Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

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Pagare con lo smartphone in Italia è ancora utopia?

La risposta è no. Pagare con lo smartphone anche in Italia non è più utopia. Viviamo in un’era in cui scambiare contatti, foto, video e canzoni tra uno smartphone e l’altro è pura quotidianità, non era inaspettato si arrivasse anche al denaro. Negli ultimi anni, infatti, si sono fatti strada decine di servizi che sfruttano la tecnologia NFC (Near Field Comunication) e non solo per effettuare pagamenti senza dover ricorrere al contante o alle carte di credito.

A dare il via a questa tendenza è stata Google nel 2011 con Google Wallet, che però non ha ottenuto il successo sperato ed è stata presto rimpiazzata dalla più recente Android Play.

Il servizio si è però diffuso con il lancio di iphone 6 e IOS 8, il primo cellulare di casa apple contecnologia NFC.

 

Come funziona il pagamento contactless?
È molto più semplice di quanto si pensi. Si comincia con lo scaricare l’applicazione che si vuole utilizzare e registrare all’interno del così detto wallet (una sorta di portafoglio digitale) le proprie carte di credito. Una volta entrati i un negozio basta attivare la tecnologia NFC nello smartphone e avvicinarlo al POS per effettuare il pagamento. Non sarà necessario di inserire la carta nel lettore e digitare il PIN. È tutto basato su un canale comunicativo protetto che permette il transito di tutti i dati necessari a concludere la transazione. La banca in pochi sencondi autorizzerà il pagamento e il POS potrà quindi emettere lo scontrino, o in caso contrario negherà il pagamento.

 

I vantaggi di questo nuovo tipo di pagamento sono molteplici. Innanzitutto il fattore tempo, la comodità di usare il proprio smartphone e la sicurezza: il cliente stesso può accettare la transazione tramite l’applicazione alla quale ha precedentemente collegato le sue carte. Tutti i dati relativi al pagamento vengono memorizzati sulla SIM del dispositivo in un’area protetta.

Vediamo le principali app per poter pagare tramite smartphone e come funzionano.

 

Apple Pay
L’app è stata lanciata nel settembre 2014 mentre in Italia dal 17 maggio 2017. È disponibile da iPhone 6 in poi e non solo, è scaricabile anche su iPad ed Apple Watch

 

Apple Pay sfrutta in sinergia il Wallet (un portafogli virtuale dove conservare i dati della carta di credito, buoni sconto, biglietti e carte fedeltà) e chiaramente la tecnologia NFC.

È possibile pagare con Apple Pay in Italia? Certamente ed è semplicissimo: per pagare basta avvicinare il proprio iPhone al POS. Si attende che Apple Pay carichi le carte di credito presenti all’interno del Wallet e si sceglie quella che si desidera. Grazie al sensore Touch ID si potrà autorizzare la transazione, mentre nel caso dell’iPhone X l’utente dovrà utilizzare il Face ID. In Italia Apple Pay per ora supporta le carte di debito e di credito di Unicredit, Mediolanum, Fineco, BCC, Carrefour Banca e Boon, ma il servizio dovrà essere esteso molto presto anche ad altre banche.

Se siete impaziente Apple Pay supporta il servizio Boon, che offre la possibilità di creare un carta di credito virtuale ricaricabile attraverso il proprio conto corrente. In questo modo anche se non si è cliente di una delle banche sopracitate si potrà comunque utilizzare Apple Pay per i pagamenti con lo smartphone.


 

Android Pay
Come detto Androd pay è erede del precedente e fallimentare esperimento della grande G: Google Wallet. L’app ha fatto il suo debutto negli Stati Uniti nel settembre 2015, mentre in Europa nella primavera successiva, mentre in Italia non è ancora disponibile. Il sistema è molto simile ad Apple Pay: il pagamento avviene tramite NFC, mentre per l’autorizzazione si può fare sia tramite chip biometrici (riconoscimento delle impronte digitali, riconoscimento facciale) sia tramite codice di sblocco. Google Pay è compatibile con un Grande numero di dispositivi, maggiore ad apple Pay: è sufficiente che lo smartphone abbia una versione di Android superiore a KitKat 4.4 e sia dotato di chip NFC.

Samsung Pay
Anche Samsung ha il suo metodo di pagamento contactless, lanciato con il Galaxy S6 inizialmente in Corea del Sud e man mano esportato nel resto del mondo, Italia compresa. Samsung Pay dal punto di vista tecnologico non si differenzia tanto da Apple Pay e Android Pay. Troviamo anche in questo caso: chip NFC per le comunicazioni, portafogli virtuale per salvare i dati della carta di credito e autorizzazione con riconoscimento biometrico. Per poter sviluppare il suo servizio contactless, Samsung ha acquistato la startup LoopPay. Il pagamento con Samsung Pay è similare a quelli già visti. Si inizia con la configurazione del dispositivo e della carta di credito, in seguito sarà sufficiente avvicinare lo smartphone al POS ed effettuare la scansione dell’impronta.

 

Satispay
Satispay è un servizio completamente sviluppato in Italia e che non necessita della tecnologia NFC. Vediamo come funziona nel dettaglio.

Installata la app bisognerà iscriversi al servizio e collegare il proprio conto corrente attraverso l’IBAN. In seguito è necessario impostare la somma da trasferire sul conto Satispay che potrà essere utilizzata per effettuare pagamenti con lo smartphone o per inviare soldi ad altri contatti. Il servizio è completamente gratuito e non prevede nessuna tassa per il trasferimento (ad eccezione fatta per alcuni istituti di credito). La app permette la comunicazione e la transizione solo tra account registrati. Quindi sia per effettuare il pagamento presso negozi, che per trasferire denaro è necessario che l’esercente o un nostro amico abbia un account attivo su Satispay. Al momento, in Italia, sono circa 18mila gli esercenti che supportano l’applicazione.

 

Jiffy
Un altro servizio che permette di effettuare pagamenti con lo smartphone senza l’uso della tecnologia NFC è Jiffy. Ma come funziona esattamente? Molto semplicemente quando ci si accinge ad effettuare un pagamento in un negozio, l’applicazione genererà un codice QR Code che il commerciante dovrà scansionare con il proprio smartphone. Sarà così possibile effettuare pagamenti e trasferimenti di denaro.

 

Vodafone Pay
Non potevamo non parlare di Vodafone, che a sua volta ha lanciato un’applicazione per i pagamenti contactless. Si chiama Vodafone Pay e funzionando attraverso PayPal non ha nessuna limitazione per quanto riguarda gli istituti di credito supportati. Per poter effettuare i pagamenti i soldi vengono direttamente scalati dal conto PayPal che è collegato a quello corrente. Aumenta così la sicurezza, infatti non bisognerà salvare all’interno dell’applicazione i dati della carta di credito, ma solamente quelli del conto PayPal.

 

Tinaba
Anche Tinaba è un servizio che permette il trasferimento di denaro e che non necessita della tecnologia NFC. L’app non si pone come un semplice digital wallet, ma come un ecosistema digitale con modalità tipiche dei social di condivisione ma trasferito nella sfera del denaro. È infatti possibile scambiare denaro con i propri contatti, condividere le spese con un conto condiviso, dividere un conto tra amici, raccogliere fondi per realizzare i propri progetti o per una giusta causa o risparmiare in automatico con i Salvadanai. Con Tinaba, inoltre, è possibile creare un profilo business per gestire le entrate e le uscite della propria attività commerciale e offrire ai propri clienti un’esperienza d’acquisto personalizzata. 

l’app è disponibile sia per IOS che per Android e prevede un portafoglio digitale che sarà possibile ricaricare tramite bonifico o con una carta di credito, di debito o prepagata. È possibile passare al Level B e ricevere una carta Tinaba prepagata e gratuita. Mentre con il Level A si arriva a sottoscrivere un vero e proprio conto corrente con Banca Profilo, partner in esclusiva, e si possono inviare fino a un massimo di 5.000 euro al giorno.

 

In conclusione si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo del commercio, che sta prendendo sempre più strada e abbattendo la tendenza italiana a preferire il contante. Niente più carte di credito e tanto meno soldi fisici, basterà usare i nostri dispositivi preferiti come smartphone, tablet e smartwatch.

