Noi Brand Ambassador: astronauti del domani

Manca sempre meno all’inizio dei Digital Innovation Days, l’appuntamento è fissato per il 29, 30 e 31 Ottobre e quest’anno il team dei brand ambassadors fa la differenza. Conosciamoli meglio.

Sono Marilia Tavares, Brand Ambassadors dei DIDAYS20. Ho 23 anni, abito a Torino e frequento la SAA-School of Management. A nome dell’evento sono entusiasta di potervi presentare alcuni miei colleghi di questo fantastico team.

Sono studenti, la prova che i giovani hanno voglia di fare, incarnano perfettamente l’anima della kermesse: intraprendenti, pronti a ripartire e ambiziosi. Ci tengo particolarmente a questa intervista in quanto, come universitaria, incontro spesso colleghi a cui manca il fuoco che hanno questi quattro ragazzi; dialogare con loro mi ha motivata ancora di più a dare il 100% e spero che a fine articolo sentirete la stessa carica che ho sentito io scrivendo le loro storie.

La parola a loro…

Giuliano Fiore

“Se non puoi fare grandi cose, fai piccole cose in una grande maniera.”

Perché solo chi pensa di poter realizzare qualcosa è già un passo avanti verso il traguardo. Si presenta così Giuliano, studente allo IULM, del corso di laurea dedicato a comunicazione, media e pubblicità. Nonostante sia uno studente, presenta già un curriculum di rilievo.

 

Eleonora Bracaglia

“Determinazione, costanza e tanta voglia di fare sono fondamentali per realizzare qualsiasi cosa”

È la nostra seconda Brand Ambassador, una carica di energia e tanta determinazione. Eleonora, come Giuliano, è una studentessa presso lo IULM, lavora come Giornalista freelance presso Il Graffio online e cura il suo profilo Instagram a regola d’arte.

 

Alessandro Colonna

“Non aspettare l’opportunità. Creala”

Alessandro studia a Roma. E’ iscritto alla Sapienza, corso di Marketing e comunicazione; e ha già un curriculum notevole. Oltre a studiare a tempo pieno, segue diversi progetti: è Co-Founder e Social Media Manager presso la 9Seconds, Marketing Specialist presso Damage Srl e ora Brand Ambassador dei Didays.

 

Laura Zucchiatti

“Se hai un obiettivo, lanciati e raggiungilo. Altrimenti perdi già in partenza”

Il motto scelto da Laura la rispecchia a 360°, anche lei non ha timore di porsi un obiettivo e perseguirlo con determinazione. Laura studia Relazione Pubbliche presso l’Università di Udine e ha già seguito diversi stage. Al momento è anche Social Ambassador per un’importante kermesse di marketing che si terrà a marzo.

 

  • Perché secondo te si dovrebbe partecipare ai Didays 2020?

Alessandro: “Penso che per chi studia, sia molto importante essere presente ai Digital Innovation Days, in quanto è come passare da astronomo ad astronauta. L’astronomo è colui che studia la teoria, ma solo l’astronauta è in grado di viaggiare e toccare la luna.

I Didays, sono l’opportunità perfetta per conoscere realmente il mondo dell’innovazione e del marketing. Nessun insegnamento sarà mai efficace come questa esperienza.”

Eleonora: “Dal mio punto di vista è un ottimo investimento per il futuro, specialmente per coloro che hanno un progetto in mente. I Digital Innovation Days sono in grado di dare una visione completa sul mondo del digitale, che oggi, come non mai, rappresenta la quotidianità nelle nostre vite. I Didays accolgono veri professionisti dell’innovazione che racconteranno il loro vissuto con qualità.”

Giuliano: “I Didays sono stati in grado di creare un prodotto perfetto sia per professionisti che per semplici appassionati. Troveremo case history interessanti e ascolteremo esperienze concrete che sono il valore aggiunto all’evento.

Laura: “Sono convinta che partecipare ai Didays sia fondamentale, in quanto ci permetterà di ascoltare consigli pratici e prendere nota di efficaci strategie. Si potrà, imparare dal migliore capitale umano del marketing e della comunicazione. Un altro valore aggiunto è sicuramente dato dal fatto che l’edizione di quest’anno sarà online, si potrà seguire anche in smart working.

 

  • Quest’anno abbiamo diverse sale tematiche: dalla Fashion Tech, alla Sustainability, insieme a Start-up e Formazione Digitale. Ognuna, con speakers leader nel loro settore. Qual è la tematica che più ti appassiona e perché?

Laura: “Sono appassionata di formazione digitale e influencer marketing, in quanto, sono argomenti che studio anche a livello pratico. In particolare, mi attrae la sostenibilità, una tematica attuale che purtroppo nel nostro Paese non è molto sentita”.

