Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

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Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

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Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

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Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

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Sfondo foto creata da snowing – it.freepik.com

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

Come si costruisce e si misura la Reputazione?

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Come si costruisce e si misura la Reputazione?

Nasce Reputation Science, la prima società in Italia che unisce comunicazione tradizionale e digitale, per un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della Reputazione

La reputazione, di un brand, di un manager o di qualunque persona fisica si costruisce e si modifica sia nell’ambiente digitale che nell’ambiente analogico.

Da questo assunto è nata Reputation Science, società creata da Community Group e Reputation Manager per costruire, rafforzare e proteggere il bene più prezioso che ognuno di noi possiede.

L’innovativa joint venture ha dato alla luce la prima società in Italia che unisce le competenze della comunicazione tradizionale e digitale mettendo a disposizione un supporto strategico e consulenziale, basato su un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della reputazione.

Community Group, gruppo di reputation management fondato e guidato da Auro Palomba, e Reputation Manager, leader nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico fondata e guidata da Andrea Barchiesi, a fine luglio hanno annunciato la nascita di questa nuova società che conta su un gruppo di 80 professionisti, tra esperti di comunicazione, ingegneri, consulenti di crisis management e analisti che in Community Group e Reputation Manager hanno acquisito un track record e le competenze che li posizionano oggi ai più elevati standard del mercato.

“Ogni impresa, istituzione o manager sa bene quanto la reputazione sia un asset centrale nella capacitaÌ di perseguire i propri obiettivi di crescita” – afferma Auro Palomba, Chairman di Reputation Science e di Community Group. “Con l’esplosione dell’accesso alla rete, sono cambiati i paradigmi della comunicazione: restare invisibili non è più un’opzione percorribile, dal momento che i media e le community – online e offline – hanno sempre più la capacità di definire la nostra identità anche in modo autonomo, se il flusso di informazioni non viene gestito. La capacità di parlare ai propri stakeholder” – continua Auro Palomba – “rende dunque obsoleta la tradizionale barriera tra comunicazione online e offline, e sempre più necessaria una gestione integrata della reputazione”.

“Le basi non sono cambiate: le aziende devono essere in grado di raggiungere il proprio pubblico nelle piazze in cui la reputazione si forma, con nuovi linguaggi e nuovi approcci. Questo scenario impone la necessità di dotarsi di un metodo scientifico e rigoroso, in grado di cogliere questa complessità e permettere la definizione di una strategia di gestione della reputazione di ampio respiro. Sono questi gli assunti sui cui abbiamo creato Reputation Science” ha concluso Palomba.

“Crediamo fortemente e da sempre in un approccio scientifico alla comunicazione, integrato in tutte le fasi del ciclo reputazionale: dalla definizione degli obiettivi di comunicazione dell’azienda alla proposizione strategica per realizzarli” ha commentato Andrea Barchiesi, Ceo di Reputation Science e di Reputation Manager.
“Reputation Science nasce con l’intento di offrire alle aziende un altissimo livello di consulenza basato su un approccio olistico alla costruzione della reputazione”.

Nell’advisory board di Reputation Science siedono oltre a, Palomba e Barchiesi, Giuliano Pasini, Roberto Patriarca, Marco Rubino, Davide Cefis, Elisa Fusaro, Daniele Marini, Pasquo Cicchini e Silvia Borsari.

 

ChatBot e i loro usi strategici

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ChatBot e i loro usi strategici

Centinaia di start-up e giganti della tecnologia hanno investito ingenti quantità di denaro in prodotti basati sull’intelligenza artificiale lo scorso anno. Parlando in particolare dei chatbot, ce ne sono stati alcuni che sono stati considerati qualcosa di più di una moda passeggera e c’è chi rassicura sul fatto che avranno una lunga vita in futuro.

I chatbot sono essenzialmente programmi per computer progettati per simulare conversazioni umane. Pur fornendo un partner virtuale, questi programmi creano una conversazione tramite metodi uditivi o testuali. I principali chatbot in uso oggi sono programmi basati su testo che le persone possono utilizzare su varie piattaforme di messaggistica come Facebook.