Il fattore tempo ne decreterà la sempre più larga diffusione, basti pensare a tutte quelle situazioni in cui tirare fuori il portafogli crea rallentamenti o disagi: supermercato, metropolitana e parchimetro solo per cintarne alcuni.

si tratta quindi di una rivoluzione che andrà a beneficio non solo dei consumatori ma anche degli esercenti.

Cam.tv il social network che ti fa guadagnare grazie alle tue passioni

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Cam.tv il social network che ti fa guadagnare grazie alle tue passioni

È in arrivo Cam.tv  il social network tutto italiano che permette di monetizzare le proprie competenze, perchè ogni like frutta denaro. Si tratta di un progetto interamente made in Italy nato alla fine dello scorso anno dall’idea di un gruppo di amici, ed imprenditori, specialisti in alcuni settori specifici: informatica, digitale e comunicazione. In Italia, un paese notoriamente poco florido quando si parla di raccolta fondi, l’idea ha convinto piccoli e grandi investitori arrivando a raccogliere addirittura 3 milioni di euro grazie ad eventi itineranti durante una pre-campagna. Ora il team ha lanciato una campagna di crowdfunding su Eppela per cercare soci e finanziare lo sviluppo della piattaforma. E questa volta l’obiettivo economico è decisamente meno ambizioso: 10 mila euro.

Da social network a social community
Ma facciamo un passo indietro cos’è Cam.tv? Sul proprio sito web https://www.cam.tv/ Cam.tv si autodefinisce “social comunity […] la prima piattaforma web per formatori e di crowdfunding”. In effetti questa definizione non appare però di facile comprensione, qualcun altro lo ha invece definito, a buon diritto, un marketplace del sapere. A questo punto la domanda sorge spontanea: si tratta davvero di un social network? Ebbene sì. Come tutti gli altri social già esistenti in Cam.tv content is king, ma si tratta di contenuti assolutamnte differenti rispetto a ciò che siamo abituati a vedere. Infatti la piattaforma non ospita più i soliti post, status, frasi argute di pochi caratteri o le fotografie, con qualche effetto qua e là, della nostra colazione. I contenuti di Cam.tv sono diffusi in forma di consulenze live, con accesso libero a collegamenti video con ogni genere di contenuto: e-book, files, infografiche, dispense, library audio-video o fotografiche. E, come al solito, dai contenuti si possono creare reti di relazioni virtuali con amici, colleghi o professionisti vicini al nostro settore di appartenenza. Addirittura c’è la possibilità di effettuare video conferenze con un sistema di pagamento integrato.

 

La tua passione viene (ri)pagata
Come altri social Cam.tv si pone comunque l’obiettivo di sviluppare e mettere in mostra la propria rete di relazioni ma in maniera differente perchè, in questo caso, l’utente ha la possibilità di guadagnare proprio grazie a chi lo supporta. Con Cam.tv  tutti possono decidere di aprire e/o seguire canali tematici dagli argomenti assolutamente trasversali. Con i dovuti limiti ovviamente, esistono infatti filtri per la visualizzazione dei contenuti, e si possono anche segnalare quelli inappropriati, contribuendo così alla crescita qualitativa della piattaforma.  Un talent network, come l’ha definito in un’intervista uno dei founder e CEO del progetto ma soprattutto un progetto davvero ambizioso, che trasforma la passione in un vero e proprio business, attraverso la condivisione del proprio sapere tramite la piattaforma. E c’è solo la meritrocrazia alla base del successo: tutti possono creare economia senza distinzione di cultura, età ed etnia, ceto sociale, a patto che ci sia qualche competenza da condividere. Il Camer (così si chiama l’utente di questo innovativo social network) potrà decidere di pubblicare in vari formati i propri contenuti. Per quanto riguarda le video chat, poi, sarà lo stesso Camer a stabilire quale parte del contenuto, debba essere free o a pagamento, o magari aggiungere una tariffa a tempo. L’interazione e lo scambio tra i Camers sono supportati e garantiti dal fatto di guardarsi negli occhi e parlarsi direttamente. Inoltre gli utenti possono darsi reciprocamente dei rating e dei feedback in base all’esperienza diretta.

Ma come si guadagna?
Se l’argomento proposto da Camer sarà ritenuto interessante, saranno gli altri utenti ad inviare un contributo economico attraverso un semplice clic. Sì, perchè in Cam.tv i like non sono solo apprezzamenti ma anche e soprattutto Likecoins, monete virtuali con un valore monetizzabile (0,01 centesimi di euro per ogni like). E il micro pagamento avviene, in sicurezza, all’interno della piattaforma.  Ma dove vanno a finire questi soldi? Al Camer certificato viene consegnata una Camacard, una vera e propria carta di debito con IBAN associato, così i like-coins potranno essere spesi sia online che offline. Quindi ricevere un LikeCoin comporta l’aumento di un totalizzatore di likes, ovvero un indice della propria popolarità e l’ottenimento di 0,01 € sul proprio conto virtualeMa non è finita qui. Su Cam.Tv hanno un valore tutti gli amici che già si hanno bastano solo poche persone per finanziare direttamente e aumentare il proprio salvadanaio virtuale. E se proprio non si riesce a fare il botto tramite i contenuti si può lavorare tramite il sistema di affiliazioni. Tutti, infatti, possono affiliare amici e conoscenti, che potranno conoscere le potenzialità dell’innovativa piattaforma web Cam.TV attraverso una videoconferenza e decidere anche di diventarne Founder investendo in una social company per mezzo di un piccolo contributo. Bastano 100 euro per diventare Founder Starter, fino ad arrivare a 7500 euro per diventare Founder President.

 

Prospettive future
Digital Fastlane la società che ha creato Cam.TV è nata con una missione: rendere Internet uno strumento in grado di produrre ricchezza per tutti, senza distinzioni di luogo, razza sesso o ceto sociale. In un’intervista il team si è dichiarato convinto che Internet, concepito come mezzo di comunicazione libera e paritaria, possa dare a tutti l’opportunità di guadagnare attraverso le proprie competenze, conoscenze, capacità e talenti. Cam.TV è quindi un social generalista, uno strumento di autorealizzazione aperto a tutti. Ecco il perchè dell’accesso gratuito ai servizi di connettività di Cam.TV. Per i professionisti più esigenti, poi, sono previsti degli abbonamenti con servizi aggiuntivi ed un maggior spazio di archiviazione dove pubblicare i propri contenuti. Gli sviluppatori prevedono per il futuro alcuni progetti, tra gli altri: il lancio di un’app, l’ottimizzazione dei sistemi di pagamento (pay-per-view), l’ampliamento dei sistemi di video-comunicazione e nuovi accessori hardware come la webcam da indossare. Quindi Cam.tv si presenta a tutti gli effetti come un sistema meritocratico e trasparente basato su un concetto nuovo di economia fondato su moneta virtuale. Basta creare uno proprio spazio all’interno della piattaforma per farsi conoscere, ed essere apprezzati dagli utenti e, grazie ai propri meriti, poter guadagnare. In Cam.tv la conoscenza diventa denaro e tutti gli iscritti sono protagonisti, si sostengono a vicenda e possono diventare parte integrante di un efficace modello di sharing economy.

Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

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Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

Grazie all’industria 4.0 stiamo per entrare nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Anzi, probabilmente è più esatto dire che la stiamo già vivendo. La rivoluzione che si basa sul cambiamento dei metodi di produzione basato sul digitale è infatti già cominciata, dato che la prima volta che il termine “Industria 4.0” è stato utilizzato risale al 2011, durante una fiera sulle tecnologie industriali a Hannover, in Germania. Il concetto è poi stato sdoganato negli anni successivi da gruppi di lavoro del governo. La Germania infatti è oggi, non a caso, un paese all’avanguardia per quanto riguarda sia i processi di industrializzazione digitale, sia quelli di agevolazione delle startup a livello fiscale.