Alessandro: “Temi tutti stimolanti e quelli che mi colpiscono di più, sono: la sostenibilità, il web marketing e il social media management. Ad oggi, l’università, è in grado di dare molte nozioni base, ma, partecipando ai Didays è possibile avere una visione nuova. Le 11 sale verticali avranno temi mutevoli con aggiornamenti continui.”

Eleonora: “Quelle che mi interessano di più sono: influencer, social media e sostenibilità. Penso che siano tematiche molto attuali e soprattutto dai meccanismi avvincenti, che raccolgono un’ampia fetta di mercato.”

Giuliano: “Partendo da un’esperienza personale le aree che reputo più importanti sono: web marketing, social media e influencer. Sono tematiche che hanno avuto un ampio sviluppo negli ultimi 5 anni, con notevoli mutamenti. Il focus sugli influencer non è più il numero di seguaci, ma l’engagement che riescono ad ottenere.”

 

  • Sei Ambassador dei Digital Innovation Days – “Dal Lockdown alla Ripartenza.” Tutti abbiamo dovuto reinventarci, ognuno in modo diverso. Come è stato ripartire?

Alessandro: “L’inizio del lockdown è stato difficoltoso per tutti, adattarsi a nuove abitudini ci ha messo alla prova, ma superato il periodo iniziale è stato più semplice aggiornare gli impegni. Un po’ come i Didays20 che non si sono fermati dinanzi al problema ma hanno trovato una soluzione: creare un’edizione interamente online.”

Eleonora: “Il mio lockdown, purtroppo, è iniziato con un trasferimento. Non è stato un periodo semplice, di conseguenza mi sono dovuta reinventare in diversi modi. Per quanto riguarda la parte universitaria è stata particolarmente difficile in quanto mi sono ritrovata demotivata, perché bisogna dirlo, le lezioni online non sono come in presenza. Nonostante le prime difficoltà non mi sono demoralizzata e questo mi ha fatta riflettere. Ci potranno essere periodi complicati ma ora sono sicura che saprò affrontarli”.

Giuliano: “Per quanto mi riguarda, il punto cruciale è stato senza dubbio l’università. Come Eleonora, mi sono dovuto trasferire e ho avuto problemi tecnici legati ad Internet. In seguito è andata meglio, ed ho proiettato il mio mindset verso una visione positiva. Mi sento fortunato, in quanto sono riuscito a continuare gli studi.

Laura: “Il mio lockdown è stato molto complicato inizialmente. La quantità di tempo era aumentata ma con essa anche le mansioni da svolgere. Mi sento di dire che non è stato per niente semplice organizzarsi. Per fortuna, seguire le lezioni online è stato meno difficoltoso del previsto, è vero che ci siamo ritrovati a fare tutto di corsa, ma, allo stesso tempo, senza stress.

 

  • Ad oggi sta nascendo il pensiero comune che l’università sia obsoleta e che l’esperienza formativa non sia in linea con i tempi. Secondo te lo studio da autodidatta può essere paragonato al percorso accademico?

Eleonora:

“Penso che la formazione da autodidatta non sia paragonabile al possibile percorso universitario. Infatti, frequentare l’ateneo non significa solo “studiare”, è un’esperienza che forma noi ragazzi anche dal punto di vista sociale. Gli anni accademici ci insegnano a vivere, ad ampliare la propria rete di contatti e a cogliere occasioni per il futuro.

Sono molto appassionata alle materie che studio nel mio ateneo, questo è stato uno dei motivi che mi ha portata ad iscrivermi all’università. Mi interessava intraprendere un percorso pieno di sfide e sono sicura che un domani i miei sacrifici verranno ripagati. Spero che il mio percorso mi aiuti a trovare il lavoro che desidero.”

 

  • Forbes, nel 2019, ha redatto la Global Innovation Index, ovvero la top 20 dei paesi più innovativi al mondo. L’Italia non rientra in tale classifica, secondo te a cosa è dovuto questo gap?

Giuliano:

“Purtroppo ci troviamo al 28° posto. Non è solo una questione di numeri, ma anche di mentalità e voglia di mettersi in gioco. L’errore più grande è stato perdere la possibilità di sperimentare le innovazioni che esistevano. l’Italia ha un prezioso patrimonio: cultura, arte, turismo, moda e food, ma spesso, decide di non potenziare i servizi, anche a partire da piccoli accorgimenti. Il Paese è frenato da instabilità politica e da poca spesa investita nell’istruzione, ma è anche vero che una buona maggioranza della popolazione è concorde nello stabilire che ci siano fattori determinanti legati al credito.

Dovremmo prendere esempio dalla Svizzera, che in classifica è prima già da 10 anni senza particolari problemi. Qui, i fattori “produzione di conoscenza e tecnologia”, “prodotti della creatività” e “business sophistication” sono il fiore all’occhiello per essere competitivi.

