Come si costruisce e si misura la Reputazione?

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Come si costruisce e si misura la Reputazione?

Nasce Reputation Science, la prima società in Italia che unisce comunicazione tradizionale e digitale, per un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della Reputazione

La reputazione, di un brand, di un manager o di qualunque persona fisica si costruisce e si modifica sia nell’ambiente digitale che nell’ambiente analogico.

Da questo assunto è nata Reputation Science, società creata da Community Group e Reputation Manager per costruire, rafforzare e proteggere il bene più prezioso che ognuno di noi possiede.

L’innovativa joint venture ha dato alla luce la prima società in Italia che unisce le competenze della comunicazione tradizionale e digitale mettendo a disposizione un supporto strategico e consulenziale, basato su un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della reputazione.

Community Group, gruppo di reputation management fondato e guidato da Auro Palomba, e Reputation Manager, leader nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico fondata e guidata da Andrea Barchiesi, a fine luglio hanno annunciato la nascita di questa nuova società che conta su un gruppo di 80 professionisti, tra esperti di comunicazione, ingegneri, consulenti di crisis management e analisti che in Community Group e Reputation Manager hanno acquisito un track record e le competenze che li posizionano oggi ai più elevati standard del mercato.

“Ogni impresa, istituzione o manager sa bene quanto la reputazione sia un asset centrale nella capacitaÌ di perseguire i propri obiettivi di crescita” – afferma Auro Palomba, Chairman di Reputation Science e di Community Group. “Con l’esplosione dell’accesso alla rete, sono cambiati i paradigmi della comunicazione: restare invisibili non è più un’opzione percorribile, dal momento che i media e le community – online e offline – hanno sempre più la capacità di definire la nostra identità anche in modo autonomo, se il flusso di informazioni non viene gestito. La capacità di parlare ai propri stakeholder” – continua Auro Palomba – “rende dunque obsoleta la tradizionale barriera tra comunicazione online e offline, e sempre più necessaria una gestione integrata della reputazione”.

“Le basi non sono cambiate: le aziende devono essere in grado di raggiungere il proprio pubblico nelle piazze in cui la reputazione si forma, con nuovi linguaggi e nuovi approcci. Questo scenario impone la necessità di dotarsi di un metodo scientifico e rigoroso, in grado di cogliere questa complessità e permettere la definizione di una strategia di gestione della reputazione di ampio respiro. Sono questi gli assunti sui cui abbiamo creato Reputation Science” ha concluso Palomba.

“Crediamo fortemente e da sempre in un approccio scientifico alla comunicazione, integrato in tutte le fasi del ciclo reputazionale: dalla definizione degli obiettivi di comunicazione dell’azienda alla proposizione strategica per realizzarli” ha commentato Andrea Barchiesi, Ceo di Reputation Science e di Reputation Manager.
“Reputation Science nasce con l’intento di offrire alle aziende un altissimo livello di consulenza basato su un approccio olistico alla costruzione della reputazione”.

Nell’advisory board di Reputation Science siedono oltre a, Palomba e Barchiesi, Giuliano Pasini, Roberto Patriarca, Marco Rubino, Davide Cefis, Elisa Fusaro, Daniele Marini, Pasquo Cicchini e Silvia Borsari.

 

Telegram: uno strumento prezioso per il direct marketing

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Telegram: uno strumento prezioso per il direct marketing

Negli ultimi mesi si è tanto parlato di Whatsapp for Business, ma c’è un’altra applicazione di messaggistica istantanea che si sta facendo sempre più strada: Telegram.

L’applicazione è nata nel 2013 ad opera di Pavel Durov, imprenditore e informatico russo classe 1984. Telegram punta sulla privacy e la completa gratuità, l’app è infatti senza scopo di lucro. Durov ha sempre sostenuto che la sua società non guadagnerà tramite i metadati degli utenti. Le uniche forme di monetizzazione potranno essere donazioni volontarie o funzioni aggiuntive a pagamento. Telegram ha introdotto la crittografia end to end prima di Whatsapp e la sincronizzazione desktop mobile. In più vanta i bot, i canali e gli stickers.
L’app è utilizzabile su tutti i dispositivi mobili e desktop allo stesso tempo e individualmente.

