Italia dedicata esclusivamente alle diverse potenzialità ed applicazioni della tecnologia più dirompente e rivoluzionaria dopo internet. Abbiamo la fortuna ed il piacere di avere con noi tra i più rappresentativi esperti come, ad esempio, Gian Luca Comandini, esperto del Mise che è anche il Direttore del Master, Laura Cappello, Tech Lawer Direttore Scientifico della Scuola, Massimo Chiriatti di IBM, co-estensore del Manifesto Blockchain Italia, Federico Tenga, tra i fondatori di Chainside, Giorgio Mazzoli, co-founder ASSOB.it, Francesco Redaelli, co-founder CryptoCoinference

Quali tipologie di corsi offre?

I corsi sono progettati per rispondere alle diverse esigenze: Master Lab in formula week end, compatibile con impegni di studio e lavoro; Boot Camp, “percorsi di addestramento” intensivi su competenze mirate; Workshop specialistici con focus su tematiche verticali; Conference Days, “appuntamenti con il futuro”: esperienze, trend, novità.

Sappiamo che si è da poco conclusa la prima edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management ed è al via la seconda edizione proprio in questi giorni. Come sta procedendo?

Molto bene! L’indice di soddisfazione degli allievi della prima edizione è stata pari al 93% e ciò conferma che unire professionalità e passione produce sempre i migliori risultati. La seconda edizione è al completo e la terza, la cui partenza è prevista per i primi di febbraio, si stà formando con grande rapidità vista la forte domanda.

Riservate particolari agevolazioni per chi volesse partecipare? Esistono Borse Di Studio?

 Sono ben 16 le Borse di studio messe a disposizione dalle aziende partner ed altre se ne aggiungeranno certamente a breve. Ciò favorirà la possibilità di frequenza di chi vuole specializzarsi in un ambito professionale ad altissimo tasso di crescita. Tutte le agevolazioni sono illustrate sui siti www.theblockchainmanagementschool.it e www.ateneoimpresa.it  ma vista l’altissima richiesta è molto probabile che vengano assegnate rapidamente.

Come mai hai deciso di stringere una partnership con Digital Innovation Days?

Perchè Digital Innovation Days è ormai l’evento di riferimento in ambito Digital, trattando con ospiti di prestigio, testimonial di eccellenza e case history di successo i temi più innovativi, anticipando spesso i mega trend che stanno già rivoluzionando il mondo delle imprese.

Quali potranno essere le prospettive di questa collaborazione?

Ritengo che la partnership possa solo crescere, condividendo le rispettive esperienze e integrando le nostre storiche competenze formative, oggi orientate alla nascita di una nuova generazione di professionisti e manager in ambito Blockchain, Artificial Intelligence e Digital Innovation, con le eccezionali capacità divulgative che caratterizzano l’evento. Inoltre, il carisma e l’appassionata dedizione della CEO Eleonora Rocca, sono garanzia di qualità e valore del progetto.

Quali sono i prossimi “appuntamenti con il futuro”?

11 Ottobre, 8 Novembre e 6 Dicembre , presso la nostra sede in Villa Federlazio, a Roma, porte aperte per conoscere da vicino la 3° edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management.

Grazie a Romolo De Stefano, complimenti e … in bocca al lupo per la vostra attività!

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

 

Essere imprenditori nel mare magnum del mercato digitale non è un gioco da ragazzi. Essere leader di un team, poi, è ancora più difficile. Eppure, c’è ancora chi ha la voglia di osare e di inventare qualcosa che sia più di un’agenzia: una realtà che comunichi non solo perché si occupa di comunicazione, ma che investa e creda nelle potenzialità del digitale e nella loro continua evoluzione. Abbiamo quindi intervistato Luca Valente, CEO di Ploomia, Digital Marketing Agency con sede a Roma che in soli quattro anni si è già distinta nel panorama italiano per l’elevata professionalità e lo sguardo costantemente rivolto all’innovazione.

Luca, prima di fondare Ploomia hai lavorato per molto tempo come freelance: dov’è nata la necessità di creare qualcosa di tuo?

Dalla voglia di libertà e indipendenza. Poter scegliere come organizzare la propria quotidianità, quali momenti ritagliare per se stessi, per i propri hobby. Non sottostare alle regole stringenti dell’orario di ufficio. Scegliere di poter andare a giocare a tennis alle 11 mentre gli altri sono seduti sulla scrivania a osservare il PC o mentre masticano nervosamente l’ennesima chewing gum nella prima delle tante noiosissime riunioni del lunedì. Pensavo fossero queste le motivazioni che mi hanno portato ad aprire partita IVA e ad iniziare il percorso da consulente. Almeno inizialmente è stato questo. Poi con la consapevolezza, con i primi clienti, le prime sfide, i primi riconoscimenti ho capito che libertà e indipendenza sono solo un’illusione, un sogno da “ragazzo” e che la motivazione reale è quella di costruire la tua strada, di creare qualcosa che parli di te, che gli altri riconoscano, che possa anche solleticare il tuo orgoglio.

Attualmente lanciare una startup è il sogno nel cassetto di molti, ma la paura spesso la fa da padrone. Quali sono i falsi miti sull’imprenditoria e quali sono invece le reali difficoltà?