In Italia dobbiamo fare i conti con il “ruolo delle istituzioni” a volte mancante e poca stabilità del contesto politico ed operativo. Ma non tutto è perduto… Per “produzione di creatività” con in testa il design industriale siamo davvero molto bravi. Che dire… Facciamo valere dunque il nostro potenziale. I Digital Innovation Days ribadiranno questo concetto, dobbiamo essere affamati di conoscenza e di innovazione ancora di più che in passato.

 

  • Sono veramente pochi gli studenti che oltre all’università scelgono di lavorare. Tu invece stai seguendo diversi progetti. Da dove nasce la tua intraprendenza? E perché molti studenti scelgono di concludere l’università per mettere in pratica ciò che studiano?

Alessandro:

“Sono convinto che per imparare bene qualsiasi cosa, la pratica sia la strategia più efficace. Bisogna mettere fin da subito le mani in pasta, non per eccellere o per raggiungere subito i risultati ma per migliorare. Purtroppo in Italia, c’è una concezione diversa a riguardo. Si preferisce terminare gli studi e poi iniziare a lavorare. Io penso che bisogna fare tutto in maniera contemporanea. E non aver paura né di sbagliare, né di fallire.

Il mercato dà troppe incertezze ed i giovani credono di poterle trovare nello studio e conseguire un percorso lineare senza dover esporsi troppo. Il sogno del posto fisso ha generato tante illusioni, ma il lavoro attualmente è flessibile.

I progetti che ho intrapreso, mi hanno dato l’opportunità di sviluppare competenze che le università non ti insegnano: lavorare in un team, gestire lo stress di un lavoro da consegnare, parlare in pubblico, accrescere attitudini imprenditoriali, negoziare, contrattare e organizzare eventi. Adesso lavoro in una startup (mi occupo di marketing e di comunicazione) della quale sono anche tra i fondatori.

  • A fronte della ripartenza sia le aziende che molte persone hanno deciso di porsi obiettivi, sia a breve che a lungo termine, per non perdere più tempo e poter ricominciare al meglio. Quali sono i tuoi più grande obiettivi, a breve e lungo termine? E perché hai scelto proprio questi due?

Laura:

“Il traguardo a breve termine è laurearmi in Relazioni Pubbliche e continuare a formarmi attraverso i corsi online. A lungo termine, desidero entrare nel mondo del lavoro e allo stesso tempo frequentare un master che mi permetta di ampliare le mie conoscenze. Ho scelto questi obiettivi perché nell’attuale contesto lavorativo, la concorrenza è molto vasta e la sola preparazione universitaria non è sufficiente per emergere rispetto alla massa. Bisogna avere competenze e rimanere aggiornati.”

Ora che hai letto l’intervista ti consigliamo di seguire i DigitalAperiTalk, live dal 22 settembre sui canali social dei Didays. Dove alcuni dei nostri Brand Ambassador realizzeranno una breve intervista con i nostri moderatori e relatori delle sale.

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Marilia Tavares
Brand Ambassador DIDAYS20

5 azioni per avviare subito la tua strategia di Content Marketing

I contenuti online vengono sempre più consumati ed apprezzati. Durante il lockdown sempre più persone hanno scoperto la mole di notizie (gratuite e non) disponibili su Internet e riuscire a fornire le giuste informazioni ai potenziali clienti diventa quanto mai vitale per un’azienda.

Ma quali contenuti puoi creare per attrarre i clienti e far risalire fatturato e utili?

Innanzitutto va creata a monte una strategia di Content Marketing che definisca target di riferimento, obiettivi e tempistiche. Creare contenuti ha sempre un costo (in termini di soldi e/o di tempo) per cui va costantemente tenuto a mente che ci deve essere un ritorno economico, anche se spesso si è costretti a ragionare a lungo termine.

Ecco per te 5 azioni che puoi intraprendere fin da subito per creare contenuti:

1. Cura il blog aziendale.
Il blog aziendale è uno strumento sottovalutato dal 90% delle PMI italiane. Creare e gestire attivamente un blog aziendale porta consapevolezza ed autorevolezza e pone l’autore ad essere visto come “esperto del settore”. Che tu sia un libero professionista o il referente di un’azienda B2C/B2B, raccontare il tuo lavoro ed il tuo settore serve e può farti ottenere risultati che mai avresti pensato.
Inoltre, a livello puramente tecnico di ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO), avere un blog è un’ottima via per far categorizzare da Google il sito web nella maniera corretta e, se strategicamente strutturato, posizionarsi per le keyword che cercano i potenziali clienti. Spesso in settori specifici la competizione su Google è ancora bassa e bastano piccoli accorgimenti per ottenere un’ampia visibilità che richiami contatti in target.

