Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

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#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

Continua la nostra avventura con #DIDAYSGIRLPOWER: è il turno di Federica Miceli, siciliana innamorata del mondo. Nel 2015 ha fondato Social Media Change, azienda che si occupa di gestione strategica, consulenza e formazione nell’ambito del Social Media Marketing. Nello stesso anno, ha aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio attraverso la fotografia e Instagram. Oggi, è Regional Manager di Igers Sicilia e membro del social media team Igers Italia.

Raccontaci un po’ del tuo percorso e come sei arrivata nel mondo dei social media

Non è stato un percorso lineare, a dire il vero non avrei mai immaginato di fare questo lavoro oggi. Ho studiato Lingue e Culture Straniere perché ero curiosa di conoscere il mondo, poi invece mi sono dirottata nel mondo del turismo, specializzandomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia e lavorando nell’hôtellerie per diversi anni, sia in Italia che all’estero. La mia grande occasione è stata il Consorzio Siracusa Turismo, dove mi occupavo di marketing territoriale per la mia città. Lì ho iniziato ad intuire lo sconfinato mondo di possibilità che offrivano i Social e non mi sono voluta fermare al classico lavoro d’ufficio. Volevo scoprire di più, mettermi alla prova e non accontentarmi. Ho dato le dimissioni e ho iniziato a lavorare in proprio, una scelta difficile e un percorso in salita, ma che intraprenderei altre mille volte.

Nel 2015 hai aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio. Oggi sei la Regional Manager di

Instagramers Sicilia, un account di più di 60 mila followers. Che strategie usi per far crescere la community?

Quando ho fondato Instagramers Siracusa non avevo realizzato pienamente la potenza mediatica che una comunicazione di questo tipo potesse offrire. Sapevo che promuovere il territorio con un approccio che parte dal basso e che punta su chi vive il luogo come primo ambasciatore era un’idea vincente. La community mi ha dato tanto entusiasmo e ha creduto in me fin da subito, io ho solo messo in atto le mie competenze e le ho condite con la sana voglia di divertirmi e fare bene alla mia terra. In un mondo in cui tutto è reperibile e visibile online, noi trasportiamo la promozione del territorio offline, organizziamo eventi in cui i nick diventano nomi e le foto profilo diventano facce sorridenti. La chiave della crescita è stata questa, oltre ad un team di persone dislocate nella regione che insieme a me s’impegna quotidianamente per portare avanti con passione il progetto nella progetto realtà locale. Essere instagramer e raccontare con occhi sempre nuovi il territorio non è un proposito, il nostro è uno stile di vita!

Quali mezzi (cellulare o macchina fotografica) e programmi usi per arrivare alla foto definitiva?

Nel lavoro amo programmare e avere tutto sotto controllo, con il mio profilo mi concedo il lusso dell’improvvisazione. Se da un lato utilizzo foto scattate con la mia reflex, dall’altro spesso mi trovo a vivere un momento che ho voglia di immortalare e condividere in modo istantaneo. Sono ancora una romantica di Instagram e credo che spesso la spontaneità e la genuinità siano valori vincenti. Come Social Media Manager utilizzo Onlypult per la programmazione dei post, perché è ovvio che a livello aziendale sia fondamentale seguire un calendario editoriale strategico per raggiungere gli obiettivi di business.

Sul tuo profilo Linkedin scrivi “considero gli strumenti Social come facilitatori di rapporti umani offline”, cosa intendi?

Spesso ci dimentichiamo che “Social Network” vuol dire “Reti Sociali”. Al centro ci sono le persone, sempre. Sono piattaforme nate con e per gli utenti, anche se il potenziale per le aziende è enorme. Dietro gli smartphone ci sono facce, nomi, esigenze, emozioni e non semplicemente numeri. Il successo è decretato dalla qualità delle relazioni che s’instaurano. I numeri sono vuoti finché noi non diamo loro un significato.

5 consigli che vuoi dare a chi vuole iniziare a lavorare su Instagram e sui social media

Il presupposto è avere qualcosa da raccontare, un messaggio da diffondere, una personalità da comunicare. Oggi fare l’influencer è un mestiere ambito e spesso considerato banalmente “sponsorizzare prodotti che le aziende regalano”. Sfugge l’idea che i veri influencer sono persone considerate autorevoli da chi li segue, persone che nel tempo hanno coltivato una community che li apprezza per ciò che sono e per l’esempio che diffondono. Evitare l’emulazione, il copia-incolla, le mode ad ogni costo sono regole valide tanto per i profili personali quanto per le aziende. E questo mi porta dritto al secondo punto: non ossessionarsi con i numeri. Follower, like, visualizzazioni sono metriche di vanità se non corrispondono a un effettivo coinvolgimento e interesse delle persone. Focalizzarsi sulle relazioni di lungo periodo, considerare che online ti porti dietro tutto ciò che sei offline, non pensare soltanto a vendere e tantomeno credere che Instagram sia il fine ultimo della propria strategia. Questo è un canale, ma la promozione è fatta di diversi nodi (non solo online) che devono essere coerenti e coordinati tra loro affinché ci siano risultati.

Cosa ne pensi del gender gap all’interno del settore in cui lavori?

In primo luogo, credo che sia necessario parlarne per abbattere tanti degli stereotipi di cui ancora la società è colma. E il problema non è solo per le donne che si affacciano al mondo della tecnologia e spesso si vedono inondate di pregiudizi se provano ad emergere in questo settore in costante crescita, è la società stessa ad esserne vittima in quanto tende a non sfruttare tale enorme potenziale. Noi donne, dal canto nostro, dovremmo prendere più coraggio e lanciarci con maggiore facilità in nuove sfide, senza aspettare di ritenerci perfette per farlo.

Ritieni che sia necessario svolgere delle attivita’ per coinvolgere un numero maggiore di donne all’interno di esso? Se si come ? Hai delle idee che pensi possano essere supportate dalla community di Digital Innovation Days Italy?

Negli ultimi tempi, sto partecipando a molti eventi che hanno l’obiettivo dell’inclusione digitale delle donne, del networking, dell’incontro, dello scambio e della formazione. Ciò mi rende entusiasta perché (abbattiamo un altro stereotipo) noi donne siamo collaborative, sappiamo fare squadra e sappiamo essere alleate nelle grandi battaglie. Continuare a organizzare eventi locali e nazionali di questo tipo per accendere i riflettori sulle professioniste che hanno successo o vogliono ottenerlo nei campi tradizionalmente considerati  “maschili” è l’infrastruttura necessaria per mettere la parola fine agli stereotipi legati al genere e alla tecnologia.

Seguite Federica su Facebook, Instagram e Linkedin e sul suo bellissimo sito.

#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

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#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista a Veronica Benini aka Spora, una vera capitana del web che con la sua energia e il suo talento non solo è riuscita ad affermarsi ma è diventata una autentica fonte di ispirazione per molte donne

Da architetta a blogger a imprenditrice di successo. Qual è il denominatore comune che ha accompagnato le tue scelte professionali?

L’empowerment. Ogni cosa che io abbia intrapreso è partita da un bisogno di veicolare indipendenza, autostima, sicurezza. Lo faccio gratis nei licei e università con guest speech, lo faccio gratis su Instagram, lo faccio io e altre 9 Muse ad ogni edizione dell’evento d’ispirazione che teniamo due volte all’anno, e non per ultimo è strutturante per tutte le mie attività profit. Perché alla fine conta davvero il perché fai quello che fai. Guadagnarci è una delle conseguenze.

Il web è stato uno strumento determinante nella tua carriera. Com’è cambiato il tuo modo di comunicare nel tempo? E la tua community?