La quarta rivoluzione industriale
Per capire come mai si parla di Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, facciamo un piccolo ripassino di storia:

  • la prima rivoluzione industriale comincia nel 1784 con la nascita delle macchine a vapore. Si basa sullo sfruttamento di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
  • la seconda rivoluzione industriale invece comincia nel 1870 con l’inizio della produzione di massa. Ad essere sfruttato questa volta è l’utilizzo sempre più frequente dell’elettricità, affiancato dal petrolio come fonte energetica e dall’avvento del motore a scoppio;
  • la terza rivoluzione industriale arriva nel 1970 con la nascita dell’informatica, che permette di aumentare la produzione attraverso l’automazione data dai sistemi elettronici e dall’IT (Information Technology).

Come abbiamo già detto, la quarta rivoluzione industriale è quella che stiamo vivendo, e toccherà probabilmente ai posteri definire il momento esatto di qualcosa che adesso è ancora in divenire. È la rivoluzione che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa. Un mix tecnologico di automazione, informazione, connessione e programmazione, che deriva direttamente da quella “digital transformation” che sta investendo l’industria degli ultimi anni. Grazie all’uso della tecnologia digitale cambierà infatti il modo di lavorare ma anche la natura delle organizzazioni.

Gli elementi dell’industria 4.0
Sono 4 gli elementi fondamentali su cui si basa la rivoluzione 4.0:

  • L’utilizzo dei dati. È infatti intorno ad essi che si muove la potenza di calcolo delle macchine: i dati quindi vengono utilizzati come strumento per creare valore. All’utilizzo dei dati sono legati i concetti di big data, open data, Internet of Things, fino al cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni.
  • Una volta che i dati vengono raccolti, devono essere esaminati attraverso i cosiddetti Analytics, per capire come si possa, da essi, ricavarne un valore. Si mette in moto in questo modo quello che viene definito “machine learning”: le macchine capiscono come migliorare attraverso la raccolta e l’analisi dei dati.
  • L’interazione fra l’uomo e la macchina, che va dal semplice touch agli esempi di realtà aumentata.
  • Il passaggio tra digitale e reale, ossia come rendere questi dati raccolti e analizzati vera “manifattura”. Gli esempi classici sono la stampa 3D, la robotica, la comunicazione machine-to-machine e le nuove tecnologie che immagazzinano i dati in modo mirato, al fine di razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.

L’impatto dell’industria 4.0 sul mercato del lavoro
Parole come “automazione” o “robotizzazione” generano sempre un po’ di  timore. Ci si preoccupa che l’occupazione possa subirne delle conseguenze negative: in poche parole spaventa il rischio che le macchine possano sostituirsi completamente all’uomo nella produzione. Indubbiamente il mercato del lavoro subirà una radicale trasformazione, ma si stima che “una quota del 10% di lavoratori rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze” (da un’analisi del Sole24).

Alcune professionalità quindi potrebbero davvero scomparire, soprattutto per quanto riguarda le aree amministrative e quelle della produzione. Ma questa perdita verrà parzialmente ricompensata dalla nascita di nuove professioni e quindi nuovi posti di lavoro, legati all’area finanziaria, al management, all’informatica e all’ingegneria. Non si tratta quindi esclusivamente di perdere il lavoro perché sostituiti dai robot, ma piuttosto di una trasformazione dei lavori da eseguire, accompagnata da un aggiornamento del sapere. Di conseguenza cambiano le abilità richieste: accanto all’importantissima capacità di problem solving, saranno sempre più ricercate anche la creatività e il pensiero critico. Si tratta di un processo in divenire, ma che già vede, all’interno del mercato del lavoro, una domanda in ascesa per le figure di analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, ingegneri informatici ma soprattutto sviluppatori, in grado di trasformare aziende già esistenti in aziende pronte ai canoni dell’industria 4.0.

Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

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Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

Se ci pensate, la Sharing Economy nasce da un paradosso. Come possono infatti convivere in uno stesso concetto la condivisione e l’economia? La prima è basata su un insieme, un gruppo di persone che utilizza in comune una risorsa, un oggetto, uno spazio. La seconda invece si basa sulla vendita, cioè la cessione di una risorsa per un determinato prezzo. Com’è possibile che due teorie economiche tradizionalmente agli antipodi si possano fondere in un unico pensiero? La risposta è semplice: nell’era digitale tutto è possibile.

È infatti il digitale ad aver permesso la nascita di quella che possiamo definire “l’economia della condivisione”, quel modello a cui tutti possono aderire (a prescindere dalla professione o dalle proprie conoscenze in ambito economico) “con l’obiettivo di sfruttare l’efficienza della comunicazione hi-tech per risparmiare, per socializzare, per ottimizzare i consumi, per proteggere l’ambiente, per redistribuire il denaro o per instaurare comportamenti virtuosi” (definizione di Wired).

Quali sono gli obiettivi della Sharing Economy
Se andiamo ad analizzare la definizione di Wired, ci renderemo conto che la Sharing Economy nasce per motivazioni che vanno ben oltre la semplice volontà di guadagno. Ovviamente quest’ultima continua ad esistere, ma non è da sola.

  1. Innanzitutto, in un periodo in cui far parte del mondo social è come respirare, con la Sharing Economy si va incontro al desiderio di far parte di una community di cui ci si può fidare. E questo è possibile grazie alla cosiddetta “reputazione digitale”: la stessa per cui se fai il furbo o truffi qualcuno sarai bannato a vita, se invece sei affidabile riceverai recensioni positive che, in un moto circolare, ti porteranno altra fiducia in futuro (quindi altra possibilità di guadagnare o fare scambi).
  2. “Se non serve a me può servire a te” è un concetto che da una parte permette di dare agli oggetti inutilizzati una seconda vita, dall’altra aiuta a disfarsi delle cose che non ci servono più o a metterle a disposizione di altre persone nei momenti in cui non ci servono. Può essere allo stesso momento una fonte di guadagno per chi cede l’oggetto e un’importante fonte di risparmio per chi lo acquista.    
  3. in un periodo di crisi economica in cui per molti il mantra è la corsa al risparmio, la Sharing Economy aiuta e evitare di sprecare denaro e a ottimizzare i costi della vita.
  4. last but non least,  la tendenza delle nuove generazioni a essere più sensibili alle tematiche ambientali porta molta gente a cercare di mantenere uno stile di vita più sostenibile, evitando gli sprechi e cercando di inquinare il meno possibile.

Gli esempi classici della Sharing Economy
C’è un ambito che prima di tutti gli altri è stato esemplare per l’avvento e la diffusione della Sharing Economy: quello dei viaggi.

Le nuove generazioni sono sempre più abituate a condividere l’esperienza del viaggio, sia che si intenda un piccolo spostamento in città (è diffusissimo l’utilizzo di car sharing o bike sharing ormai presenti in molte città italiane, senza dimenticare esempi di app come Uber o Lyft), sia che si intenda uno spostamento più significativo (dalla condivisione del viaggio in macchina di BlaBlaCar a quella delle stanze libere della propria abitazione di Airbnb).

Risparmio, esperienza condivisa, facilità nell’utilizzo sono gli elementi fondamentali che ci spingono a utilizzare queste nuove forme di economia.

Ma non serve spostarsi da un luogo all’altro per capire quanto la Sharing Economy possa inserirsi nella vita quotidiana delle persone: un esempio semplice ma efficace di economia della condivisione sono i gruppi di Facebook basati sullo scambio o sulla vendita. Ce ne sono centinaia, diversi per categoria o luogo di appartenenza. Hanno nomi tipo “vendo e compro a…” e, per le grandi città come Milano o Roma, la divisione avviene addirittura per quartieri. Il meccanismo è semplice, e si basa sul già citato “se non serve a me può servire a te”. La persona che vende si disfa di un oggetto che non le serve più, mentre quella che compra lo fa a un prezzo agevolato, risparmiando. Funziona soprattutto su beni di consumo il cui utilizzo si basa sul ricambio continuo, come l’abbigliamento o gli articoli per l’infanzia. Ovviamente oltre ai gruppi Facebook ci sono tutta una serie di piattaforme e app che funzionano sullo stesso meccanismo: da Ebay a subito.it o secondamano, fino a Depop, il cui claim, non a caso, è “ogni oggetto ha una storia da raccontare”.