È un sogno di molti, ma probabilmente artificiale e indotto dai trend e dal cambiamento del contesto in cui ci muoviamo. Il mito del posto fisso oramai fa parte del passato e quindi per necessità i ragazzi sono quasi costretti a doversi inventare il lavoro. Fatico molto a convivere con il concetto di startup, almeno nella declinazione italiana dove, un po’ per la nostra predisposizione, un po’ perché è quello che ci raccontano i media, è tutto bello, fantastico, raggiungibile. Quindi facile. Le difficoltà principali oggi, oltre ovviamente alle ataviche condizioni della burocrazia italiana, sono proprio queste. Viviamo in una sorta di sovraeccitazione per il ruolo, quello dello startupper, e sui concetti di pitch, finanziamento, exit come se l’unica strada percorribile fosse quella di attendere che qualcuno si faccia carico delle nostre responsabilità. Preferisco concetti come il “fare impresa”, dove l’attenzione è sull’idea, ma ancor di più sulla ricerca ossessiva ed estenuante di come farla fruttare, renderla sostenibile e fare in modo che generi fatturato e possa pagare degli stipendi. Gli “unicorni”, le exit miliardarie sono un bel sogno ed è bene che si continui a cercarle ma è fisiologicamente impossibile che ci siano 100.000 Zuckerberg.

Ploomia è un’agenzia relativamente giovane, ma che vanta già case history e clienti di alto livello: ti aspettavi questi risultati e soprattutto cosa ti aspetti per il futuro?

Abbiamo da poco festeggiato 4 anni di età e nel primo semestre 2019 superato il risultato economico realizzato lo scorso anno. Quando con il mio socio Federico abbiamo deciso di intraprendere questa strada avevamo in mente un’idea ben chiara di agenzia: non semplici fornitori di servizi ma partner nell’ambito delle attività di marketing e nei processi di digital transformation delle realtà con cui avremmo collaborato. Speravamo che il nostro modello, basato su alta specializzazione delle figure professionali e customizzazione dei servizi, potesse essere apprezzato positivamente da clienti e mercato, ma eravamo anche ben consapevoli delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare inizialmente per trasmetterne le peculiarità. Solo grazie alla perseveranza, all’ambizione e alla ossessione per il dettaglio oggi siamo una realtà emergente del panorama digital in Italia e queste qualità sono fondamentali sia per continuare a crescere, sia per affrontare il percorso di internazionalizzazione che andremo ad intraprendere.

Il team di Ploomia è composto principalmente da giovani, quindi immaginiamo che il clima in ufficio sia molto…allegro: quanto è importante la scelta delle risorse umane e quanto conta fare teambuilding in un’azienda?

Se vendi intelligenza le persone sono fondamentali. Di conseguenza la scelta delle persone è un aspetto cruciale del tuo business se vuoi che i clienti ti scelgano e soprattutto continuino a collaborare con te. Chi si rivolge a noi chiede strategie vincenti e supporto operativo ma soprattutto visione e risposte che in un mondo in continua evoluzione può dare solo chi ha intrapreso un percorso di formazione e aggiornamento continuo. Abbiamo prestato particolare attenzione alla costruzione del team e i nostri impegni maggiori oggi sono rivolti a questo: a mantenere alto il livello di partecipazione e affiatamento nei progetti che seguiamo, a incentivare la crescita e l’aggiornamento professionale, a invogliare le occasioni di networking, a stimolare la creatività di tutti e la condivisione di idee. Si cresce come azienda se ognuno nel suo piccolo è coinvolto in un personale percorso di crescita, sia umano che professionale. I clienti lo notano e chi ci ha scelto, oggi, percepisce l’energia e la passione del nostro team.

Infine, quale messaggio porta con sé Ploomia ai Digital Innovation Days?

Saremo presenti ai Digital Innovation Days con tutto il nostro entusiasmo e la nostra passione per portare la testimonianza che alla lunga la qualità premia, ma che bisogna costantemente mettere in discussione le proprie certezze se si vogliono ottenere risultati duraturi. Una audience di Facebook esaurisce la propria portata nel giro di poche ore, una landing pensata per Adwords che ieri generava lead a 5€ oggi non fa impressions, ora abbiamo Tik Tok… domani chissà. O siamo disposti a cambiare e ricominciare oppure non andremo da nessuna parte. È una questione di atteggiamento.

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

Continua la nostra avventura con #DIDAYSGIRLPOWER: è il turno di Federica Miceli, siciliana innamorata del mondo. Nel 2015 ha fondato Social Media Change, azienda che si occupa di gestione strategica, consulenza e formazione nell’ambito del Social Media Marketing. Nello stesso anno, ha aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio attraverso la fotografia e Instagram. Oggi, è Regional Manager di Igers Sicilia e membro del social media team Igers Italia.

Raccontaci un po’ del tuo percorso e come sei arrivata nel mondo dei social media

Non è stato un percorso lineare, a dire il vero non avrei mai immaginato di fare questo lavoro oggi. Ho studiato Lingue e Culture Straniere perché ero curiosa di conoscere il mondo, poi invece mi sono dirottata nel mondo del turismo, specializzandomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia e lavorando nell’hôtellerie per diversi anni, sia in Italia che all’estero. La mia grande occasione è stata il Consorzio Siracusa Turismo, dove mi occupavo di marketing territoriale per la mia città. Lì ho iniziato ad intuire lo sconfinato mondo di possibilità che offrivano i Social e non mi sono voluta fermare al classico lavoro d’ufficio. Volevo scoprire di più, mettermi alla prova e non accontentarmi. Ho dato le dimissioni e ho iniziato a lavorare in proprio, una scelta difficile e un percorso in salita, ma che intraprenderei altre mille volte.

Nel 2015 hai aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio. Oggi sei la Regional Manager di

Instagramers Sicilia, un account di più di 60 mila followers. Che strategie usi per far crescere la community?

Quando ho fondato Instagramers Siracusa non avevo realizzato pienamente la potenza mediatica che una comunicazione di questo tipo potesse offrire. Sapevo che promuovere il territorio con un approccio che parte dal basso e che punta su chi vive il luogo come primo ambasciatore era un’idea vincente. La community mi ha dato tanto entusiasmo e ha creduto in me fin da subito, io ho solo messo in atto le mie competenze e le ho condite con la sana voglia di divertirmi e fare bene alla mia terra. In un mondo in cui tutto è reperibile e visibile online, noi trasportiamo la promozione del territorio offline, organizziamo eventi in cui i nick diventano nomi e le foto profilo diventano facce sorridenti. La chiave della crescita è stata questa, oltre ad un team di persone dislocate nella regione che insieme a me s’impegna quotidianamente per portare avanti con passione il progetto nella progetto realtà locale. Essere instagramer e raccontare con occhi sempre nuovi il territorio non è un proposito, il nostro è uno stile di vita!