Ho cominciato con un blog su Splinder nel 2005, faccio parte della prima leva di blogger. Dopo un annetto avevo capito non solo la Community ma anche LE Community e le nicchie. Ho parlato fin da subito alle donne perché ho aperto il blog per fare prevenzione contro il papillomavirus: il web mi era sembrato il posto migliore per arrivare a più donne possibili, e così è stato. La mia Community si è evoluta negli anni perché mi sono evoluta anche io. Molte persone tornano adesso perché sentono parlare di me e mi dicono “Ma dai, ti seguivo su Splinder, guarda quanta strada hai fatto!” ed è molto bello. Diciamo che all’inizio vai a vista, poi inizi a capire certe dinamiche e le accompagni, spesso le induci. Quando la tua Community è abbastanza forte inizi a destare l’interesse dei brand e hai due scelte: la monetizzi tu o la vendi ai brand. Io ho deciso di monetizzarla da sola al 2010 con la creazione di Stiletto Academy, poi Insplagenda, le consulenze e infine Corsetty.

Non tutti sanno che dietro alla comunicazione di successo dell’Estetista Cinica c’è il tuo zampino. Ci racconti com’è nata l’idea delle vignette?

Cristina mi seguiva in un blog corale dove parlavo di sesso con ironia. È venuta a conoscermi ad un aperitivo e mi ha invitata nel suo Centro Medico Estetico, già avviato in Piazza Buonarroti. Mi disse che voleva fare delle vignette da appendere ai muri delle cabine con questa fantomatica Estetista Cinica che rispondeva tagliente alle domande assurde delle clienti. Mi disse il primo testo: “Sono gonfia” e la Cinica risponde: “No, sei grassa”. E lì vidi come in una carrellata velocissima delle illustrazioni su Facebook e le migliaia di condivisioni. Quello stesso pomeriggio le aprii la pagina disegnando la vignetta con quella facciozza che diventò il suo logo, e gliel’ho tenuta per un annetto e mezzo condividendo alla mia Community ogni vignetta per crearle il primo zoccolo duro di fan. Poi lei, capendo le dinamiche non solo di comunicazione ma anche di marketing applicate ai social ha continuato con video e newsletter fino a diventare quel mostro sacro delle stories. Non sarebbe diventata l’Estetista Cinica se non fosse una genia.

Hai mai avuto paura di fallire? Come hai affrontato un fallimento professionale?

Sono fallita molte volte ed è stato brutto ogni singola volta. Nel 2012 ho lanciato una linea di sandali trasformabili e non sono riuscita a far correggere dei problemi del modello. Ho dovuto “abortire” la startup dopo aver fatto il lancio stampa ed essere uscita su molti giornali e femminili. Ho scelto di raccontare il mio fallimento come facente parte del mio percorso, trovo che se non hai mai preso una musàta non capirai bene come s’intraprende, e il motivo è semplice: è meno grave di quel che si pensa, anche se doloroso per ego, tasche e immagine, quindi se non ti è mai successo avrai molta più paura e sarai molto meno ardita di qualcuno che è già fallito. Provateci e fallite e poi invece di far finta di niente: raccontatelo.

Quanto conta secondo te una laurea o un master in marketing o in comunicazione nella costruzione del proprio percorso professionale?

Non conta molto il dove impari perché le doti comunicative sono della persona, non sono dovute alla formazione, e poi perché in Italia non esiste una singolo ente formativo in grado di formare ai nuovi mestieri del web. Fanno teoria e mai pratica. Io stessa faccio formazione ma la oriento verso la pratica e verso lo sviluppo del pensiero laterale: bisogna imparare ad usare fantasia e premeditazione, immedesimazione ed empatia per creare una buona strategia comunicativa. Direi che un marketer o comunicatore di successo è 50% intelligenza emotiva, 40% viaggi ed esperienze di ogni genere, 10% formazione. Inutile raccontarci le balle: se non sei intelligente e se non hai aperto la tua mente al mondo non combini niente di eccezionale e ti ritrovi a fare CTA nelle pagine Facebook dei brand multinazionali.

Vale solo per i freelance o anche per chi vuole lavorare come dipendente magari in una grande azienda?

Vale più pre i freelance perché le aziende vogliono le CTA e gli influencer con i fan comprati.

Chi ti segue sa che nella tua impresa hai un’attenzione particolare anche al welfare. Quali “misure” adotti per favorire il benessere delle persone che lavorano per te?

Io ho lavorato fin da giovanissima e ho fatto di tutto: cameriera, lavapiatti, babysitter, ragazza alla pari, promoter, designer 3D in open space. Poi ho fatto carriera nell’Architettura ed Ingegneria e sono diventata manager internazionale. Essendo stata nella parte bassa della piramide lavorativa ho capito quali capi mi facevano sentir parte dell’azienda e quali no, e ho sempre cercato di mettere insieme tutte le cose belle insieme ad altre che mi sarebbero piaciute, perché se sei dipendente è difficile che tu voglia batterti con sangue sudore e lacrime per un fatturato non tuo: tu lo stipendio a fine mese lo vedi lo stesso, che ti sbatta il giusto o che tu ti sbatta molto di più.

Quando ho capito che: ok che si lavora per i soldi, ma che si rimane in un posto per la cultura aziendale, ho deciso di creare la mia, e davvero a modo mio. A luglio 2018 ho aperto SPORA SRL in Corso Italia a Milano e mi sono detta che avrei creato un posto fighissimo con gente felice. Firmiamo i contratti con la penna unicorno, abbiamo introdotto e continueremo a introdurre cose gratuite come il macha nelle postazioni caffè, gli assorbenti e salvaslip in bagno, la trainer per tutte due volte a settimana nel bunker, mangiamo insieme quasi ogni venerdì ed ho un pranzo personale con ognuna una volta al mese per sentire come va.

Stiamo organizzando il viaggio annuale a Marrakech e le Salampiadi: le prime olimpiadi del lancio del salame nel corridoio perché ho sempre fatto impresa in modo affrettato (appunto come lanciare un salame in un corridoio) e voglio onorare l’incoscienza che mi ha permesso di creare 4 startup folli, tuttora attive e in crescita del 200-300% annuale. Portiamo i cani in ufficio, ogni tanto parte una canzone improbabile tipo “È grosso e non ci entra!!” e ci facciamo grasse risate in regia e montaggio dei corsi perché il mood è chiaro: noi ci divertiamo perché vogliamo che le nostre corsare si divertano mentre imparano. Gli sticker di Instagram fanno parte dei protocolli di lavoro per ogni progetto e devono essere fuori di testa. Non è facile trovare persone che incastrino nel nostro mood, ecco perché lo racconto: in questo modo quando si apre una posizione, la mia Community sa perfettamente come sia lavorare con noi e non perdiamo tempo con gente da CTA di cui sopra. Io guardo Richard Branson servire i caffè col rossetto sui suoi aerei e Elon Musk che regala un lanciafiamme e mi dico figa ragazze: se lo fanno loro allora possiamo farlo anche noi. E lo stiamo facendo.

Qual è l’ostacolo più grande che hai riscontrato nella tua attività come consulente tra le donne che vogliono lanciare un proprio business?

