Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

social-proof
140 Views

Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

il principio di scarsità
164 Views

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Sfondo foto creata da snowing – it.freepik.com

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

235 Views

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

9 tecniche SEO per guidare il traffico organico

113 Views

9 tecniche SEO per guidare il traffico organico

Nel mondo di oggi in rapido cambiamento, le tecniche SEO possono cambiare velocemente e la parte peggiore è che potresti non saperlo nemmeno.

Ecco perché è necessario rimanere sopra e sempre informati nel mondo della SEO. Altrimenti, rimarrai indietro e vedrai i concorrenti sfiorare le tue SERP.

In questo articolo, abbiamo analizzato le migliori tecniche SEO per aiutarti a salire alle stelle e aumentare il numero di visitatori mensili dalla ricerca organica.

Ma prima di approfondire i dettagli sul miglioramento del ranking della tua pagina web, prendiamo un po ‘di tempo per testare il tuo posizionamento attuale della pagina sui risultati dei motori di ricerca. Accedi a Key Rank Rank Checker , uno strumento che puoi utilizzare per determinare il posizionamento della tua pagina in base alla ricerca per parole chiave.

Classifiche più alte equivalgono a un traffico più organico: persone che puoi convertire in una fase successiva e aumentare il ROI complessivo della tua strategia SEO.

Sembra un sogno, giusto? Ma se ti senti scoraggiato con il controllo delle parole chiave che hai appena eseguito, non farti prendere dal panico. Ecco per quale motivo abbiamo scritto questa guida.

  1. Migliora l’esperienza utente in tutto il sito web

Proprio come qualsiasi motore di ricerca, Google ha il compito di mostrare per primi i risultati migliori per la query di un utente e, se abbiamo un elenco di risultati irrilevanti e di bassa qualità, l’utente sarà tentato a non utilizzarlo più. Nessuno vuole atterrare su un sito web spam che impiega molto tempo per caricarsi (anche a fronte del sempre maggiore utilizzo del mobile). Anche per questo Google premia i siti che hanno bassi tassi di rimbalzo con un più alto ranking. Il ragionamento alla base è che se un utente trascorre più tempo su una pagina è perché ha trovato contenuti di qualità al suo interno. Ricordiamo che Google vuole solo contenuti di forte qualità che andrà a premiare spingendoli per primi nelle pagine dei motori di ricerca (serp).

Ecco qualche ulteriore consiglio per ridurre la frequenza di rimbalzo:

Rendi i tuoi post facili da leggere. Questa tecnica SEO ha come regola che più persone leggono i tuoi contenuti, più bassa è la frequenza di rimbalzo quindi più alta sarà la tua posizione nelle classifiche organiche.

Utilizza le Ecco bucket brigade che sono parole o frasi che convincono il lettore a continuare nella lettura. Un esempio può essere le cose stanno così, ti starai chiedendo, non è finita qui,… seguite dai due punti che invitano alla spiegazione.

Scrivi nello stile piramidale invertiti: usa questa tecnica seo in cui prima vanno inserite le informazioni più importanti poi man mano i dettagli e le cose meno interessanti.

Google continua  costantemente  a sottolineare l’importanza della velocità del sito. In aiuto offre uno strumento che è PageSpeed ​​Insights  per aiutare gli sviluppatori a migliorare le prestazioni del sito. Dovresti migliorare la velocità del tuo sito non solo per aumentare le classifiche di Google, ma anche per aumentare le conversioni. Un utente che utilizza un sito lento non è tentato a tornare.

  1. Ottimizza per ricerca vocale

Più del 50% delle ricerche tramite Google sarà condotto a voce entro il prossimo anno. Lo sapevi? Questo porterà che le persone che si dirigono verso Google non stanno scrivendo le loro domande: stanno utilizzando un dispositivo a comando vocale per fare il lavoro per loro. Se pensi che questo non cambi per la SEO ti sbagli. Infatti i ricercatori vocali hanno abitudini diverse. Un esempio: un ricercatore di testo potrebbe digitare semplicemente “dieta delfino”. Una ricerca basata sulla voce, tuttavia, è probabile che sia una cosa più lunga, come “cosa mangiano i delfini?” La differenza sostanziale è che la ricerca vocale tende ad essere basata su domande.