Telegram è in forte crescita tant’è che, come annunciato il 18 marzo sul blog ufficiale, ha recentemente raggiunto i 200 milioni utenti attivi mensilmente e conta 15 miliardi di messaggi inviati quotidianamente. L’app sta attraversando un vero e proprio boom non solo tra gli esperti digital ma anche le aziende iniziano a scoprire le potenzialità di questo strumento e adoperarlo nelle proprie strategie di marketing.

 

Canali e Bot due funzionalità preziose
Prima di passare ad analizzare l’utilizzo di Telegram in una strategia aziendale vediamo di chiarire prima le due funzionalità uniche e specifiche dell’app: i canali e i bot.

  • Canali: Sono dei gruppi di utenti pubblici monodirezionali, ossia solo gli amministratori possono pubblicare mentre i membri possono solo fruire dei contenuti. Il bacino è molto ampio, i canali infatti hanno un numero illimitato di utenti. Sono dotati di un’username e chiunque può trovarli usando la ricerca in Telegram e unirsi. A differenza dei gruppi su Whatsapp i nuovi membri possono visualizzare l’intera cronologia del canale quando si uniscono.
  • Bot: tecnicamente sono dei contatti automatici in grado di eseguire per noi numerose azioni semplicemente dall’interno della conversazione. Si differenziano tra bot standalone e bot inline. I primi sono sviluppati da terzi e possono venir inseriti sia da mobile che da desktop direttamente in una finestra di chat. Basta un click sul link e il bot sarà automaticamente inserito tra le nostre conversazioni e disponibile.
  • I bot inline, invece, sono interni e funzionano ancora più semplicemente, basta digitare in qualsiasi conversazione “@nomedelbot parametro”, sia da Telegram Web che da Telegram Desktop, senza bisogno di aggiungerli a priori.

 

Telegram 

per il Business, come integrarlo in una strategia aziendale
Siamo finalmente arrivati al nocciolo della questione: come Telegram può essere un prezioso alleato all’interno di una strategia di comunicazione. Telegram a differenza di Whatsapp for business non si è posto come un canale dove le aziende possono contattare gli utenti. L’applicazione grazie alle sue funzionalità particolari offre la possibilità sia di migliorare la comunicazione interna che quella esterna.

Comunicazione interna
Per quanto riguarda la comunicazione interna è possibile semplificare il flusso comunicativo e informativo di un team semplicemente creando gruppi e abilitando l’applicazione sia su smartphone che desktop di tutto lo staff. Ciascuno potrà impostare un @nomeutente così da semplificare la menzione del destinatario di ogni messaggio. Non dimentichiamo che si possono inviare files di ogni genere: messaggi testuali, video, immagini, file audio registrati al momento o file fino a 1,5 giga. È possibile utilizzare gli # per categorizzare e semplificare la ricerca di determinati argomenti, così da poterli ritrovare in un secondo momento.

 

 

Per quanto riguarda la comunicazione esterna Telegram si può adoperare in due modi distinti ed entrambi funzionali: micro community e costumer care.

 

Micro Community
Grazie ai canali si può andare a creare una community di riferimento con cui creare un rapporto comunicativo privilegiato. Come anticipato i canali sono monodirezionali, quindi la comunicazione è uno a molti (come la Tv o la radio) ma indirizzato a un target realmente interessato e non generalista. Chi infatti decide di iscriversi a un canale Telegram è fortemente motivato e interessato all’argomento.
Essere iscritto a un canale funziona come essere iscritto a una newsletter, ma più personale, diretto e per tua volontà. Funziona come un piccolo blog sempre a portata di smartphone. È tutto giocato sul mandare comunicazioni e novità tramite messaggistica, in modo quindi più diretto e immediato. Basti pensare quanto più velocemente leggiamo messaggi rispetto alle mail.
Come detto gli utenti non potranno commentare direttamente ma grazie a particolari bot potranno interagire.