Molte credono che se chiami le influencer guadagni un sacco di soldi subito, non c’è cultura fra awareness e conversion; non capiscono la semina e la coda che può avere una campagna, anche nei mesi successivi. Non capiscono che stare sui social è un lavoro a tempo pieno e non puoi farlo solo ogni tanto o farlo fare a tuo cugggino; che Instagram non è un catalogo e che non si fanno le CTA (ce l’ho con le CTA, lo so). Ecco perché prendo in percorso personale solo chi ha già fatto almeno istafaiga on line e ha le basi. Dopotutto le mie ore sono limitate e preferisco lavorare con gente ben disposta, il resto mi fa fatica. A volte con la consulenza oraria mi trovo in studio una parlamentare, una dirigente di multinazionale, la CEO di un brand affermato, un giornale storico oppure una che fa torte a casa sua. È una montagna russa e ne usciamo sfinite ma frullatissime di idee, per me è una droga questa corsa all’orologio in 60 minuti per ribaltare un progetto, brand, prodotto e farlo ripartire non solo in chiave 2019 ma anche in grado di fermare il dito che scorre il feed. Sono una sensation seeker sempre al limite dell’ipomania e mi drogo con queste sfide. La mia tipologia di cliente cerca questo tipo di disruption.

Per concludere, quale consiglio daresti a una persona che lavora come dipendente ma sogna di creare una propria impresa?

Che non è per tutti e che ne proverai tante prima di quagliare giusto. Che hai 2 anni di sovrapposizione fra il lavoro dipendente di giorno e quello tuo la sera e i weekend. Che capirai che sei nella strada giusta se fare la roba tua non ti pesa e ti fa sentire un drago. Importantissimo: fattura bene prima di fare il Grande Salto, perché moltissimi pensano che la loro idea sia una bomba ma non fanno test di vendita reale, nel mercato reale, con gente e soldi reali e poi rimangono col culo a terra lanciandosi a caso. Raga, iniziate a vendere subito per vedere se funge, per aggiustare il prodotto e le dinamiche, ma non mollate il lavoro per darvi alla vostra startup, non funziona così. Ecco perché è per pochi personaggioni fuori di testa.

Io al momento ho un fisso mensile esorbitante, continuo ad assumere e spostare gente di ruolo e di uffici per ottimizzare sia l’azienda che le loro attitudini e sono serena, ma se siete del genere che si stressa e non ha un business model coi fiocchi, allora lasciate perdere perché il BM è tutto e siamo in un’era dove il Business Model te lo devi inventare di sana pianta. Un’altra cosa: i round d’investitori sembrano la roba più figa del mondo con le migliaia di euro che ti piombano magicamente nel conto, ma poi hai in casa gente che non solo ti possiede, ma mette bocca su tutto. Se hai davvero l’animo dell’imprenditore tu non vuoi gente fra le ovaie e vuoi fare di testa tua, anche se ti va male. Io ho una mentore di 59 anni che ogni tanto mi dice Vero, stai per fare una cazzata. Le racconto tutto ed è preziosa. Una volta a settimana vado anche dalla psy, perché mettere ordine in testa è il regalo più grande che possiamo farci e ti mette il turbo in modi che non avresti mai immaginato. E io non vedo perché debba negarmi di diventare la miglior versione di me stessa. Se volete fare i fighi sui palchi trovate un’idea scalabile virtualmente, fatevi il culo a strisce divertendovi con Salampiadi o similia e non fatevi incubare. Il mercato siamo noi, e noi siamo milioni di culi.

#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

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#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista ad Azzurra Rinaldi, l’@economistaxcaso di Twitter, ricercatrice in Economia e Professore di Economia dei Paesi Emergenti nonchè Direttrice del Corso di Laurea in Economia del Turismo presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma.

Grazie per aver accettato la nostra proposta d’intervista. Ci piacerebbe approfondire il tuo mondo e scoprire come si sta adattando alla trasformazione digitale in corso.

Sei molto attiva su Twitter. Com’è nato il tuo nickname @economistaxcaso? Parlaci un po’ della tua carriera.
Sì, devo confessare che sono una social-entusiasta! Li uso ormai come fonte primaria di informazione: l’importante è sapere chi seguire, costruirsi il network giusto, essere open-minded anche in un uso intelligente. La mia esperienza di condivisione è iniziata proprio circa 10 anni fa, con un blog il cui titolo era, appunto, Economista per caso (da cui il nickname), in cui affrontavo argomenti economici, ma con una lettura personale e l’imperativo di non prendersi troppo sul serio (che in molti casi è uno dei punti deboli della categoria!).

Nel frattempo, la moda dei blog è passata ed io ho costruito un percorso professionale improntato sulla passione non solo per la didattica (a cui non rinuncerei mai: l’aula ed i giovani sono uno degli aspetti che amo di più nel mio lavoro all’Università), ma anche per alcune tematiche che sento particolarmente vicine.

Unitelma e Gamma Donna hanno unito le forze per una ricerca sull’inclusione finanziaria delle imprenditrici. A che punto è questa ricerca?
Sì: grazie alla sintonia che si è creata con Valentina Parenti (la mente ed il cuore di Gamma Forum), abbiamo pensato di avviare questa iniziativa volta ad indagare due dimensioni sensibili per le donne in generale e per le imprenditrici in particolare. I report sull’Economia della felicità (una branca dell’Economia che si occupa di misurare la soddisfazione complessiva degli individui rispetto alla propria vita paese per paese) mostrano dati su cui riflettere. A livello globale, la soddisfazione delle donne, nel corso degli ultimi 35 anni, è in decrescita. Numerosi possono essere i fattori in grado di spiegare questo andamento: secondo una delle ipotesi più accreditate, può essere ben spiegato da una trasformazione nel set dei benchmark. Ovvero, fino a qualche anno fa le donne avevano come punto di riferimento le altre donne, soprattutto nei paesi avanzati.

Ora il benchmark è cambiato e sono gli uomini. Da qui la maggiore insoddisfazione: basti pensare al gender gap retributivo, di carriera, sociale, politico… e questo è il primo topic: misurare il grado di felicità delle imprenditrici italiane. Il secondo è legato all’inclusione finanziaria: la letteratura ci dimostra che le imprese a conduzione femminile tendono ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al credito. Il dato è confermato anche per il nostro paese? Siamo fermi al paradigma consolidato o qualcosa sta cambiando? È quello che stiamo cercando di capire attraverso la raccolta dei dati…

World Economic Forum sostiene che ci vorranno 108 anni per chiudere il Gender Gap. Ci suggerisci 5 mosse che, secondo te, diminuirebbero questo divario.
Ormai si è capito che, più che di gender gap, bisognerebbe parlare di maternity gap: il vero rallentamento si ha quando si rimane incinte e si procrea. Quella è una fase di stallo, sebbene naturale e biologica, da cui si fa incredibilmente fatica a recuperare in termini di opportunità lavorative, retribuzione ed avanzamento di carriera. Al primo punto, quindi, penso al congedo di paternità obbligatorio: i figli non sono solo delle madri, è giunto il momento per ripensare al paradigma famigliare ed il primo passo è condividere la gestione della prole con i padri sin dal primissimo momento. Al secondo posto, la parità in termini di accesso al potere: nel nostro paese (che si colloca in 80° posizione per gender gap secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum), ci avviciniamo alla scadenza di una legge, la Golfo-Mosca, che ci sta consentendo di ottenere risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. A volte è necessario forzare il sistema, che rischia di rimanere incagliato in meccanismi quasi automatici di riproduzione del potere. Al terzo posto, il sostegno nelle attività di cura.

Nel modello mediterraneo di welfare state, la cura di bambini, anziani e malati è quasi totalmente sulle spalle delle donne. Questo rafforza un meccanismo di esclusione, dando sollievo allo Stato: se le donne si fanno carico delle attività di cura, non è necessario produrre il servizio pubblico. Al contempo, in assenza di servizi pubblici adeguati, spesso le donne non hanno scelta. Un tipico esempio è quello degli asili nido, in cui alla carenza strutturale si aggiunge il rafforzamento di una dinamica territoriale che tende a indebolire le donne soprattuto nel Sud del paese. Un dato? A fronte di una presenza di asili per bambini sotto I 3 anni pari al 30% del totale nel Nord e nel Centro Italia (e già qui la percentuale, a mio avviso, è preoccupante!), nel Sud si arriva al 10%. Al quarto posto, l’istruzione. perché, se è vero che le ragazze italiane studiano più dei maschi, è pur vero che, per ragioni anche di natura sociale, tendono a scegliere corsi universitari che le penalizzano sia in termini retributivi che sotto il profilo delle possibilità di avanzamento professionale.