2. Scrivi guest post in siti web inerenti al tuo settore.
Nel punto precedente abbiamo analizzato le potenzialità del blog aziendale che però, in fase iniziale, ha un grosso freno: la mancanza di traffico. Come compensare questa carenza? Fintanto che il proprio blog cresce organicamente, posizionandosi su Google articolo dopo articolo, consiglio di proporsi come creatore di contenuti per altri siti web (blog, testate giornalistiche, portali, ecc.) inerenti al settore nel quale lavoriamo. Gli editori sono sempre affamati di contenuti e molti giornalisti accettano volentieri testi o interviste rilasciati da parte di un “esperto”. Molti imprenditori sono veramente luminari del proprio settore, ma hanno poca dimestichezza con quelle che oggi chiamiamo le Digital PR, perdendo così importanti occasioni di visibilità.
La pubblicazione su piattaforme di terzi a volte è gratuita, ma spesso richiede il pagamento di un compenso a seconda della popolarità della testata (si pensi, ad esempio, ai publiredazionali presentati sotto il nome di “BrandVoice” su Forbes o “Starbrand” su Millionaire).

3. Crea una community.
L’incapacità di vendere, che porta tendenzialmente ad una crisi e alla successiva chiusura dell’azienda, non è sempre causata da un prodotto scadente o inutile. Ciò che manca in molte piccole aziende che sopravvivono a stento è la corretta educazione del cliente al prodotto. L’acquirente è spesso ignaro delle differenze tra i prodotti e, quando non le comprende, la sua scelta ricade su quello dal prezzo più basso.
Come imprenditori, manager, liberi professionisti è nostro compito dare le giuste informazioni ai potenziali clienti attraverso il blog aziendale, i guest post e, perché no, creando una community attorno al proprio brand. Ad esempio, per un e-commerce di giardinaggio potrebbe essere utile richiamare a sé un buon numero di utenti con il “pollice verde” pubblicando articoli, guide e spunti interessanti per prendersi cura dei propri vasi e del proprio giardino.

Per approfondire l’argomento, nella sala Social Media dei Digital Innovation Days, Enrico Lugnan terrà il suo speech intitolato “Community: le miniere d’oro del digitale”.

4. Crea una newsletter.
La cara, vecchia e bistrattata e-mail funziona ancora ed anzi è più attiva che mai. Molte persone associano l’e-mail marketing al mero invio di spam, ma realtà è che la creazione di una newsletter che sia davvero utile agli iscritti ti consentirà di entrare in profondo contatto con prospect e clienti.
Nonostante riceviamo milioni di e-mail pubblicitarie, tendiamo ugualmente a ritenerla una comunicazione intima e rivolta solo a noi, ed è in parte anche questo il motivo dell’inarrestabile successo delle newsletter.
In ambito e-commerce potremmo far rientrare nella nostra strategia di Content Marketing anche le e-mail transazionali, fornendo valore al cliente in quelle e-mail con tassi di apertura altissimi (conferma ordine, aggiornamenti sulla spedizione, ecc.).

5. Registra un webinar.
Gli esperti di marketing conosceranno già il concetto di “evergreen webinar funnel” che sta spopolando in Italia e che si è diffuso soprattutto nei mesi di lockdown.
Il concetto è di creare una sequenza automatizzata per raccogliere dettagli di potenziali clienti (e-mail ed eventuali altri dati) dando come “esca” non il classico ebook, ma un momento di formazione video.
Il webinar preregistrato potrà quindi essere utilizzato per un periodo molto più lungo rispetto al webinar live e non richiede uno sforzo continuo per ottenere contatti.
Esiste anche chi ha fatto in modo che gli utenti potessero iscriversi e prenotarsi al webinar come fosse in diretta, ma questa pratica rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio nel momento in cui l’utente si sente “tradito” poiché capisce che l’evento video non è una reale diretta. Meglio pertanto palesare fin da subito che si tratta di una registrazione.
La durata di questi eventi gratuiti può variare da 1 a 4 ore e permette di educare il cliente al prodotto e tramutare un contatto “freddo” in uno “più caldo” e più propenso all’acquisto (soprattutto se si opera nel mercato B2C con vendita online diretta).

Concludendo, ti ho fornito 5 utilissimi spunti per la creazione di contenuti efficaci per promuovere te stesso o la tua azienda i quali, se messi in pratica, ti daranno un vantaggio competitivo sul mercato.

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Ernesto Bartoloni
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020
Fondatore di ESmedia – Esperto di Content Marketing per e-commerce

Value is the king: il nuovo paradigma nella comunicazione sui social media

Per ottenere buoni risultati dai canali social sono indispensabili alcune azioni:
– Contenuti di qualità;
– Targeting corretto;
– Buona pianificazione.

Approcciare i social media con una buona strategia è il primo passo per avviare il canale e iniziare il processo di comunicazione interattiva con il pubblico.