Avendo un potenziale incredibile per quanto riguarda lo spazio del servizio clienti, i chatbot si stanno evolvendo per essere utili alle aziende in rapporto con i propri clienti, non solo quando si tratta di fidelizzazione o soddisfazione, ma anche per l’acquisizione di nuovi clienti.

Il “coinvolgimento personalizzato” andrà a vantaggio dei marchi e delle loro capacità di marketing in un modo che nessun’altra piattaforma è stata in grado di fare prima d’ora.

Il potenziale promettente dei chatbot viene sfruttato come mai prima d’ora. Giganti del business come Amazon e Apple possiedono alcuni dei più famosi chatbot presenti ossia Siri e Alexa. Qualcosa sulla falsariga di un vero maggiordomo digitale in tasca, la chatbot di Facebook è ancora sotto il radar ma se avrà successo sarà sicuramente il più intelligente del gruppo.

Oltre a poter offrire un’assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, i chatbot possono contribuire a garantire che l’esperienza del servizio clienti sia coerente e adattabile, poiché i robot imparano da ogni query per fornire un supporto più rapido e personalizzato.

Tuttavia, non c’è nulla di più sconcertante di un chatbot che funziona male e non riesce a elaborare le vostre richieste. La chiave “per il successo” di un’azienda che vuole investire in questi software, è di automatizzare gli aspetti meccanici e di routine del suo normale flusso di lavoro con un bot.

Una delle caratteristiche più importanti e distintive, è che tantissimi Chatbot sono progettati con un sistema di machine learning integrato. Questo vuol dire che, grazie a questo importante sistema, sono in grado di migliorare la propria performance in modo direttamente proporzionale alla frequenza di utilizzo. Più vengono utilizzati dai clienti, più sono reattivi e migliori nel rispondere ai quesiti che gli si pongono.

Un esempio importante, soprattutto per le aziende, è la possibilità di avere un Customer Care Bot in grado di poter rispondere tempestivamente alle domande degli utenti online, a qualsiasi ora del giorno.

Un’altra tipologia di Chatbot sono i Content Bots, che in base ai quesiti che gli vengono posti, sono in grado di proporre come risposta degli articoli e delle informazioni che potrebbero interessare l’utente, in modo da suscitare in lui interesse come dei veri e propri agenti pubblicitari.

Se lo scopo della nostra azienda è invece quello della vendita online, è sicuramente utile l’installazione di un bot per e-commerce. Questa tipologia infatti, coinvolge il consumatore e lo guida all’interno del catalogo online con prodotti simili o consigliabili in base alle sue esigenze. Grazie al caratteristico linguaggio friendly dei bot, la conversazione si trasformerà in un’esperienza di acquisto.

Infatti caratteristiche principali di questa tecnologia a cui deve senza dubbio il suo successo, è nella capacità di intrattenere un contatto con l’utente in maniera istantanea, semplice e personalizzata.

Inoltre questi robot mirano a migliorare le comunicazioni del team di supporto. I flussi di lavoro saranno semplificati e ottimizzati man mano che lo spazio della chat diventerà più produttivo e collaborativo. Mentre i bot gestiscono compiti più semplici, attività più complesse possono essere analizzate e integrate dagli esseri umani. Questo modello di comunicazione è scalabile, aprendo vie per ulteriori dialoghi bot-umani.

Per chi si sta già allarmando pensando ad un ipotetico futuro da film di fantascienza, vogliamo rassicurare sul fatto che i chatbot non hanno empatia e quindi non saranno mai in grado di sostituire completamente gli umani.

Quello che stiamo dicendo qui è che il futuro del supporto AI è rappresentato dagli agenti umani che lavorano in coordinamento con gli assistenti AI. L’aspetto tecnologico sarà messo al lavoro per ottenere informazioni e offrire opzioni e alternative pertinenti, mentre l’aspetto umano sarà utilizzato per comprendere il contesto delle conversazioni e rispondere di conseguenza. 