Le Novità
Se condividere un passaggio in macchina con Blablacar o utilizzare un sito come subito.it per disfarsi di oggetti che non utilizziamo più è diventata ormai prassi quotidiana, è vero che ogni giorno nascono nuove app o piattaforme di condivisione sempre più strane e particolari.  Ad esempio Gardensharing, per chi non ha una stanza da mettere a disposizione ma un giardino; oppure Sailsquare, che connette chi ha voglia di provare l’esperienza della barca a vela (considerata da sempre un lusso per pochi) con chi ne possiede una e non vuole tenerla ferma per troppo tempo. Molte sono anche le app che fanno riferimento alla condivisione del cibo: da Olio a Gnammo, tante soluzioni per non sprecare la roba avanzata o per organizzare cene condivise.

Ma è con TogetherPrice che si arriva alla apoteosi della Sharing Economy: la condivisione della condivisione. Cosa significa? Che tramite questa piattaforma potrete trovare persone con cui condividere tutti quei servizi che funzionano attraverso multi-account o multi-licenza (Netflix, Spotify etc…). Insomma, le vie della Sharing Economy sembrano veramente infinite.

Per chi volesse saperne di più il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sharing Economy è http://www.sharingitalia.it.

I post 3D su Facebook si migliorano grazie al formato glTF

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I post 3D su Facebook si migliorano grazie al formato glTF

Sono stati introdotti a ottobre 2017 ma Facebook ha deciso di migliorarli, ecco tutto quel che c’è da sapere sui post 3D.

Da qualche giorno infatti il padre dei social network ha introdotto il supporto al formato glTF 2.0, con cui si potranno condividere oggetti 3D più realistici e dettagliati. Gli utenti hanno quindi la possibilità di postare sul news feed oggetti tridimensionali con i quali è possibile interagire con il mouse o il touch.

I possibili utilizzi dei post tridimensionali sono potenzialmente infiniti. Il primo, e più ovvio, è poter realizzare modelli 3D dei prodotti da promuovere permettendo agli utenti di manipolarli e scoprirli a 360°. A tal proposito il portale di e-commerce dedicato a mobili e arredo Wayfair ha colto la palla al balzo realizzando modelli tridimensionali di alcuni ambienti con mobili in vendita nel suo store online. Questa novità è una preziosa opportunità da cogliere al volo per le case sviluppatrici di videogiochi, per il settore dell’entertainment e come detto per la pubblicità.

(Consigliamo la visione da Desktop)

Scopriamo di più sulle tecnologie che permettono tutto questo
Nato nel 2016 glTF 2.0 è l’acronimo di GL Transmission Format ed è l’estensione file che permette di elaborare in maniera semplice dei file standard, rendendoli 3D. Non a caso è anche chiamato il Jpeg delle immagini 3D. Permette inoltre di comprimere le dimensioni di modelli e rendering senza comprometterne la qualità. 2.0, invece, è la versione rilasciata nel 3 marzo 2017 che inizialmente era supportata solamente da programmi meno professionali come Paint 3D e Viewer 3D. Come detto l’estensione glTF 2.0 permette di condividere oggetti più realistici e dettagliati. Supporta textures, illuminazione e tecniche di rendering che puntano al realismo. Dalle ombre alle sfumature, dalle “bombature” alle linee squadrate, dal ruvido al lucido e dal metallico all’effetto soffice o vitreo. Insomma le potenzialità sono infinite.

In concomitanza con il lancio dei post 3D, Facebook ha anche implementato nuove Graph API. Queste consentiranno di creare e importare i rendering e modelli 3D dei post Facebook all’interno di app di terze parti. Sarà inoltre possibile abilitare i contenuti 3D dal proprio sito Web o da software a comparire automaticamente in 3D quando vengono condivisi su Facebook.

Il colosso blu ha anche dei partner a supporto di questa iniziativa, Sony è uno dei principali. I possessori di smartphone Xperia XZ1, Xperia XZ1 Compact e Xperia XZ Premium con Android 8.0 Oreo possono creare gli oggetti con l’app 3D Creator e pubblicarli direttamente sul social. Da web, invece, si possono condividere oggetti direttamente dalla galleria web di Oculus Medium e presto anche da Google Poly. Presto tutti i  software di modellazione si allineeranno e supporteranno questo formato rendendone possibile la condivisione su Facebook.

Ma dove vuole arrivare Facebook?
Questa implementazione fa parte di una più ampia strategia che Facebook sta attuando da anni: mettere a disposizione dei suoi utenti contenuti tridimensionali sempre nuovi e con un alto livello di interattività. Questi oggetti andranno a comporre un mondo senza interruzioni tra online e offline. Le persone, infatti, potranno condividere esperienze sempre più coinvolgenti e oggetti 3D. Il tutto attraverso VR, AR e Facebook, desktop, smartphone fino al visore per la realtà virtuale. Si andrà a creare un vero e proprio ecosistema 3D multipiattaforma, come l’ha definito Aykut Gönen al lancio sul blog per gli sviluppatori.

Questo progetto non è del tutto una novità. Ricordate nel 2014 l’acquisizione di Oculus Rift per 2 miliardi di dollari da parte di Facebook? Ed è appena di un anno fa l’arrivo di Hugo Barra a Facebook in qualità di capo del progetto realtà virtuale del social network.

Come detto fa tutto parte di un progetto di Mark Zuckemberg per creare una piattaforma ad hoc per realtà virtuale e mista. Si chiama Facebook Spaces ed è stato annunciato a F8 nel gennaio 2017. Un’applicazione di realtà virtuale che consentirà agli utenti di trovarsi in uno spazio interattivo dove poter condividere e visualizzare contenuti come video e foto a 360°.

Il colosso vuole sicuramente far colpo sui creators, fornendo loro uno strumento unico, ma soprattutto risultare ancora attraente agli occhi degli utenti più giovani e di tutti coloro che pian piano stanno abbandonando la piattaforma.

Si traggono sempre maggiori benefici a sperimentare per primi.
Infine i 4 modi per condividere un post 3D su Facebook per iniziare a sperimentare e spiccare nella news feed dei vostri amici o seguaci.

  • Creare un post 3D a livello di codice con la nostra API di post in 3D.
  • Condividere un link da una pagina web con i tag dei metadati di Open Graph Sharing.
  • Condividere una risorsa locale su un dispositivo Android utilizzando l’azione di condivisione nativa di Android.
  • Drag and drop di un asset nel Post compositor di Facebook.

Si possono generare modelli 3D adatti a Facebook in quasi tutti i programmi di creazione di contenuti come Blender, Modo, Maya o dai motori di gioco e salvarli con il formato glTF.

Le applicazioni sono infinite: prodotti, testi, loghi, scenari… insomma l’unico ostacolo per sfruttare questa nuova feature di Facebook è solo la vostra fantasia.

Avrete sicuramente notato che molti brand famosi si stanno cimentando nella sperimentazione di questo nuovo strumento. Lego, Jurassic Word, Peroni e Crash Royale per citarne alcuni.

(Consigliamo la visione da Desktop)

Digital Afterlife: continuare a vivere oltre la morte

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Digital Afterlife: continuare a vivere oltre la morte

Finchè morte non ci separi? Forse questa frase non vale più. È arrivata l’era della digital afterlife, dove neppure morire mette fine alla nostra presenza online. Ecco quindi come continua la nostra vita, senza di noi, su internet e sui social network.

Digital afterlife cos’è?
Digital Afterlife è un termine, sempre più usato, per descrivere tutto ciò che riguarda la nostra identità digitale dopo la morte. Tutti i nostri account, social network ma anche posta elettronica, contengono i nostri dati che al momento della nostra morte rimangono lì bloccati paradossalmente ferme in un limbo virtuale fra vita e morte. In passato, alla morte di una persona il fiduciario legalmente riconosciuto poteva cercare documenti cartacei di conti bancari, azioni, fatture da pagare. La situazione oggi è molto diversa, molti hanno scelto di non utilizzare la carta, digitalizzando, invece, tutti i nostri dati. In alcuni casi può capitare che questi dati siano stati criptati dal deceduto, per cui resi illegibili, in altri che i fornitori dei servizio non permettano l’accesso previa autorizzazione. Così molto del nostro bagaglio in vita va rovinosamente perso. In tempi non sospetti nel 2013, la società informatica McAfee ha pubblicato un sondaggio che suggeriva di valutare le proprie risorse digitali, ovvero quelle create, inviate, ricevuto o archiviate in digitale. È risultato dal sondaggio che l’intervistato medio ha affermato che le proprie personal memories digitali si aggirano sul valore di circa $ 17.000.

