5 azioni per avviare subito la tua strategia di Content Marketing

I contenuti online vengono sempre più consumati ed apprezzati. Durante il lockdown sempre più persone hanno scoperto la mole di notizie (gratuite e non) disponibili su Internet e riuscire a fornire le giuste informazioni ai potenziali clienti diventa quanto mai vitale per un’azienda.

Ma quali contenuti puoi creare per attrarre i clienti e far risalire fatturato e utili?

Innanzitutto va creata a monte una strategia di Content Marketing che definisca target di riferimento, obiettivi e tempistiche. Creare contenuti ha sempre un costo (in termini di soldi e/o di tempo) per cui va costantemente tenuto a mente che ci deve essere un ritorno economico, anche se spesso si è costretti a ragionare a lungo termine.

Ecco per te 5 azioni che puoi intraprendere fin da subito per creare contenuti:

1. Cura il blog aziendale.
Il blog aziendale è uno strumento sottovalutato dal 90% delle PMI italiane. Creare e gestire attivamente un blog aziendale porta consapevolezza ed autorevolezza e pone l’autore ad essere visto come “esperto del settore”. Che tu sia un libero professionista o il referente di un’azienda B2C/B2B, raccontare il tuo lavoro ed il tuo settore serve e può farti ottenere risultati che mai avresti pensato.
Inoltre, a livello puramente tecnico di ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO), avere un blog è un’ottima via per far categorizzare da Google il sito web nella maniera corretta e, se strategicamente strutturato, posizionarsi per le keyword che cercano i potenziali clienti. Spesso in settori specifici la competizione su Google è ancora bassa e bastano piccoli accorgimenti per ottenere un’ampia visibilità che richiami contatti in target.

2. Scrivi guest post in siti web inerenti al tuo settore.
Nel punto precedente abbiamo analizzato le potenzialità del blog aziendale che però, in fase iniziale, ha un grosso freno: la mancanza di traffico. Come compensare questa carenza? Fintanto che il proprio blog cresce organicamente, posizionandosi su Google articolo dopo articolo, consiglio di proporsi come creatore di contenuti per altri siti web (blog, testate giornalistiche, portali, ecc.) inerenti al settore nel quale lavoriamo. Gli editori sono sempre affamati di contenuti e molti giornalisti accettano volentieri testi o interviste rilasciati da parte di un “esperto”. Molti imprenditori sono veramente luminari del proprio settore, ma hanno poca dimestichezza con quelle che oggi chiamiamo le Digital PR, perdendo così importanti occasioni di visibilità.
La pubblicazione su piattaforme di terzi a volte è gratuita, ma spesso richiede il pagamento di un compenso a seconda della popolarità della testata (si pensi, ad esempio, ai publiredazionali presentati sotto il nome di “BrandVoice” su Forbes o “Starbrand” su Millionaire).

3. Crea una community.
L’incapacità di vendere, che porta tendenzialmente ad una crisi e alla successiva chiusura dell’azienda, non è sempre causata da un prodotto scadente o inutile. Ciò che manca in molte piccole aziende che sopravvivono a stento è la corretta educazione del cliente al prodotto. L’acquirente è spesso ignaro delle differenze tra i prodotti e, quando non le comprende, la sua scelta ricade su quello dal prezzo più basso.
Come imprenditori, manager, liberi professionisti è nostro compito dare le giuste informazioni ai potenziali clienti attraverso il blog aziendale, i guest post e, perché no, creando una community attorno al proprio brand. Ad esempio, per un e-commerce di giardinaggio potrebbe essere utile richiamare a sé un buon numero di utenti con il “pollice verde” pubblicando articoli, guide e spunti interessanti per prendersi cura dei propri vasi e del proprio giardino.

Per approfondire l’argomento, nella sala Social Media dei Digital Innovation Days, Enrico Lugnan terrà il suo speech intitolato “Community: le miniere d’oro del digitale”.

4. Crea una newsletter.
La cara, vecchia e bistrattata e-mail funziona ancora ed anzi è più attiva che mai. Molte persone associano l’e-mail marketing al mero invio di spam, ma realtà è che la creazione di una newsletter che sia davvero utile agli iscritti ti consentirà di entrare in profondo contatto con prospect e clienti.
Nonostante riceviamo milioni di e-mail pubblicitarie, tendiamo ugualmente a ritenerla una comunicazione intima e rivolta solo a noi, ed è in parte anche questo il motivo dell’inarrestabile successo delle newsletter.
In ambito e-commerce potremmo far rientrare nella nostra strategia di Content Marketing anche le e-mail transazionali, fornendo valore al cliente in quelle e-mail con tassi di apertura altissimi (conferma ordine, aggiornamenti sulla spedizione, ecc.).