Contenuti di qualità sono ormai l’asso nella manica dei Social Media Manager, è finito il tempo di pubblicare post pur di pubblicare.. non è più la frequenza bensì la qualità a farla da padrone nel panorama della comunicazione social.
Molti clienti mi chiedono “quanti post dobbiamo pubblicare?” e la mia risposta non è mai un numero, bensì “cosa vuoi ottenere con il tuo canale?”, a questo bisogna rispondere. Vogliamo creare valore dando per primi valore? Ebbene, questo deve essere il mantra, il pubblico deve essere coinvolto attraverso consigli, suggerimenti, azioni che possano creare maggiore valore per il brand e per l’utente.
Mi sento proprio di suggerire un cambio di paradigma, di passare dal “Content is the king”, che ha ispirato per tanto tempo noi marketer, a “VALUE IS THE KING”.

Analizzare i competitor è quindi la prima cosa da fare per approcciare una nuova strategia. Valutare l’esposizione dei contenuti dei brand competitor, comprendere i punti di forza e di debolezza della comunicazione, per prendere esempio dai casi di successo ed evitare gli errori.
Ogni canale ha il suo linguaggio: Facebook per l’origine stessa, ha un linguaggio più dedicato alla comunicazione scritta, sempre più rilevante il racconto attraverso i video, con l’inserimento degli hashtag finalmente ha introdotto anche l’aggregazione dei contenuti per categoria.
Instagram, nato come condivisione delle immagini, predilige la particolarità dell’immagine, bisogna prestare particolare attenzione alle foto, creando effetti di sorpresa nello scorrere il feed. L’aggregazione con gli hashtag è un volano da tenere in massima considerazione nella comunicazione.
Le Stories e le dirette hanno rivoluzionato il modo di comunicare attraverso i social, sono uno strumento di testimonianza del dietro le quinte, del lavoro che c’è dietro a ogni azienda, utilissime durante gli eventi, sono state il salvavita di molte persone durante il lockdown, grazie a questo strumento abbiamo potuto essere meno distanti.
Per Linkedin, dato il target BtoB di professionisti, l’approccio è di comunicare la competenza, a corollario immagini che testimoniano le referenza per aumentare la relevance ed essere di supporto alla professionalità che si vuole dimostrare.

Dopo aver analizzato bene il modo in cui comunicano i competitor, dobbiamo analizzare bene il target che vogliamo approcciare, in questo ci viene in aiuto la piattaforma Facebook con lo strumento “Audience insight” con la possibilità di analizzare le persone connesse alla pagina oppure tutto il pubblico di Facebook.
Dati demografici, situazione sentimentale, livello di istruzione, titolo professionale, luogo, interessi, avvenimenti importanti. La profilazione è eccezionalmente specifica, attraverso un buon targeting possiamo incontrare il pubblico maggiormente interessato e naturalmente più predisposto ad essere coinvolto.
Per iniziare a pianificare i contenuti dobbiamo iniziare a pensare come vogliamo rappresentare i nostri valori: innanzitutto dobbiamo essere ben consapevoli di quali sono i nostri e condividerli con il team per riuscire davvero a comunicarli nel modo giusto. Sarà molto più facile costruire un piano editoriale, perché sarà coerente con il nostro modo di essere, con la nostra mission e vision aziendale. Creare rubriche che supportino la comunicazione rispetto ai valori, per esempio se abbiamo un brand che si occupa di sostenibilità, creeremo dei post che mostrano come la nostra azienda è sostenibile e sceglie quindi ad esempio imballaggi in carta ecologici a ridotto impatto ambientale, oppure se il nostro brand è legato al design, comunicheremo quanto il nostro team ricerca innovazione, nuovi materiali e segue i trend topic.

Quale strumento migliore per gestire la pianificazione dei social media?
Li ho provati tutti, utilizzo anche quelli delle piattaforme principali, come Business Manager per gli Ads e Creator Studio, che sono migliorati tantissimo dall’avvio delle piattaforme, rimango ancora fedele però a Hootsuite. Sarà per l’interfaccia grafica molto easy, sarà perchè la uso da diverso tempo, credo che le funzionalità di questo strumento siano un ottimo supporto per la gestione dei social media. E’ molto stabile, un publisher con la possibilità di personalizzazione della dashboard con in evidenza i social da tenere monitorati anche per le mention, possibilità di programmazione dei post e delle stories, integrazione di Linkedin, Twitter, Pinterest e Youtube. Tutto in un unico strumento, con uno sguardo ampio al calendario, offre una efficace visione di insieme per un buon equilibrio nel timing dei post per canale. Un pannello dedicato alle statistiche per monitorare post, fan, engagement e traffico.

Di questo e tanto altro si parlerà durante l’Online Edition dei Digital Innovation Days, una intera sala dedicata ai social media, in questo link https://www.digitalinnovationdays.com/sala-social-media/ potete conosce i relatori, coordinati da Luca La Mesa, grande esperto e formatore di social media.

Sara Brugnoni
Brand Ambassador Digital Innovation Days2020
CEO di Santafranca60 – Communication Manager Raja Italia
Foto di Sam Willis da Pexels

Community Manager: ruolo chiave per le aziende

L’evoluzione digitale prosegue senza sosta verso un futuro tecnologico al servizio dell’umanità. Un’ era di strumenti innovativi che sono la base per la crescita dei marchi.

