#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

15 Views

#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista ad Azzurra Rinaldi, l’@economistaxcaso di Twitter, ricercatrice in Economia e Professore di Economia dei Paesi Emergenti nonchè Direttrice del Corso di Laurea in Economia del Turismo presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma.

Grazie per aver accettato la nostra proposta d’intervista. Ci piacerebbe approfondire il tuo mondo e scoprire come si sta adattando alla trasformazione digitale in corso.

Sei molto attiva su Twitter. Com’è nato il tuo nickname @economistaxcaso? Parlaci un po’ della tua carriera.
Sì, devo confessare che sono una social-entusiasta! Li uso ormai come fonte primaria di informazione: l’importante è sapere chi seguire, costruirsi il network giusto, essere open-minded anche in un uso intelligente. La mia esperienza di condivisione è iniziata proprio circa 10 anni fa, con un blog il cui titolo era, appunto, Economista per caso (da cui il nickname), in cui affrontavo argomenti economici, ma con una lettura personale e l’imperativo di non prendersi troppo sul serio (che in molti casi è uno dei punti deboli della categoria!).

Nel frattempo, la moda dei blog è passata ed io ho costruito un percorso professionale improntato sulla passione non solo per la didattica (a cui non rinuncerei mai: l’aula ed i giovani sono uno degli aspetti che amo di più nel mio lavoro all’Università), ma anche per alcune tematiche che sento particolarmente vicine.

Unitelma e Gamma Donna hanno unito le forze per una ricerca sull’inclusione finanziaria delle imprenditrici. A che punto è questa ricerca?
Sì: grazie alla sintonia che si è creata con Valentina Parenti (la mente ed il cuore di Gamma Forum), abbiamo pensato di avviare questa iniziativa volta ad indagare due dimensioni sensibili per le donne in generale e per le imprenditrici in particolare. I report sull’Economia della felicità (una branca dell’Economia che si occupa di misurare la soddisfazione complessiva degli individui rispetto alla propria vita paese per paese) mostrano dati su cui riflettere. A livello globale, la soddisfazione delle donne, nel corso degli ultimi 35 anni, è in decrescita. Numerosi possono essere i fattori in grado di spiegare questo andamento: secondo una delle ipotesi più accreditate, può essere ben spiegato da una trasformazione nel set dei benchmark. Ovvero, fino a qualche anno fa le donne avevano come punto di riferimento le altre donne, soprattutto nei paesi avanzati.

Ora il benchmark è cambiato e sono gli uomini. Da qui la maggiore insoddisfazione: basti pensare al gender gap retributivo, di carriera, sociale, politico… e questo è il primo topic: misurare il grado di felicità delle imprenditrici italiane. Il secondo è legato all’inclusione finanziaria: la letteratura ci dimostra che le imprese a conduzione femminile tendono ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al credito. Il dato è confermato anche per il nostro paese? Siamo fermi al paradigma consolidato o qualcosa sta cambiando? È quello che stiamo cercando di capire attraverso la raccolta dei dati…

World Economic Forum sostiene che ci vorranno 108 anni per chiudere il Gender Gap. Ci suggerisci 5 mosse che, secondo te, diminuirebbero questo divario.
Ormai si è capito che, più che di gender gap, bisognerebbe parlare di maternity gap: il vero rallentamento si ha quando si rimane incinte e si procrea. Quella è una fase di stallo, sebbene naturale e biologica, da cui si fa incredibilmente fatica a recuperare in termini di opportunità lavorative, retribuzione ed avanzamento di carriera. Al primo punto, quindi, penso al congedo di paternità obbligatorio: i figli non sono solo delle madri, è giunto il momento per ripensare al paradigma famigliare ed il primo passo è condividere la gestione della prole con i padri sin dal primissimo momento. Al secondo posto, la parità in termini di accesso al potere: nel nostro paese (che si colloca in 80° posizione per gender gap secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum), ci avviciniamo alla scadenza di una legge, la Golfo-Mosca, che ci sta consentendo di ottenere risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. A volte è necessario forzare il sistema, che rischia di rimanere incagliato in meccanismi quasi automatici di riproduzione del potere. Al terzo posto, il sostegno nelle attività di cura.

Nel modello mediterraneo di welfare state, la cura di bambini, anziani e malati è quasi totalmente sulle spalle delle donne. Questo rafforza un meccanismo di esclusione, dando sollievo allo Stato: se le donne si fanno carico delle attività di cura, non è necessario produrre il servizio pubblico. Al contempo, in assenza di servizi pubblici adeguati, spesso le donne non hanno scelta. Un tipico esempio è quello degli asili nido, in cui alla carenza strutturale si aggiunge il rafforzamento di una dinamica territoriale che tende a indebolire le donne soprattuto nel Sud del paese. Un dato? A fronte di una presenza di asili per bambini sotto I 3 anni pari al 30% del totale nel Nord e nel Centro Italia (e già qui la percentuale, a mio avviso, è preoccupante!), nel Sud si arriva al 10%. Al quarto posto, l’istruzione. perché, se è vero che le ragazze italiane studiano più dei maschi, è pur vero che, per ragioni anche di natura sociale, tendono a scegliere corsi universitari che le penalizzano sia in termini retributivi che sotto il profilo delle possibilità di avanzamento professionale.