5. Registra un webinar.
Gli esperti di marketing conosceranno già il concetto di “evergreen webinar funnel” che sta spopolando in Italia e che si è diffuso soprattutto nei mesi di lockdown.
Il concetto è di creare una sequenza automatizzata per raccogliere dettagli di potenziali clienti (e-mail ed eventuali altri dati) dando come “esca” non il classico ebook, ma un momento di formazione video.
Il webinar preregistrato potrà quindi essere utilizzato per un periodo molto più lungo rispetto al webinar live e non richiede uno sforzo continuo per ottenere contatti.
Esiste anche chi ha fatto in modo che gli utenti potessero iscriversi e prenotarsi al webinar come fosse in diretta, ma questa pratica rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio nel momento in cui l’utente si sente “tradito” poiché capisce che l’evento video non è una reale diretta. Meglio pertanto palesare fin da subito che si tratta di una registrazione.
La durata di questi eventi gratuiti può variare da 1 a 4 ore e permette di educare il cliente al prodotto e tramutare un contatto “freddo” in uno “più caldo” e più propenso all’acquisto (soprattutto se si opera nel mercato B2C con vendita online diretta).

Concludendo, ti ho fornito 5 utilissimi spunti per la creazione di contenuti efficaci per promuovere te stesso o la tua azienda i quali, se messi in pratica, ti daranno un vantaggio competitivo sul mercato.

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Ernesto Bartoloni
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020
Fondatore di ESmedia – Esperto di Content Marketing per e-commerce

Value is the king: il nuovo paradigma nella comunicazione sui social media

Per ottenere buoni risultati dai canali social sono indispensabili alcune azioni:
– Contenuti di qualità;
– Targeting corretto;
– Buona pianificazione.

Approcciare i social media con una buona strategia è il primo passo per avviare il canale e iniziare il processo di comunicazione interattiva con il pubblico.

Contenuti di qualità sono ormai l’asso nella manica dei Social Media Manager, è finito il tempo di pubblicare post pur di pubblicare.. non è più la frequenza bensì la qualità a farla da padrone nel panorama della comunicazione social.
Molti clienti mi chiedono “quanti post dobbiamo pubblicare?” e la mia risposta non è mai un numero, bensì “cosa vuoi ottenere con il tuo canale?”, a questo bisogna rispondere. Vogliamo creare valore dando per primi valore? Ebbene, questo deve essere il mantra, il pubblico deve essere coinvolto attraverso consigli, suggerimenti, azioni che possano creare maggiore valore per il brand e per l’utente.
Mi sento proprio di suggerire un cambio di paradigma, di passare dal “Content is the king”, che ha ispirato per tanto tempo noi marketer, a “VALUE IS THE KING”.

Analizzare i competitor è quindi la prima cosa da fare per approcciare una nuova strategia. Valutare l’esposizione dei contenuti dei brand competitor, comprendere i punti di forza e di debolezza della comunicazione, per prendere esempio dai casi di successo ed evitare gli errori.
Ogni canale ha il suo linguaggio: Facebook per l’origine stessa, ha un linguaggio più dedicato alla comunicazione scritta, sempre più rilevante il racconto attraverso i video, con l’inserimento degli hashtag finalmente ha introdotto anche l’aggregazione dei contenuti per categoria.
Instagram, nato come condivisione delle immagini, predilige la particolarità dell’immagine, bisogna prestare particolare attenzione alle foto, creando effetti di sorpresa nello scorrere il feed. L’aggregazione con gli hashtag è un volano da tenere in massima considerazione nella comunicazione.
Le Stories e le dirette hanno rivoluzionato il modo di comunicare attraverso i social, sono uno strumento di testimonianza del dietro le quinte, del lavoro che c’è dietro a ogni azienda, utilissime durante gli eventi, sono state il salvavita di molte persone durante il lockdown, grazie a questo strumento abbiamo potuto essere meno distanti.
Per Linkedin, dato il target BtoB di professionisti, l’approccio è di comunicare la competenza, a corollario immagini che testimoniano le referenza per aumentare la relevance ed essere di supporto alla professionalità che si vuole dimostrare.