Quali mezzi (cellulare o macchina fotografica) e programmi usi per arrivare alla foto definitiva?

Nel lavoro amo programmare e avere tutto sotto controllo, con il mio profilo mi concedo il lusso dell’improvvisazione. Se da un lato utilizzo foto scattate con la mia reflex, dall’altro spesso mi trovo a vivere un momento che ho voglia di immortalare e condividere in modo istantaneo. Sono ancora una romantica di Instagram e credo che spesso la spontaneità e la genuinità siano valori vincenti. Come Social Media Manager utilizzo Onlypult per la programmazione dei post, perché è ovvio che a livello aziendale sia fondamentale seguire un calendario editoriale strategico per raggiungere gli obiettivi di business.

Sul tuo profilo Linkedin scrivi “considero gli strumenti Social come facilitatori di rapporti umani offline”, cosa intendi?

Spesso ci dimentichiamo che “Social Network” vuol dire “Reti Sociali”. Al centro ci sono le persone, sempre. Sono piattaforme nate con e per gli utenti, anche se il potenziale per le aziende è enorme. Dietro gli smartphone ci sono facce, nomi, esigenze, emozioni e non semplicemente numeri. Il successo è decretato dalla qualità delle relazioni che s’instaurano. I numeri sono vuoti finché noi non diamo loro un significato.

5 consigli che vuoi dare a chi vuole iniziare a lavorare su Instagram e sui social media

Il presupposto è avere qualcosa da raccontare, un messaggio da diffondere, una personalità da comunicare. Oggi fare l’influencer è un mestiere ambito e spesso considerato banalmente “sponsorizzare prodotti che le aziende regalano”. Sfugge l’idea che i veri influencer sono persone considerate autorevoli da chi li segue, persone che nel tempo hanno coltivato una community che li apprezza per ciò che sono e per l’esempio che diffondono. Evitare l’emulazione, il copia-incolla, le mode ad ogni costo sono regole valide tanto per i profili personali quanto per le aziende. E questo mi porta dritto al secondo punto: non ossessionarsi con i numeri. Follower, like, visualizzazioni sono metriche di vanità se non corrispondono a un effettivo coinvolgimento e interesse delle persone. Focalizzarsi sulle relazioni di lungo periodo, considerare che online ti porti dietro tutto ciò che sei offline, non pensare soltanto a vendere e tantomeno credere che Instagram sia il fine ultimo della propria strategia. Questo è un canale, ma la promozione è fatta di diversi nodi (non solo online) che devono essere coerenti e coordinati tra loro affinché ci siano risultati.

Cosa ne pensi del gender gap all’interno del settore in cui lavori?

In primo luogo, credo che sia necessario parlarne per abbattere tanti degli stereotipi di cui ancora la società è colma. E il problema non è solo per le donne che si affacciano al mondo della tecnologia e spesso si vedono inondate di pregiudizi se provano ad emergere in questo settore in costante crescita, è la società stessa ad esserne vittima in quanto tende a non sfruttare tale enorme potenziale. Noi donne, dal canto nostro, dovremmo prendere più coraggio e lanciarci con maggiore facilità in nuove sfide, senza aspettare di ritenerci perfette per farlo.

Ritieni che sia necessario svolgere delle attivita’ per coinvolgere un numero maggiore di donne all’interno di esso? Se si come ? Hai delle idee che pensi possano essere supportate dalla community di Digital Innovation Days Italy?

Negli ultimi tempi, sto partecipando a molti eventi che hanno l’obiettivo dell’inclusione digitale delle donne, del networking, dell’incontro, dello scambio e della formazione. Ciò mi rende entusiasta perché (abbattiamo un altro stereotipo) noi donne siamo collaborative, sappiamo fare squadra e sappiamo essere alleate nelle grandi battaglie. Continuare a organizzare eventi locali e nazionali di questo tipo per accendere i riflettori sulle professioniste che hanno successo o vogliono ottenerlo nei campi tradizionalmente considerati  “maschili” è l’infrastruttura necessaria per mettere la parola fine agli stereotipi legati al genere e alla tecnologia.

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Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista a Veronica Benini aka Spora, una vera capitana del web che con la sua energia e il suo talento non solo è riuscita ad affermarsi ma è diventata una autentica fonte di ispirazione per molte donne

Da architetta a blogger a imprenditrice di successo. Qual è il denominatore comune che ha accompagnato le tue scelte professionali?

L’empowerment. Ogni cosa che io abbia intrapreso è partita da un bisogno di veicolare indipendenza, autostima, sicurezza. Lo faccio gratis nei licei e università con guest speech, lo faccio gratis su Instagram, lo faccio io e altre 9 Muse ad ogni edizione dell’evento d’ispirazione che teniamo due volte all’anno, e non per ultimo è strutturante per tutte le mie attività profit. Perché alla fine conta davvero il perché fai quello che fai. Guadagnarci è una delle conseguenze.

Il web è stato uno strumento determinante nella tua carriera. Com’è cambiato il tuo modo di comunicare nel tempo? E la tua community?