 

Gli amministratori possono decidere se moderare i commenti (@lcommentsBot), creare votazioni e sondaggi (@vote) o permettere agli utenti di lasciare una “reaction” ai contenuti (@like). Grazie a bot come @ChannelHelp si possono programmare i post e crearne di attrattivi con gif, infografiche, foto seguite da testi. Si ha inoltre la possibilità di girare contenuti da altri canali o condivisi nei gruppi, ricordandosi però di mantenere sempre un coerenza con il proprio business e settore. In questo caso è possibile creare anche dei piccoli momenti dedicati all’intrattenimento, grazie a bot dedicati a quiz tematici o giochi online.

 

Costumer care
Passiamo al customer care, pratica ormai largamente diffusa e apprezzata attraverso i social. Grazie a Telegram è possibile fornire un servizio di costumer care in tempo reale per i propri utenti sia attraverso una live chat o impostando un bot di assistenza. È inoltre possibile creare gruppi fino a 20.000 membri e consentire agli utenti di iscriversi tramite link senza condividere i propri contatti personali, come il numero di telefono, a meno che non lo si desideri. È possibile anche passare dal gruppo ad una chat individuale senza doversi scambiare i dati. Nei gruppi o canali dedicati all’assistenza è possibile creare delle FAQ sui servizi e problematiche dell’azienda. Si potrà così aiutare l’utente a risolvere i dubbi più comuni sull’acquisto di un prodotto o in fase preliminare per aiutare a capire quale sia il servizio più idoneo alle proprie esigenze.

 

Come abbiamo visto quella che all’apparenza può sembrare una semplice app per la messaggistica istantanea cela invece un enorme potenziale a livello comunicativo.
Telegram offre la possibilità alle aziende di costruire una relazione solida e duratura con i propri utenti, puntando su azioni di direct marketing specifiche, pensate ad hoc per la propria nicchia e in modo puntuale e smart.

Fake News: tutta colpa di Internet?

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Fake News: tutta colpa di Internet?

Forse è solo tutta colpa di internet. Ormai è diventato impossibile tenere il conto delle bufale messe in giro. E in effetti, da qualche tempo, è diventata una consuetudine vedere il web e i social media invasi da fake news o notizie distorte. E, come se questo non bastasse, sempre più spesso la comunità scientifica viene presa di mira, bollata come inaffidabile e corrotta. Credere che ci sia una relazione fra i vaccini e l’insorgere dell’autismo è una delle bufale più diffuse in ambito medico che ha scaldato, negli ultimi mesi, non pochi animi

Vero come la finzione
Circa cinquant’anni fa si diceva che la libertà poteva essere minacciata dalla scarsità delle informazioni, e invece oggi è esattamente il contrario. La rete, con la gran massa di informazioni che produce e smaltisce, ci appare problematica e ambigua, tanto ricca di opportunità quanto di insidie. In realtà sembra che i media e la rete non siano più dei semplici mezzi di comunicazione, anzi sono entrati in maniera così forte nella vita di tutti i giorni, da apparire ormai come il nostro vero e proprio habitat. È come se i nuovi medium fossero diventati veri e propri costruttori di realtà, aldilà della realtà stessa. Siamo davanti ad un depotenziamento del reale a vantaggio delle sue rappresentazioni, spesso false. Dalla vacanza al mare, alla morte di un vip, dall’attentato terroristico fino all’after party del weekend, tutto, insomma, sembra fatto per darne notizia sui social. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione di ogni piccolo frammento di vita, e poco importa se ciò che è appena stato condiviso sui social è reale oppure no.