Dopo aver analizzato bene il modo in cui comunicano i competitor, dobbiamo analizzare bene il target che vogliamo approcciare, in questo ci viene in aiuto la piattaforma Facebook con lo strumento “Audience insight” con la possibilità di analizzare le persone connesse alla pagina oppure tutto il pubblico di Facebook.
Dati demografici, situazione sentimentale, livello di istruzione, titolo professionale, luogo, interessi, avvenimenti importanti. La profilazione è eccezionalmente specifica, attraverso un buon targeting possiamo incontrare il pubblico maggiormente interessato e naturalmente più predisposto ad essere coinvolto.
Per iniziare a pianificare i contenuti dobbiamo iniziare a pensare come vogliamo rappresentare i nostri valori: innanzitutto dobbiamo essere ben consapevoli di quali sono i nostri e condividerli con il team per riuscire davvero a comunicarli nel modo giusto. Sarà molto più facile costruire un piano editoriale, perché sarà coerente con il nostro modo di essere, con la nostra mission e vision aziendale. Creare rubriche che supportino la comunicazione rispetto ai valori, per esempio se abbiamo un brand che si occupa di sostenibilità, creeremo dei post che mostrano come la nostra azienda è sostenibile e sceglie quindi ad esempio imballaggi in carta ecologici a ridotto impatto ambientale, oppure se il nostro brand è legato al design, comunicheremo quanto il nostro team ricerca innovazione, nuovi materiali e segue i trend topic.

Quale strumento migliore per gestire la pianificazione dei social media?
Li ho provati tutti, utilizzo anche quelli delle piattaforme principali, come Business Manager per gli Ads e Creator Studio, che sono migliorati tantissimo dall’avvio delle piattaforme, rimango ancora fedele però a Hootsuite. Sarà per l’interfaccia grafica molto easy, sarà perchè la uso da diverso tempo, credo che le funzionalità di questo strumento siano un ottimo supporto per la gestione dei social media. E’ molto stabile, un publisher con la possibilità di personalizzazione della dashboard con in evidenza i social da tenere monitorati anche per le mention, possibilità di programmazione dei post e delle stories, integrazione di Linkedin, Twitter, Pinterest e Youtube. Tutto in un unico strumento, con uno sguardo ampio al calendario, offre una efficace visione di insieme per un buon equilibrio nel timing dei post per canale. Un pannello dedicato alle statistiche per monitorare post, fan, engagement e traffico.

Di questo e tanto altro si parlerà durante l’Online Edition dei Digital Innovation Days, una intera sala dedicata ai social media, in questo link https://www.digitalinnovationdays.com/sala-social-media/ potete conosce i relatori, coordinati da Luca La Mesa, grande esperto e formatore di social media.

Sara Brugnoni
Brand Ambassador Digital Innovation Days2020
CEO di Santafranca60 – Communication Manager Raja Italia
Foto di Sam Willis da Pexels

Community Manager: ruolo chiave per le aziende

L’evoluzione digitale prosegue senza sosta verso un futuro tecnologico al servizio dell’umanità. Un’ era di strumenti innovativi che sono la base per la crescita dei marchi.

Ma il nostro Paese, rispetto alle altre nazioni ha un gap molto ampio sulle digital skills e il lockdown non ha fatto altro che portare a galla i nodi del caso.

Gli ultimi dati di Eurostat non lasciano dubbi: le competenze digitali sono possedute dal 42% degli italiani tra i 16 e i 74 anni, contro la media UE del 58%. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è salito al 7,8%, facendo registrare un +1,2% in appena un mese, il che significa, circa 300mila posti di lavoro in meno.

Il problema? I recruiters non riescono a trovare candidati idonei

Una figura molto ricercata è quella del Community Manager, ruolo strategico connesso all’universo comunicativo, che ha il compito di moderare le interazioni tra gli stakeholders e creare engagement.
Una tecnica utilizzata è lo User Generated Content, “ha fatto scuola” GoPro. Il marchio, che produce potenti action cameras, è un esempio di come l’utilizzo dei contenuti generati dagli utenti sia stato efficace. L’azienda, ha selezionato le immagini più creative e le ha utilizzate per promuoversi sui canali social. Questa strategia ha incrementato le vendite delle cams e il flusso di fidelizzazione.

Quali sono le mansioni principali del Community Manager?
I social portano a situazioni complesse. Danno la parola alle persone, consentendo la pubblicazione di commenti positivi o negativi. Basta un attimo e le critiche possono inondare la bacheca. Ed è qui che lo specialista interviene per:
– Evitare discussioni fine a se stesse
– Rasserenare gli utenti alterati
– Risolvere le anomalie alla base

Prevenzione è la keyword di chi opera nel community management. Alla base di essa c’è l’ascolto.
È errato vedere questa figura come un semplice ammortizzatore: lavorare sulle interazioni vuol dire coinvolgere le persone che affrontano lo stesso argomento e hanno bisogno di un supporto chiaro ed efficace.