Ho cominciato con un blog su Splinder nel 2005, faccio parte della prima leva di blogger. Dopo un annetto avevo capito non solo la Community ma anche LE Community e le nicchie. Ho parlato fin da subito alle donne perché ho aperto il blog per fare prevenzione contro il papillomavirus: il web mi era sembrato il posto migliore per arrivare a più donne possibili, e così è stato. La mia Community si è evoluta negli anni perché mi sono evoluta anche io. Molte persone tornano adesso perché sentono parlare di me e mi dicono “Ma dai, ti seguivo su Splinder, guarda quanta strada hai fatto!” ed è molto bello. Diciamo che all’inizio vai a vista, poi inizi a capire certe dinamiche e le accompagni, spesso le induci. Quando la tua Community è abbastanza forte inizi a destare l’interesse dei brand e hai due scelte: la monetizzi tu o la vendi ai brand. Io ho deciso di monetizzarla da sola al 2010 con la creazione di Stiletto Academy, poi Insplagenda, le consulenze e infine Corsetty.

Non tutti sanno che dietro alla comunicazione di successo dell’Estetista Cinica c’è il tuo zampino. Ci racconti com’è nata l’idea delle vignette?

Cristina mi seguiva in un blog corale dove parlavo di sesso con ironia. È venuta a conoscermi ad un aperitivo e mi ha invitata nel suo Centro Medico Estetico, già avviato in Piazza Buonarroti. Mi disse che voleva fare delle vignette da appendere ai muri delle cabine con questa fantomatica Estetista Cinica che rispondeva tagliente alle domande assurde delle clienti. Mi disse il primo testo: “Sono gonfia” e la Cinica risponde: “No, sei grassa”. E lì vidi come in una carrellata velocissima delle illustrazioni su Facebook e le migliaia di condivisioni. Quello stesso pomeriggio le aprii la pagina disegnando la vignetta con quella facciozza che diventò il suo logo, e gliel’ho tenuta per un annetto e mezzo condividendo alla mia Community ogni vignetta per crearle il primo zoccolo duro di fan. Poi lei, capendo le dinamiche non solo di comunicazione ma anche di marketing applicate ai social ha continuato con video e newsletter fino a diventare quel mostro sacro delle stories. Non sarebbe diventata l’Estetista Cinica se non fosse una genia.

Hai mai avuto paura di fallire? Come hai affrontato un fallimento professionale?

Sono fallita molte volte ed è stato brutto ogni singola volta. Nel 2012 ho lanciato una linea di sandali trasformabili e non sono riuscita a far correggere dei problemi del modello. Ho dovuto “abortire” la startup dopo aver fatto il lancio stampa ed essere uscita su molti giornali e femminili. Ho scelto di raccontare il mio fallimento come facente parte del mio percorso, trovo che se non hai mai preso una musàta non capirai bene come s’intraprende, e il motivo è semplice: è meno grave di quel che si pensa, anche se doloroso per ego, tasche e immagine, quindi se non ti è mai successo avrai molta più paura e sarai molto meno ardita di qualcuno che è già fallito. Provateci e fallite e poi invece di far finta di niente: raccontatelo.

Quanto conta secondo te una laurea o un master in marketing o in comunicazione nella costruzione del proprio percorso professionale?

Non conta molto il dove impari perché le doti comunicative sono della persona, non sono dovute alla formazione, e poi perché in Italia non esiste una singolo ente formativo in grado di formare ai nuovi mestieri del web. Fanno teoria e mai pratica. Io stessa faccio formazione ma la oriento verso la pratica e verso lo sviluppo del pensiero laterale: bisogna imparare ad usare fantasia e premeditazione, immedesimazione ed empatia per creare una buona strategia comunicativa. Direi che un marketer o comunicatore di successo è 50% intelligenza emotiva, 40% viaggi ed esperienze di ogni genere, 10% formazione. Inutile raccontarci le balle: se non sei intelligente e se non hai aperto la tua mente al mondo non combini niente di eccezionale e ti ritrovi a fare CTA nelle pagine Facebook dei brand multinazionali.

Vale solo per i freelance o anche per chi vuole lavorare come dipendente magari in una grande azienda?

Vale più pre i freelance perché le aziende vogliono le CTA e gli influencer con i fan comprati.

Chi ti segue sa che nella tua impresa hai un’attenzione particolare anche al welfare. Quali “misure” adotti per favorire il benessere delle persone che lavorano per te?

Io ho lavorato fin da giovanissima e ho fatto di tutto: cameriera, lavapiatti, babysitter, ragazza alla pari, promoter, designer 3D in open space. Poi ho fatto carriera nell’Architettura ed Ingegneria e sono diventata manager internazionale. Essendo stata nella parte bassa della piramide lavorativa ho capito quali capi mi facevano sentir parte dell’azienda e quali no, e ho sempre cercato di mettere insieme tutte le cose belle insieme ad altre che mi sarebbero piaciute, perché se sei dipendente è difficile che tu voglia batterti con sangue sudore e lacrime per un fatturato non tuo: tu lo stipendio a fine mese lo vedi lo stesso, che ti sbatta il giusto o che tu ti sbatta molto di più.

Quando ho capito che: ok che si lavora per i soldi, ma che si rimane in un posto per la cultura aziendale, ho deciso di creare la mia, e davvero a modo mio. A luglio 2018 ho aperto SPORA SRL in Corso Italia a Milano e mi sono detta che avrei creato un posto fighissimo con gente felice. Firmiamo i contratti con la penna unicorno, abbiamo introdotto e continueremo a introdurre cose gratuite come il macha nelle postazioni caffè, gli assorbenti e salvaslip in bagno, la trainer per tutte due volte a settimana nel bunker, mangiamo insieme quasi ogni venerdì ed ho un pranzo personale con ognuna una volta al mese per sentire come va.