In questa direzione, ad esempio, sono ottime le iniziative di IBM e di Fondazione IBM per avvicinare le giovani donne alle STEM e prospettargli possibilità occupazionali che loro non altrimenti non considererebbero. Infine, occorre coinvolgere gli uomini: perché il gender gap davvero si riduca, non possiamo agire da sole. Conosco personalmente molti uomini (non moltissimi: smentitemi, ne sarò lieta!!!) Che sono pronti a dichiararsi femministi nel senso più puro ed originario del termine, ovvero che trovano del tutto naturale il fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità.

In che modo state favorendo l’empowerment femminile nei paesi emergenti?
Abbiamo iniziato anni fa a lavorare con Terre Des Hommes India, che è particolarmente impegnata nel supporto alle bambine. Nel Tamil Nadu, dove la ONG è collocata, all’interno dei villaggi vige una legge non scritta ma nonostante ciò ancor più vincolante: non è consentita la nascita di più di una femmina per nucleo famigliare. Dal momento che non esiste diagnostica prenatale, le bambine vengono fatte nascere e, una volta appurato il genere, vengono avvelenate. E questo succede per ogni bambina, dalla seconda in poi. Terre Des Hommes finora ha salvato circa 25.000 bambine da questo destino. Noi ci siamo affiancate a loro in attività di ricerca, di formazione e di supporto allo staff. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle realtà che troviamo sul territorio.

Ti occupi di formazione di donne e bambini libanesi e siriani: la rivoluzione digitale sta migliorando la creazione e fruizione di contenuti in ogni parte del mondo. Com’è cambiato questo mondo negli ultimi 10 anni?
Sì: questo è un altro progetto che stiamo conducendo con l’Università degli Studi Unitelma Sapienza, nella quale lavoro. L’Ateneo rappresenta un esempio della trasformazione digitale: i contenuti formativi vengono offerti totalmente in modalità online da docenti di comprovata esperienza pluriennale. Gli studenti sono liberi di accedere al materiale formativo (videolezioni, materiale didattico, test di autovalutazione, webinar) in qualunque momento e da qualsivoglia postazione. Già ci ha consentito di immaginare prodotti formativi da distribuire anche in open access in tutto il mondo.

In questo ambito rientra il progetto a favore delle donne rifugiate siriane in Libano. Si tratta di realtà molto complesse, in cui bisogna entrare in punta di piedi e comprendere le reali necessità delle popolazioni coinvolte. Sotto questo profilo, abbiamo deciso di muoverci lungo due linee: aumentare la consapevolezza delle donne siriane sotto il profilo riproduttivo – e per questo abbiamo messo a disposizione il corso in diagnostica neonata disponibile in open access sulla piattaforma dell’Università; aiutare le donne ad avviare un percorso di empowerment basato su iniziative di microimpresa – e per questo stiamo componendo un corso di microcredito, microfinanza e self-employment che sarà sempre reso disponibile attraverso l’accesso gratuito alla piattaforma.

Cosa ritieni che debba essere fatto per garantire una maggior presenza/attivismo/impegno delle donne in un campo come il tuo?

In ambio universitario non ci sono barriere formali all’avanzamento delle donne. Tuttavia, spesso i percorsi si interrompono a causa delle maternità (penso alla mia storia personale) e quindi non si può garantire la continuità nella produzione scientifica che viene richiesta e che i colleghi, a parità di bravura, non faticano a rispettare. Una grande opportunità anche in questo settore, a mio parere, deriva dalla capacità di ognuna di noi di fare rete: uscire dall’isolamento e creare sinergie.

Ritieni che la diversità di genere sia dovuta anche ad una mancanza di sicurezza da parte delle donne nell’affrontare certe sfide? Se si, per quale regione secondo te?
È sicuramente così. Le surveys del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti lo dimostrano inequivocabilmente: sin dai 6-7 anni, le bambine tendono a sminuirsi, anche a fronte dei fatti, che invece dovrebbero portarle ad avere maggiore fiducia in sé (voti più alti, maggiore rapidità nel conseguimento dei titoli). Questa è un’area importante su cui intervenire e si tratta di vero empowerment. Ricordiamo che, per quante di noi sono madri, il primo mentoring avviene in famiglia. Io ho tre bambine piccole, viaggio molto per lavoro e, mi spiace ammetterlo, ma ogni volta che mi allontano, portò con me uno zainetto di sensi di colpa. Il mio auspicio è che, vedendomi partire e tornare spesso, quando saranno adulte e se decideranno di avere figli, a loro volta si sentiranno libere di partire, ma libere dallo zainetto!

Grazie mille Azzurra per la tua disponibilità, è stato un vero piacere conoscerti e fare un viaggio virtuale nella tua vita. Sei un bell’esempio di donna/mamma/manager/moglie/volontaria da seguire.

Azzurra la trovate su Twitter, su Facebook e su Linkedin.

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

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#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto celebrare il talento femminile invitando la nostra community a taggare le donne che rappresentano una fonte di ispirazione. Ci avete risposto in tantissime e con questa nuova rubrica #DIDAYSGIRLPOWER vogliamo farvi conoscere le loro storie attraverso interviste, che hanno tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche. Iniziamo questa nuova avventura con Nicoletta Crisponi, una donna indipendente e uno spirito libero che grazie alla sua capacità di fare rete e alla sua creatività, ha fatto il giro del mondo, creato il blog di successo “Il filo di Nicky” e oggi lavora come travel blogger.

Ciao Nicoletta e grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare vorrei sfatare due luoghi comuni:

  • per una donna viaggiare da sola è pericoloso: per esorcizzare questa paura, posso solo dire che in linea di principio quello che trovi in giro per il mondo è quello che puoi trovare tutti i giorni fuori dalla porta di casa. Certamente quando si viaggia bisogna stare attente, volersi bene, preservarsi. Ma in linea di massima, se escludiamo Paesi in guerra o a rischio, se hai il coraggio di uscire e girare per la tua città puoi farlo in tutto il mondo.
  • a 30 anni una donna dovrebbe pensare a una famiglia: a 25 anni mi sarebbe piaciuto e anche oggi mi piacerebbe averla, ma non bisogna farsi condizionare. Diciamo che io ho dovuto accettare la mia “stranezza”: non è facile stare accanto a una persona sempre in movimento come me. A volte la sera mi piacerebbe poter condividere le mie esperienze con un compagno ma  non ho ancora incontrato la persona giusta fino in fondo. In ogni caso, penso che continuerei a viaggiare lo stesso da sola. Il viaggio mi ha insegnato che l’amore può arrivare da tante cose. Ad esempio, quando ho fatto volontariato in Africa, ogni mattina quando aprivo la porta venivo letteralmente inondata dall’entusiasmo e dall’affetto di tantissimi bambini e questa è una manifestazione d’amore grandissima.

Parliamo della tua carriera. Dalla campagna 1Kiss4NewYork a un viaggio in giro per il mondo. Quanto è stata importante la tua intraprendenza e la rete nella tua vita professionale?

