ASANA: il tool perfetto per organizzare al meglio il lavoro del tuo team

Nell’ultimo anno a causa dell’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, lo Smart Working ha conosciuto una crescita esponenziale, ad oggi sono circa 8 milioni i lavoratori italiani che lavorano da casa a fronte dei 570mila dell’anno precedente.

Tra i numerosi tool creati per organizzare al meglio il lavoro da casa è impossibile non citare Asana, semplice, adattabile e potente.

Asana è un’applicazione web pensata per i Project Manager con l’obiettivo di assistere i team di lavoro nell’organizzare, pianificare e monitorare le attività.

Viene comunemente inserita all’interno della famiglia dei tool di project management, anche se il riferimento più corretto è software di work management o di produttività personale.

È un prodotto “freemium”, ovvero si presenta con un piano base gratuito e delle versioni a pagamento che presentano funzionalità aggiuntive.

 

Asana è stato fondato nel 2008 dal cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz e dall’ingegnere ex-Google ed ex-Facebook Justin Rosenstein, che hanno entrambi lavorato al miglioramento della produttività dei dipendenti di Facebook. Il prodotto è stato lanciato commercialmente nell’aprile 2012. Nel dicembre 2018 la società è stata valutata 1,5 miliardi di dollari.

I due fondatori del software hanno deciso di utilizzare il nome Asana, termine che ricorre spesso nella terminologia dello yoga e significa “facile da imparare”, proprio per sottolinearne la semplicità e l’intuitività di questo tool.

 

Tramite questa applicazione i team possono creare progetti, assegnare il lavoro ai compagni di squadra, specificare le scadenze e comunicare sui compiti; include anche strumenti di reporting, allegati di file, calendari e altro ancora.

Ma com’è strutturato Asana?

La struttura di Asana prevede quattro livelli:

  1. Organizzazione
  2. Team
  3. Progetti
  4. Task

 

Un’organizzazione (un’azienda) può avere più team; ogni team può gestire uno o più progetti; ciascun progetto è composto da task e subtask.

 

Se ci si iscrive utilizzando la propria email aziendale, si può creare un’organizzazione: tutti i propri colleghi che si iscriveranno saranno in automatico collegati al gruppo di lavoro che è stato creato.

 

Asana ad oggi prevede anche l’integrazione con numerose App.

  • Ecosistema Google: Calendar, Gmail, Drive, Chrome, Sheets, Forms, Skedpal, YouTube.
  • Ecosistema Microsoft: Teams, Office 365, Outlook, Azure Active Directory, Power Platform.
  • Altri tool di comunicazione e marketing: Adobe Creative Cloud, Mailbird, Slack, Vimeo, MailChimp, Miro, Zoom, Jira, Hubspot, Salesforce.
  • File sharing: CloudApp, OneDrive, Box, Dropbox, Sharepoint.
  • Reporting e time tracking: Tableau, TimeCamp, Instagarntt, HourStack, Timely, pomoDone, Everhour.

Il tool, è dichiaratamente pensato per rispondere alle esigenze di chi lavora in diversi contesti e realtà.

Ad esempio, si rivolge ai team che lavorano in aree quali

  • Marketing
  • Reparto commerciale
  • Sviluppo prodotto
  • Dipartimento IT
  • Risorse Umane
  • Amministrazione e finanza
  • Operations
  • Top Management

Viene continuamente aggiornato per rispondere alle sempre nuove esigenze di organizzazioni da tutto il mondo.

Asana viene utilizzato anche aziende del calibro di Google, Danone, HubSpot, Deloitte, Accenture, Nasa, Harvard University, General Electric, Sky, Vodafone, Avon, Zappos.com, Spotify, Uber, PayPal, The New York Times, Quora e National Geographic.

Asana e il nuovo panorma lavorativo

In questo nuovo e dinamico panorama lavorativo ogni giorno ci interfacciamo e facciamo affidamento su centinaia di applicazioni pensate per facilitare la vita di ognuno di noi, infatti, secondo i dati del Global EN Anatomy of Work Report in media le persone sono solite cambiare circa 10 applicazioni più di 25 volte al giorno per svolgere il proprio lavoro.