In questa direzione, ad esempio, sono ottime le iniziative di IBM e di Fondazione IBM per avvicinare le giovani donne alle STEM e prospettargli possibilità occupazionali che loro non altrimenti non considererebbero. Infine, occorre coinvolgere gli uomini: perché il gender gap davvero si riduca, non possiamo agire da sole. Conosco personalmente molti uomini (non moltissimi: smentitemi, ne sarò lieta!!!) Che sono pronti a dichiararsi femministi nel senso più puro ed originario del termine, ovvero che trovano del tutto naturale il fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità.

In che modo state favorendo l’empowerment femminile nei paesi emergenti?
Abbiamo iniziato anni fa a lavorare con Terre Des Hommes India, che è particolarmente impegnata nel supporto alle bambine. Nel Tamil Nadu, dove la ONG è collocata, all’interno dei villaggi vige una legge non scritta ma nonostante ciò ancor più vincolante: non è consentita la nascita di più di una femmina per nucleo famigliare. Dal momento che non esiste diagnostica prenatale, le bambine vengono fatte nascere e, una volta appurato il genere, vengono avvelenate. E questo succede per ogni bambina, dalla seconda in poi. Terre Des Hommes finora ha salvato circa 25.000 bambine da questo destino. Noi ci siamo affiancate a loro in attività di ricerca, di formazione e di supporto allo staff. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle realtà che troviamo sul territorio.

Ti occupi di formazione di donne e bambini libanesi e siriani: la rivoluzione digitale sta migliorando la creazione e fruizione di contenuti in ogni parte del mondo. Com’è cambiato questo mondo negli ultimi 10 anni?
Sì: questo è un altro progetto che stiamo conducendo con l’Università degli Studi Unitelma Sapienza, nella quale lavoro. L’Ateneo rappresenta un esempio della trasformazione digitale: i contenuti formativi vengono offerti totalmente in modalità online da docenti di comprovata esperienza pluriennale. Gli studenti sono liberi di accedere al materiale formativo (videolezioni, materiale didattico, test di autovalutazione, webinar) in qualunque momento e da qualsivoglia postazione. Già ci ha consentito di immaginare prodotti formativi da distribuire anche in open access in tutto il mondo.

In questo ambito rientra il progetto a favore delle donne rifugiate siriane in Libano. Si tratta di realtà molto complesse, in cui bisogna entrare in punta di piedi e comprendere le reali necessità delle popolazioni coinvolte. Sotto questo profilo, abbiamo deciso di muoverci lungo due linee: aumentare la consapevolezza delle donne siriane sotto il profilo riproduttivo – e per questo abbiamo messo a disposizione il corso in diagnostica neonata disponibile in open access sulla piattaforma dell’Università; aiutare le donne ad avviare un percorso di empowerment basato su iniziative di microimpresa – e per questo stiamo componendo un corso di microcredito, microfinanza e self-employment che sarà sempre reso disponibile attraverso l’accesso gratuito alla piattaforma.

Cosa ritieni che debba essere fatto per garantire una maggior presenza/attivismo/impegno delle donne in un campo come il tuo?

In ambio universitario non ci sono barriere formali all’avanzamento delle donne. Tuttavia, spesso i percorsi si interrompono a causa delle maternità (penso alla mia storia personale) e quindi non si può garantire la continuità nella produzione scientifica che viene richiesta e che i colleghi, a parità di bravura, non faticano a rispettare. Una grande opportunità anche in questo settore, a mio parere, deriva dalla capacità di ognuna di noi di fare rete: uscire dall’isolamento e creare sinergie.

Ritieni che la diversità di genere sia dovuta anche ad una mancanza di sicurezza da parte delle donne nell’affrontare certe sfide? Se si, per quale regione secondo te?
È sicuramente così. Le surveys del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti lo dimostrano inequivocabilmente: sin dai 6-7 anni, le bambine tendono a sminuirsi, anche a fronte dei fatti, che invece dovrebbero portarle ad avere maggiore fiducia in sé (voti più alti, maggiore rapidità nel conseguimento dei titoli). Questa è un’area importante su cui intervenire e si tratta di vero empowerment. Ricordiamo che, per quante di noi sono madri, il primo mentoring avviene in famiglia. Io ho tre bambine piccole, viaggio molto per lavoro e, mi spiace ammetterlo, ma ogni volta che mi allontano, portò con me uno zainetto di sensi di colpa. Il mio auspicio è che, vedendomi partire e tornare spesso, quando saranno adulte e se decideranno di avere figli, a loro volta si sentiranno libere di partire, ma libere dallo zainetto!