Il futuro dei robot è già qui.

Aumentare la Brand Awareness con gli adesivi? Si-può-fare!

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Aumentare la Brand Awareness con gli adesivi? Si-può-fare!

E’ possibile distinguersi nel mare di comunicazioni commerciali, per giunta a poco prezzo e trasformando i clienti in veri e propri brand ambassador?
La risposta è sì!
Grazie all’esempio di tre aziende, vi mostriamo come questi brand siano riusciti a coinvolgere i clienti utilizzando gli adesivi.

1. Green Dream Clothing Co., far crescere un’idea

Green Dream Clothing Co. è un lifestyle brand che promette di piantare un albero per ogni capo di abbigliamento venduto.

Lo stile di Green Dream parla da solo: sotto l’aspetto alla moda la visione è molto più grande: un futuro più verde.
Green Dream ha utilizzato gli adesivi promuovendo il brand all’interno dei campus universitari. Gli adesivi non raffigurano solo ed esclusivamente il marchio e comprendono frasi come “Plant Trees”, “Good Vibes Only” o “Dream Louder”.

 

Gli adesivi vengono distribuiti agli studenti, che di fatto diventano veri e propri ambassador dello stile Green Dream, che più che uno stile di abbigliamento diventa così un vero e proprio stile di vita.

Gli adesivi sono stati un modo semplice e conveniente per fare marketing e promuovere la vision dell’azienda, consentendo ai millennial di sentirsi connessi al marchio in modo significativo.

 

2. Radio Roasters, per gli amanti del caffè

Radio Roasters è una piccola torrefazione di Atlanta che vende caffè sia online che in-store. Gli adesivi nel loro caso sono stati utilizzati sia nelle spedizioni dei prodotti ordinati online che per la vendita in negozio.

Radio Roasters ha infatti creato una serie di adesivi che raffigurano i diversi metodi di preparazione del caffè, per “educare” i clienti e catturare la loro attenzione, concentrandosi sull’esperienza del “fare il caffè” e non solo sul prodotto finale da degustare.

Gli sticker, che si fondono perfettamente con il design del brand, hanno consentito al marchio di coinvolgere attivamente i clienti e la community degli amanti del caffè. Un semplice adesivo è diventato un efficace strumento per informare ed educare sulle tecniche di preparazione del caffè.

Quello che ne è nato è stata una efficace campagna wom, che ha esaltato il prodotto attraverso il design e la condivisione sia sui social che sugli oggetti di uso quotidiano dei clienti.

Gli adesivi in particolare riscuotono grande successo su Instagram, intercettando target e community molto ben definite.

3. No Treble, ovvero come unire una community

Corey Brown, il fondatore di No Treble, ha intravisto la sua occasione di costruire un business dietro una delle sue più grandi passioni: il basso.

Corey ha voluto coniugare la sua esperienza con il web e la sua passione, creando un progetto parallelo che coinvolgesse la community di appassionati. Non trovando siti web dedicati alle ultime notizie sul mondo dei bassisti ha dato vita a No Treble, un “one-stop shop” per gli appassionati di basso.

In un primo momento, non pensava di renderlo un business, tutto quello che voleva era creare la migliore collezione di articoli e contenuti per bassisti sul web. “Non l’ho mai creata per fare soldi, non l’ho mai creata per essere grande”, spiega Corey.

Ma aggiornando quotidianamente i contenuti del suo sito, Corey ha dato vita ad un progetto di successo.

Nel giugno 2009 Corey ha pensato di inserire gli adesivi in questa sua impresa. Ha pubblicato un annuncio invitando tutti i lettori a inviare una mail in cambio di un adesivo, come giveaway. Centinaia di email sono arrivate al sito e gli sticker hanno cominciato a diventare virali, grazie alle foto postate dagli utenti. Finché gli adesivi stessi sono diventati il prodotto preferito dai bassisti. Ora si trovano ovunque su bassi e amplificatori, per identificare l’appartenenza a una community.