Il Community Manager concentra in un solo ruolo le mansioni del Social Media Manager, del Customer Care Officer, del Digital PR e del Project Manager. È un professionista ibrido che ha hard skills legate al mondo delle pubbliche relazioni e un ampio ventaglio di soft skills.

I task principali del suo lavoro sono:
– Gestione dei canali di comunicazione con la community: gruppo Facebook, WhatsApp, Telegram,      Slack, mail e live chat.
– Creazione e smistamento dei contenuti
– Coordinamento dei Brand Ambassadors
Hard skills:
– Copy
– Content Marketing
– Email Marketing
– Project Management
– Conoscenza del Funnel Marketing, Sales e User Experience
Soft skills:
– Proattività
– Capacità di gestione dello stress e delle criticità
– Team Working
– Problem Solving
– Public Speaking
– Emotional Intelligence

Benefici per il Customer Service

Uno dei vantaggi essenziali, nell’opera di un Community Manager, riguarda la capacità di gestire le domande e le esigenze del pubblico, rispetto al valore del brand, dunque allineare i quesiti alle risposte.
In molti settori c’è da svolgere una grande attività rispetto agli interrogativi delle persone: questioni tecniche, esigenze relative agli ordini e informazioni che precedono l’acquisto.
La diffusione di Messenger, WhatsApp e Telegram, ha sdoganato l’abitudine di molti utenti a scrivere messaggi diretti ad avere una comunicazione verticale all’interno dell’orizzontalità. In questi contesti è importante essere smart, affinchè si possano creare relazioni di valore che prefigurano maggiore business.

Come diventare Community Manager?

Non esiste un percorso definito a priori per operare in questa attività. La base di partenza è lo studio, all’interno di contesti universitari ed editoriali e approfondire gli argomenti con testi specifici. Un libro che consiglio è #Community manager. Dietro le reti ci sono le persone. Di Giovanni Re e Osvaldo Danzi, edito da Franco Angeli.

Ma se c’è un modo per sviluppare le competenze necessarie per ottenere un ottimo profilo professionale, la risposta è chiara: “sporcarsi” le mani, insieme a chi ha esperienza. Fronteggiare situazioni diverse e complesse può aiutarti a ottenere le abilità necessarie.

Lavorare come Community Manager è entusiasmante. C’è bisogno di tempismo, lucidità, calore e creatività e non puoi premiare solo l’istinto. Altrimenti rischi di commettere passi falsi. Il social media fail è dietro l’angolo. Così come i vantaggi in termini di autorevolezza del brand.

Un ruolo chiave lo hanno i brand ambassadors veri e propri portatori di valori. Queste figure, essendo incaricate dall’impresa, possono avvalersi del suo supporto per la realizzazione di iniziative commerciali e promozionali, come ad esempio eventi online e offline.

Gli strumenti di comunicazione più utilizzati dai brand ambassadors sono i social network, attraverso cui sviluppano il proprio storytelling e “allacciano” interazioni personalizzate per fornire un’immagine del brand aperta, trasparente, accessibile e positiva.

Attraverso il Brand Ambassador Program, le aziende individuano professionisti disposti a diffondere una comunicazione in linea con le proprie missions. Abili a condividere le esperienze all’interno della rete sociale, ad indurre le persone ad acquistare prodotti e/o servizi, con l’obiettivo di costruire una vera e propria comunità interattiva.

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Daniele D’Amico
Community Partner and Coordinator of the Brand Ambassadors #DIDAYS20