Grazie mille Azzurra per la tua disponibilità, è stato un vero piacere conoscerti e fare un viaggio virtuale nella tua vita. Sei un bell’esempio di donna/mamma/manager/moglie/volontaria da seguire.

Azzurra la trovate su Twitter, su Facebook e su Linkedin.

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

15 Views

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto celebrare il talento femminile invitando la nostra community a taggare le donne che rappresentano una fonte di ispirazione. Ci avete risposto in tantissime e con questa nuova rubrica #DIDAYSGIRLPOWER vogliamo farvi conoscere le loro storie attraverso interviste, che hanno tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche. Iniziamo questa nuova avventura con Nicoletta Crisponi, una donna indipendente e uno spirito libero che grazie alla sua capacità di fare rete e alla sua creatività, ha fatto il giro del mondo, creato il blog di successo “Il filo di Nicky” e oggi lavora come travel blogger.

Ciao Nicoletta e grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare vorrei sfatare due luoghi comuni:

  • per una donna viaggiare da sola è pericoloso: per esorcizzare questa paura, posso solo dire che in linea di principio quello che trovi in giro per il mondo è quello che puoi trovare tutti i giorni fuori dalla porta di casa. Certamente quando si viaggia bisogna stare attente, volersi bene, preservarsi. Ma in linea di massima, se escludiamo Paesi in guerra o a rischio, se hai il coraggio di uscire e girare per la tua città puoi farlo in tutto il mondo.
  • a 30 anni una donna dovrebbe pensare a una famiglia: a 25 anni mi sarebbe piaciuto e anche oggi mi piacerebbe averla, ma non bisogna farsi condizionare. Diciamo che io ho dovuto accettare la mia “stranezza”: non è facile stare accanto a una persona sempre in movimento come me. A volte la sera mi piacerebbe poter condividere le mie esperienze con un compagno ma  non ho ancora incontrato la persona giusta fino in fondo. In ogni caso, penso che continuerei a viaggiare lo stesso da sola. Il viaggio mi ha insegnato che l’amore può arrivare da tante cose. Ad esempio, quando ho fatto volontariato in Africa, ogni mattina quando aprivo la porta venivo letteralmente inondata dall’entusiasmo e dall’affetto di tantissimi bambini e questa è una manifestazione d’amore grandissima.

Parliamo della tua carriera. Dalla campagna 1Kiss4NewYork a un viaggio in giro per il mondo. Quanto è stata importante la tua intraprendenza e la rete nella tua vita professionale?

L’intraprendenza è tutto. Quando sei studente hai tanti sogni e due possibilità: fare delle cose da solo o restare ad aspettare che arrivino delle opportunità. Quando crei progetti per te stesso devi davvero cucirteli addosso. Con l’entusiasmo inizi un progetto, ma è solo grazie a motivazione e intraprendenza che riesci ad arrivare fino in fondo. La campagna 1Kiss4NewYork è stata faticosissima ma da un lato sono stata fortunata perché ha avuto un grande riscontro mediatico. Sono riuscita a creare una rete che mi seguiva e i contatti con la stampa. Questo è stato molto importante per la mia carriera, perché quando le persone ti conoscono è più facile rompere il muro di diffidenza.

Quando ho iniziato a progettare il mio viaggio per il mondo, mi sono chiesta: come faccio questo giro? Inizialmente, l’idea era quella di andare a raccogliere i colori del mondo e raccontarli attraverso la natura. Poi ho letto la notizia di Facebook e dei gradi di separazione ho trovato il mio filo conduttore: le connessioni. Da lì, ho iniziato a lavorare e andare in giro per eventi a farmi conoscere dai brand. 

Non è stato facile approcciarsi e farsi notare dai brand, quello che ho fatto e che mi ha permesso di accreditarmi è stato presentarmi con dei casi studio. Ho presentato una strategia di comunicazione, un messaggio, un progetto sulle connessioni. Questo mi ha portata a collaborare con brand del calibro di Huawei, Oakley, La Sportiva… Queste collaborazioni mi ha dato dei vantaggi e mi hanno permesso di risparmiare sulle spese e l’attrezzatura.

Il tuo viaggio è partito da un’idea che oggi grazie ai social media siamo tutti connessi, è davvero così? Quali connessioni sono nate dal tuo viaggio e qual è la cosa che ti ha sorpreso di più?