  1. Concentrati inizialmente sugli argomenti e poi sulle keywords

Non pensare solo alle parole chiave ma concentrati anche a considerare il contesto intorno. E’ necessario considerare quello che gli utenti stanno cercando più che cercare di identificare la query di ricerca.

Prendi in considerazione questi fattori e inseriscile nelle tue tecniche SEO:

conosci il tuo pubblico e crea il tuo identikit: immagina di costruire figure di acquirenti che descrivono i tratti dei tuoi clienti ideali. In questo modo potrai concentrarti sugli argomenti che contano per i tuoi lettori, riducendo la possibilità di creare contenuti che in realtà non ottengono risultati.

organizza il contenuto in cluster: questo sistema funziona suddividendo gli argomenti del piano editoriale in una pagina pilastro che sarà l’argomento pilastro composto da oltre 2000 parole che offre una visione ampia su un argomento. Cluster sono invece le pagine più piccole collegate alla pagina cluster, che spingono delle sezioni più in dettaglio.

parole chiave: ci sono diversi strumenti che ti possono aiutare a trovare argomenti e dati sui volumi di keyword. Il nostro suggerimento è di utilizzare SEMRush, ottimo strumento che ti consente di identificare e analizzare le parole chiave utilizzate dai concorrenti.

  1. Contenuto più lungo equivale a classifica più alta

Quanto più il contenuto è lungo, tanto più alta è la probabilità del suo posizionamento nella parte superiore delle SERP. Tuttavia ricorda che è un processo lungo e difficoltoso e il più delle volte, non tutti gli utenti sono propensi a leggere un contenuto così lungo. Ricorda inoltre che i contenuti esistenti hanno già autorità e un pubblico stabilito. Quindi, piuttosto che scrivere qualcosa completamente da zero, è molto più semplice trovare un post che sta già facendo bene su Google, aggiornarlo con informazioni aggiornate e contenuti extra, e fare affidamento su segnali esistenti per farlo classificare.

  1. Ricordati dell’importanza di YouTube

Secondo delle analisi, i video di YouTube si classificano molto più frequentemente nella top 10 rispetto ai video che sono ospitati autonomamente o ospitati su altre piattaforme video. Proprio come gli spider di Google, l’algoritmo di YouTube funziona captando le informazioni sul tuo video. Il nome file, il titolo, la descrizione del contenuto caricato: tutti questi elementi influenzano le classifiche nella ricerca di YouTube. Per la questione del titolo devi rendere il titolo SEO friendly con più di 5 parole e includere una parola chiave in target. Inoltre punta su video più lunghi: così come per i contenuti, i video più lunghi tendono a fare meglio nella ricerca di YouTube.

  1. Costruisci una struttura di Backlinks

Secondo Google , i collegamenti sono ancora il fattore numero uno quando si tratta di determinare il grado di ricerca. I collegamenti che si ottengono attraverso contenuti di alta qualità , sensibilizzazione e marketing di influencer, sono sicuri ed estremamente efficaci. Diversifica il tuo profilo di backlink in modo da avere link di alta qualità e di qualità media. Per ogni link incredibile che costruisci, creane altri cinque di qualità media.

  1. Ottimizzazione tecnica

Suggerimenti SEO e contenuti a parte, è assolutamente essenziale avere un sito web solido, senza preoccuparsi di eventuali problemi tecnici che possono sorgere. Come?

passa a https: è la versione più comunemente usata e più sicura del vecchio protocollo web HTTP. HTTPS è una best practice che aiuterà il tuo sito Web a potenziare la sua presenza SEO, a rimanere al sicuro e a rendere più difficile l’intrusione di parti dannose e trarre vantaggio dal tuo sito web.