L’intraprendenza è tutto. Quando sei studente hai tanti sogni e due possibilità: fare delle cose da solo o restare ad aspettare che arrivino delle opportunità. Quando crei progetti per te stesso devi davvero cucirteli addosso. Con l’entusiasmo inizi un progetto, ma è solo grazie a motivazione e intraprendenza che riesci ad arrivare fino in fondo. La campagna 1Kiss4NewYork è stata faticosissima ma da un lato sono stata fortunata perché ha avuto un grande riscontro mediatico. Sono riuscita a creare una rete che mi seguiva e i contatti con la stampa. Questo è stato molto importante per la mia carriera, perché quando le persone ti conoscono è più facile rompere il muro di diffidenza.

Quando ho iniziato a progettare il mio viaggio per il mondo, mi sono chiesta: come faccio questo giro? Inizialmente, l’idea era quella di andare a raccogliere i colori del mondo e raccontarli attraverso la natura. Poi ho letto la notizia di Facebook e dei gradi di separazione ho trovato il mio filo conduttore: le connessioni. Da lì, ho iniziato a lavorare e andare in giro per eventi a farmi conoscere dai brand. 

Non è stato facile approcciarsi e farsi notare dai brand, quello che ho fatto e che mi ha permesso di accreditarmi è stato presentarmi con dei casi studio. Ho presentato una strategia di comunicazione, un messaggio, un progetto sulle connessioni. Questo mi ha portata a collaborare con brand del calibro di Huawei, Oakley, La Sportiva… Queste collaborazioni mi ha dato dei vantaggi e mi hanno permesso di risparmiare sulle spese e l’attrezzatura.

Il tuo viaggio è partito da un’idea che oggi grazie ai social media siamo tutti connessi, è davvero così? Quali connessioni sono nate dal tuo viaggio e qual è la cosa che ti ha sorpreso di più?

Durante il mio viaggio ho conosciuto molta gente, tante persone speciali che mi hanno aiutata in mille modi diversi. Quando viaggi incontri spesso persone che viaggiano o che hanno un’apertura verso il viaggio. La situazione più sorprendente – che è anche la più strana – è stata l’incontro con la ragazza che mi ha salvato dall’uragano Irma a Miami. Viaggiando ho imparato che tutte le cose succedono per una ragione. Stavo uscendo da Disneyland, quando ho saputo che mi avevano cancellato l’ennesimo volo. Salgo su un taxy Uber e parlando con la ragazza scopro che anche lei è una travel blogger e che facciamo parte della stessa community di Facebook. Ci siamo scambiate il numero. Nel frattempo, mi sono messa alla ricerca di un albergo, ma i prezzi erano saliti alle stelle, così l’ho chiamata. Ero a Orlando e quando le ho mandato la posizione, la cosa incredibile è che lei era dall’altra parte della strada. Mi ha adottata per tutto il tempo dell’uragano, ho conosciuto la sua famiglia e abbiamo cucinato insieme, è stata il mio angelo custode. 

Dove hai trovato il coraggio di dire: mollo tutto e faccio il giro del mondo?

Per me, a dire il vero, è stato naturale. Io vengo dalle montagne del Trentino. A 17 anni ho preso un treno, sono andata a Milano, ho preso un aereo e sono andata in Sardegna. L’anno successivo sono stata in Belgio come ragazza alla pari. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo mille dubbi. È stata una scommessa e oggi per me è normale viaggiare. Un giorno ero in macchina con il servizio Bla Bla Car, la persona con cui viaggiavo mi dice che ha portato una ragazza che ha fatto il giro per il mondo e che esiste un biglietto che ti permette di farlo. E così ho deciso di partire.

Bisogna essere ricchi per fare il giro del mondo?

No, sta tutto nella motivazione. Sono partita da zero, mentre studiavo ho sempre fatto lavoretti e sacrifici per mantenermi. Quando ho deciso di fare il viaggio mi sono detta: devo mettere da parte dei soldi e ho iniziato a cambiare abitudini per risparmiare.

Com’è stato tornare a lavorare dopo un anno in giro per il mondo?

Una vacanza, dico davvero. Non ho mai lavorato così tanto come quando ero in giro. Mi spostavo ogni due o tre giorni, organizzare il viaggio in se è già stato un lavoro. Di giorno cercavo di conoscere le persone, la sera mi occupavo della comunicazione social. La mattina presto ricontrollavo le e-mail, prendevo informazioni sulla meta, i luoghi in cui fare le foto. Dormivo una media di cinque ore a notte. Dal punto di vista fisico è stato un massacro. Io mi sono messa un piano di viaggio abbastanza duro ed essere da sola devo dire che non mi ha aiutata. Dopo qualche mese ho avuto il supporto di una redazione per la produzione di contenuti, ma allo stesso tempo questa attività richiede una gestione.

Dal viaggio è nata l’idea di un libro per bambini e una campagna di crowdfunding su Produzione dal Basso. Come è andata?

A livello di comunicazione è andato molto bene sia per noi sia per la Fondazione Giacomo Ascoli Onlus, che si occupa della cura e del sostegno di bimbi malati di cancro e delle loro famiglie da ben dodici anni presso l’ospedale del Ponte di Varese, a cui devolveremo in beneficienza una parte dei fondi raccolti. Anche questa volta (come sempre) è nato tutto per caso. Io e Federica Bocchi siamo partite con l’idea di fare un libro, una favola illustrata per bambini. Volevamo farlo al meglio senza fare un investimento nostro. Così mi sono ricordata di una persona che lavora nel crowdfunding e abbiamo conosciuto il team di Produzione dal Basso. Grazie alla campagna, siamo riuscite a essere tranquille con l’investimento. Abbiamo imparato tutto al momento. Dal progetto è nata una community fantastica, ci sono state mamme che hanno fatto gruppi d’acquisto per avere il libro o altre che mi mandano le foto dei loro bimbi con il libro e mi invitano a pranzo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora ho preso un lavoro per pochi mesi. Quando ho deciso di viaggiare non sono scappata dal mio lavoro, mi mancava essere libera, volevo avere una sfida personale. Questa parentesi mi è servita per capire che mi mancava il mio lavoro ma non potrei vivere stando chiusa in un’agenzia.Vorrei trovare la mia serenità nella routine ma io non sono felice così. Quando terminerà il mio lavoro, partirò per dieci giorni in Germania e poi a Copenaghen. Ho in ballo alcune proposte legate ai viaggi che sto valutando. Per quanto riguarda il blog, invece, sono in fase di rebranding per capire come posizionarmi e come raccontare il viaggio. Vorrei far emergere la differenza tra travel blogger e viaggiatore che racconta delle storie.

 

Segui il suo viaggio su: www.ilfilodinicky.com

Intervista a Vito Petragallo, CEO di Sobrio – EiSWORLD Group

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Intervista a Vito Petragallo, CEO di Sobrio – EiSWORLD Group

Tra gli Speaker che saliranno sul palco del Mashable Social Media Day Italy + Digital Innovation Days il prossimo ottobre abbiamo intervistato per voi Vito Petragallo, CEO di SobrioEiSWORLD Group, che in occasione dell’evento terrà uno speech su Gamification Aziendale, dal Finance all’Automotive.

Scopriamo di più sul suo background professionale, su Sobrio e sullo speech che si terrà il prossimo 19 ottobre in Sala 1 dalle 12.20 alle 12.40. Non hai ancora il tuo biglietto? Acquista ora il Live Streaming a soli 99 € + iva.

#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

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#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

A poche settimane dal Mashable Social Media Day Italy, #smdayitontheroad fa tappa in Germania, per conoscere Annamaria Maisto e il suo progetto, un incubatore di talenti per far conoscere creativi e designer.

Creativa, sognatrice sei molto attiva sui social network per promuovere artisti e designer. Ci racconti com’ è nato il tuo impegno online?