Facebook postmortem
Sempre più spesso i siti hanno aggiunto opzioni per permetterci di pianificare la gestione dei nostri account quando non saremo più in grado di farlo. Tra gli altri Facebook che è stato quasi costretto a cercare una soluzione a questo problema considerando che sta diventando un vero e proprio cimitero online. Si stima, addirittura, che nel 2098 il numero dei morti su Facebook supererà quello dei vivi.

La crew di Zuckemerg ha introdotto la possibilità di passaggio da un profilo standard ad uno commemorativo, affidato ad un legacy contact, ovvero un contatto di fiducia che possa utilizzarlo post-mortem. Le opzioni di utilizzo di facebook restano quasi uguali alle classiche, infatti un legacy contact può scrivere post, rispondere alle richieste di amicizia, e addirittura aggiornare l’immagine del profilo e la foto di copertina.

Rivivere grazie ai bot
Considerati una delle più riuscite applicazioni del marketing automation i bot potrebbero avere anche altri scopi futuri, che ne dite di regalare l’eternità? È da questa premessa che parte Eugenia Kuyda, startupper nella Silicon Valley, che ha ricreato digitalmente il suo amico Roman Mazurenko, morto nel lontano  2015. Tutta la storia del progetto è leggibile qui.
In breve quello che oggi risponde quando si inizia una conversazione con Roman è un chatbot, ovvero un programma che imita il suo modo di esprimersi e la sua personalità. Perché il bot rispecchi al meglio Roman, l’algoritmo dà priorità, quando possibile, alle parole ricavate dai messaggi originali del ragazzo. In fondo qual è il desidierio di chiunque perda una persona amata? Che si possa ancora parlargli, dirgli almeno un’altra volta: “ti voglio bene”.
Il chatbot potrebbe essere quindi una resurrezione digitale la modalità di sfruttamento, più umanamente utile, della digital afterlife. Tutto ciò mette in evidenza come l’interesse sempre forte per l’aldilà può sfruttare le novità in termini di tecnologia e inteligenza artificiale. Per il momento il progetto iniziare di Eugenia Kuyda è culminato in Replika , un bot che mentre conversa con noi assorbe la nostra personalità.

Altri progetti di digital afterlife
Mentre si parla di digital afterlife e del destino dei propri profili sui social network dopo la morte, c’è già chi promette l’immortalità sulla rete: Eter9. Si tratta di una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, analizza la nostra attività social attuale per conoscere i gusti e personalità, fino a capire cosa potremmo postare in futuro, anche quando non ci saremo più.  Senza dubbio un altro affascinante esperimento di intelligenza artificiale.

La designer tedesca Leoni Fischer ha invece creato un diverso progetto di digital afterlife. Il suo è un particolare modo per dare vita ai morti utilizzando i loro account Facebook e l’ammasso di dati in essi presenti, trasformando questi ultimi in qualcosa di creativo. In Necropolis oggetti di uso comune diventano delle lampade, illuminate con ritmo diverso grazie all’algoritmo dell’account Facebook della persona deceduta.

La morte nell’era del digitale
La morte resterà sempre difficilmente accettabile, eppure la gestazione del lutto è stata profondamente modificata da internet e dai social network, anche se spesso non ce ne accorgiamo. È prassi ormai, quando muore un personaggio famoso che siano i social network il luogo principale in cui si esprime il proprio dolore, dando vita ad una catena di ricordi che si snoda fra un post e commenti, rendendo di fatto un evento luttuoso un momento di dibattito pubblico. L’afterlife digitale apre una nuova frontiera sul modo di pensare alla morte. È vero i social network ci rendono eterni, dando vita ad un’immagine di noi stessi che rimane cristallizzata nel tempo e immortale, almeno fino a che un fattore esterno non deciderà di intervenire.

Intelligenza Artificiale: cosa ci riserva il 2018?

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Intelligenza Artificiale: cosa ci riserva il 2018?

Circa vent’anni fa un magistrale Robin Williams porta sul grande schermo la storia fantascientifica del robot Uno: un AI che, per amore, riesce adessere riconosciuto a tutti gli effetti come un essere umano. Pochi mesi fa, nell’ottobre del 2017, l’umanoide Sophia è diventata cittadina saudita. Si tratta del primo robot a ricevere cittadinanza di qualsiasi paese nel mondo; quando la realtà supera la fantasia.

Non solo robot
Ma facciamo un passo indietro: cosa vuol dire esattamente intelligenza artificiale? Non esiste, in verità, una definizione universalmente accettata; al contrario, ironicamente, è proprio un AI, l’umanoide Sophia scelta da BBC Earth, a non lasciarci alcun dubbio su cosa significhi essere umani.

A dirla semplicemente un’intelligenza artificiale è un computer capace di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana.
Le aziende stanno già investendo denaro in AI, ma gran parte di questo investimento deve ancora raccogliere i frutti. Secondo la società di ricerca Forrester, il 55% delle aziende non ha ancora ottenuto risultati concreti, e il 43% dichiara che è troppo presto per dire se il proprio investimento è stato o meno un successo. Il 2018 sarà l’anno del ROI, le aziende inizieranno a vedere i vantaggi dell’utilizzo dell’AI in alcune aree del proprio business, questo perché l’intelligenza artificiale automatizza attività più monotone, consentendo ai dipendenti di dedicare il loro tempo ad attività per la loyalty e che diano valore all’azienda. Ci si concentrerà su ciò che deve essere automatizzato in modo intelligente, in modo che le risorse non vengano investite in segmenti meno produttivi. Così si sta largamente riconoscendo la necessità di investire nella tecnologia con un obiettivo aziendale chiaro in mente; si vede finalmente l’AI per quello che è non solo un entusiasmante investimento tecnologico ma soprattutto uno strumento di lavoro pratico. Quindi, se il 2017 è servito a studiare e comprendere le funzionalità dell’intelligenza artificiale, nel 2018 si attuerà una vera e propria adozione pratica. Ciò significa conoscere finalmente l’AI e cambiare l’immagine di ciò che l’intelligenza artificiale rappresenta nel pensiero comune con irreali robot per la conquista del mondo ma forme di intelligenza “invisibili”. L’AI invisibile è ciò che le aziende puntano ad implementare nel proprio business, l’applicazione dell’apprendimento automatico per ottimizzare i processi in background e di back-end, utilizzando le tecnologie per semplificare e automatizzare.
È sull’intelligenza artificiale mainstream che, nei prossimi mesi, verrà posto l’accento. Da Siri in poi, l’AI è diventata una parte della vita quotidiana per la maggior parte di noi, la usiamo continuamente, e spesso, senza nemmeno rendercene conto. Ecco i futuri sviluppi dell’intelligenza artificiale.

L’AI sarà più umana
La Ericsson, nel proprio rapporto sulle tendenze tecnologiche, ha recentemente affermato che oltre la metà degli utenti attuali di assistenti vocali intelligenti ritiene che i dispositivi sono sempre più percepiti come altri esseri umani. È per questo che il 2018 dovrà finalmente puntare alla gestione della tecnologia conversazionale, includendo non solo la sensibilità emotiva, ma anche la tecnologia traslazionale che ci permetterà di comunicare senza problemi tra diverse lingue. Se Amazon sta già addestrando Alexa a riconoscere i modelli di discorso indicativi del desiderio di suicidio, in un futuro non troppo lontano l’AI potrà addirittura essere in grado di eseguire consulenze psichiatriche o fungere da rete di supporto per coloro che sono isolati.