Abilita AMP ( Accelerated Mobile Pages) per dispositivi Mobile: consiste nel raccoglie informazioni dalle pagine del sito Web e le visualizza in un formato di facile visualizzazione per dispositivi mobili.

Utilizza i markup semantici che sono essenzialmente tag HTML che possono aiutare a enfatizzare le informazioni chiave sul tuo sito web. Questi infatti, indicano agli spider di Google di cosa tratta la pagina senza dover digerire ogni parola sulla pagina. Il testo racchiuso in un tag <h1> è il titolo principale della pagina e dovrebbe fornire una breve spiegazione dell’intero contenuto condiviso su quella pagina. Il testo racchiuso in un tag <h2> è sottotitoli e così via.

Correzione della “pagina non trovata” 404: mantieni gli utenti in ingresso usando un plug-in SEO come Redirection per reindirizzare gli URL di collegamenti interrotti a pagine completamente funzionanti.

  1. L’importanza delle inserzioni locali

Più del 46% di tutte le ricerche effettuate su Google proviene da persone che cercano informazioni locali. Generalmente queste ricerche includono negozi locali, orari di apertura, numeri di telefono e indirizzi. I problemi sorgono, quando gli aggregatori raccolgono dati non aggiornati, portando un motore di ricerca come Google o Bing a elencare le informazioni sbagliate, come un vecchio indirizzo per la tua attività o un numero di telefono disconnesso. Ecco perché è fondamentale garantire che le informazioni di contatto fisico siano quanto più attuali possibile su ogni elenco online che hai creato.

  1. Saper misurare le prestazioni SEO

Reporting e analisi sono due elementi fondamentali del SEO – entrambi sono indispensabili per migliorare le tue strategie di marketing complessive. Uno strumento da utilizzare per questo tipo di analisi è Google Data Studio che aggrega classifiche, traffico e dati di conversione in un’unica interfaccia. È uno strumento eccellente per le agenzie di SEO di condividere report di fantasia con i propri clienti.

Le metriche SEO che puoi monitorare con Datastudio possono aiutarti a determinare l’efficacia della tua strategia SEO e valutare se è necessario ruotare o cambiare le tattiche per migliorare i risultati.

Conclusioni

La SEO sta cambiando rapidamente da un anno all’altro. Abbiamo parlato delle migliori tecniche seo in questo articolo. In linea generale però, ricordati di concentrarti sui solidi concetti di creazione di contenuti e copywriting, coinvolgi profondamente i tuoi spettatori e tieniti aggiornato sulle tendenze tecniche come backlink, salute SEO e velocità del sito.

 

Come si costruisce e si misura la Reputazione?

109 Views

Come si costruisce e si misura la Reputazione?

Nasce Reputation Science, la prima società in Italia che unisce comunicazione tradizionale e digitale, per un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della Reputazione

La reputazione, di un brand, di un manager o di qualunque persona fisica si costruisce e si modifica sia nell’ambiente digitale che nell’ambiente analogico.

Da questo assunto è nata Reputation Science, società creata da Community Group e Reputation Manager per costruire, rafforzare e proteggere il bene più prezioso che ognuno di noi possiede.

L’innovativa joint venture ha dato alla luce la prima società in Italia che unisce le competenze della comunicazione tradizionale e digitale mettendo a disposizione un supporto strategico e consulenziale, basato su un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della reputazione.

Community Group, gruppo di reputation management fondato e guidato da Auro Palomba, e Reputation Manager, leader nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico fondata e guidata da Andrea Barchiesi, a fine luglio hanno annunciato la nascita di questa nuova società che conta su un gruppo di 80 professionisti, tra esperti di comunicazione, ingegneri, consulenti di crisis management e analisti che in Community Group e Reputation Manager hanno acquisito un track record e le competenze che li posizionano oggi ai più elevati standard del mercato.