Più che impegno la chiamo passione, erano gli anni in cui non si parlava ancora di influencer e i social, nello specifico Instagram era ancora usato solo per una comunicazione puramente visiva, gli anni in cui le fashion blogger iniziavano a inondare i brand/designer con le famose richieste di collaborazione in cambio di pubblicità, malcostume che é arrivato fino ad oggi, ecco, da quel modus operandi che non condividevo nacque la voglia di creare uno “spazio” da concedere senza vincoli e “scambi” ai creativi.

Quali obiettivi  senti di aver raggiunto e quali vorresti raggiungere con i tuoi progetti?

Questo é stato l’anno della consapevolezza, non mi sono mai posta un obiettivo preciso con il mio progetto, o meglio sono stata sempre e solo certa di non voler copiare o proporre ciò che già esisteva, il traguardo inaspettato é stato l’essere scelta come membro della giuria in un importante evento/fiera qui in Germania di design e Moda a Marzo, ed essermi ritrovata insieme a famosi Designer e Art director internazionali mi ha fatto capire quanto valesse la mia voce ed il mio giudizio. Lo stesso vale per tutte le volte che in questi anni mi mi sono stati chiesti pareri e/o consigli, che si trattasse di store, privati, designer o artisti, credo che valga molto sapere di poter essere d’aiuto. Negli anni sono arrivate collaborazioni con/per altre piattaforme e store (in via ufficiale ed ufficiosa). L’essere anche Art director di un magazine online ( Nouvellefactory.com) mi ha fatto crescere molto. Per il futuro mi auguro di continuare più che ad influenzare a connettere, creare un flusso continuo fra spettatori ed Creativi.

Raccontaci in un tweet il tuo progetto #imnotafaschionblog!

#Imnotafashionblog é in primis uno stato mentale, non é un blog, ne un magazine, é un incubatore di talenti, l’arte visuale che si unisce allo scouting, libero da vincoli e modi operandi che circondano il mondo della promozione. 

www.instagram.com/imnotafashionblog

www.facebook.com/imnotafashionblog

Sei stata definita l’anticristo delle fashion blogger, ti ritrovi in questa definizione?

Questa frase uscì per caso durante un’intervista radio dell’anno scorso, in cui si parlava di Influencer, Fashion blogger, Ferragni & co.  non mi sono mai definita, anche perché con il tempo non sono ancora stata capace di dare un titolo a ciò che faccio, c’é chi mi ha definito un’ Artista (visuale), chi una mecenate, chi una talent scout, non riesco ad inquadrarmi in nessuna definizione anche se forse faccio parte di tutte allo stesso qual modo.

Ami la moda ma sei molto critica verso quello che è il fashion system. Come vivi questo contrasto?

Sará il mio background artistico (ho frequentato l’Accademia Di Belle Arti e fatto mostre in Italia ) che mi porta a vedere la moda come una forma d’arte al pari della pittura della danza o della musica, l’espressione di un pensiero. Amo il design ed il connubio fra i due. Diverso é il discorso sul Fashionsystem che la/li circonda, purtroppo continuo a non concepire ancora certe dinamiche legate più al profitto rispetto al merito, ciò che accade anche nel campo delle mostre d’Arte per intenderci, ma capisco che per alcuni conta di più il primo, mi piacerebbe vedere più chiarezza e più supporto concreto nel momento in cui si percepisce di avere di fronte un talento, ecco che mi ricollego a quel sognatrice nella prima domanda. Detto questo sopravvivo al contrasto continuando imperterrita sulla via che mi sono scelta.

Come selezioni i creativi da far conoscere?

L’impatto visivo é alla base di tutto, non guardo i nomi, non seguo le mode (anche se sembra un paradosso) c’è molta ricerca, molto tempo impiegato a scrutare profili, immagini a capire la storia che si cela dietro l’opera nel caso di un’Artista o la collezione se si tratta di un Designer, sono attratta sopratutto da tagli e forme, amo le strutture lavorate, é per quello che punto molto su pezzi che siano innanzitutto design che poi siano indossabili nel caso della moda é un valore aggiunto, credo di aver mostrato nel mio progetto solo il 50% fino ad ora di quanta meraviglia si celi in questo mondo.

Da sei anni vivi in Germania, quali differenze hai riscontrato a livello professionale con l’Italia?

Diciamo che qui in Germania sono molto più importanti i titoli e gli attestati rispetto all’esperienza, con questo non discuto sul valore di studi o corsi, ma credo nel risultato finale e sinceramente la produzione di un soggetto con anni di esperienza rispetto a quella acerba di un giovane, anche se titolato, ha la sua differenza, qui i freelance non avrebbero vita facile, premettendo che non mi piace il termine, oramai usato a sproposito da molti, ma ritengo che le continue ricerche, prove, esperienze e fallimenti costituiscano le basi di un professionista.

Cosa significa per te fare rete?

Connettere, che sia un soggetto con un brand, uno store con un Designer, un Artista count fotografo, #imnotafashionblog e gli altri progetti di cui mi occupo servono a questo, a unire in un solo spazio, in un solo lavoro visivo più arti. e farle confluire in un’unica cerchia di spettatori attenti.

Cinque artisti o creativi che ci consigli di seguire sui social?

Una Fotografa: Alexandra Von Fuerst

Un Artista: Marco Rea 

Un Brand: Demanumea

Una Designer: Caroline Holzhuber

Un Creativo: Boris Peianov

Grazie, ci vediamo a Milano!

Teamleader – Non solo CRM

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Teamleader – Non solo CRM

Nata nel 2012 come start-up innovativa, Teamleader è oggi la scale-up belga più premiata d’Europa, con oltre 150 dipendenti e un parco clienti soddisfatti che supera 10.000 PMI e 30mila utenti.

Attraverso l’omonima piattaforma ed al motto di “Work Smarter”,  Teamleader favorisce il processo di digital transformation di agenzie di comunicazione, Startup, PMI e professionisti,  erogando una soluzione all in one – che abbina un potente CRM ad una serie di strumenti per gestire vendite, progetti e fatturazione – pensata in particolare per un settore ad alto tasso di innovazione come quello della comunicazione e del marketing, in cui è cruciale monitorare, organizzare e gestire in modo integrato e coerente ogni fase, dalle attività di contatto fino alla finalizzazione e fatturazione dell’ordine.  Tutto questo insieme ad un prezzo estremamente accessibile, ad un’interfaccia semplice e intuitiva e ad un servizio di assistenza 100% gratuito, in italiano.

Inoltre Teamleader è completamente integrato con gli strumenti più utilizzati dalle PMI, come quelli per la posta elettronica (es. Gmail o Outlook), i calendari (es. Google Calendar o i calendari di iCloud), la creazione di newsletter (es. MailChimp), le piattaforme di cloud storage (es. Dropbox o Google Drive).  Con oltre 150 integrazioni disponibili sul marketplace di Teamleader, è possibile dotarsi di tutto ciò che serve per lavorare in modo ancora più produttivo.

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Grazie alla partnership con Teamleader, a tutti i membri della community di Mashable Social Media Day viene offerto in esclusiva il 15% di sconto sul primo abbonamento.  Basterà attivare il Free Trial di 14 giorni da questo link e, se diventi cliente, ti verrà applicato lo sconto sulla prima fattura.

Cosa stai aspettando?  Registrati e inizia a lavorare in modo più smart!

Intervista a Patrick Abbattista, di DesignWanted

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Intervista a Patrick Abbattista, di DesignWanted

Sotto il sole di luglio, riparte il #SMDAYITONTHEROAD! Questa settimana, facciamo tappa a Milano per conoscere Patrick Abbattista, CEO di DesignWanted, nostro media partner per la prossima edizione del Mashable Social Media Day Italy!