 

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Al via #iosonociòchevedi, campagna di comunicazione sul valore dell’autenticità sul web

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Al via #iosonociòchevedi, campagna di comunicazione sul valore dell’autenticità sul web

Dodici testimonial al femminile raccontano la loro storia con il web e confessano quanto essere persone vere sia stata la scelta vincente per la crescita della loro professionalità, anche attraverso la rete.
Tra di esse anche Eleonora Rocca, founder di Mashable Social Media Day Italia + Digital Innovation Days

 


Solo se la tua immagine è reale puoi essere autentico

Solo se il tuo messaggio è vero puoi generare relazioni costruttive
Solo se mostri davvero chi sei le persone si fidano e si affidano

Nata da un’idea di Giovanna Vitacca, Personal and Business Style Coach e di Daniela Pellegrini, Marketing and Communication Consultant, #iosonociòchevedi si pone l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui concetti di trasparenza, coerenza e autenticità sul web, come principi sui quali basare relazioni costruttive e sostenere in modo efficace anche la propria immagine professionale.

“Oggi siamo tutti personaggi pubblici – dichiara Giovanna Vitacca – basta avere un profilo social per essere sotto le luci dei riflettori. Il nostro pubblico sono i nostri amici in primis, ma per chi lavora con il web il pubblico è tutta la community fatta di clienti, partner, fornitori, colleghi, influencer. La grande differenza rispetto agli attori che calcano le scene è che noi siamo persone vere, non stiamo recitando o interpretando un ruolo. Noi dobbiamo essere autentici per generare identificazione, riconoscimento, credibilità”.

#iosonociòchevedi dunque si propone di spingere gli utenti della rete a sintonizzare forma e sostanza, immagine esteriore e contenuto, vita reale e virtuale affinché anche la piazza del web sia un’estensione del proprio mondo e non un universo parallelo dove essere altro da sé o addirittura proporsi con profili finti e ingannevoli che generano solo false aspettative e delusione.

La campagna, che durerà fino a fine luglio 2017, è in realtà solo il primo atto di un progetto più ampio che vuole affermare #iosonociòchevedi come brand dedicato alla promozione e diffusione di messaggi e contenuti di valore legati al mondo della comunicazione, dell’immagine e della coerenza tra le due anime.

La Rete è il mezzo privilegiato per sostenere questa iniziativa e per creare una community di riferimento che condivida i temi trattati e a sua volta sia propulsore per la loro divulgazione. Community fatta non solo di utenti, professionisti, influencer, ma anche di aziende che hanno fatto dell’autenticità una delle loro fondamenta per costruire la propria credibilità e reputazione.
“E’ il caso di Fratelli Rossetti, Levico Acque e Astoria Wines che hanno sposato con entusiasmo l’iniziativa, ma ci auguriamo altre aziende accolgano il nostro invito a sostenere la campagna e diffonderne i messaggi. Oggi più che mai l’utente, il consumatore deve credere in realtà i cui valori siano saldi e onesti; solo se mi fido di un professionista o di un brand posso scegliere di affidarmi ai suoi servizi o acquistarne i prodotti” aggiunge Daniela Pellegrini.
Ad oggi alla campagna hanno aderito, ‘mettendoci la faccia’ in una video-intervista, 12 testimonial donne, ciascuna rappresentativa di un ambito professionale, che attraverso il racconto della loro storia personale, testimoniano quanto la verità del loro messaggio sia stato premiante e quanto il web sia stato importante e strategico per la loro attività.

Le ideatrici e alcune testimonial di #iosonociòchevedi

 

Le interviste saranno pubblicate sul canale ufficiale Youtube e sulle pagina Facebook e Instagram, una ogni dieci giorni.
“Coinvolgere solo le donne non è discriminante verso gli uomini, in autunno è prevista una seconda edizione dedicata solamente a volti maschili – conclude Giovanna Vitacca – Semplicemente, per partire, ci è sembrata la scelta più naturale perché sono state due donne a dar vita a questo progetto e, si sa, le donne sono generalmente più social e tendono a creare maggiore sinergia tra vita privata e professionale”.