Non è vero ma ci credo
Il 2017 è stato sicuramente l’anno delle bufale, l’espressione fake news è stata talmente citata che il Collins Dictionary Word l’ha scelta come espressione del 2017, mentre Wikipedia l’ha inserita tra le nuove voci, insieme a bufala e post-verità. Ma cosa ci spinge a credere alle fake news? Probabilmente la portata delle notizie false, che di solito citano fonti credibili, ma non veritiere, o ancora un particolare trasporto nei confronti della news. Tutto ciò ci induce a credere e ricondividere ciò che in realtà non esiste. Perchè molti giovani non sanno riconoscere le bufale? Uno studio dell’Università di Stanford ha provato a fornirci una risposta. Nel rapporto si definisce deprimente la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet. I nativi digitali che possono, senza problemi, passare da Facebook ad  Instagram pianificando le diverse pubblicazioni ed hashtag performanti, quando devono valutare un’informazione che passa attraverso i social media vengono facilmente ingannati. Tra gennaio del 2015 e il giugno del 2016 i ricercatori hanno sottoposto gli studenti di scuole medie, superiori e universitari in 12 Stati a 56 diverse prove: in ognuna di esse lo studente doveva stabilire se e quanto erano affidabili le informazioni digitali presentate e per quale motivo.

I ricercatori dopo aver analizzato quasi 8mila risposte si sono accorti che la situazione era molto più grave del previsto. Ma non sono solo le bufale a preoccupare, lo studio ha anche evidenziato che i giovani non sanno riconoscere un contenuto pubblicitario da una notizia. Il problema non sono le pubblicità tradizionali, ma il native advertising. Quasi l’80% degli studenti di scuola media intervistati non ha capito, per esempio, che la scritta “contenuto sponsorizzato” indicasse  un’inserzione pubblicitaria.

Smascherare una bufala? Si potrebbe insegnare a scuola
Le fake news sono perennemente accessibili grazie a internet, mentre parallelamente si è indebolito il controllo dei contenuti da parte dei media. Questo significa che ogni cittadino ora deve cominciare, e imparare, a pensare un po’ come un fact-checker. Per combattere la disinformazione  perché non giocare d’anticipo e insegnare fin dalla scuola un metodo per riconoscere le bufale? Invece di limitarsi a smascherare le bufale, si potrebbero offrire strumenti di ragionamento per sviluppare il pensiero critico. È su queste basi che nasce in Uganda il progetto Informed Health Choices nato su ispirazione del best seller Testing treatments (Dove sono le prove?) scaricabile da qui. Il team dell’Informed Health Choices si ripromette, quindi, di insegnare al pubblico a farsi le domande giuste quando sono di fronte a un’affermazione che riguarda la salute.

È tutto un business
Lo scorso novembre un’inchiesta di Buzzfeed ha smascherato una rete di siti italiani creati appositamente per diffondere fake news, notizie copiate e disinformazione. Un vero e proprio business costituito da un network di 170 domini internet e diverse pagine facebook, tutte di proprietà della società Web365. I contenuti appartengono ad alcune categorie ben riconoscibili all’alto potenziale virale: articoli contro gli immigrati o che esaltano posizioni nazional popolari, pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo e sul clickbaiting. BuzzFeed ha analizzato le interazioni e le condivisioni che i post di queste pagine hanno generato: in molti casi venivano addirittura superate grandi testate nazionali. Che dire poi del business delle fake news alimentari che promettono tutte la stessa cosa:  vivere più a lungo, perdere peso in fretta, renderci più belli. E a testimoniare il successo di diete o alimenti ci sono spesso star della tv, vip e influencer che contribuiscono alla causa postando ogni giorno sui propri profili social immagini in cui consumano questi prodotti. Il messaggio, accompagnato spesso da un codice sconto con referral link, è chiaro e semplice: puoi diventare esattamente così a patto di seguire questa dieta, comprare quel libro o bere tutti i giorni almeno due tazze di thé.