 

  • Oggi Design Wanted è una piattaforma con una community di oltre 300 mila follower. Facciamo un salto indietro nel tempo, com’è nata l’idea e quali sono stati i primi passi che hai fatto per realizzarla?

Sono arrivato al Design totalmente per caso. Nel 2008 re-incontrai un amico di infanzia, con cui ero all’asilo e che non vedevo da circa 20 anni. Mi parlò del suo blog di design, me ne innamorai e decisi di dargli una mano lato marketing, che era poi la mia formazione.

Dopo 7 anni, decisi di ripartire da zero – ottobre 2015 – lasciando a lui il progetto e reinventandomi con una nuova realtà: DesignWanted.

A differenza della prima iniziativa, focalizzata sulla selezione dei progetti di design, DesignWanted ha unito la mia neonata passione per il design con le mie competenze di marketing. L’idea di fondo era ed è supportare i designer su ciò in cui sono meno preparati: gli aspetti di marketing e business.

 

  • Quali sono le principali difficoltà che hai dovuto affrontare per far crescere la piattaforma?

Considerato che lasciando il progetto precedente feci un parziale salto nel buio, la primissima preoccupazione che avevo era ricostruire la community che avevo precedentemente e la rete di collaborazioni internazionali che avevo messo in piedi in 7 anni di attività.

All’inizio, oltre al mio nome e al nuovo brand, non potevo contare su molto altro. Ero alla ricerca di una leva che mi potesse riportare all’attenzione dei big dell’industria del design.

 

  • Quanto occorre investire in termini di risorse ed energie per creare una piattaforma di successo?

Dal punto di vista monetario, non ho investito molto. Con circa mille euro sono riuscito a costruire una community che oggi conta oltre 400mila persone. Ho applicato quelle che chiamano tecniche di growth hacking nel periodo migliore di Instagram.

Lato competenze, invece, ho speso intere notti a studiare, mentre il giorno lo dedicavo alla pratica. Corsi su corsi, test su test, per trasformare Instagram in quella leva che cercavo, scoperta grazie a un amico, Stefano Mongardi.

Ero a casa con un ginocchio rotto, fermo a letto. Feci il suo corso, mi convinse, e decisi di ripartire da lì.

Non potevo permettermi di sbagliare, per questo ho dedicato anima e corpo e coltivare sia il canale che la community. Dovevo riprendere il passo con ciò che avevo lasciato.

 

  • Chi c’è dietro a DesignWanted? Presentaci il tuo team!

Oltre al sottoscritto, c’è una persona fondamentale in tutti i progetti che ho fatto sino a qui, quindi non solo DesignWanted: Giovanni De Carlo, co-founder, che segue tutti gli aspetti tecnologici.

Giovanni, oltre ad essere uno sviluppatore, è un formidabile problem solver. È grazie a lui se siamo riusciti nel tempo a far evolvere la piattaforma e a rispondere alle esigenze del nostro mercato di riferimento, rimanendo sempre snelli e scalabili. La nostra filosofia, che è poi tipica dei designer, è ‘keep it simple’.

 

  • Quali sono, secondo te,tre designer/creativi italiani che si distinguono per la propria strategia di marketing e comunicazione?

Devo essere sincero. Se penso ai giovani, non vedo un grandissimo dinamismo sul fronte della comunicazione. Questo, in parte, per quello che dicevo prima e che mi ha spinto a creare DesignWanted. I designer sono molto bravi a…disegnare, ma spesso si scordano gli altri aspetti, quelli che li porrebbero sotto i riflettori.

Detto ciò, vorrei citare un’azienda, più che un singolo, ovvero LAGO che, secondo me, è tra le migliori sul panorama Italiano a sfruttare il digital lato comunicazione.

Un altro esempio è un designer/creativo che, in realtà, fa più il manager: si tratta di Mauro Porcini, attualmente a capo del Design di PepsiCo. Mi piace sia per il boost che ha dato Pepsi da quando ricopre il suo ruolo, tra design ed experience design, sia per il tipo di comunicazione personale che fa. Capace di comunicare il mood, lo stile creativoche lo caratterizza.

L’ultima che cito è Virginia Di Giorgio, Siciliana e autrice del brand Virgola, che trovo splendido nella sua creatività e coerenza, visto che lo seguo da diversi anni. Grazie alla bellezza delle sue opere, oggi conta un seguito di 130mila persone solo su Instagram, e vende in tutto il mondo le sue creazioni e collaborazioni (https://www.instagram.com/virgola_)

 

  • Cosa ti ha spinto a diventare media partner di un evento come il Mashable?

Ad oggi, rappresenta l’evento più importante nel mondo digital Italiano. Riunisce realtà diverse, da spazio a case history assai interessanti ed è un palco prestigioso. In Italia, si sente tanto parlare di Digital, ma sono in pochi ad affrontare la materia in modo serio ed efficace. Ho conosciuto Eleonora Rocca e la passione che mette in questo progetto mi ha convinto a farne parte.

DesignWanted è una canale che parla di Design. Ma in senso ampio, è un progetto di digital marketing che trova le sue radici in un evento come il Mashable. Ho ritenuto sensato farne parte anche per questo.

  • Alla prossima edizione di #SMDAYIT + #DIDAYS sarà dedicato uno spazio particolare a blogger e influencer. Quanto può essere utile per un creativo/designer/architetto la collaborazione con influencer per far conoscere la propria attività? 

Credo sia fondamentale, e non solo perché l’Influencer genera visibilità, ma soprattutto perché qualifica il lavoro del designer o dell’azienda. Se l’Influencer è credibile, e lo si misura anche dalle collaborazioni che ha all’attivo, allora è essenziale che rientri nelle strategie di comunicazione di un qualsiasi business, che sia micro o una multinazionale.

Lo vedo quotidianamente su Instagram. Collaboro con pagine da oltre 1 milione di followers. In totale, siamo un gruppo di Instagrammer da oltre 13 milioni di contatti aggregati. Ci conosciamo quasi tutti. Quando uno di noi posta un progetto, è molto facile che gli altri lo riprendano sulle proprie pagine. Chiaramente, se l’idea è buona. Non si possono fare miracoli J

I designer e i creativi, più in generale, dovrebbero approfittare delle grandissime opportunità offerte da spazi come Instagram. Un’idea di valore può cambiare le sorti dell’autore nel giro di pochissimi mesi. In alcuni casi, settimane. Quando funzionano e piacciono, ci si impiega un attimo a diventare virali.

Da ultimo, un Influencer ha il polso della situazione nella sua nicchia di riferimento. Se consolidato, conosce istintivamente il sentiment della sua community, sa indirizzare l’azienda verso i contenuti che funzionano meglio, l’aiuta a trasformarli in catalizzatori di attenzione e leads. Senza mai perdere di vista i dati, si intende.

Per farti un esempio, sono spesso in contatto con Sarah Wayne Callies,attrice Hollywoodiana (co-protagonista di Prison Break e altri), che di tanto in tanto mi chiede informazioni sui progetti pubblicati. In diverse situazioni, le ho indicato designer o aziende in linea con i suoi gusti. Ed è più facile che indichi realtà che già conosco e con cui collaboro, per il semplice motivo che il loro nome è già nella mia testa.

 

  • Quale futuro sogni per DesignWanted?

Un punto di riferimento per chi si occupa di design. Una tappa obbligata per capire come strutturare un design business e come farlo crescere, per imparare da chi l’ha già fatto. Una fonte di risorse e opportunità imprescindibile per chiunque sia in questo settore.