La qualità della vita digitale in Italia

Divisumma 14. Un nome che farà suonare pochi campanelli. Eppure a questo nome risponde uno dei prodotti più rivoluzionari che il made in Italy abbia mai lanciato sul mercato. Si tratta della prima calcolatrice elettromeccanica al mondo, in grado di eseguire le quattro operazioni. Prodotta nel 1945 da un’azienda di Ivrea che aveva sul tetto della propria sede la scritta: ING. C. OLIVETTI & C. PRIMA FABBRICA NAZIONALE MACCHINE PER SCRIVERE. Da quell’edificio a due piani dai mattoni rossi uscirà, ad inizio anni ’60, la Programma 101, uno dei primi – per alcuni il primissimo – personal computer programmabile della storia. Il motto di Olivetti è un inno alla tenacia: “I tuoi sogni diventano soluzioni”. Se potessimo per un attimo esercitare l’immaginazione e visualizzare la rivoluzione digitale come un guerriero esotico e onirico, sembrerebbe ovvio che questo di Olivetti possa essere l’unico urlo di battaglia possibile. Il digitale è tuonato sull’interpretazione del mondo, cambiando e rivoluzionando i paradigmi conoscitivi. In Italia la riformulazione della visione degli assetti economico-sociali per mano del digitale, è un percorso che sembra essere giunto ad oggi con meno mordente di quella Olivetti degli anni ’40. L’annuale index di Surfshark che stima il Digital Quality of Life (DQL) di 85 paesi (81% della popolazione mondiale), ha inserito l’Italia al ventesimo posto complessivo, al 41esimo per connessione internet e al 54esimo per infrastrutture elettroniche. Ma cosa si intende nello specifico per qualità della vita digitale? Per Surfshark è una valutazione fondata su cinque fattori essenziali:
1. Sostenibilità economica dei servizi Internet: il costo e la velocità di fruizione dei servizi legati a connessioni domestiche e mobili;
2. Qualità dei servizi Internet: le loro performance in termini di stabilità e velocità;
3. Infrastrutture: il numero di cittadini connessi per 100 abitanti e livello di avanzamento nell’agenda digitale;
4. Sicurezza elettronica: legata alle misure normative che ogni paese metto in atto per arginare e prevenire attacchi informatici e dalle azioni finalizzate alla tutela della privacy;
5. Livello di informatizzazione dello stato cioè il grado di digitalizzazione dei servizi online al cittadino.
Seppur non occupiamo il gradino più basso del podio, i dati costringono ad una riflessione che risulta ancor più urgente nell’epoca post-Covid. Proprio all’impatto del Covid19 sullo stato di salute digitale dei paesi, infatti, è stata dedicata una parte dell’analisi di Surfshark che ha sottolineato come il lockdown abbia fatto emergere imponenti problematiche legate all’inadeguatezza delle infrastrutture nella prospettiva improvvisamente concretizzatasi di smart working. Questo stato di cose ha, secondo l’analisi citata, paralizzato con problemi consistenti ben 49 paesi su 85. L’associazione tra internet, rivoluzione digitale e consapevolezza deve essere uno stadio evolutivo fondamentale per emancipare l’approccio all’innovazione di una comunità. Il web deve auspicare ad essere un luogo proiettato verso l’orizzontalizzazione degli accessi. Un topic estremamente spigoloso nell’odierna Italia ritrovatasi frammentata e travolta dalla moltitudine delle nuove esigenze digitali emerse in seguito alla pandemia. Se il grado del DQL peninsulare è influenzato parzialmente dallo scheletro infrastrutturale, però, è altresì da considerare il dato dell’alfabetizzazione digitale. Come riportato da CENSIS a inizio 2020 nel 16° Rapporto sulla comunicazione: “Il 25,0% degli italiani ammette di non possedere le competenze necessarie. I valori più bassi si registrano tra chi ha tra i 30 e i 44 anni (8,0%) e tra i più istruiti (11,4%), alla pari con i più giovani (11,5%): sono questi i soggetti meglio attrezzati per vivere nell’ambiente digitale. Mentre il 57,3% delle persone anziane confessa un totale deficit di competenze”.
Con Gaetano Di Tondo, VP, Institutional & External Relations Director in Olivetti, ospite della Sala Centrale dei #DIDAYS20, cercheremo di analizzare alcuni esempi di realtà che hanno visto nel lockdown un’occasione per traghettare il proprio lavoro nell’universo digital. Come Camillo Olivetti riportò dal suo viaggio a Chicago l’esperienza della potenza applicativa dell’elettricità, plasmando da questa sperimentazione una delle aziende più innovative e pionieristiche del nostro Paese.

 

Valentina Spasaro

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La reazione delle imprese al lockdown: l’accelerazione digitale in Italia.

La situazione sopravvenuta causa pandemia COVID-19 ha fatto in modo che cambiassimo abitudini sociali, costretti, si, ma nella costrizione ognuno ha trovato una via di uscita dall’isolamento. 

Tra i sistemi per intrattenersi, c’è stato quello di utilizzare i social media, durante il periodo marzo-giugno 2020 si è registrato un aumento del 43% dell’utilizzo dei social che ha portato per la prima volta a raggiungere il 51% della popolazione mondiale (rispetto a quelli che non li usano), sfiorando i 4 miliardi di persone nel mese di luglio 2020. 

 

Come hanno reagito le aziende?

I primi sforzi sono stati messi nell’organizzazione del lavoro da remoto, fornire gli strumenti ai dipendenti e dare accessi cloud per consentire il lavoro da casa. 

Tante le difficoltà: connessione lenta, abitudini differenti, figli a casa da gestire con la scuola on line, nuovi spazi da condividere.