“Ogni impresa, istituzione o manager sa bene quanto la reputazione sia un asset centrale nella capacitaÌ di perseguire i propri obiettivi di crescita” – afferma Auro Palomba, Chairman di Reputation Science e di Community Group. “Con l’esplosione dell’accesso alla rete, sono cambiati i paradigmi della comunicazione: restare invisibili non è più un’opzione percorribile, dal momento che i media e le community – online e offline – hanno sempre più la capacità di definire la nostra identità anche in modo autonomo, se il flusso di informazioni non viene gestito. La capacità di parlare ai propri stakeholder” – continua Auro Palomba – “rende dunque obsoleta la tradizionale barriera tra comunicazione online e offline, e sempre più necessaria una gestione integrata della reputazione”.

“Le basi non sono cambiate: le aziende devono essere in grado di raggiungere il proprio pubblico nelle piazze in cui la reputazione si forma, con nuovi linguaggi e nuovi approcci. Questo scenario impone la necessità di dotarsi di un metodo scientifico e rigoroso, in grado di cogliere questa complessità e permettere la definizione di una strategia di gestione della reputazione di ampio respiro. Sono questi gli assunti sui cui abbiamo creato Reputation Science” ha concluso Palomba.

“Crediamo fortemente e da sempre in un approccio scientifico alla comunicazione, integrato in tutte le fasi del ciclo reputazionale: dalla definizione degli obiettivi di comunicazione dell’azienda alla proposizione strategica per realizzarli” ha commentato Andrea Barchiesi, Ceo di Reputation Science e di Reputation Manager.
“Reputation Science nasce con l’intento di offrire alle aziende un altissimo livello di consulenza basato su un approccio olistico alla costruzione della reputazione”.

Nell’advisory board di Reputation Science siedono oltre a, Palomba e Barchiesi, Giuliano Pasini, Roberto Patriarca, Marco Rubino, Davide Cefis, Elisa Fusaro, Daniele Marini, Pasquo Cicchini e Silvia Borsari.

 

Aggiornamento dell’algoritmo Google: quali sono i cambiamenti?

110 Views

Aggiornamento dell’algoritmo Google: quali sono i cambiamenti?

Il mese di agosto è iniziato con un vero e proprio terremoto per il mondo SEO. Il primo giorno del mese infatti, è stato rilasciato da Google un nuovo aggiornamento dell’algoritmo che regola l’ordine dei risultati di ricerca all’interno delle SERP. Cosa sono le SERP? Con questo termine si intendono quelle pagine che racchiudono, sotto forma di elenco ordinato, i risultati di ricerca effettuata da un utente (Saerch Engine Result Page). Questo aggiornamento ha avuto un impatto notevole, perché ha portato a un rimescolamento dei posizionamenti sulle pagine di ricerca di Google a livello internazionale. In poche parole, pagine che fino a qualche settimana fa si trovavano nelle prime posizioni della SERP, si sono ritrovate improvvisamente molto più in basso.  

Il nome ufficiale di questo aggiornamento è “Broad Core Algorithm Update”, ma è stato velocemente ribattezzato in “Medic Update”. La ragione di questo nuovo nome è presto detta: il settore medico, farmaceutico, sanitario, in generale l’healthcare, è sicuramente il più colpito dall’aggiornamento. Vari siti i cui contenuti orbitano intorno alla salute e al benessere della persona hanno perso posizioni all’interno delle pagine di ricerca di Google, e con esse anche un po’ di traffico. Cerchiamo di capire il perché di questo cambiamento.

 

 

Alla base dell’aggiornamento dell’algoritmo Google

Per comprendere a fondo le motivazioni che stanno alla base dell’aggiornamento dell’algoritmo di Google, bisogna partire dal 20 luglio 2018, data in cui Google rilascia le linee guida destinate ai Quality Raters (qui potrete trovare il documento). Chi sono i  Quality Raters? Sono quegli esperti, esterni a Google, che hanno il compito di valutare in termini qualitativi i risultati organici delle ricerche. Per loro, nel documento del 20 luglio, Google delinea il concetto di E-A-T (Expertise – Authoritativeness – Trustworthiness).