Voglio che diventi un ecosistema in grado di supportare attivamente sia i designer che le aziende, su scala internazionale, creando opportunità reciproche.

La mia ambizione è che anche il designer che vive nell’angolo più remoto di questo pianeta abbia le stesse opportunità di esprimere il proprio talento di uno che vive a Milano, Londra o New York. Credo nel talento, a prescindere. E la cosa che più mi affascina è l’impatto sociale che il buon Design ha. Non è auto-referenziale, ma migliora effettivamente la vita delle persone.

 

  • Per concludere: c’è qualche domanda che non ti fanno mai a cui vorresti rispondere?

Eheh di solito mi circondo di persone che mi chiedono tutto o fanno osservazioni anche scomode. Amo il confronto.

Comunque, se dovessi trovarne una prima dell’evento, prometto che me la farò direttamente li, un pò alla Marzullo, dai.

Grazie, ci vediamo a Milano!

 

Intervista di Ilenia Dalmasso

Infochaostainment: la strategia social di Fondazione Sandretto

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Infochaostainment: la strategia social di Fondazione Sandretto

Fino a qualche anno fa, la Fondazione Sandretto era riconosciuta come una delle tante realtà istituzionali italiane dedicate alla promozione dell’arte e della cultura. Oggi, invece, è diventata una vera e propria icona di stile, per la sua comunicazione social irriverente e fuori dagli schemi ingessati e anche un po’ ripetitivi della comunicazione istituzionale. Merito di Silvio Salvo, ufficio stampa e social media manager, incoronato da Artribune miglior ufficio stampa 2017. Sabato 28 aprile, l’ho incontrato a Cuneo nel corso di un incontro dedicato al tema della comunicazione 2.0 e cultura, realizzato dai ragazzi del Progetto Yom,un progetto di coinvolgimento giovanile nell’attività dei musei locali.

LAVORARE COME SOCIAL MEDIA MANAGER IN AMBITO ARTISTICO

 “Sono laureato in Scienze della Comunicazione, anche se non mi è servito a nulla – ha raccontato Silvio Salvo – ho fatto uno stage per il Premio Grinzane Cavour e nel 2005 ho iniziato a lavorare nell’ufficio comunicazione della Fondazione Sandretto Re Baudengo di Torino. Mi occupo di comunicazione artistica da 13 anni, ma non sono un esperto di arte contemporanea. Quello che so di arte contemporanea è quello che ho imparato attraverso il mio lavoro. Dal 2008/2009 mi occupo di Facebook, per il semplice fatto che ero uno dei pochi a essere iscritto. Per svolgere questo lavoro occorre: conoscere i contenuti, avere buone capacità di copywritng, essere aggiornati su nuovi canali di comunicazione, avere come mission informare, interagire, conoscere il linguaggio delle persone per creare una community di riferimento”.

IL TARGET DELLA COMUNICAZIONE DI FONDAZIONE SANDRETTO

 “La Fondazione Sandretto ha come focus principale la promozione di giovani artisti, a livello nazionale e internazionale. Il pubblico che vogliamo raggiungere con la nostra comunicazione è fatto da: appassionati di arte contemporanea, scuole, universitari, famiglie, turisti, artisti collezionisti, torinesi o piemontesi. Come si informano queste persone? Attraverso il web – sito internet, newsletter, social network – giornali, passaparola/influencer”.

OBIETTIVI DI COMUNICAZIONE

 “L’obiettivo principale è quello di riaffermare il posizionamento della Fondazione. All’inizio eravamo tra le prime realtà in Italia, nel tempo ne sono nate tantissime nuove. Prima era facile uscire sui giornali, ora abbiamo tantissimi “competitor” ed è sempre più difficile. Un altro obiettivo è quello di immettere nuova linfa bei processi di comunicazione per imprimere energia e attirare nuovi pubblici”.

LE 8 C DELLA COMUNICAZIONE MADE IN SANDRETTO

Caos, cultura, cazzeggio, community, condivisione, contaminazione, coinvolgimento, cortocircuito.

COME È NATO LO STILE DI COMUNICAZIONE “SANDRETTO”

“La maggior parte dei musei hanno un dipartimento digital che si occupa esclusivamente dei social e altre persone dedicate all’ufficio stampa. Io mi occupo di entrambe le cose. Per impostare la strategia di comunicazione, siamo partiti dai nostri punti deboli: 1. non è facile comunicare un artista emergente; 2. la Fondazione non è dotata di una collezione permanente e nemmeno di un’opera simbolo; 3. giorni d’apertura dal giovedì alla domenica; 4. nessun investimento pubblicitario online (adv) e offline (cartellonistica) e budget sempre ridotto sulla comunicazione. Mi sono chiesto cosa possiamo comunicare? Così mi sono inventato un linguaggio, che mi permetta di non comunicare in modo convenzionale. Ho sempre avuto la consapevolezza di essere un architetto della parola e dell’immagine e di poter creare cortocircuiti interessanti soprattutto sui social, in fondo come dice Marshall McLuha <<the medium is the message>>”.

STRATEGIA SOCIAL

“Se introduci un po’ di anarchia… se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. Io sono un agente del caos e sai qual è il bello del caos? È equo” – dal film “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan

“Ci sono musei molto più social di noi e riescono a usarla in maniera divulgativa, il museo Egizio punta tantissimo sulla storia anche sui social, per noi è molto difficile l’unico modo di contestualizzare l’opera è parlare del qui e ora, per questo prestiamo molta attenzione agli elementi che appartengono alla quotidianità. L’arte contemporanea è calata nella realtà quotidiana. Devo conoscere questi aspetti, per comunicare devo conoscere il contesto in cui vengono create le opere in questo momento storico. Ogni elemento della quotidianità può essere utilizzato per creare uno scenario che comunichi“.

“Viviamo nell’era del caos. Come social media manager cerco di mettere in scena il caos e tradurlo in modo scenario che superi i confini fra i vari linguaggi (arti visive, tv, pubblicità, musica, cinema, letteratura, giornalismo, social media). La strategia di comunicazione adottata sui social deve raggiungere le persone che non conoscono la Fondazione Sandretto attraverso i canali istituzionali (sito, newsletter, comunicati stampa) e può essere sintetizzata in una parola”:

 INFOCHAOSTAINMENT= informazione + caos + intrattenimento

“Voglio che la prima impressione di chi viene sui social della Sandretto sia quella di essere spiazzato. Il linguaggio va decodificato. Non è convenzionale per un’istituzione ma se ci pensate è il più convenzionale sui social”.

“A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio”

– David Foster Wallace, dal saggio David Lynch

 La missione della comunicazione social è di imprimere nell’immaginario collettivo e comune la parola Fondazione Sandretto per fare in modo che le persone si ricordino il nome in modo divertente. Da qui, è nato l’hashtag: #occupysandretto

Quando comunico attraverso i social (il linguaggio social segue un linguaggio totalmente diverso dagli altri canali) devo immaginarmi il visitatore tipo o ideale della Fondazione Sandretto, devo sapere che tipo di musica ascolta, che programma segue, appropriarmi di immagini universali e sandrettizzarle. Per questo ho scelto di utilizzare i meme , perché sono la cosa più immediata e che fa sorridere.

 

COME NASCE IODA

 Ioda, in realtà, è il vero social media manager della Sandretto. Ha una su pagina su Facebook e  su Instagram. La Fondazione Sandretto come tutte le grandi Fondazioni può anche non piacere a molte persone. Soprattutto all’inizio, molti si sentivano in dovere di attaccare le scelte artistiche della fondazione, così nel momento in cui le critiche sono diventate più pesanti, ho creato Ioda e facevo rispondere a lui ai commenti. Da quel momento le critiche si sono azzerate.