Stiamo organizzando il viaggio annuale a Marrakech e le Salampiadi: le prime olimpiadi del lancio del salame nel corridoio perché ho sempre fatto impresa in modo affrettato (appunto come lanciare un salame in un corridoio) e voglio onorare l’incoscienza che mi ha permesso di creare 4 startup folli, tuttora attive e in crescita del 200-300% annuale. Portiamo i cani in ufficio, ogni tanto parte una canzone improbabile tipo “È grosso e non ci entra!!” e ci facciamo grasse risate in regia e montaggio dei corsi perché il mood è chiaro: noi ci divertiamo perché vogliamo che le nostre corsare si divertano mentre imparano. Gli sticker di Instagram fanno parte dei protocolli di lavoro per ogni progetto e devono essere fuori di testa. Non è facile trovare persone che incastrino nel nostro mood, ecco perché lo racconto: in questo modo quando si apre una posizione, la mia Community sa perfettamente come sia lavorare con noi e non perdiamo tempo con gente da CTA di cui sopra. Io guardo Richard Branson servire i caffè col rossetto sui suoi aerei e Elon Musk che regala un lanciafiamme e mi dico figa ragazze: se lo fanno loro allora possiamo farlo anche noi. E lo stiamo facendo.

Qual è l’ostacolo più grande che hai riscontrato nella tua attività come consulente tra le donne che vogliono lanciare un proprio business?

Molte credono che se chiami le influencer guadagni un sacco di soldi subito, non c’è cultura fra awareness e conversion; non capiscono la semina e la coda che può avere una campagna, anche nei mesi successivi. Non capiscono che stare sui social è un lavoro a tempo pieno e non puoi farlo solo ogni tanto o farlo fare a tuo cugggino; che Instagram non è un catalogo e che non si fanno le CTA (ce l’ho con le CTA, lo so). Ecco perché prendo in percorso personale solo chi ha già fatto almeno istafaiga on line e ha le basi. Dopotutto le mie ore sono limitate e preferisco lavorare con gente ben disposta, il resto mi fa fatica. A volte con la consulenza oraria mi trovo in studio una parlamentare, una dirigente di multinazionale, la CEO di un brand affermato, un giornale storico oppure una che fa torte a casa sua. È una montagna russa e ne usciamo sfinite ma frullatissime di idee, per me è una droga questa corsa all’orologio in 60 minuti per ribaltare un progetto, brand, prodotto e farlo ripartire non solo in chiave 2019 ma anche in grado di fermare il dito che scorre il feed. Sono una sensation seeker sempre al limite dell’ipomania e mi drogo con queste sfide. La mia tipologia di cliente cerca questo tipo di disruption.

Per concludere, quale consiglio daresti a una persona che lavora come dipendente ma sogna di creare una propria impresa?

Che non è per tutti e che ne proverai tante prima di quagliare giusto. Che hai 2 anni di sovrapposizione fra il lavoro dipendente di giorno e quello tuo la sera e i weekend. Che capirai che sei nella strada giusta se fare la roba tua non ti pesa e ti fa sentire un drago. Importantissimo: fattura bene prima di fare il Grande Salto, perché moltissimi pensano che la loro idea sia una bomba ma non fanno test di vendita reale, nel mercato reale, con gente e soldi reali e poi rimangono col culo a terra lanciandosi a caso. Raga, iniziate a vendere subito per vedere se funge, per aggiustare il prodotto e le dinamiche, ma non mollate il lavoro per darvi alla vostra startup, non funziona così. Ecco perché è per pochi personaggioni fuori di testa.

Io al momento ho un fisso mensile esorbitante, continuo ad assumere e spostare gente di ruolo e di uffici per ottimizzare sia l’azienda che le loro attitudini e sono serena, ma se siete del genere che si stressa e non ha un business model coi fiocchi, allora lasciate perdere perché il BM è tutto e siamo in un’era dove il Business Model te lo devi inventare di sana pianta. Un’altra cosa: i round d’investitori sembrano la roba più figa del mondo con le migliaia di euro che ti piombano magicamente nel conto, ma poi hai in casa gente che non solo ti possiede, ma mette bocca su tutto. Se hai davvero l’animo dell’imprenditore tu non vuoi gente fra le ovaie e vuoi fare di testa tua, anche se ti va male. Io ho una mentore di 59 anni che ogni tanto mi dice Vero, stai per fare una cazzata. Le racconto tutto ed è preziosa. Una volta a settimana vado anche dalla psy, perché mettere ordine in testa è il regalo più grande che possiamo farci e ti mette il turbo in modi che non avresti mai immaginato. E io non vedo perché debba negarmi di diventare la miglior versione di me stessa. Se volete fare i fighi sui palchi trovate un’idea scalabile virtualmente, fatevi il culo a strisce divertendovi con Salampiadi o similia e non fatevi incubare. Il mercato siamo noi, e noi siamo milioni di culi.

#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista ad Azzurra Rinaldi, l’@economistaxcaso di Twitter, ricercatrice in Economia e Professore di Economia dei Paesi Emergenti nonchè Direttrice del Corso di Laurea in Economia del Turismo presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma.

Grazie per aver accettato la nostra proposta d’intervista. Ci piacerebbe approfondire il tuo mondo e scoprire come si sta adattando alla trasformazione digitale in corso.

Sei molto attiva su Twitter. Com’è nato il tuo nickname @economistaxcaso? Parlaci un po’ della tua carriera.
Sì, devo confessare che sono una social-entusiasta! Li uso ormai come fonte primaria di informazione: l’importante è sapere chi seguire, costruirsi il network giusto, essere open-minded anche in un uso intelligente. La mia esperienza di condivisione è iniziata proprio circa 10 anni fa, con un blog il cui titolo era, appunto, Economista per caso (da cui il nickname), in cui affrontavo argomenti economici, ma con una lettura personale e l’imperativo di non prendersi troppo sul serio (che in molti casi è uno dei punti deboli della categoria!).

Nel frattempo, la moda dei blog è passata ed io ho costruito un percorso professionale improntato sulla passione non solo per la didattica (a cui non rinuncerei mai: l’aula ed i giovani sono uno degli aspetti che amo di più nel mio lavoro all’Università), ma anche per alcune tematiche che sento particolarmente vicine.