Secondo le nuove linee guida di Google, quindi, i fattori di cui i Quality Raters devono tener conto per valutare la qualità dei risultati delle ricerche sono:

  • la competenza di chi ha creato quel determinato contenuto;
  • l’autorevolezza, sia del creatore che del contenuto stesso;
  • l’affidabilità non solo del contenuto e del creatore del contenuto, ma anche del sito web in cui esso viene pubblicato.

Le linee guida di Google entrano ancor più nello specifico, quando si tratta di regolamentare i siti di ambito medical/healthcare:

“Le pagine che forniscono consulenza o consigli medici, per avere un alto valore E-A-T, dovrebbero essere scritte o prodotte da persone o organizzazioni con competenza medica o accreditamento adeguati. I consigli o le informazioni mediche con un alto valore E-A-T devono essere scritte o prodotte con uno stile professionale e dovrebbero essere modificati, rivisti e aggiornati regolarmente.”

 

Cosa cambia con l’aggiornamento dell’algoritmo Google

È chiaro quindi che l’intento che Google vuole perseguire con questo aggiornamento è quello di privilegiare i contenuti di qualità rispetto agli altri, ossia quei che possono dimostrare un alto livello di competenza nella materia descritta. Non è un caso infatti che i siti di grandi aziende o le pagine di istituzioni (ad esempio Aifa e Humanitas) sembrano aver beneficiato di questo aggiornamento, a discapito di altri siti di informazione farmaceutica meno conosciuti, o comunque di cui si può certificare con meno precisione l’autorevolezza.

Probabilmente l’obiettivo di Google nel lungo termine è quello di arginare per quanto possibile il fenomeno delle “fake news” e delle bufale in rete: questo aggiornamento, infatti, sembra andare esattamente in quella direzione. Se consideriamo la facilità con cui oggi ognuno di noi può scrivere e pubblicare contenuti in rete, anche non sapendo nulla sull’argomento, non è così difficile pensare che Google stia cercando una soluzione per mettere un freno a questa deriva. Non sorprende quindi che siano proprio i siti di healthcare e benessere della persona ad essere i più colpiti da questo cambiamento: purtroppo questi sono argomenti che più di altri subiscono il potere delle bufale che ogni giorno si moltiplicano in rete.

 

 

Come sopravvivere all’aggiornamento Google

C’è ancora molta confusione sull’argomento, l’aggiornamento stesso sembra ancora in divenire. Date però per assodate le linee guida già citate, il consiglio è di lavorare sul concetto di E-A-T sul proprio sito, cercando di aumentarne quindi la competenza, l’autorevolezza e l’affidabilità. Ad esempio, approfondire la pagina “chi siamo” o “contattaci” (magari con biografie dettagliate per ogni autore) può servire a rendere il sito più trasparente, e quindi può affidabile. Più i siti possono avere un impatto economico o di salute sulle persone (i cosiddetti siti YMYL – your money, your life), più necessitano di una maggiore cura dal punto di vista dell’affidabilità.

Neuromarketing: ovvero come leggere nelle menti degli interlocutori

100 Views

Neuromarketing: ovvero come leggere nelle menti degli interlocutori

Se ancora pensate che per poter leggere nella testa dei consumatori serva la palla di cristallo o una seduta di ipnosi, allora è arrivato il momento per voi di capire cosa è il neuromarketing, e perché è così importante per chiunque voglia far passare un messaggio o vendere un prodotto.

Un pizzico di neurologia, un po’ di psicologia e alcune nozioni base di economia e marketing: la ricetta del neuromarketing è pronta a soddisfare la curiosità in merito alla domanda fondamentale del mercato, ossia cosa passa per la mente dei nostri interlocutori.

Un’attenta analisi di ciò che avviene nel cervello dei consumatori è essenziale per chiunque abbia intenzione di costruire una campagna pubblicitaria o promozionale, per influenzare le decisioni degli interlocutori e favorire quindi il successo e l’efficacia di ciò che essi vogliono comunicare.