Ma il nostro Paese, rispetto alle altre nazioni ha un gap molto ampio sulle digital skills e il lockdown non ha fatto altro che portare a galla i nodi del caso.

Gli ultimi dati di Eurostat non lasciano dubbi: le competenze digitali sono possedute dal 42% degli italiani tra i 16 e i 74 anni, contro la media UE del 58%. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è salito al 7,8%, facendo registrare un +1,2% in appena un mese, il che significa, circa 300mila posti di lavoro in meno.

Il problema? I recruiters non riescono a trovare candidati idonei

Una figura molto ricercata è quella del Community Manager, ruolo strategico connesso all’universo comunicativo, che ha il compito di moderare le interazioni tra gli stakeholders e creare engagement.
Una tecnica utilizzata è lo User Generated Content, “ha fatto scuola” GoPro. Il marchio, che produce potenti action cameras, è un esempio di come l’utilizzo dei contenuti generati dagli utenti sia stato efficace. L’azienda, ha selezionato le immagini più creative e le ha utilizzate per promuoversi sui canali social. Questa strategia ha incrementato le vendite delle cams e il flusso di fidelizzazione.

Quali sono le mansioni principali del Community Manager?
I social portano a situazioni complesse. Danno la parola alle persone, consentendo la pubblicazione di commenti positivi o negativi. Basta un attimo e le critiche possono inondare la bacheca. Ed è qui che lo specialista interviene per:
– Evitare discussioni fine a se stesse
– Rasserenare gli utenti alterati
– Risolvere le anomalie alla base

Prevenzione è la keyword di chi opera nel community management. Alla base di essa c’è l’ascolto.
È errato vedere questa figura come un semplice ammortizzatore: lavorare sulle interazioni vuol dire coinvolgere le persone che affrontano lo stesso argomento e hanno bisogno di un supporto chiaro ed efficace.

Il Community Manager concentra in un solo ruolo le mansioni del Social Media Manager, del Customer Care Officer, del Digital PR e del Project Manager. È un professionista ibrido che ha hard skills legate al mondo delle pubbliche relazioni e un ampio ventaglio di soft skills.

I task principali del suo lavoro sono:
– Gestione dei canali di comunicazione con la community: gruppo Facebook, WhatsApp, Telegram,      Slack, mail e live chat.
– Creazione e smistamento dei contenuti
– Coordinamento dei Brand Ambassadors
Hard skills:
– Copy
– Content Marketing
– Email Marketing
– Project Management
– Conoscenza del Funnel Marketing, Sales e User Experience
Soft skills:
– Proattività
– Capacità di gestione dello stress e delle criticità
– Team Working
– Problem Solving
– Public Speaking
– Emotional Intelligence

Benefici per il Customer Service

Uno dei vantaggi essenziali, nell’opera di un Community Manager, riguarda la capacità di gestire le domande e le esigenze del pubblico, rispetto al valore del brand, dunque allineare i quesiti alle risposte.
In molti settori c’è da svolgere una grande attività rispetto agli interrogativi delle persone: questioni tecniche, esigenze relative agli ordini e informazioni che precedono l’acquisto.
La diffusione di Messenger, WhatsApp e Telegram, ha sdoganato l’abitudine di molti utenti a scrivere messaggi diretti ad avere una comunicazione verticale all’interno dell’orizzontalità. In questi contesti è importante essere smart, affinchè si possano creare relazioni di valore che prefigurano maggiore business.

Come diventare Community Manager?

Non esiste un percorso definito a priori per operare in questa attività. La base di partenza è lo studio, all’interno di contesti universitari ed editoriali e approfondire gli argomenti con testi specifici. Un libro che consiglio è #Community manager. Dietro le reti ci sono le persone. Di Giovanni Re e Osvaldo Danzi, edito da Franco Angeli.

Ma se c’è un modo per sviluppare le competenze necessarie per ottenere un ottimo profilo professionale, la risposta è chiara: “sporcarsi” le mani, insieme a chi ha esperienza. Fronteggiare situazioni diverse e complesse può aiutarti a ottenere le abilità necessarie.

Lavorare come Community Manager è entusiasmante. C’è bisogno di tempismo, lucidità, calore e creatività e non puoi premiare solo l’istinto. Altrimenti rischi di commettere passi falsi. Il social media fail è dietro l’angolo. Così come i vantaggi in termini di autorevolezza del brand.

Un ruolo chiave lo hanno i brand ambassadors veri e propri portatori di valori. Queste figure, essendo incaricate dall’impresa, possono avvalersi del suo supporto per la realizzazione di iniziative commerciali e promozionali, come ad esempio eventi online e offline.