Si è parlato tanto di smart working, un concetto complesso che comprende un accordo tra datore di lavoro e dipendente per realizzare il proprio incarico senza vincoli di orari, spaziali, con una organizzazione per obiettivi o fasi, un cambio di gestione del lavoro che consente una migliore conciliazione tempi di vita e lavoro.

In tanti hanno messo in campo il lavoro da remoto, alcuni lo smart working: con le video call ci si è potuti dare gli obiettivi e verificare gli step di avanzamento lavori. Ad esempio Zoom a marzo ha dichiarato di aver raggiunto picchi da 200 milioni di partecipanti ogni giorno, rispetto ad una media di 10 milioni registrata nelle fasi precedenti all’emergenza sanitaria. La diffusione delle videochiamate ha fatto in modo che Facebook integrasse entro il mese di maggio le “stanze”, proprio derivante dalla piattaforma di cui prima, non dimentichiamo che uno degli scopi del social di Zuckerberg è quello di far rimanere il pubblico nel social media.

Le Live su Facebook e Instagram sono state un modo per intrattenere e formare le persone a distanza, raddoppiando le visualizzazioni.

 

La spesa pubblicitaria mondiale ha subito un ribasso di 50 miliardi di dollari, fino all’8,1%, soprattutto i settori viaggi e turismo(-31,2%), intrattenimento e attività ludiche(28,7%), servizi finanziari (-18,2%), vendite al dettaglio (-15,2%) infine il settore automobilistico (-11,4%).

Conseguentemente alle riduzioni generali degli investimenti in Ads di Facebook e Google, abbiamo un aumento dei risultati organici dei contenuti, e un ottenimento di migliori risultati con minori investimenti in advertising.

 

All’inizio di marzo le aziende hanno chiuso le proprie sedi, chi aveva un e-commerce ha avuto diverse reazioni in base all’area di interesse:

grande distribuzione, food delivery e negozi di vicinato hanno registrato una crescita del 16%, il settore Pharma ed editoria, sono cresciuti. Da segnalare anche +32% sport e Benessere, +39% macchine caffè, +81%giardinaggio +240%beni legati alla sfera sessuale.

 

Parte del traffico dei nuovi utenti proviene dai social media (24%), ma dove si trovano le aziende?

I social preferiti dalle aziende italiane sono Facebook (53%), Instagram (40%)  che con la possibilità di acquistare i prodotti era preferito in alcuni casi a Facebook, equilibrio che potrebbe cambiare dato che Facebook ha introdotto a maggio SHOPS, la vetrina di prodotti per l’acquisto. Seguono Youtube, Linkedin e Whatsapp.

 

Per una corretta strategia l’equilibrio tra i vari media è fondamentale, analizzare le performances dei vari strumenti consente una buona gestione del budget  e la flessibilità per seguire il mercato.

Per alcuni la sfida sarà mantenere i trend positivi registrati, per altri sovvertire l’andamento negativo, una cosa è certa, il Digital marketing è un asso da giocare in ogni partita!

 

Se vuoi essere aggiornato partecipa al DIDAYS2020 il 29 e 30 ottobre 2020. Fino al 31/8 puoi acquistare il tuo biglietto scontato a soli 79,00€!

 

Sara Brugnoni

Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

CEO di Santafranca60 

Communication Manager Raja Italia

Fonti: Wearesocial Digital 2020 in Italy – WARC Global Advertising Trends –  facebook.com/business – CA E-commerce in Italia 2020.

 

Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

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Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

il principio di scarsità

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

9 tecniche SEO per guidare il traffico organico

9 tecniche SEO per guidare il traffico organico

Nel mondo di oggi in rapido cambiamento, le tecniche SEO possono cambiare velocemente e la parte peggiore è che potresti non saperlo nemmeno.

Ecco perché è necessario rimanere sopra e sempre informati nel mondo della SEO. Altrimenti, rimarrai indietro e vedrai i concorrenti sfiorare le tue SERP.

In questo articolo, abbiamo analizzato le migliori tecniche SEO per aiutarti a salire alle stelle e aumentare il numero di visitatori mensili dalla ricerca organica.

Ma prima di approfondire i dettagli sul miglioramento del ranking della tua pagina web, prendiamo un po ‘di tempo per testare il tuo posizionamento attuale della pagina sui risultati dei motori di ricerca. Accedi a Key Rank Rank Checker , uno strumento che puoi utilizzare per determinare il posizionamento della tua pagina in base alla ricerca per parole chiave.

Classifiche più alte equivalgono a un traffico più organico: persone che puoi convertire in una fase successiva e aumentare il ROI complessivo della tua strategia SEO.