I membri dei team distribuiti che, lavorando da remoto, cercano di ricreare “l’ufficio fisico” ricorrono a molteplici applicazioni, ma l’overlapping di applicazioni porta inevitabilmente a rallentare il lavoro, infatti il 27% degli impiegati sostiene che un’elevata percentuale delle informazioni e del lavoro svolto vengono perse quando si passa da un’App all’altra e il conseguente sovraccarico delle App rende a sua volta il personale meno efficiente.

Per questo motivo fare affidamento su una piattaforma di gestione del lavoro, quale Asana, pensata e costruita ad hoc rappresenta la chiave del successo per risparmiare tempo, sforzo e denaro.

Secondo IDC (la prima società mondiale di ricerche di mercato, consulenza ed eventi in ambito IT e innovazione digitale), i team che utilizzano tre o più integrazioni sperimentano un risparmio di circa 30 ore a settimana.

 

Oggi per “sopravvivere” al mercato lavorativo, le organizzazioni devono dimostrare grande capacità di resilienza, una forte predisposizione all’adattamento e nuovo modo di pensare e organizzare le proprie attività.

Spesso però questa capacità organizzativa viene meno creando non pochi problemi, infatti,

nel 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato la sindrome da burnout come un fenomeno occupazionale che deriva dallo stress cronico sul posto di lavoro.

Per questa ragione organizzare il lavoro in maniera adeguata è imprescindibile e Asana è la soluzione.

Asana rappresenta un workspace all’interno del quale è possibile creare progetti e ottenere una panoramica dettagliata di tutte le attività collegate al lavoro da svolgere in modo da gestire in sincrono tutte le attività del proprio team rispettando le scadenze e raggiungendo gli obiettivi prefissati in maniera efficace.

Questo tool inoltre permette di migliorare non solo le performance lavorative, ma anche di creare spirito di squadra che rappresenta il presupposto fondamentale per guidare il proprio team al successo.

 

 

Nicole Di Salvo

Project Manager – Digital Innovation Days

Anna Moschetta

Communication Trainee – Digital Innovation Days

Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei: Spotify Studio AD e le sue enormi potenzialità

Cosa fai quando sei in coda in tangenziale? E quando cerchi di superare il tuo record personale nei 10km? E quando sei sotto la doccia? Fammi indovinare: ascolti Spotify!

Lo so, sembra proprio che io ti conosca molto bene. In realtà io, te e altri 299 milioni di persone abbiamo qualcosa in comune: utilizziamo questo streaming audio per farci accompagnare in ogni momento della giornata.

Playlist, radio, autori e podcast: Spotify non è solo un contenitore di musica, è un distributore di contenuti con dati da capogiro. Quindi perchè non sfruttare questa enorme potenzialità e cominciare a fare delle campagne promozionali?

 

Diamo qualche numero

 

Con 299 milioni di utenti attivi ogni mese, di cui 170 milioni con sottoscrizione free, Spotify raggiunge ben 92 mercati. Un bacino d’utenza straordinariamente ampio, in cui facilmente si possono identificare personas e cluster di interessi specifici.

Chi sono gli iscritti a Spotify?

Uomini e donne in percentuale quasi uguale (46% donne, 54% uomini), gli utilizzatori appartengono in maggioranza alle fasce d’età più giovani, tra le più ambite da pubblicitari e da brand: ben il 34% è di età compresa tra i 18 ed i 24 anni, il 27% tra i 25 e i 34 e il 14% tra i 35 e i 44 anni.

I dati relativi all’audience possono scendere ancora più nel dettaglio, rivelando ad esempio che gli ascoltatori di podcast sono mediamente più istruiti e con un potere d’acquisto maggiore rispetto alla media per fascia d’età (fonte: Spotify First Party Data 2020 e Global Web Index 2018). Insomma, Spotify con i suoi dati first-party e third-party permette di raggiungere segmenti di pubblico specifici sulla base dei dati demografici e degli interessi, identificati analizzando le abitudini di streaming e i gusti musicali degli utenti.