Gli strumenti di comunicazione più utilizzati dai brand ambassadors sono i social network, attraverso cui sviluppano il proprio storytelling e “allacciano” interazioni personalizzate per fornire un’immagine del brand aperta, trasparente, accessibile e positiva.

Attraverso il Brand Ambassador Program, le aziende individuano professionisti disposti a diffondere una comunicazione in linea con le proprie missions. Abili a condividere le esperienze all’interno della rete sociale, ad indurre le persone ad acquistare prodotti e/o servizi, con l’obiettivo di costruire una vera e propria comunità interattiva.

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Daniele D’Amico
Community Partner and Coordinator of the Brand Ambassadors #DIDAYS20

La qualità della vita digitale in Italia

Divisumma 14. Un nome che farà suonare pochi campanelli. Eppure a questo nome risponde uno dei prodotti più rivoluzionari che il made in Italy abbia mai lanciato sul mercato. Si tratta della prima calcolatrice elettromeccanica al mondo, in grado di eseguire le quattro operazioni. Prodotta nel 1945 da un’azienda di Ivrea che aveva sul tetto della propria sede la scritta: ING. C. OLIVETTI & C. PRIMA FABBRICA NAZIONALE MACCHINE PER SCRIVERE. Da quell’edificio a due piani dai mattoni rossi uscirà, ad inizio anni ’60, la Programma 101, uno dei primi – per alcuni il primissimo – personal computer programmabile della storia. Il motto di Olivetti è un inno alla tenacia: “I tuoi sogni diventano soluzioni”. Se potessimo per un attimo esercitare l’immaginazione e visualizzare la rivoluzione digitale come un guerriero esotico e onirico, sembrerebbe ovvio che questo di Olivetti possa essere l’unico urlo di battaglia possibile. Il digitale è tuonato sull’interpretazione del mondo, cambiando e rivoluzionando i paradigmi conoscitivi. In Italia la riformulazione della visione degli assetti economico-sociali per mano del digitale, è un percorso che sembra essere giunto ad oggi con meno mordente di quella Olivetti degli anni ’40. L’annuale index di Surfshark che stima il Digital Quality of Life (DQL) di 85 paesi (81% della popolazione mondiale), ha inserito l’Italia al ventesimo posto complessivo, al 41esimo per connessione internet e al 54esimo per infrastrutture elettroniche. Ma cosa si intende nello specifico per qualità della vita digitale? Per Surfshark è una valutazione fondata su cinque fattori essenziali:
1. Sostenibilità economica dei servizi Internet: il costo e la velocità di fruizione dei servizi legati a connessioni domestiche e mobili;
2. Qualità dei servizi Internet: le loro performance in termini di stabilità e velocità;
3. Infrastrutture: il numero di cittadini connessi per 100 abitanti e livello di avanzamento nell’agenda digitale;
4. Sicurezza elettronica: legata alle misure normative che ogni paese metto in atto per arginare e prevenire attacchi informatici e dalle azioni finalizzate alla tutela della privacy;
5. Livello di informatizzazione dello stato cioè il grado di digitalizzazione dei servizi online al cittadino.
Seppur non occupiamo il gradino più basso del podio, i dati costringono ad una riflessione che risulta ancor più urgente nell’epoca post-Covid. Proprio all’impatto del Covid19 sullo stato di salute digitale dei paesi, infatti, è stata dedicata una parte dell’analisi di Surfshark che ha sottolineato come il lockdown abbia fatto emergere imponenti problematiche legate all’inadeguatezza delle infrastrutture nella prospettiva improvvisamente concretizzatasi di smart working. Questo stato di cose ha, secondo l’analisi citata, paralizzato con problemi consistenti ben 49 paesi su 85. L’associazione tra internet, rivoluzione digitale e consapevolezza deve essere uno stadio evolutivo fondamentale per emancipare l’approccio all’innovazione di una comunità. Il web deve auspicare ad essere un luogo proiettato verso l’orizzontalizzazione degli accessi. Un topic estremamente spigoloso nell’odierna Italia ritrovatasi frammentata e travolta dalla moltitudine delle nuove esigenze digitali emerse in seguito alla pandemia. Se il grado del DQL peninsulare è influenzato parzialmente dallo scheletro infrastrutturale, però, è altresì da considerare il dato dell’alfabetizzazione digitale. Come riportato da CENSIS a inizio 2020 nel 16° Rapporto sulla comunicazione: “Il 25,0% degli italiani ammette di non possedere le competenze necessarie. I valori più bassi si registrano tra chi ha tra i 30 e i 44 anni (8,0%) e tra i più istruiti (11,4%), alla pari con i più giovani (11,5%): sono questi i soggetti meglio attrezzati per vivere nell’ambiente digitale. Mentre il 57,3% delle persone anziane confessa un totale deficit di competenze”.
Con Gaetano Di Tondo, VP, Institutional & External Relations Director in Olivetti, ospite della Sala Centrale dei #DIDAYS20, cercheremo di analizzare alcuni esempi di realtà che hanno visto nel lockdown un’occasione per traghettare il proprio lavoro nell’universo digital. Come Camillo Olivetti riportò dal suo viaggio a Chicago l’esperienza della potenza applicativa dell’elettricità, plasmando da questa sperimentazione una delle aziende più innovative e pionieristiche del nostro Paese.