Come Facebook combatte le fake news
È di pochi giorni fa la notizia della minaccia del colosso pubblicitario Unilever, il secondo più grande inserzionista al mondo (l’anno scorso ha investito in adv digitale più di 9 miliardi di dollari), che ha fatto sapere a Facebook e Google di smettere di fare pubblicità sulle loro piattaforme se non faranno di più per combattere le fake news.  Ed ecco che il team di Zuckemberg  qui la nota ufficiale si mette all’opera introducendo una nuova misura per contenere le fake news affidandosi alla voce e al parere di chi conta di più: gli utenti. Saranno le persone a dire se si fidano delle testate da cui apprendono informazioni e, più una fonte sarà ritenuta attendibile, più i contenuti che pubblicano guadagneranno visibilità nel News Feed. Una funzione che ridurrà sensibilmente la quantità di informazioni che transitano per i feed ma che andrà a migliorarne la qualità. Quando una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà l’analisi scritta da chi l’ha verificata, nella sezione sottostante. In Italia con la collaborazione e il supporto di Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles, si potrà segnalare una storia giudicata falsa. Se la storia dovesse essere inventata o parzialmente non vera, sotto al post dell’amico (che sarà avvisato con una notifica di aver condiviso una fake news), Facebook mosterà un riquadro in cui farà vedere l’altra versione dei fatti con l’analisi degli esperti, togliendo importanza alla condivisione dal flusso del news feed. Se invece l’articolo risulterà essere fondato, il social introdurrà una sorta di etichetta che farà da garante sulla veridicità della storia.

Bufale e legalità
Dal 1° gennaio in Germania è entrata in vigore la prima legge al mondo contro i post offensivi, le fake news e l’odio online. Costringe i social network con più di due milioni di iscritti a cancellare i contenuti diffamatori presenti al loro interno, pena sanzioni che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro. Secondo un’inchiesta di Deutschlandfunk nel primo mese, l’Ufficio federale di giustizia che controlla la legge ha ricevuto solo 98 reclami.
Anche la Francia sta lavorando alla sua legge contro le fake news. Annunciata il 4 gennaio scorso dal presidente Macron si chiamerà legge sulla fiducia e l’affidabilità dell’informazione. La legge antifake news sarà promulgata entro maggio.
E in Italia? Dal 18 gennaio è attivo il nuovo servizio dalla Polizia postale che ha lanciato il progetto Red button. Il cittadino è in grado di segnalare alla Polizia.

l’esistenza di fake news. Qualora venga individuata con esattezza una bufala, sul sito del Commissariato di ps online e sui canali social istituzionali verrà pubblicata una smentita.

Bad News: il vaccino contro le bufale
Si tratta di un gioco e contemporaneamente di un esperimento sociale è Bad news che invita l’utente a mettersi nei panni di un creatore di bufale. Il gioco è stato realizzato da un team dell’università di Cambridge assieme ad un collettivo di giornalisti e ricercatori olandesi DrogL’ambizioso obiettivo? Svelare i meccanismi della falsificazione in rete: come nasce una notizia falsa, come si diffonde, che effetti provoca contro la rapida diffusione della disinformazione. Nel gioco il player deve riuscire a creare il caos, aumentando consenso usando l’unica arma delle notizie false, il tutto mantenendo un buon punteggio di credibilità per rimanere il più persuasivo possibile. Il tutto è abbastanza realistico. L’idea di base dell’esperimento è quello di fungere da una specie di  vaccino contro le fake news; vestendo i panni di qualcuno che tenta di ingannare dovresti diventare abile ad individuare e smontare quelle stesse tecniche. Il rischio, però, è che diventi una palestra dove chi già lavora con le fake news può allenarsi. Staremo a vedere, fra sei mesi, infatti, risultati saranno pubblicati su una rivista scientifica.