Aiuto artificiale
Con la costante crescita dei dati prodotti dall’Internet of Things (IoT), le aziende hanno bisogno di aiuto per elaborare ed analizzare tutte queste informazioni. Grazie all’intelligenza artificiale si può dare un senso al prezioso, ma oneroso flusso di dati, e di fatto nel 2018 sarà l’unico modo per restare al passo con i tempi. Con i dati che diventano sempre più dinamici e la capacità di trasportarli sempre più impegnative, le applicazioni e le risorse necessarie per elaborarli devono essere allo stesso modo efficienti.

intelligenza artificialeCostretti a ripensare i big data, le aziende useranno tecniche di machine learning avanzate per prendere decisioni migliori con meno dati. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista ma funge da supplemento automatizzando attività manuali e laboriose. Attraverso strumenti come Pentaho Data Integration, l’obiettivo resta quello di democratizzare l’ingegneria dei dati e il processo di data science. L’AI per l’apprendimento automatico è per tutte le aziende semplicemente un must-have del 2018.

Dati e AI
Gli esseri umani non riescono a stare al passo con la velocità con cui la tecnologia e le richieste dei clienti si muovono. Ecco perché sempre più aziende stanno sfruttando la potenza delle chatbot di intelligenza artificiale e di altri assistenti virtuali per gestire il flusso del lavoro quotidiano. Si stima che circa l’85% delle interazioni con i clienti entro il 2020 sarà completamente gestito dall’AI. Nel breve termine, vedremo una maggiore attenzione sull’allenamento della sensibilità dei robot, che permetterà agli umani di scaricare ancora più lavoro sulle spalle dei chatbot.

Se Alexa di Amazon ha recentemente implementato la sincronizzazione con Outlook e Google per aiutare gli utenti a tenere il passo con i propri impegni, un nuovo assistente virtuale di X.ai, Amy, risulta ad oggi affidabile tanto quanto un umano per piccole mansioni, come rispondere ai messaggi relativi a riunioni, pasti e chiamate senza mai avvisare il mittente che si tratta di un bot.

AI contro AI: siamo davvero al sicuro?
L’intelligenza artificiale intraprende azioni precise e mirate per neutralizzare nuovi cyber-attacchi man mano che emergono. Il 2018 sarà l’anno delle macchine che combattono con altre macchine, solo i migliori algoritmi vinceranno. Le applicazioni di sicurezza basate su AI possono leggere e comprendere eventuali falle di sicurezza, identificano cause, tendenze prevedendo possibili disagi ancor prima che si verifichino. È il caso della tecnologia IBM QRadar Security Intelligence Platform che fornisce l’architettura unificata per l’integrazione di SIEM (security information and event management), gestione dei log, rilevamento delle anomalie, analisi degli incidenti, risposta agli incidenti e gestione di configurazione e vulnerabilità.

Ma l’intelligenza artificiale sarà anche utilizzata per condurre attacchi informatici, l’apprendimento automatico sarà sfruttato dai criminali informatici per affinare le proprie tecniche di criminalità. I cyber delinquenti useranno l’intelligenza artificiale per attaccare ed esplorare le reti delle vittime, che in genere è la parte del lavoro più laboriosa dopo un’incursione.

intelligenza artificialeTempi maturi per il blockchain
Per chi non lo sapesse il blockchain il motore che dà vita al Bitcoin, si tratta di un database fondato su complessi algoritmi matematici; più semplicemente, può essere considerato come il libro contabile su cui sono registrate tutte le transazioni fatte dall’invenzione della moneta elettronica fino a oggi.

Secondo il CTO di Hitachi Vantara il blockchain sarà al centro delle scene nel 2018 per due motivi:

Il primo è l’uso delle criptovalute che, durante lo scorso anno, sono state largamente accettate come valuta stabile in paesi tormentati dall’iperinflazione. Giappone e Singapore hanno dichiarato che nel corso dei prossimi mesi creeranno criptovalute di proprietà gestite da banche e altre autorità. I consumatori potranno utilizzarle per pagamenti P2P, e-commerce e trasferimenti di fondi. Un grande progetto che avrà bisogno di aiuto per la realizzazione; molte banche dovranno rivolgersi alla blockchain per aiutarle a sviluppare la capacità necessaria per gestire gli account in criptovalute.

Il secondo è l’uso crescente di blockchain nel settore finanziario per processi di routine come le funzioni normative interne, la documentazione dei clienti e le registrazioni normative. Si prevede inoltre che i trasferimenti di fondi interbancari tramite registri blockchain si espanderanno nel 2018 e altri settori iniziano già a vedere le innumerevoli potenzialità in fatto, per esempio, di servizi di identità per assistenza sanitaria, governi, sicurezza alimentare o merci contraffatte.

Nel 2018 dobbiamo quindi aspettarci che la tecnologia si avvicini alla nostra vita quotidiana al punto di offuscare i confini tra uomo e macchina? No, siamo ancora lontani dalla realtà de L’uomo Bicentenario, piuttosto i tempi sono ormai maturi per una copiosa collaborazione tra intelligenza artificiale e umana, per portare benefici reali alla società.

Quando la tecnologia aiuta a vivere meglio: Fitbit presenta Alta HR, il braccialetto più sottile e fashion al mondo con rilevazione continua del battito cardiaco e monitoraggio del sonno

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Quando la tecnologia aiuta a vivere meglio: Fitbit presenta Alta HR, il braccialetto più sottile e fashion al mondo con rilevazione continua del battito cardiaco e monitoraggio del sonno

Il nuovo tracker di Fitbit è già disponibile nei negozi e online Fitbit.com

Abbiamo provato in anteprima le funzioni del nuovo Fitbit Alta HR, l’ultimo tracker nato in casa Fitbit, l’azienda leader nel mercato del Connected Health and Fitness.

Fitbit Alta HR è il braccialetto più sottile al mondo con rilevazione continua del battito cardiaco, che combina i vantaggi della tecnologia PurePulse® per il monitoraggio della frequenza cardiaca, il riconoscimento automatico dell’attività fisica, il monitoraggio del sonno, una batteria che dura fino a sette giorni e le notifiche smart. Il tutto in un oggetto dal design lineare ed elegante, facilmente personalizzabile per adattarsi allo stile di ciascuno.
Grazie all’ascolto delle esigenze della comunità globale di utenti – senza dubbio uno dei punti di forza dell’azienda – Fitbit ha deciso di lavorare per rendere disponibile la funzione più richiesta dagli utenti del precedente modello Alta.
Con un chip unico nel suo genere, che ha ridotto le dimensioni e il numero di componenti necessari per non appesantire il design lineare del tracker, il nuovo modello Alta HR è dotato
della tecnologia PurePulse che offre un monitoraggio continuo della frequenza
cardiaca
. Visualizzandone le tendenze nell’app Fitbit (foto a lato) e confrontandole con la propria attività fisica, con Alta HR è quindi possibile valutare gli effetti positivi del costante esercizio fisico sulla salute del cuore.  È inoltre possibile misurare meglio le calorie bruciate ogni giorno, anche praticando sport che non prevedono passi, come lo yoga e lo spinning, con un conteggio del rapporto calorie introdotte/bruciate, per aiutare a raggiungere i propri obiettivi di peso e salute; verificare in tempo reale e al proprio polso in che “zona cardio” si sta lavorando e vedere i riassunti dell’attività fisica nell’app Fitbit per potersi allenare all’intensità adatta ai propri obiettivi di salute e fitness.
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Monitoraggio del sonno: le funzioni Fasi del sonno e Consigli sul sonno
Il sonno, insieme all’alimentazione e all’esercizio fisico, è un fattore chiave per la salute generale, ma la maggior parte delle persone ne è poco consapevole.
Un buon sonno è fondamentale per garantire la salute e il benessere, in quanto protegge da malattie cardiovascolari, diabete e obesità, aumenta le funzioni neurocognitive, la salute mentale e la longevità. Per questo motivo Fitbit ha introdotto due nuovi strumenti dinamici per il monitoraggio del sonno


Fasi del sonno e Consigli sul sonno – che forniscono dati più approfonditi relativi alla qualità del sonno e suggerimenti per migliorarla, potenziando le famose funzionalità relative al sonno che dal 2012 consentono a milioni di persone di monitorare il proprio riposo.
Sviluppata negli ultimi due anni con un gruppo di esperti del sonno – Michael Grandner, director dello Sleep and Health Research Program all’Università dell’Arizona; Allison Siebern, consulting assistant professor presso lo Stanford University Sleep Medicine Center e director dello Sleep Health Integrative Program presso il Fayetteville VA Medical Center e Michael T. Smith, Jr. professor of Psychiatry, Neurology and Nursing della Johns Hopkins University, School of Medicine –  la funzione Fasi del sonno oggi consente a milioni di utenti di accedere a informazioni precedentemente disponibili solo nei laboratori del sonno, mentre Consigli sul sonno offre suggerimenti personalizzati per aiutare a migliorarlo.
“Il sonno o la sua mancanza svolgono un ruolo fondamentale nella vita di ognuno: dal rafforzare il sistema immunitario, a preservare le funzioni cognitive, fino a mantenere un peso sano. – Afferma Allison Siebern della Stanford University – Le nuove funzionalità di monitoraggio del sonno di Fitbit utilizzano un approccio scientifico per mostrare i cicli del sonno nel corso del tempo e fornire dati convalidati e spunti d’azione concreti per aiutare a modificare la propria routine quotidiana al fine di migliorare la qualità del sonno e quindi la salute generale. Dato il comfort e l’accessibilità di questo prodotto, è uno dei più preziosi e utili dispositivi di monitoraggio del sonno a disposizione dei consumatori al di fuori di un laboratorio del sonno”.