Infine un piccolo accenno doveroso ai contenuti della piattaforma: oltre 60 milioni di brani, più di 1,5 milioni di podcast e 4 miliardi di playlist. Ce n’è davvero per tutti i gusti (e generi).

 

Raggiungere un’audience coinvolta

Milioni di persone accompagnano con la musica di Spotify i loro momenti più importanti. L’ascolto quotidiano alimenta la streaming intelligence: first-party data contestuali che ci rivelano mindset e gusti del momento.

Ed è proprio l’enorme varietà di dati ad essere il sicuro valore aggiunto di questo strumento. Su Spotify la tua audience è perfettamente targettizzata non solo sulla base dei dati demografici, cosa comune a tantissime altre piattaforme, ma anche e soprattutto per la conoscenza dei momenti e delle abitudini degli utilizzatori.

Spotify sa a che ora vai a correre la domenica mattina (e quando decidi di non andarci), se ami ascoltare podcast sulla mitologia greca o sul marketing esperienziale e se ieri sera hai avuto una cena romantica o una pizza a casa con gli amici.

Le persone condividono informazioni e pareri con la piattaforma, comunicano le proprie preferenze affinché l’algoritmo possa proporre loro contenuti audio sempre più affini ai propri interessi.

Tu scegli, l’algoritmo impara e i dati si perfezionano. 

Analizzando le abitudini di streaming e i gusti musicali degli utenti è possibili raggiungere segmenti di pubblico altamente profilati sulla base di

 dati demografici (sesso, età, geolocalizzazione streaming in tempo reale, etc…) forniti tramite registrazione utente;

gusti musicali (musica per bambini, Alternative, Classica, Rock etc… per un totale di oltre 30 generi e sottogeneri) per trasmettere spot subito dopo aver ascoltato un genere specifico;

Behaviour (analisi delle attività, degli stati d’animo, delle abitudini) attraverso l’analisi delle playlist personalizzate;

device (desk, mobile, tablet, auto, dispositivi gaming connessi etc…) per raggiungere gli utenti con le tue campagne in modo dinamico in base alla piattaforma che utilizzano al momento.

Pare proprio che non resti che posizionare la tua campagna nel “momento” giusto con la persona giusta, con una precisione quasi chirurgica.

 

Formati pubblicitari coinvolgenti: oltre all’audio c’è di più!

Spotify offre diversi formati di spot: l’audio è sicuramente il più diffuso, ma non è il solo.

Dato che i device e le piattaforme in grado di riprodurre lo streaming sono molteplici, molteplici sono anche i formati pubblicitari, che si adattano all’azione che presumibilmente l’utente sta compiendo.

I formato previsti sono:

Audio Everywhere: spot audio che consente di raggiungere tuo pubblico di riferimento su qualsiasi dispositivo, in qualunque ambiente e in ogni momento della giornata;

Video (Sposored Session e Video Takeover): video ad alto impatto, di grande qualità, mostrati solo a piattaforma aperta in primo piano e corredati di banner cliccabili;

Display (Overlay e Homepage Takeover): banner cliccabile che mette al centro dell’attenzione (e dello screen) il tuo Brand;

Sponsored Playlist: ti consentono di ottimizzare la brand awareness mediante la sponsorizzazione esclusiva dei migliori contenuti, ovvero le playlist editoriali.

Utilizza una combinazione di contenuti audio, video e display con messaggi uniformi, per garantire al tuo brand “l’ubiquità”.

 

SPOTIFY AD STUDIO è la piattaforma da cui poter programmare una campagna. Il meccanismo è molto simile ad altre piattaforme di ads per i social, seppur con qualche leggera limitazione probabilmente dovuta alla “giovane età” dello strumento.