 

Customer Onboarding: trasformare gli utenti in clienti fedeli

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Customer Onboarding: trasformare gli utenti in clienti fedeli

Le fasi di activation e di retention sono fondamentali per poter fidelizzare i propri visitatori e renderli utenti attivi del proprio prodotto SaaS.

Avere però ottimizzata solo la prima di queste due fasi non basta.

Se si riesce a far iscrivere i visitatori alla prova gratuita del proprio servizio digitale, bisogna poi concentrarsi nel farli interagire costantemente con esso.

Infatti una percentuale significativa di utenti che si registrano, accederà una volta sola all’area riservata del sito e non ci farà più ritorno.

É necessario quindi contenere tale percentuale altrimenti si rischierebbe soltanto di bruciare tutto il budget destinato ai canali marketing di acquisizione.

Tra le tante ragioni dell’abbandono di un sito, ci sono le seguenti:
– l’utente non capisce come utilizzare il prodotto
– l’utente ha frainteso quali sono le funzionalità del servizio
– l’utente non riesce a giungere velocemente (o non viene portato con una certa frequenza) all’area principale del prodotto
– l’utente non comprende il valore e l’utilità del servizio

Perciò, alla fine, l’utente… se ne va.

Una parte del problema potrebbe essere costituito dal fatto di averlo lasciato solo al proprio destino nello scoprire come interagire con l’applicazione SaaS oppure di aver creato un pessimo percorso di esperienza utente.

Il modo migliore per risolvere la situazione e diminuire notevolmente la percentuale di abbandono si basa sul progettare un onboarding semplice e diretta all’obiettivo.
Che cos’è la Customer Onboarding?

La Customer Onboarding è il processo attraverso il quale il visitatore di un sito web viene guidato dal momento iniziale di ricezione della prima mail di benvenuto fino a tutti gli step successivi sul sito web per poter interagire con il servizio ed imparare ad utilizzare efficacemente le sue funzionalità principali.

L’obiettivo primario di tale processo è trasformare i visitatori in utenti attivi e fedeli alla piattaforma SaaS.

Statisticamente il 40-60% degli utenti che si iscrivono alla prova gratuita di un servizio la userà una volta sola e non ci farà più ritorno. La Customer Onboarding serve proprio a minimizzare il più possibile questo rischio.
Perché è fondamentale la Funnel Analysis?

Un aspetto decisamente importante per poter costituire un processo valido di onboarding sta nel monitorare il comportamento degli utenti quando interagiscono per la prima volta con l’app SaaS.

Si tratta della Funnel Analysis, l’analisi degli step e dei tassi di conversioni tra gli step che l’utente deve compiere per completare con successo un’attività all’interno del prodotto digitale.

Per implementare questo tracciamento generale, si può fare uso di uno dei seguenti tool: Mixpanel o Heap Analytics.

Sebbene il primo sia più popolare, anche il secondo risulta essere molto interessante ed utile. Perciò si consiglia di provarli entrambi e di scegliere successivamente quello più funzionale ed adeguato alle proprie esigenze.

Durante questa analisi, si suggerisce di trovare la risposta alle seguenti domande:
-Quali sono le azioni principali che si vuole che gli utenti eseguano all’interno del servizio?
-Quali passaggi intermedi l’utente deve compiere per interagire con una core feature dell’app?
-In quali fasi si verifica un abbandono significativo nelle sessioni utente?

-In queste fasi quali sono i comportamenti di chi abbandona e quali di chi continua lungo il funnel?

Le risposte a queste domande potranno far certamente comodo nel momento della pianificazione del Customer Onboarding.

Inoltre, seguendo la terza domanda, se si notano dei tassi di abbandono consistenti durante l’esperienza di onboarding, un ulteriore consiglio è quello di avviare degli usability test.

Per farlo, ci si può servire di Usertesting o Youeye, servizi che permettono di raccogliere questo tipo di informazioni da vari utenti qualificati.
Perché bisogna spingere gli utenti verso il loro AHA moment?