 

Le basi del neuromarketing
Il neuromarketing si basa su conoscenze e strumenti che permettono di valutare le scelte istintive che il consumatore compie nei confronti di un prodotto, di un brand, di un messaggio, o in generale di una comunicazione. È infatti ormai scientificamente provato che la maggior parte delle decisioni, soprattutto quelle relative all’acquisto di prodotti, si basano su processi decisionali inespressi, influenzati da una base emozionale non conscia, che spesso sfugge anche ai metodi più canonici di analisi come i sondaggi e i focus group. Il compito del neuromarketing è quindi quello di analizzare le scelte dei consumatori in base a esperienze sensoriali, inconsce e emozionali.

Quali sono gli strumenti del neuromarketing
Il neuromarketing si affida a tecniche che sono sempre più all’avanguardia.

  • Uno degli strumenti più utilizzati nelle analisi è il cosiddetto eye-tracking, che permette di monitorare il movimento degli occhi degli interlocutori per capire dove letteralmente “cade l’occhio”, quali sono i punti in cui lo sguardo si fissa quando viene portato avanti un acquisto. Inoltre, attraverso questo strumento, è possibile anche rilevare la dilatazione delle pupille per tracciare le reazioni emotive dei soggetti coinvolti.

 

  • C’è poi quello che viene definito il brain imaging, ossia la mappatura delle attività celebrali. Attraverso questo monitoraggio è possibile analizzare la funzionalità delle varie aree del cervello e attribuire un significato in base agli stimoli somministrati.
  • Un altro metodo efficace è sicuramente il Facial Action Coding System (detto anche FACS), uno strumento meno invasivo che permette di misurare e studiare i movimenti dei muscoli del volto. Non solo permette di capire quali stimoli ci fanno sorridere, ma anche di distinguere tra una vera reazione di felicità e un sorriso finto, di circostanza.
  • Infine, è importante sapere che quando un cliente vuole comprare un prodotto, è più probabile che la transazione vada a buon fine quando l’acquisto è collegato a un’esperienza sensoriale: il consumer journey si basa proprio sulla necessità di creare il giusto incontro tra acquisto e attivazione sensoriale ed emotiva. Insomma, un ottimo modo per fidelizzare la clientela. Un esempio su tutti: alcuni negozi di abbigliamento che diffondono, all’interno dei propri punti vendita di tutto il mondo, la stessa fragranza.

Per far crescere qualunque tipo di business è quindi importante, accanto agli strumenti canonici di conoscenza del consumatore (sondaggi, focus group etc…), affidarsi anche agli strumenti offerte dalle neuroscienze. Perché, se è vero che i sondaggi possono fornire risposte razionali e ponderate, è molto più probabile che gli acquisti vengano portati avanti attraverso processi decisionali più “di pancia”, ed è bene quindi conoscere questo tipo di attività cerebrali. L’obiettivo quindi non è quello di “ingannare” la mente dei consumatori, ma piuttosto quello di conoscerla fino in fondo, alla ricerca della verità che sta alla base dei meccanismi del cervello.

 

 

Il neuromarketing e il web
Ovviamente tutte queste strategie e questi strumenti possono essere applicate anche al web. Sempre più spesso i siti vengono ottimizzati in base proprio ai parametri decifrati attraverso le nozioni del neuromarketing: tracciare i comportamenti dei click o i movimenti degli occhi dell’interlocutore su una pagina web consente di valutarne l’efficacia. Allo stesso modo fattori come la scelta del font utilizzato o dei colori del sito possono essere dettati proprio da analisi volte a colpire un determinato target. Non si tratta solamente di capire quali sono i contenuti più visualizzati o su cui si concentra l’attenzione dell’utente, ma soprattutto capirne il perché: in questo modo il neuromarketing ci permette di costruire una comunicazione più efficace e, se si parla di aziende che vendono un prodotto o un servizio, molto più redditizia.