La struttura classica Campagna – Gruppo di annunci – Annuncio permette di selezionare  obiettivo, durata, formato e di colpire target in base a interessi, real time context, generi musicali o nessun interesse specifico, per craggiungere proprio tutti.

Ma la vera rivoluzione è la possibilità di creare tramite la piattaforma ed in modo totalmente gratuito (senza costi aggiuntivi rispetto all’investimento pubblicitario) uno speakeraggio con attori: un risultato professionale garantito.

Facile, veloce, misurabile e mirata, la pubblicità su Spotify suona davvero bene!

 

Case History, ovvero “Perchè non ci ho pensato prima io?!”

Se fatichi ad immaginare campagne dal grande potenziale e risultati vincenti, ti invito a consultare le case history riportate sul sito https://ads.spotify.com/it-IT/case-history/ per trarre ispirazione.

Playlist per cani, sinfonie composte con le patatine fritte, suoni che diventano ricette di cucina e tanto altro… non solo Awareness e Reputation, con Spotify gli inserzionisti riscontrano un notevole aumento delle metriche del brand, su scala globale e in numerosi mercati verticali.

Audio 3d, contenuti interattivi, app da scaricare, siti da visitare: grandi brand hanno ripensato l’esperienza di marca proponendo materiale nuovo, innovativo, curioso ed interessante. L’ascolto di Spotify segna dei momenti che, se ben capiti e sfruttati con messaggi creativi valoriali, aumenteranno sensibilmente il vostro SOV. 

 

Sì, tutto chiaro, ma quanto costa?


Ecco che ora svelo la più grande ed importante novità: da poco tempo Spotify ha deciso di rivedere le proprie logiche di marketing, abbassando il budget minimo di investimento di campagna da 1000 dollari (in principio i costi erano ancora più alti, decine di migliaia di dollari) a 250 euro.

Ricapitolando: il formato audio e i messaggi uniformi si legano ai momenti della quotidianità di un target efficacemente coinvolto e propenso a ricordare e ricercare (e di conseguenza acquistare).

Una strategia digital di brand su Spotify è una sinfonia armonica di progressi misurabili e massima creatività: un mix vincente da riprodurre subito, come una bella Playlist.

Francesca Vanolo

Ambassador Web Marketing e Social Media – Digital Innovation Days

COME LA PANDEMIA HA INCREMENTATO LA NECESSITÀ DI SVILUPPARE UN IMPORTANTE SET DI SOFT SKILLS

La pandemia ha portato grandi cambiamenti nel panorama lavorativo. Secondo il rapporto dell’Observatory Baremeter 2020, realizzato dal Gruppo Cegos, che ha coinvolto oltre duemila professionisti tra personale HR e dipendenti di quattro paesi (Italia, Francia, Spagna e Germania), emergono dati interessanti circa l’importanza e la necessità di incrementare il proprio set di soft skills.

Secondo i dati è emerso che, tra Digital Transformation e Pandemia, circa il 75% dei lavoratori italiani ritiene che sarebbe disposto a seguire corsi di formazione, anche al di fuori dell’orario lavorativo, per implementare le proprie soft skills.

Prendendo in considerazione “The future of job”, pubblicato dal World Economic forum nell’ Ottobre 2020, le competenze che cresceranno di importanza nel prossimo quinquennio sono soft skills, quali:

  • Capacità di Adattamento
  • Comunicazione digitale
  • Remote Management
  • Pensiero critico
  • Flessibilità
  • Resilienza
  • Autogestione
  • Problem solving
  • Apprendimento attivo

Nel 2020 – come osservato da Emanuele Castellani, CEO di Cegos Italy & Cegos Apac – “le soft skills si sono trasformate da capacità essenziali per il futuro a capacità imprescindibili per il presente, e di conseguenza non si può che farle proprie per davvero”.

La pandemia di Covid-19 ha indubbiamente avuto innumerevoli ripercussioni sulle nostre abitudini e sulla nostra quotidianità e tra le quali emerge con forza l’accelerazione nella digitalizzazione.