Durante il mio viaggio ho conosciuto molta gente, tante persone speciali che mi hanno aiutata in mille modi diversi. Quando viaggi incontri spesso persone che viaggiano o che hanno un’apertura verso il viaggio. La situazione più sorprendente – che è anche la più strana – è stata l’incontro con la ragazza che mi ha salvato dall’uragano Irma a Miami. Viaggiando ho imparato che tutte le cose succedono per una ragione. Stavo uscendo da Disneyland, quando ho saputo che mi avevano cancellato l’ennesimo volo. Salgo su un taxy Uber e parlando con la ragazza scopro che anche lei è una travel blogger e che facciamo parte della stessa community di Facebook. Ci siamo scambiate il numero. Nel frattempo, mi sono messa alla ricerca di un albergo, ma i prezzi erano saliti alle stelle, così l’ho chiamata. Ero a Orlando e quando le ho mandato la posizione, la cosa incredibile è che lei era dall’altra parte della strada. Mi ha adottata per tutto il tempo dell’uragano, ho conosciuto la sua famiglia e abbiamo cucinato insieme, è stata il mio angelo custode. 

Dove hai trovato il coraggio di dire: mollo tutto e faccio il giro del mondo?

Per me, a dire il vero, è stato naturale. Io vengo dalle montagne del Trentino. A 17 anni ho preso un treno, sono andata a Milano, ho preso un aereo e sono andata in Sardegna. L’anno successivo sono stata in Belgio come ragazza alla pari. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo mille dubbi. È stata una scommessa e oggi per me è normale viaggiare. Un giorno ero in macchina con il servizio Bla Bla Car, la persona con cui viaggiavo mi dice che ha portato una ragazza che ha fatto il giro per il mondo e che esiste un biglietto che ti permette di farlo. E così ho deciso di partire.

Bisogna essere ricchi per fare il giro del mondo?

No, sta tutto nella motivazione. Sono partita da zero, mentre studiavo ho sempre fatto lavoretti e sacrifici per mantenermi. Quando ho deciso di fare il viaggio mi sono detta: devo mettere da parte dei soldi e ho iniziato a cambiare abitudini per risparmiare.

Com’è stato tornare a lavorare dopo un anno in giro per il mondo?

Una vacanza, dico davvero. Non ho mai lavorato così tanto come quando ero in giro. Mi spostavo ogni due o tre giorni, organizzare il viaggio in se è già stato un lavoro. Di giorno cercavo di conoscere le persone, la sera mi occupavo della comunicazione social. La mattina presto ricontrollavo le e-mail, prendevo informazioni sulla meta, i luoghi in cui fare le foto. Dormivo una media di cinque ore a notte. Dal punto di vista fisico è stato un massacro. Io mi sono messa un piano di viaggio abbastanza duro ed essere da sola devo dire che non mi ha aiutata. Dopo qualche mese ho avuto il supporto di una redazione per la produzione di contenuti, ma allo stesso tempo questa attività richiede una gestione.

Dal viaggio è nata l’idea di un libro per bambini e una campagna di crowdfunding su Produzione dal Basso. Come è andata?

A livello di comunicazione è andato molto bene sia per noi sia per la Fondazione Giacomo Ascoli Onlus, che si occupa della cura e del sostegno di bimbi malati di cancro e delle loro famiglie da ben dodici anni presso l’ospedale del Ponte di Varese, a cui devolveremo in beneficienza una parte dei fondi raccolti. Anche questa volta (come sempre) è nato tutto per caso. Io e Federica Bocchi siamo partite con l’idea di fare un libro, una favola illustrata per bambini. Volevamo farlo al meglio senza fare un investimento nostro. Così mi sono ricordata di una persona che lavora nel crowdfunding e abbiamo conosciuto il team di Produzione dal Basso. Grazie alla campagna, siamo riuscite a essere tranquille con l’investimento. Abbiamo imparato tutto al momento. Dal progetto è nata una community fantastica, ci sono state mamme che hanno fatto gruppi d’acquisto per avere il libro o altre che mi mandano le foto dei loro bimbi con il libro e mi invitano a pranzo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora ho preso un lavoro per pochi mesi. Quando ho deciso di viaggiare non sono scappata dal mio lavoro, mi mancava essere libera, volevo avere una sfida personale. Questa parentesi mi è servita per capire che mi mancava il mio lavoro ma non potrei vivere stando chiusa in un’agenzia.Vorrei trovare la mia serenità nella routine ma io non sono felice così. Quando terminerà il mio lavoro, partirò per dieci giorni in Germania e poi a Copenaghen. Ho in ballo alcune proposte legate ai viaggi che sto valutando. Per quanto riguarda il blog, invece, sono in fase di rebranding per capire come posizionarmi e come raccontare il viaggio. Vorrei far emergere la differenza tra travel blogger e viaggiatore che racconta delle storie.

 

Segui il suo viaggio su: www.ilfilodinicky.com