GDPR: come farsi trovare pronti al 25 Maggio

86 Views

GDPR: come farsi trovare pronti al 25 Maggio

In questi tempi tra scandali e rivelazioni si sente molto parlare di Privacy ma del GDPR in realtà si parla da quasi un anno (anche se fino a qualche settimana fa solo pochi sapevano veramente cosa fosse).

L’ Unione Europea ha introdotto un nuovo regolamento per difendere la privacy dei propri cittadini e suo “nome in codice” è General Data Protection Regulation (o GDPR), regolamento pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 4 maggio 2016. La spinta verso l’aggiornamento della normativa è dovuta principalmente all’avvento di internet e alla conseguente volontà dell’U.E. di introdurre misure di sicurezza allineate con i tempi correnti, oltre alla volontà di innalzare l’asticella della tutela tout court.

Il nuovo regolamento Europeo sulla privacy entrerà ufficialmente in vigore il 25 maggio 2018 e attenzione perché non si tratta di uno stravolgimento rispetto la normativa vigente. Infatti questo regolamento è un’integrazione che non sostituisce ma implementa il quadro di leggi a tutela della privacy già vigenti.

Tutto nasce dall’esigenza di controllare e tutelare l’utente rispetto la grande rete di Internet cha ha permesso alle organizzazioni di inventare numerosi metodi per utilizzare (e abusare) i dati delle persone.

 

Il GDPR cerca di fronteggiare questo problema dando alle persone un maggiore controllo su come le organizzazioni usano i loro dati . Esso dovrà essere applicato da imprese, privati, tribunali e autorità. Inoltre il Regolamento UE 2016/679 (General Data Protection Regulation) si applica non solo ai cittadini dell’Unione Europea ma anche agli Enti che risiedono al di fuori dei Paesi membri. Una delle grandi modifiche che si apporteranno è nella Privacy by Design e by Default, dove il titolare del trattamento deve assicurarsi di mettere in atto “misure tecniche e organizzative adeguate per garantire che siano trattati, per impostazione predefinita, solo i dati personali necessari per ogni specifica finalità del trattamento”. Apriamo su questo una piccola parentesi: con dati personali di un utente si intende qualsiasi cosa che rientri ai sensi della legge sulla protezione dei dati (compresi nei dati personali anche gli identificatori online come ad esempio gli indirizzi IP). Ogni persona ha il diritto di accedere a qualsiasi informazione che un’azienda detiene su di essa e il diritto di sapere perché i dati vengono elaborati, per quanto tempo sono archiviati e chi può vederli. Una forte novità è nel diritto dell’utente di chiedere che i loro dati vengano cancellati se non sono più necessari allo scopo per cui sono stati raccolti: questo è noto come il “diritto all’oblio”.

L’articolo 37 del testo, infine, specifica la designazione del DPO – Data Protection Officer, ossia il Responsabile della protezione dei dati. Attraverso certificazioni GDPR 2018 e l’acquisizione di “bollini” che garantiscono la correttezza del Trattamento dei Dati, i Garanti Europei riconosceranno l’azienda o l’ente pubblico come conformi al nuovo Regolamento GDPR 2018.

Il mancato rispetto del nuovo regolamento europeo sulla privacy prevede sanzioni di diversa entità ma che possono diventare estremamente onerose.

Da questo sito è possibile scaricare l’intero regolamento.

ChatBot e i loro usi strategici

125 Views

ChatBot e i loro usi strategici

Centinaia di start-up e giganti della tecnologia hanno investito ingenti quantità di denaro in prodotti basati sull’intelligenza artificiale lo scorso anno. Parlando in particolare dei chatbot, ce ne sono stati alcuni che sono stati considerati qualcosa di più di una moda passeggera e c’è chi rassicura sul fatto che avranno una lunga vita in futuro.

I chatbot sono essenzialmente programmi per computer progettati per simulare conversazioni umane. Pur fornendo un partner virtuale, questi programmi creano una conversazione tramite metodi uditivi o testuali. I principali chatbot in uso oggi sono programmi basati su testo che le persone possono utilizzare su varie piattaforme di messaggistica come Facebook.