Il metodo migliore per evitare che gli abbandoni siano molto rilevanti sta nel condurre velocemente i visitatori verso il loro AHA moment, il momento in cui gli utenti fedeli si innamorano del prodotto e rimangono attivi nel tempo.

Sean Ellis, l’uomo che ha coniato il termine Growth Hacking, citò in una sua presentazione l’esempio di Twitter, quando si rivelò che una volta che un utente iniziava a seguire altri 30 account, sarebbe rimasto per sempre attivo.

Grazie a questa scoperta il team di sviluppo di Twitter integrò nell’onboarding il passaggio principale che consigliava (forzatamente) agli utenti di seguire altre persone con interessi simili o altri account di brand famosi. Non è difficile indovinare quale fosse il numero preciso di nuovi profili da seguire: 30.

Customer Onboarding: conclusioni

Se si crede che facendo semplicemente iscrivere l’utente alla propria app SaaS, inizierà immediatamente ad utilizzarla al meglio, si sta commettendo un grosso errore di valutazione.

In questo articolo si è affrontato il tema del Customer Onboarding, fondamentale per aumentare il tasso di retention e di engagement nel proprio servizio digitale, rendendo la maggior parte degli utenti dei clienti soddisfatti, attivi e fedeli nel tempo.

Per raggiungere tale obiettivo, bisogna effettuare un’ottima analisi del funnel ed individuare il modo migliore per mettere gli utenti di fronte al loro AHA moment.

Ritorno al passato: quando la nostalgia guida i consumi

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Ritorno al passato: quando la nostalgia guida i consumi

Se siete ancora molto lontani dall’età della pensione, ma più passano gli anni e più amate ritrovarvi coi vostri coetanei per guardare con vago disgusto alle abitudini delle nuove generazioni, rimembrando con emozione e malinconia i cari bei tempi di gioventù, allora molto probabilmente siete tra i finanziatori del crescente trend nostalgico dei consumi.

 

Da qualche anno stiamo assistendo ad una sempre più crescente voglia di ritorno al passato che si sta diffondendo progressivamente in tutti gli ambiti dei consumi: cinema, tv, eventi e, non ultima, la tecnologia.

 

Del resto in un periodo in cui la tecnologia riesce a modificare radicalmente gli stili di vita in soli dieci anni o anche meno, in cui il futuro è sempre più incerto e sono crollate le certezze che hanno caratterizzato la vita delle generazioni passati, cosa c’è di più confortante che rifugiarsi nel passato?

 

Tanti sono i brand che stanno portando avanti delle vere e proprie operazioni di nostalgia marketing: una strategia che fa leva sui ricordi e sulle emozioni dei consumatori, per avvicinarli al proprio brand.

La più recente e nota operazione di nostalgia marketing è stata portata avanti da HMD Global, società finlandese che sviluppa dispositivi mobili con il marchio Nokia, che ha rilanciato il cellulare più cult di tutti gli anni 90-2000: il famoso Nokia 3310.

 

nuovo nokia 3310

 

Amato e desiderato da tutti i giovani di allora, il Nokia 3310 debuttò sul mercato nel 2000 e riuscì in soli 5 anni a vendere ben 125 milioni di esemplari. I motivi per cui amarlo erano: il design accattivante, le suonerie polifoniche, i giochi e, non da ultimo, la sua indistruttibilità.

Il nuovo 3310 è stato lanciato il 27 febbraio 2017 a Barcellona in occasione del Mobile World Congress ed è stato sorprendente notare come un piccolo e colorato feature phone sia riuscito a rubare la scena ai più innovativi smartphone di ultima generazione.

I punti di forza di questa nuova versione sono il piccolo prezzo (49 euro) e una batteria potentissima che promette un’autonomia di 29 giorni se lasciato in stand by e di 22 ore di telefonate. Una bella ventata di aria fresca che libererebbe dal giogo del caricabatteria a cui siamo costretti con gli attuali smarthphone.