Le protagoniste della campagna “#iosonociòchevedi” sono: Ippolita Baldini, attrice; Valeria Benatti, speaker radiofonica RTL e scrittrice; Annarita Briganti, giornalista culturale e scrittrice; Giada Curti, stilista; Margaret Dallospedale, blogger; Mafe de Baggis, (digital) media strategist; Laura Luz, cantante; Stefania Mariposa, fotografa; Benedetta Mazza, presentatrice; Selena Pellegrini, imprenditrice; Barbara Rossi, manager sportiva e pedagogista e la founder di #SMDAYIT + DIDAYS Eleonora Rocca.

Il motivo per il quale ho deciso di sposare la campagna – spiega Eleonora –  è che credo che purtroppo al momento ci sia la tendenza ad allineare i social a quello che è sempre stata la TV. Chi è influencer tende a costruirsi un’immagine, perdendo quella che è la propria autenticità. La cosa bella dei social, invece, ciò che mi ha permesso di fare tanto grazie ai social, è proprio la mia autenticità. Credo che i follower debbano seguirti per quello che sei, per come riesci a comunicare, per i pensieri che rappresenti. Anche in modo schietto e diretto, se come me lo sei caratterialmente.

______________


Il 20 ottobre Giovanna Vitacca interverrà al Mashable #SMDAYIT + DIDAYS per raccontare al pubblico la campagna #iosonociòchevedi e i suoi primi risultati.

 

Customer Onboarding: trasformare gli utenti in clienti fedeli

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Customer Onboarding: trasformare gli utenti in clienti fedeli

Le fasi di activation e di retention sono fondamentali per poter fidelizzare i propri visitatori e renderli utenti attivi del proprio prodotto SaaS.

Avere però ottimizzata solo la prima di queste due fasi non basta.

Se si riesce a far iscrivere i visitatori alla prova gratuita del proprio servizio digitale, bisogna poi concentrarsi nel farli interagire costantemente con esso.

Infatti una percentuale significativa di utenti che si registrano, accederà una volta sola all’area riservata del sito e non ci farà più ritorno.

É necessario quindi contenere tale percentuale altrimenti si rischierebbe soltanto di bruciare tutto il budget destinato ai canali marketing di acquisizione.

Tra le tante ragioni dell’abbandono di un sito, ci sono le seguenti:
– l’utente non capisce come utilizzare il prodotto
– l’utente ha frainteso quali sono le funzionalità del servizio
– l’utente non riesce a giungere velocemente (o non viene portato con una certa frequenza) all’area principale del prodotto
– l’utente non comprende il valore e l’utilità del servizio

Perciò, alla fine, l’utente… se ne va.

Una parte del problema potrebbe essere costituito dal fatto di averlo lasciato solo al proprio destino nello scoprire come interagire con l’applicazione SaaS oppure di aver creato un pessimo percorso di esperienza utente.

Il modo migliore per risolvere la situazione e diminuire notevolmente la percentuale di abbandono si basa sul progettare un onboarding semplice e diretta all’obiettivo.
Che cos’è la Customer Onboarding?

La Customer Onboarding è il processo attraverso il quale il visitatore di un sito web viene guidato dal momento iniziale di ricezione della prima mail di benvenuto fino a tutti gli step successivi sul sito web per poter interagire con il servizio ed imparare ad utilizzare efficacemente le sue funzionalità principali.

L’obiettivo primario di tale processo è trasformare i visitatori in utenti attivi e fedeli alla piattaforma SaaS.

Statisticamente il 40-60% degli utenti che si iscrivono alla prova gratuita di un servizio la userà una volta sola e non ci farà più ritorno. La Customer Onboarding serve proprio a minimizzare il più possibile questo rischio.
Perché è fondamentale la Funnel Analysis?

Un aspetto decisamente importante per poter costituire un processo valido di onboarding sta nel monitorare il comportamento degli utenti quando interagiscono per la prima volta con l’app SaaS.