 

Valentina Spasaro

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La reazione delle imprese al lockdown: l’accelerazione digitale in Italia.

La situazione sopravvenuta causa pandemia COVID-19 ha fatto in modo che cambiassimo abitudini sociali, costretti, si, ma nella costrizione ognuno ha trovato una via di uscita dall’isolamento. 

Tra i sistemi per intrattenersi, c’è stato quello di utilizzare i social media, durante il periodo marzo-giugno 2020 si è registrato un aumento del 43% dell’utilizzo dei social che ha portato per la prima volta a raggiungere il 51% della popolazione mondiale (rispetto a quelli che non li usano), sfiorando i 4 miliardi di persone nel mese di luglio 2020. 

 

Come hanno reagito le aziende?

I primi sforzi sono stati messi nell’organizzazione del lavoro da remoto, fornire gli strumenti ai dipendenti e dare accessi cloud per consentire il lavoro da casa. 

Tante le difficoltà: connessione lenta, abitudini differenti, figli a casa da gestire con la scuola on line, nuovi spazi da condividere.

Si è parlato tanto di smart working, un concetto complesso che comprende un accordo tra datore di lavoro e dipendente per realizzare il proprio incarico senza vincoli di orari, spaziali, con una organizzazione per obiettivi o fasi, un cambio di gestione del lavoro che consente una migliore conciliazione tempi di vita e lavoro.

In tanti hanno messo in campo il lavoro da remoto, alcuni lo smart working: con le video call ci si è potuti dare gli obiettivi e verificare gli step di avanzamento lavori. Ad esempio Zoom a marzo ha dichiarato di aver raggiunto picchi da 200 milioni di partecipanti ogni giorno, rispetto ad una media di 10 milioni registrata nelle fasi precedenti all’emergenza sanitaria. La diffusione delle videochiamate ha fatto in modo che Facebook integrasse entro il mese di maggio le “stanze”, proprio derivante dalla piattaforma di cui prima, non dimentichiamo che uno degli scopi del social di Zuckerberg è quello di far rimanere il pubblico nel social media.

Le Live su Facebook e Instagram sono state un modo per intrattenere e formare le persone a distanza, raddoppiando le visualizzazioni.

 

La spesa pubblicitaria mondiale ha subito un ribasso di 50 miliardi di dollari, fino all’8,1%, soprattutto i settori viaggi e turismo(-31,2%), intrattenimento e attività ludiche(28,7%), servizi finanziari (-18,2%), vendite al dettaglio (-15,2%) infine il settore automobilistico (-11,4%).

Conseguentemente alle riduzioni generali degli investimenti in Ads di Facebook e Google, abbiamo un aumento dei risultati organici dei contenuti, e un ottenimento di migliori risultati con minori investimenti in advertising.

 

All’inizio di marzo le aziende hanno chiuso le proprie sedi, chi aveva un e-commerce ha avuto diverse reazioni in base all’area di interesse:

grande distribuzione, food delivery e negozi di vicinato hanno registrato una crescita del 16%, il settore Pharma ed editoria, sono cresciuti. Da segnalare anche +32% sport e Benessere, +39% macchine caffè, +81%giardinaggio +240%beni legati alla sfera sessuale.

 

Parte del traffico dei nuovi utenti proviene dai social media (24%), ma dove si trovano le aziende?

I social preferiti dalle aziende italiane sono Facebook (53%), Instagram (40%)  che con la possibilità di acquistare i prodotti era preferito in alcuni casi a Facebook, equilibrio che potrebbe cambiare dato che Facebook ha introdotto a maggio SHOPS, la vetrina di prodotti per l’acquisto. Seguono Youtube, Linkedin e Whatsapp.

 

Per una corretta strategia l’equilibrio tra i vari media è fondamentale, analizzare le performances dei vari strumenti consente una buona gestione del budget  e la flessibilità per seguire il mercato.

Per alcuni la sfida sarà mantenere i trend positivi registrati, per altri sovvertire l’andamento negativo, una cosa è certa, il Digital marketing è un asso da giocare in ogni partita!

 

Se vuoi essere aggiornato partecipa al DIDAYS2020 il 29 e 30 ottobre 2020. Fino al 31/8 puoi acquistare il tuo biglietto scontato a soli 79,00€!

 

Sara Brugnoni

Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

CEO di Santafranca60 

Communication Manager Raja Italia

Fonti: Wearesocial Digital 2020 in Italy – WARC Global Advertising Trends –  facebook.com/business – CA E-commerce in Italia 2020.

 

Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

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Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

il principio di scarsità

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”