La funzione Fasi del sonno,  alimentata da PurePulse, utilizza i dati dell’accelerometro e la variabilità della frequenza cardiaca, oltre agli
algoritmi comprovati di Fitbit, per stimare con maggiore precisione quanto tempo si trascorre ogni notte in veglia, in sonno profondo, leggero e REM: il sonno leggero (comprese le fasi del sonno N1 e N2) si ripete più volte per tutta la notte ed è importante per la memoria, l’apprendimento e il recupero fisico; per la maggior parte delle persone rappresenta il 50-60% della notte; il sonno profondo (N3) favorisce un sano sistema immunitario e la crescita e la riparazione dei tessuti muscolari; per la maggior parte delle persone rappresenta il 10-25% della
notte (in base all’età); il sonno REM – che giunge alla fine della notte ed è spesso la fase che più risente della diminuzione della durata del sonno – è la fase in cui si sogna ed è importante per il recupero mentale e la formazione della memoria; per la maggior parte delle persone rappresenta il 20-25% della notte; i periodi di veglia (10-30 volte) sono una componente normale del ciclo del sonno notturno.
Ognuno di noi ha cicli del sonno diversi. Tuttavia, conoscerli meglio e comprenderne l’impatto sulla propria giornata permette di apportare modifiche al proprio stile di vita, in termini di alimentazione, attività fisica, rilassamento prima di addormentarsi e mantenimento di un orario costante per andare a dormire che, nel tempo, possono contribuire a migliorare la qualità del sonno. Ad esempio, se ci si sveglia ogni mattina sentendosi esausti nonostante si abbia apparentemente dormito abbastanza, forse la quantità di sonno profondo non è sufficiente. Il monitoraggio del sonno potrebbe anche aiutare a identificare variazioni indicative di altre criticità. È stato dimostrato che le irregolarità nei cicli del sonno potrebbero segnalare disturbi del sonno da discutere con un medico.
Fitbit ha condotto rigorosi test sulle capacità dei suoi dispositivi, tra cui Alta HR, nella stima delle fasi del sonno negli adulti. Questi risultati convalidano la nuova funzione Fasi del sonno di Fitbit e sono stati accettati per la presentazione a SLEEP 2017, il più importante appuntamento per gli scienziati e i medici del sonno.
Consigli sul sonno, avendo accesso ai dati ottenuti tramite Fitbit da oltre 3 miliardi di notti di
notti di sonno registrate (dati Fitbit ottenuti da monitoraggio automatico del sonno sui dispositivi Fitbit dal 1° gennaio 2015) l’equivalente di 2,5 milioni di anni, rende Fitbit uno strumento insostituibile per fornire preziosi dati relativi al sonno, spunti d’azione concreti e una guida per migliorare la qualità del sonno e, di conseguenza, la salute generale.
È ad esempio importante comprendere la relazione tra il sonno, l’esercizio fisico, la dieta, il peso e la frequenza cardiaca: un consiglio di Fitbit potrebbe essere: Sembra che ci sia una forte correlazione tra il sonno e la corsa. Le ultime dieci registrazioni del sonno dimostrano che, nei giorni in cui sei andato a correre, il sonno riposante è aumentato di 20 minuti”. oppure “La mancanza di sonno può aumentare gli ormoni della fame. Quindi, se stai cercando di perdere peso, assicurati di dormire abbastanza“.  O ancora Hai dormito una media di 9 ore 30 minuti questo fine settimana, che è significativamente superiore alla tua media di 5 ore e 40 minuti nei giorni lavorativi. Questa variazione può significare che non dormi abbastanza durante la settimana”.
“Alta HR e queste nuove potenti funzioni di monitoraggio del sonno sono la testimonianza del nostro impegno costante per lo sviluppo di una tecnologia innovativa che offra dati più approfonditi e fruibili e che aiuti gli utenti a migliorare la propria salute. – afferma James Park, CEO e co-fondatore di Fitbit (foto a lato) – La miniaturizzazione della tecnologia di monitoraggio della frequenza cardiaca PurePulse crea interessanti opportunità per le future generazioni di dispositivi e per il design. I nostri progressi nel monitoraggio del sonno permetteranno a milioni di utenti in tutto il mondo di accedere a informazioni preziose che in precedenza potevano essere ottenute solo attraverso costosi test di laboratorio”.

Fasi del sonno è già disponibile per i dispositivi Alta HR e Blaze e sarà disponibile su Charge 2 a partire dalla prima settimana di aprile mediante l’app Fitbit per Android, iOS e Windows e sul pannello del sito Fitbit.com.
Consigli sul sonno sarà disponibile per tutti i dispositivi Fitbit che monitorano il sonno mediante l’app Fitbit, con le stesse date di rilascio della funzione Fasi del sonno.
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Altre funzioni
Oltre all’avanzata esperienza di monitoraggio della salute e del fitness che PurePulse apporta ad Alta HR, le più conosciute funzionalità e notifiche ti aiutano a mantenerti connesso e motivato ​​a raggiungere i tuoi obiettivi:
Monitoraggio automatico 24 ore su 24 delle statistiche più importanti (frequenza cardiaca, passi, distanza, calorie bruciate, minuti attivi), giorno e notte, con una durata delle batterie fino a 7 giorni
Monitoraggio automatico dell’allenamento SmartTrack ™ per attività fisiche come camminata, corsa, bici, ellittica, allenamenti aerobici, per visualizzare nell’app Fitbit i progressi nel raggiungimento dei propri obiettivi settimanali
Promemoria di movimento che aiutano a mantenersi attivi tutto il giorno, riducendo la sedentarietà per contribuire a prevenire il diabete, l’obesità e i disturbi cardiovascolari.
Notifica chiamate in arrivo, messaggi ed eventi del calendario che permettono di mantenersi connessi e focalizzati sulla propria giornata
Connessione con una delle più grandi reti di social fitness del mondo, attraverso la nuova scheda Comunità nell’app Fitbit, per trovare supporto e ispirazione nel proprio percorso verso il miglioramento della salute e del benessere.
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Stile

Il design sottile e unico di Alta HR si adatta ad ogni look, con una gamma di accessori per i dispositivi Alta e Alta HR: i tracker classic con cinturino classico nero, grigio-blu, fucsia o rosso corallo e fibbia in alluminio abbinata; gli special edition con cassa placcata oro rosa 22k e cinturino classico rosa (foto a lato) e con cassa canna di fucile  cinturino nero classic; la collezione in pelle Luxe nelle tonalità marrone, indaco e lavanda con fibbia abbinata e infine il bracciale in acciaio inossidabile Luxe abbinabile ad altri gioielli. 

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Prezzi e disponibilità
Alta HR è già disponibile su Fitbit.com e nei negozi di tutto il mondo a € 149,99; i modelli Special Edition a € 169,99; i cinturini fitness classic a € 29,99; i cinturini in pelle Luxe a € 59,99 e il braccialetto in metallo Luxe a € 89,99.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

iPhone 8: il cambio di passo di Apple.