Sembra un sogno, giusto? Ma se ti senti scoraggiato con il controllo delle parole chiave che hai appena eseguito, non farti prendere dal panico. Ecco per quale motivo abbiamo scritto questa guida.

  1. Migliora l’esperienza utente in tutto il sito web

Proprio come qualsiasi motore di ricerca, Google ha il compito di mostrare per primi i risultati migliori per la query di un utente e, se abbiamo un elenco di risultati irrilevanti e di bassa qualità, l’utente sarà tentato a non utilizzarlo più. Nessuno vuole atterrare su un sito web spam che impiega molto tempo per caricarsi (anche a fronte del sempre maggiore utilizzo del mobile). Anche per questo Google premia i siti che hanno bassi tassi di rimbalzo con un più alto ranking. Il ragionamento alla base è che se un utente trascorre più tempo su una pagina è perché ha trovato contenuti di qualità al suo interno. Ricordiamo che Google vuole solo contenuti di forte qualità che andrà a premiare spingendoli per primi nelle pagine dei motori di ricerca (serp).

Ecco qualche ulteriore consiglio per ridurre la frequenza di rimbalzo:

Rendi i tuoi post facili da leggere. Questa tecnica SEO ha come regola che più persone leggono i tuoi contenuti, più bassa è la frequenza di rimbalzo quindi più alta sarà la tua posizione nelle classifiche organiche.

Utilizza le Ecco bucket brigade che sono parole o frasi che convincono il lettore a continuare nella lettura. Un esempio può essere le cose stanno così, ti starai chiedendo, non è finita qui,… seguite dai due punti che invitano alla spiegazione.

Scrivi nello stile piramidale invertiti: usa questa tecnica seo in cui prima vanno inserite le informazioni più importanti poi man mano i dettagli e le cose meno interessanti.

Google continua  costantemente  a sottolineare l’importanza della velocità del sito. In aiuto offre uno strumento che è PageSpeed ​​Insights  per aiutare gli sviluppatori a migliorare le prestazioni del sito. Dovresti migliorare la velocità del tuo sito non solo per aumentare le classifiche di Google, ma anche per aumentare le conversioni. Un utente che utilizza un sito lento non è tentato a tornare.

  1. Ottimizza per ricerca vocale

Più del 50% delle ricerche tramite Google sarà condotto a voce entro il prossimo anno. Lo sapevi? Questo porterà che le persone che si dirigono verso Google non stanno scrivendo le loro domande: stanno utilizzando un dispositivo a comando vocale per fare il lavoro per loro. Se pensi che questo non cambi per la SEO ti sbagli. Infatti i ricercatori vocali hanno abitudini diverse. Un esempio: un ricercatore di testo potrebbe digitare semplicemente “dieta delfino”. Una ricerca basata sulla voce, tuttavia, è probabile che sia una cosa più lunga, come “cosa mangiano i delfini?” La differenza sostanziale è che la ricerca vocale tende ad essere basata su domande.

  1. Concentrati inizialmente sugli argomenti e poi sulle keywords

Non pensare solo alle parole chiave ma concentrati anche a considerare il contesto intorno. E’ necessario considerare quello che gli utenti stanno cercando più che cercare di identificare la query di ricerca.

Prendi in considerazione questi fattori e inseriscile nelle tue tecniche SEO:

conosci il tuo pubblico e crea il tuo identikit: immagina di costruire figure di acquirenti che descrivono i tratti dei tuoi clienti ideali. In questo modo potrai concentrarti sugli argomenti che contano per i tuoi lettori, riducendo la possibilità di creare contenuti che in realtà non ottengono risultati.

organizza il contenuto in cluster: questo sistema funziona suddividendo gli argomenti del piano editoriale in una pagina pilastro che sarà l’argomento pilastro composto da oltre 2000 parole che offre una visione ampia su un argomento. Cluster sono invece le pagine più piccole collegate alla pagina cluster, che spingono delle sezioni più in dettaglio.

parole chiave: ci sono diversi strumenti che ti possono aiutare a trovare argomenti e dati sui volumi di keyword. Il nostro suggerimento è di utilizzare SEMRush, ottimo strumento che ti consente di identificare e analizzare le parole chiave utilizzate dai concorrenti.

  1. Contenuto più lungo equivale a classifica più alta

Quanto più il contenuto è lungo, tanto più alta è la probabilità del suo posizionamento nella parte superiore delle SERP. Tuttavia ricorda che è un processo lungo e difficoltoso e il più delle volte, non tutti gli utenti sono propensi a leggere un contenuto così lungo. Ricorda inoltre che i contenuti esistenti hanno già autorità e un pubblico stabilito. Quindi, piuttosto che scrivere qualcosa completamente da zero, è molto più semplice trovare un post che sta già facendo bene su Google, aggiornarlo con informazioni aggiornate e contenuti extra, e fare affidamento su segnali esistenti per farlo classificare.