Unitelma e Gamma Donna hanno unito le forze per una ricerca sull’inclusione finanziaria delle imprenditrici. A che punto è questa ricerca?
Sì: grazie alla sintonia che si è creata con Valentina Parenti (la mente ed il cuore di Gamma Forum), abbiamo pensato di avviare questa iniziativa volta ad indagare due dimensioni sensibili per le donne in generale e per le imprenditrici in particolare. I report sull’Economia della felicità (una branca dell’Economia che si occupa di misurare la soddisfazione complessiva degli individui rispetto alla propria vita paese per paese) mostrano dati su cui riflettere. A livello globale, la soddisfazione delle donne, nel corso degli ultimi 35 anni, è in decrescita. Numerosi possono essere i fattori in grado di spiegare questo andamento: secondo una delle ipotesi più accreditate, può essere ben spiegato da una trasformazione nel set dei benchmark. Ovvero, fino a qualche anno fa le donne avevano come punto di riferimento le altre donne, soprattutto nei paesi avanzati.

Ora il benchmark è cambiato e sono gli uomini. Da qui la maggiore insoddisfazione: basti pensare al gender gap retributivo, di carriera, sociale, politico… e questo è il primo topic: misurare il grado di felicità delle imprenditrici italiane. Il secondo è legato all’inclusione finanziaria: la letteratura ci dimostra che le imprese a conduzione femminile tendono ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al credito. Il dato è confermato anche per il nostro paese? Siamo fermi al paradigma consolidato o qualcosa sta cambiando? È quello che stiamo cercando di capire attraverso la raccolta dei dati…

World Economic Forum sostiene che ci vorranno 108 anni per chiudere il Gender Gap. Ci suggerisci 5 mosse che, secondo te, diminuirebbero questo divario.
Ormai si è capito che, più che di gender gap, bisognerebbe parlare di maternity gap: il vero rallentamento si ha quando si rimane incinte e si procrea. Quella è una fase di stallo, sebbene naturale e biologica, da cui si fa incredibilmente fatica a recuperare in termini di opportunità lavorative, retribuzione ed avanzamento di carriera. Al primo punto, quindi, penso al congedo di paternità obbligatorio: i figli non sono solo delle madri, è giunto il momento per ripensare al paradigma famigliare ed il primo passo è condividere la gestione della prole con i padri sin dal primissimo momento. Al secondo posto, la parità in termini di accesso al potere: nel nostro paese (che si colloca in 80° posizione per gender gap secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum), ci avviciniamo alla scadenza di una legge, la Golfo-Mosca, che ci sta consentendo di ottenere risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. A volte è necessario forzare il sistema, che rischia di rimanere incagliato in meccanismi quasi automatici di riproduzione del potere. Al terzo posto, il sostegno nelle attività di cura.

Nel modello mediterraneo di welfare state, la cura di bambini, anziani e malati è quasi totalmente sulle spalle delle donne. Questo rafforza un meccanismo di esclusione, dando sollievo allo Stato: se le donne si fanno carico delle attività di cura, non è necessario produrre il servizio pubblico. Al contempo, in assenza di servizi pubblici adeguati, spesso le donne non hanno scelta. Un tipico esempio è quello degli asili nido, in cui alla carenza strutturale si aggiunge il rafforzamento di una dinamica territoriale che tende a indebolire le donne soprattuto nel Sud del paese. Un dato? A fronte di una presenza di asili per bambini sotto I 3 anni pari al 30% del totale nel Nord e nel Centro Italia (e già qui la percentuale, a mio avviso, è preoccupante!), nel Sud si arriva al 10%. Al quarto posto, l’istruzione. perché, se è vero che le ragazze italiane studiano più dei maschi, è pur vero che, per ragioni anche di natura sociale, tendono a scegliere corsi universitari che le penalizzano sia in termini retributivi che sotto il profilo delle possibilità di avanzamento professionale.

In questa direzione, ad esempio, sono ottime le iniziative di IBM e di Fondazione IBM per avvicinare le giovani donne alle STEM e prospettargli possibilità occupazionali che loro non altrimenti non considererebbero. Infine, occorre coinvolgere gli uomini: perché il gender gap davvero si riduca, non possiamo agire da sole. Conosco personalmente molti uomini (non moltissimi: smentitemi, ne sarò lieta!!!) Che sono pronti a dichiararsi femministi nel senso più puro ed originario del termine, ovvero che trovano del tutto naturale il fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità.

In che modo state favorendo l’empowerment femminile nei paesi emergenti?
Abbiamo iniziato anni fa a lavorare con Terre Des Hommes India, che è particolarmente impegnata nel supporto alle bambine. Nel Tamil Nadu, dove la ONG è collocata, all’interno dei villaggi vige una legge non scritta ma nonostante ciò ancor più vincolante: non è consentita la nascita di più di una femmina per nucleo famigliare. Dal momento che non esiste diagnostica prenatale, le bambine vengono fatte nascere e, una volta appurato il genere, vengono avvelenate. E questo succede per ogni bambina, dalla seconda in poi. Terre Des Hommes finora ha salvato circa 25.000 bambine da questo destino. Noi ci siamo affiancate a loro in attività di ricerca, di formazione e di supporto allo staff. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle realtà che troviamo sul territorio.

Ti occupi di formazione di donne e bambini libanesi e siriani: la rivoluzione digitale sta migliorando la creazione e fruizione di contenuti in ogni parte del mondo. Com’è cambiato questo mondo negli ultimi 10 anni?
Sì: questo è un altro progetto che stiamo conducendo con l’Università degli Studi Unitelma Sapienza, nella quale lavoro. L’Ateneo rappresenta un esempio della trasformazione digitale: i contenuti formativi vengono offerti totalmente in modalità online da docenti di comprovata esperienza pluriennale. Gli studenti sono liberi di accedere al materiale formativo (videolezioni, materiale didattico, test di autovalutazione, webinar) in qualunque momento e da qualsivoglia postazione. Già ci ha consentito di immaginare prodotti formativi da distribuire anche in open access in tutto il mondo.