Avendo un potenziale incredibile per quanto riguarda lo spazio del servizio clienti, i chatbot si stanno evolvendo per essere utili alle aziende in rapporto con i propri clienti, non solo quando si tratta di fidelizzazione o soddisfazione, ma anche per l’acquisizione di nuovi clienti.

Il “coinvolgimento personalizzato” andrà a vantaggio dei marchi e delle loro capacità di marketing in un modo che nessun’altra piattaforma è stata in grado di fare prima d’ora.

Il potenziale promettente dei chatbot viene sfruttato come mai prima d’ora. Giganti del business come Amazon e Apple possiedono alcuni dei più famosi chatbot presenti ossia Siri e Alexa. Qualcosa sulla falsariga di un vero maggiordomo digitale in tasca, la chatbot di Facebook è ancora sotto il radar ma se avrà successo sarà sicuramente il più intelligente del gruppo.

Oltre a poter offrire un’assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, i chatbot possono contribuire a garantire che l’esperienza del servizio clienti sia coerente e adattabile, poiché i robot imparano da ogni query per fornire un supporto più rapido e personalizzato.

Tuttavia, non c’è nulla di più sconcertante di un chatbot che funziona male e non riesce a elaborare le vostre richieste. La chiave “per il successo” di un’azienda che vuole investire in questi software, è di automatizzare gli aspetti meccanici e di routine del suo normale flusso di lavoro con un bot.

Una delle caratteristiche più importanti e distintive, è che tantissimi Chatbot sono progettati con un sistema di machine learning integrato. Questo vuol dire che, grazie a questo importante sistema, sono in grado di migliorare la propria performance in modo direttamente proporzionale alla frequenza di utilizzo. Più vengono utilizzati dai clienti, più sono reattivi e migliori nel rispondere ai quesiti che gli si pongono.

Un esempio importante, soprattutto per le aziende, è la possibilità di avere un Customer Care Bot in grado di poter rispondere tempestivamente alle domande degli utenti online, a qualsiasi ora del giorno.

Un’altra tipologia di Chatbot sono i Content Bots, che in base ai quesiti che gli vengono posti, sono in grado di proporre come risposta degli articoli e delle informazioni che potrebbero interessare l’utente, in modo da suscitare in lui interesse come dei veri e propri agenti pubblicitari.

Se lo scopo della nostra azienda è invece quello della vendita online, è sicuramente utile l’installazione di un bot per e-commerce. Questa tipologia infatti, coinvolge il consumatore e lo guida all’interno del catalogo online con prodotti simili o consigliabili in base alle sue esigenze. Grazie al caratteristico linguaggio friendly dei bot, la conversazione si trasformerà in un’esperienza di acquisto.

Infatti caratteristiche principali di questa tecnologia a cui deve senza dubbio il suo successo, è nella capacità di intrattenere un contatto con l’utente in maniera istantanea, semplice e personalizzata.

Inoltre questi robot mirano a migliorare le comunicazioni del team di supporto. I flussi di lavoro saranno semplificati e ottimizzati man mano che lo spazio della chat diventerà più produttivo e collaborativo. Mentre i bot gestiscono compiti più semplici, attività più complesse possono essere analizzate e integrate dagli esseri umani. Questo modello di comunicazione è scalabile, aprendo vie per ulteriori dialoghi bot-umani.

Per chi si sta già allarmando pensando ad un ipotetico futuro da film di fantascienza, vogliamo rassicurare sul fatto che i chatbot non hanno empatia e quindi non saranno mai in grado di sostituire completamente gli umani.

Quello che stiamo dicendo qui è che il futuro del supporto AI è rappresentato dagli agenti umani che lavorano in coordinamento con gli assistenti AI. L’aspetto tecnologico sarà messo al lavoro per ottenere informazioni e offrire opzioni e alternative pertinenti, mentre l’aspetto umano sarà utilizzato per comprendere il contesto delle conversazioni e rispondere di conseguenza. 

Il futuro dei robot è già qui.