Si tratta della Funnel Analysis, l’analisi degli step e dei tassi di conversioni tra gli step che l’utente deve compiere per completare con successo un’attività all’interno del prodotto digitale.

Per implementare questo tracciamento generale, si può fare uso di uno dei seguenti tool: Mixpanel o Heap Analytics.

Sebbene il primo sia più popolare, anche il secondo risulta essere molto interessante ed utile. Perciò si consiglia di provarli entrambi e di scegliere successivamente quello più funzionale ed adeguato alle proprie esigenze.

Durante questa analisi, si suggerisce di trovare la risposta alle seguenti domande:
-Quali sono le azioni principali che si vuole che gli utenti eseguano all’interno del servizio?
-Quali passaggi intermedi l’utente deve compiere per interagire con una core feature dell’app?
-In quali fasi si verifica un abbandono significativo nelle sessioni utente?

-In queste fasi quali sono i comportamenti di chi abbandona e quali di chi continua lungo il funnel?

Le risposte a queste domande potranno far certamente comodo nel momento della pianificazione del Customer Onboarding.

Inoltre, seguendo la terza domanda, se si notano dei tassi di abbandono consistenti durante l’esperienza di onboarding, un ulteriore consiglio è quello di avviare degli usability test.

Per farlo, ci si può servire di Usertesting o Youeye, servizi che permettono di raccogliere questo tipo di informazioni da vari utenti qualificati.
Perché bisogna spingere gli utenti verso il loro AHA moment?

Il metodo migliore per evitare che gli abbandoni siano molto rilevanti sta nel condurre velocemente i visitatori verso il loro AHA moment, il momento in cui gli utenti fedeli si innamorano del prodotto e rimangono attivi nel tempo.

Sean Ellis, l’uomo che ha coniato il termine Growth Hacking, citò in una sua presentazione l’esempio di Twitter, quando si rivelò che una volta che un utente iniziava a seguire altri 30 account, sarebbe rimasto per sempre attivo.

Grazie a questa scoperta il team di sviluppo di Twitter integrò nell’onboarding il passaggio principale che consigliava (forzatamente) agli utenti di seguire altre persone con interessi simili o altri account di brand famosi. Non è difficile indovinare quale fosse il numero preciso di nuovi profili da seguire: 30.

Customer Onboarding: conclusioni

Se si crede che facendo semplicemente iscrivere l’utente alla propria app SaaS, inizierà immediatamente ad utilizzarla al meglio, si sta commettendo un grosso errore di valutazione.

In questo articolo si è affrontato il tema del Customer Onboarding, fondamentale per aumentare il tasso di retention e di engagement nel proprio servizio digitale, rendendo la maggior parte degli utenti dei clienti soddisfatti, attivi e fedeli nel tempo.

Per raggiungere tale obiettivo, bisogna effettuare un’ottima analisi del funnel ed individuare il modo migliore per mettere gli utenti di fronte al loro AHA moment.

Al via #iosonociòchevedi, campagna di comunicazione sul valore dell’autenticità sul web

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Al via #iosonociòchevedi, campagna di comunicazione sul valore dell’autenticità sul web

Dodici testimonial al femminile raccontano la loro storia con il web e confessano quanto essere persone vere sia stata la scelta vincente per la crescita della loro professionalità, anche attraverso la rete. 

Tra di esse anche Eleonora Rocca, founder di Mashable Social Media Day Italia + Digital Innovation Days

Solo se la tua immagine è reale puoi essere autentico
Solo se il tuo messaggio è vero puoi generare relazioni costruttive
Solo se mostri davvero chi sei le persone si fidano e si affidano

Dodici testimonial al femminile raccontano la loro storia con il web e confessano quanto essere persone vere sia stata la scelta vincente per la crescita della loro professionalità, anche attraverso la rete.

Nata da un’idea di Giovanna Vitacca, Personal and Business Style Coach e di Daniela Pellegrini, Marketing and Communication Consultant, #iosonociòchevedi si pone l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui concetti di trasparenza, coerenza e autenticità sul web, come principi sui quali basare relazioni costruttive e sostenere in modo efficace anche la propria immagine professionale.