Come ha fatto questo telefonino con un display da 2,4 pollici, una fotocamere da 2 megapixel e una connessione dati ridicola ad attirare tutto questo interesse? Semplice: effetto nostalgia!

Ma le emozioni basteranno a sopperire la mancanza di una fotocamera decente e l’assenza di app ormai fondamentali come Facebook, Instagram, Snapchat e, soprattutto, Whatsapp?

Lo scoprireremo tra qualche mese!

Nel caso di Nintendo l’operazione nostalgia si è rivelata più che vincente.

 

Nintendo-Classic-Mini-NES

A luglio 2016 è stato lanciato in America il Nintendo Classic Mini, una rivisitazione mignon della storica console NES, uscita nel 1986 e diventata un cult per tutti i nati tra gli anni 80 e gli anni 90.

La nuova versione del 2016 presenta il perfetto mix di nostalgia e innovazione, permettendo di rivivere vecchie emozioni con la comodità delle nuove tecnologie.

Infatti, la console viene venduta con 30 giochi cult già installati con connessione HDMI che permette di essere collegata alle tv di ultima generazione. Ogni gioco può essere riprodotto in tre diverse modalità: tubo catodico, che riproduce la stessa modalità di visualizzazione delle vecchie televisioni, con tanto di linee di scansione; modalità 4:3, che garantisce il mantenimento dell’originale look, con un leggero allungamento in orizzontale e la modalità pixel perfect, una nuova tecnologia che garantisce immagini nitide anche su schermi molto grandi.

I risultati di vendita sono stati strabilianti con un effetto nostalgia che ha portato alla rottura di stock e a posizionare il nuovo Nintendo Classic Mini in vetta alle classifiche, immediatamente dopo  la Playstation4 di Sony e la Xbox One di Microsoft, leader del mercato.

L’effetto nostalgia risulta vincente anche sul grande e sul piccolo schermo.

 

La bella e la bestia 2017

 

Il 16 Marzo ha debuttato nelle sale cinematografiche La Bella e la Bestia, live-action remake del classico del 1991,  con ben 7,4 milioni di euro guadagnati solo nel primo weekend.

La Disney si sta affezionando agli ottimi risultati ottenuti dai remake live-action degli ultimi anni: Alice in Wonderland guadagnò 116 milioni di dollari, Il Libro della Giungla 103, Maleficent 74 e Cinderella 68.

Non stupisce che il 2018 in casa Disney sarà ancora a tema remake: da Genius (prequel di Aladdin), a Tink (spinoff di Peter Pan), alla Sirenetta, ci sono tutti i presupposti per rituffarsi nei dolci ricordi d’infanzia.

Non è solo la Disney ad essere rimasta intrappolata nel baratro dei ricordi, ma la maggior parte delle uscite cinematografiche del 2017 saranno a tema nostalgia.

Il 2017 sarà l’anno dei remake di film cult anni 80 e 90.

Assisteremo al ritorno di Jumanji, a quello del cult horror It,  vedremo il reboot di Blade Runner e  persino la trasformazione in film di Baywatch e dei Power Rangers, serie televisive che hanno segnato l’infanzia di chi è nato negli anni 80 e 90.

Il 23 febbraio ha  debuttato in sala T2 Trainspotting, dell’omonimo film cult del 1996, firmato Danny Boyle.

Il secondo capitolo, tanto amato da alcuni spettatori, quanto odiato da altri, è un distillato di nostalgia pura che ben ricalca il trend di questi ultimi anni.

Trainspotting 2 ci insegna che non importa quanto il passato possa essere stato imperfetto e disagiato, di fronte al cambiamento e alle continue incertezze imposte dal futuro, la tentazione sarà sempre quella di riscoprire il caldo calore delle certezze dei tempi andati.