  1. Ricordati dell’importanza di YouTube

Secondo delle analisi, i video di YouTube si classificano molto più frequentemente nella top 10 rispetto ai video che sono ospitati autonomamente o ospitati su altre piattaforme video. Proprio come gli spider di Google, l’algoritmo di YouTube funziona captando le informazioni sul tuo video. Il nome file, il titolo, la descrizione del contenuto caricato: tutti questi elementi influenzano le classifiche nella ricerca di YouTube. Per la questione del titolo devi rendere il titolo SEO friendly con più di 5 parole e includere una parola chiave in target. Inoltre punta su video più lunghi: così come per i contenuti, i video più lunghi tendono a fare meglio nella ricerca di YouTube.

  1. Costruisci una struttura di Backlinks

Secondo Google , i collegamenti sono ancora il fattore numero uno quando si tratta di determinare il grado di ricerca. I collegamenti che si ottengono attraverso contenuti di alta qualità , sensibilizzazione e marketing di influencer, sono sicuri ed estremamente efficaci. Diversifica il tuo profilo di backlink in modo da avere link di alta qualità e di qualità media. Per ogni link incredibile che costruisci, creane altri cinque di qualità media.

  1. Ottimizzazione tecnica

Suggerimenti SEO e contenuti a parte, è assolutamente essenziale avere un sito web solido, senza preoccuparsi di eventuali problemi tecnici che possono sorgere. Come?

passa a https: è la versione più comunemente usata e più sicura del vecchio protocollo web HTTP. HTTPS è una best practice che aiuterà il tuo sito Web a potenziare la sua presenza SEO, a rimanere al sicuro e a rendere più difficile l’intrusione di parti dannose e trarre vantaggio dal tuo sito web.

Abilita AMP ( Accelerated Mobile Pages) per dispositivi Mobile: consiste nel raccoglie informazioni dalle pagine del sito Web e le visualizza in un formato di facile visualizzazione per dispositivi mobili.

Utilizza i markup semantici che sono essenzialmente tag HTML che possono aiutare a enfatizzare le informazioni chiave sul tuo sito web. Questi infatti, indicano agli spider di Google di cosa tratta la pagina senza dover digerire ogni parola sulla pagina. Il testo racchiuso in un tag <h1> è il titolo principale della pagina e dovrebbe fornire una breve spiegazione dell’intero contenuto condiviso su quella pagina. Il testo racchiuso in un tag <h2> è sottotitoli e così via.

Correzione della “pagina non trovata” 404: mantieni gli utenti in ingresso usando un plug-in SEO come Redirection per reindirizzare gli URL di collegamenti interrotti a pagine completamente funzionanti.

  1. L’importanza delle inserzioni locali

Più del 46% di tutte le ricerche effettuate su Google proviene da persone che cercano informazioni locali. Generalmente queste ricerche includono negozi locali, orari di apertura, numeri di telefono e indirizzi. I problemi sorgono, quando gli aggregatori raccolgono dati non aggiornati, portando un motore di ricerca come Google o Bing a elencare le informazioni sbagliate, come un vecchio indirizzo per la tua attività o un numero di telefono disconnesso. Ecco perché è fondamentale garantire che le informazioni di contatto fisico siano quanto più attuali possibile su ogni elenco online che hai creato.

  1. Saper misurare le prestazioni SEO

Reporting e analisi sono due elementi fondamentali del SEO – entrambi sono indispensabili per migliorare le tue strategie di marketing complessive. Uno strumento da utilizzare per questo tipo di analisi è Google Data Studio che aggrega classifiche, traffico e dati di conversione in un’unica interfaccia. È uno strumento eccellente per le agenzie di SEO di condividere report di fantasia con i propri clienti.

Le metriche SEO che puoi monitorare con Datastudio possono aiutarti a determinare l’efficacia della tua strategia SEO e valutare se è necessario ruotare o cambiare le tattiche per migliorare i risultati.

Conclusioni

La SEO sta cambiando rapidamente da un anno all’altro. Abbiamo parlato delle migliori tecniche seo in questo articolo. In linea generale però, ricordati di concentrarti sui solidi concetti di creazione di contenuti e copywriting, coinvolgi profondamente i tuoi spettatori e tieniti aggiornato sulle tendenze tecniche come backlink, salute SEO e velocità del sito.