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iPhone 8: il cambio di passo di Apple.

Sono passati ormai diversi mesi da quando Apple, il 7 settembre 2016, ha presentato al mondo il suo iPhone 7, e per contro ne mancano sempre meno alla presentazione ufficiale del suo prossimo smartphone top di gamma, che dovrebbe rispondere al nome di iPhone 8. Sono diverse le ragioni per cui aspettarsi un dispositivo rivoluzionario – più del solito, si intende – e sono già tante le voci in circolazione sulle sue caratteristiche tecniche e novità. Andiamo però con ordine, cercando di analizzare lo scenario.

iPhone 7, tante novità e differenziazione

Prima di parlare di iPhone 8, facciamo un passo indietro. Già con iPhone 7 il cambio di marcia della Mela è stato abbastanza evidente, soprattutto in due direzioni. La prima è quella per cui è stata Apple a prendere spunto dalla concorrenza, con l’introduzione della doppia fotocamera esterna su iPhone 7 Plus dopo che, diversi mesi a MWC 2016, Huawei P9 già presentava questa caratteristica. Apple ha preso coscienza della tendenza – stranamente senza essere prima a lanciarla – e l’ha implementata, facendone una delle funzionalità top del nuovo iPhone, ma ha anche ascoltato gli utenti re-introducendo un modello nero, colore ideale di uno smartphone per tanti  (si sa, il nero sta bene su tutto).

La seconda strada presa da Apple è quella della differenziazione, intesa come interna in questo caso, visto che dal resto dei competitor è già separata in maniera abbastanza netta (praticamente l’unica azienda a sviluppare un OS appositamente per un dispositivo ed a sviluppare anche lo stesso dispositivo di destinazione). La differenziazione tra il modello standard da 4.7 pollici e quello Plus da 5.5 pollici era già presente in precedenza, ma con iPhone 7 e iPhone 7 Plus è stata resa esclusiva sulla versione più grande una caratteristica che fa gola a tanti utenti – praticamente raddoppiando le vendite del modello Plus rispetto al totale – la doppia fotocamera esterna citata in precedenza. Mentre verosimilmente la doppia fotocamera passerà quest’anno anche sul modello da 4.7 pollici, credo fortemente che Apple proporrà nuovamente funzionalità esclusive per il modello Plus.

iPhone 8: design e caratteristiche 

Passiamo ora alle cose serie. Sono come già detto tante le indiscrezioni in circolazione riguardanti il nuovo iPhone. Sembrano essere tutti d’accordo sul suo nome: iPhone 8. Potreste obiettare che dopo iPhone 7 dovrebbe essere – secondo l’alternanza ormai da anni adottata da Apple – il turno di iPhone 7s. L’azienda di Cupertino invece dovrebbe saltare questo nome, presumibilmente per evidenziare il distacco tra l’attuale flagship ed il prossimo, che sarà diverso non solo nelle caratteristiche tecniche ma anche – e questo è ciò che segna il passaggio da un numero all’altro, come tra iPhone 5 e 6 – nell’estetica. Le grosse modifiche dovrebbero essere apportate dall’azienda perché il 2017 è un anno molto speciale, è quello del 10° anniversario dalla presentazione del primo, storico, iPhone del 9 gennaio 2007.

Su quali saranno le modifiche in oggetto è difficile districarsi, perciò vi racconto quelle che secondo me sono le più probabili, insieme alle indiscrezioni più diffuse e supportate. Anzitutto dovrebbe fortemente cambiare l’estetica, con un display bezel-less, che praticamente sfrutterebbe tutto lo spazio disponibile, con una sparizione (o quasi) delle cornici. In questo caso fa rumore l’eliminazione del tasto home fisico, per cui lo stesso tasto home – insieme al lettore di impronte Touch ID – andrebbe ad essere integrato nello schermo, consentendo di utilizzare quella frazione di pannello. Lo stesso dovrebbe accadere con la fotocamera interna e con lo speaker per le chiamate (sensore di luminosità e prossimità inclusi).

iphone 8

Fonte immagine: kropekk_pl https://pixabay.com/it/users/kropekk_pl-114936/

Non solo novità, anche uno sguardo indietro

Ancora, la parte esterna potrebbe subire modifiche a livello concreto, con il passaggio dall’utilizzo dell’alluminio al vetro. Si tratterebbe in questo caso di un ritorno al passato, con un retro del dispositivo molto simile a quello già visto su iPhone 4/4S. Come accennato già nella prima parte del post, sarà verosimilmente integrata la doppia fotocamera esterna su iPhone 8 da 4.7 pollici, perciò il dubbio è sulle caratteristiche esclusive di iPhone 8 Plus da 5.5 pollici. Secondo me potrebbe essere utilizzato nel dispositivo più grande uno schermo con tecnologia OLED anziché LCD, che garantirebbe qualità delle immagini nettamente superiore.

Indiscrezioni

In chiusura di post ci tengo a sottolineare come tutte le informazioni in questo post non sono ufficiali e potrebbero essere parzialmente o anche totalmente errate al momento della presentazione ufficiale del dispositivo – a proposito, iPhone 8 dovrebbe essere presentato, come al solito, a settembre.

Quali caratteristiche vi piacerebbe vedere sul prossimo iPhone?

FONTE: MacRumors

TEDMED. Lo Human Centered Design e il Visual Thinking al servizio di pazienti e medici.

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TEDMED. Lo Human Centered Design e il Visual Thinking al servizio di pazienti e medici.

 

“What if I can design my care?”

Per chi non lo conosce, TEDMED è un evento di fama mondiale che riunisce una comunità globale di leader del settore medicale, delle nuove tecnologie e di ‘pensatori curiosi’. Grazie a Call4Brain e FightTheStroke, il TEDMED Live anche quest’anno è approdato a Milano, il 2 dicembre, con un’agenda stimolante, che ha alternato parentesi di entertainment con Enrico Bertolino e Lercio a discussioni scientifiche e workshop.

“What if I can design my care?”, proposto da Frog e Wacom, è stato uno dei momenti più pratici della giornata in cui, matita in mano, l’intero pubblico, guidato da Stefania Marcoli, si è ritrovato a…disegnare!

Cosa c’è infatti di più immediato di un disegno che, come le ricerche dimostrano, rimane per giunta più fisso nella memoria?

Il Visual Thinking diventa uno strumento interattivo prima per se stessi e poi per gli altri perché aiuta a confrontarsi con le persone e a discutere di un problema. Ma la sfida di Frog è ancora più ambiziosa. In una società in cui i dottori ormai hanno al massimo 5/6 minuti per visitare i propri pazienti è possibile farli comunicare nel miglior modo possibile?
Human Centered Design e Visual Thinking: il disegno come comunicazione medico-paziente.


Chi studia soluzioni per migliorare la vita dei pazienti dimentica troppo spesso della loro situazione psicologica, sociale ed economica, perdendo di vista il loro interesse primario: non soffrire più. Lo Human Centered Design mette invece al centro l’individuo e pensa ai suoi bisogni per produrre innovazione, tanto più che, come dimostrato scientificamente, più il paziente è coinvolto, meglio funziona la cura.
Usando poi il disegno, Frog propone una soluzione alla portata di tutti dove non è importante la qualità del disegno in sé, ma il pensiero, i bisogni reali ed emotivi che vi sono dietro.
Il paziente si ritrova così a disegnare il proprio cerchio della fiducia, la propria esperienza di malattia, incluse le emozioni avute e quanto abbiano impattato su di lui. La storia della patologia diventa più evidente e schematizzata, ma sempre con figure umane presenti, per generare empatia da parte di chi la guarda (il medico) e immedesimazione (il paziente). Da qui, si arriva più facilmente a una comunicazione bidirezionale, senza più i limiti delle parole, a volte difficili da tirar fuori, che non può che giovare al medico e al paziente.
Questo nuovo approccio comunicativo, che racchiude design, ricerca, clinica ed emozioni è alla base della Evidence Based Medicine e sta dando buoni frutti nella comunicazione dei rischi cardiovascolari, portata avanti dal CEBM (Centre for Evidence Based Medicine) di Oxford, che insieme a Frog ha creato un toolkit a disposizione dei medici gratuitamente.