In questo ambito rientra il progetto a favore delle donne rifugiate siriane in Libano. Si tratta di realtà molto complesse, in cui bisogna entrare in punta di piedi e comprendere le reali necessità delle popolazioni coinvolte. Sotto questo profilo, abbiamo deciso di muoverci lungo due linee: aumentare la consapevolezza delle donne siriane sotto il profilo riproduttivo – e per questo abbiamo messo a disposizione il corso in diagnostica neonata disponibile in open access sulla piattaforma dell’Università; aiutare le donne ad avviare un percorso di empowerment basato su iniziative di microimpresa – e per questo stiamo componendo un corso di microcredito, microfinanza e self-employment che sarà sempre reso disponibile attraverso l’accesso gratuito alla piattaforma.

Cosa ritieni che debba essere fatto per garantire una maggior presenza/attivismo/impegno delle donne in un campo come il tuo?

In ambio universitario non ci sono barriere formali all’avanzamento delle donne. Tuttavia, spesso i percorsi si interrompono a causa delle maternità (penso alla mia storia personale) e quindi non si può garantire la continuità nella produzione scientifica che viene richiesta e che i colleghi, a parità di bravura, non faticano a rispettare. Una grande opportunità anche in questo settore, a mio parere, deriva dalla capacità di ognuna di noi di fare rete: uscire dall’isolamento e creare sinergie.

Ritieni che la diversità di genere sia dovuta anche ad una mancanza di sicurezza da parte delle donne nell’affrontare certe sfide? Se si, per quale regione secondo te?
È sicuramente così. Le surveys del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti lo dimostrano inequivocabilmente: sin dai 6-7 anni, le bambine tendono a sminuirsi, anche a fronte dei fatti, che invece dovrebbero portarle ad avere maggiore fiducia in sé (voti più alti, maggiore rapidità nel conseguimento dei titoli). Questa è un’area importante su cui intervenire e si tratta di vero empowerment. Ricordiamo che, per quante di noi sono madri, il primo mentoring avviene in famiglia. Io ho tre bambine piccole, viaggio molto per lavoro e, mi spiace ammetterlo, ma ogni volta che mi allontano, portò con me uno zainetto di sensi di colpa. Il mio auspicio è che, vedendomi partire e tornare spesso, quando saranno adulte e se decideranno di avere figli, a loro volta si sentiranno libere di partire, ma libere dallo zainetto!

Grazie mille Azzurra per la tua disponibilità, è stato un vero piacere conoscerti e fare un viaggio virtuale nella tua vita. Sei un bell’esempio di donna/mamma/manager/moglie/volontaria da seguire.

Azzurra la trovate su Twitter, su Facebook e su Linkedin.

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto celebrare il talento femminile invitando la nostra community a taggare le donne che rappresentano una fonte di ispirazione. Ci avete risposto in tantissime e con questa nuova rubrica #DIDAYSGIRLPOWER vogliamo farvi conoscere le loro storie attraverso interviste, che hanno tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche. Iniziamo questa nuova avventura con Nicoletta Crisponi, una donna indipendente e uno spirito libero che grazie alla sua capacità di fare rete e alla sua creatività, ha fatto il giro del mondo, creato il blog di successo “Il filo di Nicky” e oggi lavora come travel blogger.

Ciao Nicoletta e grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare vorrei sfatare due luoghi comuni:

  • per una donna viaggiare da sola è pericoloso: per esorcizzare questa paura, posso solo dire che in linea di principio quello che trovi in giro per il mondo è quello che puoi trovare tutti i giorni fuori dalla porta di casa. Certamente quando si viaggia bisogna stare attente, volersi bene, preservarsi. Ma in linea di massima, se escludiamo Paesi in guerra o a rischio, se hai il coraggio di uscire e girare per la tua città puoi farlo in tutto il mondo.
  • a 30 anni una donna dovrebbe pensare a una famiglia: a 25 anni mi sarebbe piaciuto e anche oggi mi piacerebbe averla, ma non bisogna farsi condizionare. Diciamo che io ho dovuto accettare la mia “stranezza”: non è facile stare accanto a una persona sempre in movimento come me. A volte la sera mi piacerebbe poter condividere le mie esperienze con un compagno ma  non ho ancora incontrato la persona giusta fino in fondo. In ogni caso, penso che continuerei a viaggiare lo stesso da sola. Il viaggio mi ha insegnato che l’amore può arrivare da tante cose. Ad esempio, quando ho fatto volontariato in Africa, ogni mattina quando aprivo la porta venivo letteralmente inondata dall’entusiasmo e dall’affetto di tantissimi bambini e questa è una manifestazione d’amore grandissima.

Parliamo della tua carriera. Dalla campagna 1Kiss4NewYork a un viaggio in giro per il mondo. Quanto è stata importante la tua intraprendenza e la rete nella tua vita professionale?

L’intraprendenza è tutto. Quando sei studente hai tanti sogni e due possibilità: fare delle cose da solo o restare ad aspettare che arrivino delle opportunità. Quando crei progetti per te stesso devi davvero cucirteli addosso. Con l’entusiasmo inizi un progetto, ma è solo grazie a motivazione e intraprendenza che riesci ad arrivare fino in fondo. La campagna 1Kiss4NewYork è stata faticosissima ma da un lato sono stata fortunata perché ha avuto un grande riscontro mediatico. Sono riuscita a creare una rete che mi seguiva e i contatti con la stampa. Questo è stato molto importante per la mia carriera, perché quando le persone ti conoscono è più facile rompere il muro di diffidenza.