 

“Oggi siamo tutti personaggi pubblici – dichiara Giovanna Vitacca – basta avere un profilo social per essere sotto le luci dei riflettori. Il nostro pubblico sono i nostri amici in primis, ma per chi lavora con il web il pubblico è tutta la community fatta di clienti, partner, fornitori, colleghi, influencer. La grande differenza rispetto agli attori che calcano le scene è che noi siamo persone vere, non stiamo recitando o interpretando un ruolo. Noi dobbiamo essere autentici per generare identificazione, riconoscimento, credibilità”.

#iosonociòchevedi dunque si propone di spingere gli utenti della rete a sintonizzare forma e sostanza, immagine esteriore e contenuto, vita reale e virtuale affinché anche la piazza del web sia un’estensione del proprio mondo e non un universo parallelo dove essere altro da sé o addirittura proporsi con profili finti e ingannevoli che generano solo false aspettative e delusione.

 

La campagna, che durerà fino a fine luglio 2017, è in realtà solo il primo atto di un progetto più ampio che vuole affermare #iosonociòchevedi come brand dedicato alla promozione e diffusione di messaggi e contenuti di valore legati al mondo della comunicazione, dell’immagine e della coerenza tra le due anime.
La Rete è il mezzo privilegiato per sostenere questa iniziativa e per creare una community di riferimento che condivida i temi trattati e a sua volta sia propulsore per la loro divulgazione. Community fatta non solo di utenti, professionisti, influencer, ma anche di aziende che hanno fatto dell’autenticità una delle loro fondamenta per costruire la propria credibilità e reputazione.
“E’ il caso di Fratelli Rossetti, Levico Acque e Astoria Wines che hanno sposato con entusiasmo l’iniziativa, ma ci auguriamo altre aziende accolgano il nostro invito a sostenere la campagna e diffonderne i messaggi. Oggi più che mai l’utente, il consumatore deve credere in realtà i cui valori siano saldi e onesti; solo se mi fido di un professionista o di un brand posso scegliere di affidarmi ai suoi servizi o acquistarne i prodotti” aggiunge Daniela Pellegrini.
Ad oggi alla campagna hanno aderito, ‘mettendoci la faccia’ in una video-intervista, 12 testimonial donne, ciascuna rappresentativa di un ambito professionale, che attraverso il racconto della loro storia personale, testimoniano quanto la verità del loro messaggio sia stato premiante e quanto il web sia stato importante e strategico per la loro attività.
Le interviste saranno pubblicate sul canale ufficiale Youtube (https://youtu.be/Qv1heGX1NE4) e sulla pagina Facebook (https://www.facebook.com/iosonociochevedi/?fref=ts) e Instagram, una ogni dieci giorni.
“Coinvolgere solo le donne non è discriminante verso gli uomini, in autunno è prevista una seconda edizione dedicata solamente a volti maschili – conclude Giovanna Vitacca – Semplicemente, per partire, ci è sembrata la scelta più naturale perché sono state due donne a dar vita a questo progetto e, si sa, le donne sono generalmente più social e tendono a creare maggiore sinergia tra vita privata e professionale”.
Le protagoniste della campagna “#iosonociòchevedi” sono: Ippolita Baldini, attrice; Valeria Benatti, speaker radiofonica RTL e scrittrice; Annarita Briganti, giornalista culturale e scrittrice; Giada Curti – stilista; Margaret Dallospedale, blogger; Mafe de Baggis, (digital) media strategist; Laura Luz, cantante; Stefania Mariposa, fotografa; Benedetta Mazza, presentatrice; Selena Pellegrini, imprenditrice; Barbara Rossi, manager sportiva e pedagogista e la founder di #SMDAYIT + DIDAYS Eleonora Rocca.

 

Il 20 ottobre Giovanna Vitacca interverrà  al Mashable #SMDAYIT + DIDAYS per raccontare al pubblico la campagna “#iosonociòchevedi e i suoi primi risultati.