Proprio questa grande accelerata della Digital Transformation del 2020 ha messo in risalto l’importanza delle soft skills che si sono trasformate in digital soft skills

Ma cosa sono le digital soft skills? 

Per digital soft skills ci si riferisce a competenze trasversali che ci permettono di utilizzare in maniera efficiente gli strumenti digitali.

Tra le digital soft skills più richieste annoveriamo:

  • Knowledge networking: capacità di identificare, filtrare, organizzare e condividere le informazioni presenti online sui social network e sulle community virtuali;
  • Virtual communication: capacità di collaborare attraverso tecnologie digitali e gestire la propria identità personale;
  • Digital awareness: capacità di utilizzare correttamente gli strumenti e i dati personali al fine di proteggere quelli digitali;
  • Self Empowerment: capacità di padroneggiare i tools al fine di risolvere problemi tecnici.

 

DIGITALIZZAZIONE E HR GAMIFICATION

Questo innovativo scenario lavorativo ha sottolineato l’importanza del ruolo degli HR nella trasformazione organizzativa. Gli HR Manager stanno utilizzando la strategia del Gamification come nuovo strumento per aumentare le performance lavorative, migliorare il welfare aziendale e per coinvolgere e stimolare al meglio i propri dipendenti nello sviluppare skills di Problem solving e collaborazione.

L’HR Gamification consiste nell’applicare tecniche comportamentali e motivazionali tipiche dei contesti ludici a situazioni di non-gioco.

In particolare, la HR Gamification è un ottimo tool per modernizzare i processi di scouting e formazione, rendendo così i processi di on-boarding stimolanti ed engaging sia per i canditati che per i dipendenti.

Un esempio di Gamification è la trasformazione stessa del processo di recruiting in un’esperienza di “Gaming” caratterizzata dalla premiazione dei canditati, durante le prime fasi di selezione, con veri e propri vantaggi fino ad arrivare allo step del colloquio finale. L’efficacia di tale sistema punta sull’indole competitiva presente in ogni persona quando si tratta del gioco.

Un utilizzo formidabile dell’HR Gamification è stato attuato dalla celeberrima Deloitte, azienda di servizi di consulenza e revisione contabile.

L’azienda ha digitalizzato il processo di on-boarding dei dipendenti che divisi in squadre e, insieme agli altri nuovi assunti, imparano a conoscere le procedure aziendali online.

Deloitte ha fatto un passo ulteriore verso la digitalizzazione e la gamificazione, creando un virtual tour degli uffici pensato come un vero e proprio videogame: i visitatori iniziano il tour partendo da un aeroporto per poi scegliere la propria destinazione. Una volta arrivati nella città scelta, possono recarsi nell’ufficio locale di Deloitte e interagire con i dipendenti presenti.

 

DIGITAL MINDSET

Oggi più che mai le competenze trasversali sono fondamentali, non solo per svolgere il proprio lavoro, ma per svolgerlo al meglio.

I grandi cambiamenti avvenuti nell’ultimo anno e la conseguente accelerata alla trasformazione digitale hanno comportato un riallineamento con nuove esigenze organizzative come la necessità di sviluppare e adottare un vero e proprio Digital Mindset, ovvero la capacità relativa all’inclinazione al cambiamento.

Questo termine non è stato coniato recentemente, ma già nel 2013 Vivianne Benke ne aveva proposto una definizione ben precisa:

“Il Digital Mindset è costituito da un insieme di conoscenze ed esperienze che ogni individuo ha sviluppato all’interno di una società sempre più digitalizzata e che vengono riconosciute e utilizzate per avere successo nell’ambiente digitale”.

Sviluppare il proprio Digital Mindest e migliorare il proprio set di soft skills è necessario per potersi muovere in maniera consapevole all’interno di situazioni in costante evoluzione come l’attuale mercato lavorativo che è espressione di una metamorfosi sociale, culturale e manageriale.

Anna Moschetta

Team – Digital Innovation Days