Quando ho iniziato a progettare il mio viaggio per il mondo, mi sono chiesta: come faccio questo giro? Inizialmente, l’idea era quella di andare a raccogliere i colori del mondo e raccontarli attraverso la natura. Poi ho letto la notizia di Facebook e dei gradi di separazione ho trovato il mio filo conduttore: le connessioni. Da lì, ho iniziato a lavorare e andare in giro per eventi a farmi conoscere dai brand. 

Non è stato facile approcciarsi e farsi notare dai brand, quello che ho fatto e che mi ha permesso di accreditarmi è stato presentarmi con dei casi studio. Ho presentato una strategia di comunicazione, un messaggio, un progetto sulle connessioni. Questo mi ha portata a collaborare con brand del calibro di Huawei, Oakley, La Sportiva… Queste collaborazioni mi ha dato dei vantaggi e mi hanno permesso di risparmiare sulle spese e l’attrezzatura.

Il tuo viaggio è partito da un’idea che oggi grazie ai social media siamo tutti connessi, è davvero così? Quali connessioni sono nate dal tuo viaggio e qual è la cosa che ti ha sorpreso di più?

Durante il mio viaggio ho conosciuto molta gente, tante persone speciali che mi hanno aiutata in mille modi diversi. Quando viaggi incontri spesso persone che viaggiano o che hanno un’apertura verso il viaggio. La situazione più sorprendente – che è anche la più strana – è stata l’incontro con la ragazza che mi ha salvato dall’uragano Irma a Miami. Viaggiando ho imparato che tutte le cose succedono per una ragione. Stavo uscendo da Disneyland, quando ho saputo che mi avevano cancellato l’ennesimo volo. Salgo su un taxy Uber e parlando con la ragazza scopro che anche lei è una travel blogger e che facciamo parte della stessa community di Facebook. Ci siamo scambiate il numero. Nel frattempo, mi sono messa alla ricerca di un albergo, ma i prezzi erano saliti alle stelle, così l’ho chiamata. Ero a Orlando e quando le ho mandato la posizione, la cosa incredibile è che lei era dall’altra parte della strada. Mi ha adottata per tutto il tempo dell’uragano, ho conosciuto la sua famiglia e abbiamo cucinato insieme, è stata il mio angelo custode. 

Dove hai trovato il coraggio di dire: mollo tutto e faccio il giro del mondo?

Per me, a dire il vero, è stato naturale. Io vengo dalle montagne del Trentino. A 17 anni ho preso un treno, sono andata a Milano, ho preso un aereo e sono andata in Sardegna. L’anno successivo sono stata in Belgio come ragazza alla pari. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo mille dubbi. È stata una scommessa e oggi per me è normale viaggiare. Un giorno ero in macchina con il servizio Bla Bla Car, la persona con cui viaggiavo mi dice che ha portato una ragazza che ha fatto il giro per il mondo e che esiste un biglietto che ti permette di farlo. E così ho deciso di partire.

Bisogna essere ricchi per fare il giro del mondo?

No, sta tutto nella motivazione. Sono partita da zero, mentre studiavo ho sempre fatto lavoretti e sacrifici per mantenermi. Quando ho deciso di fare il viaggio mi sono detta: devo mettere da parte dei soldi e ho iniziato a cambiare abitudini per risparmiare.

Com’è stato tornare a lavorare dopo un anno in giro per il mondo?

Una vacanza, dico davvero. Non ho mai lavorato così tanto come quando ero in giro. Mi spostavo ogni due o tre giorni, organizzare il viaggio in se è già stato un lavoro. Di giorno cercavo di conoscere le persone, la sera mi occupavo della comunicazione social. La mattina presto ricontrollavo le e-mail, prendevo informazioni sulla meta, i luoghi in cui fare le foto. Dormivo una media di cinque ore a notte. Dal punto di vista fisico è stato un massacro. Io mi sono messa un piano di viaggio abbastanza duro ed essere da sola devo dire che non mi ha aiutata. Dopo qualche mese ho avuto il supporto di una redazione per la produzione di contenuti, ma allo stesso tempo questa attività richiede una gestione.

Dal viaggio è nata l’idea di un libro per bambini e una campagna di crowdfunding su Produzione dal Basso. Come è andata?

A livello di comunicazione è andato molto bene sia per noi sia per la Fondazione Giacomo Ascoli Onlus, che si occupa della cura e del sostegno di bimbi malati di cancro e delle loro famiglie da ben dodici anni presso l’ospedale del Ponte di Varese, a cui devolveremo in beneficienza una parte dei fondi raccolti. Anche questa volta (come sempre) è nato tutto per caso. Io e Federica Bocchi siamo partite con l’idea di fare un libro, una favola illustrata per bambini. Volevamo farlo al meglio senza fare un investimento nostro. Così mi sono ricordata di una persona che lavora nel crowdfunding e abbiamo conosciuto il team di Produzione dal Basso. Grazie alla campagna, siamo riuscite a essere tranquille con l’investimento. Abbiamo imparato tutto al momento. Dal progetto è nata una community fantastica, ci sono state mamme che hanno fatto gruppi d’acquisto per avere il libro o altre che mi mandano le foto dei loro bimbi con il libro e mi invitano a pranzo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora ho preso un lavoro per pochi mesi. Quando ho deciso di viaggiare non sono scappata dal mio lavoro, mi mancava essere libera, volevo avere una sfida personale. Questa parentesi mi è servita per capire che mi mancava il mio lavoro ma non potrei vivere stando chiusa in un’agenzia.Vorrei trovare la mia serenità nella routine ma io non sono felice così. Quando terminerà il mio lavoro, partirò per dieci giorni in Germania e poi a Copenaghen. Ho in ballo alcune proposte legate ai viaggi che sto valutando. Per quanto riguarda il blog, invece, sono in fase di rebranding per capire come posizionarmi e come raccontare il viaggio. Vorrei far emergere la differenza tra travel blogger e viaggiatore che racconta delle storie.

 

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