UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Romolo De Stefano
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UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Intervista a Romolo De Stefano, Presidente della Fondazione Ateneo Impresa

Buongiorno Romolo,

abbiamo avviato con piacere una partnership tra DIDAYS e Fondazione Ateneo Impresa, ci racconti qualcosa delle vostre iniziative? In particolare, che cos’è The Future School?

The Future School è un progetto di formazione avanzata costituito da Scuole di Alta Specializzazione “verticali” orientate alle Professioni del Futuro: la prima, The Blockchain Management School, è già partita con grande successo, a breve seguirà The Artificial Intelligence School,  ed altre focalizzate sui megatrend strategici del digitale sono in procinto di prendere avvio.

Da chi è stato promosso il progetto “The Future School”?

Dalla Fondazione Ateneo Impresa, organismo che opera per favorire la crescita e la valorizzazione della persona e dei giovani talenti e che coinvolge nei Comitati d’Onore e Scientifico illustri personalità dell’economia, dell’impresa, della cultura, della scienza e delle istituzioni, in collaborazione con Officina Visionaria, The Business Factory.

Ateneo Impresa ha una storia importante. Qualche dato?

Ateneo Impresa nasce nel 1990 e si posiziona come una tra le più qualificate Business School italiane, tra i leader nella formazione alle professioni emergenti e punto di riferimento per l’Alta formazione manageriale post-laurea: 32 patrocini istituzionali, 182 progetti di comunicazione, più di 200 formatori e testimonial, circa 10.000 ex allievi, oggi manager, professional ed imprenditori, 77.300 richieste di iscrizione a corsi e master, oltre 115.000 ore di formazione, circa 3.500.000 € di borse di studio erogate, oltre 750 aziende partner. Per quanto riguarda il placement, ad esempio dei Master, si è attestato storicamente tra l’80% e il 90% entro sei mesi dalla conclusione del corso.

Che obiettivi ha The Future School?

Coprire un vuoto strategico: formare professionisti e manager altamente richiesti dal mercato. Oggi le imprese hanno bisogno di nuove figure tecniche e gestionali fondamentali per presidiare la “digital trasformation”e governare l’impatto delle nuove tecnologie: blockchain specialist, blockchain manager, data scientist, big data analyst, IoT specialist, chief digital officer, social media specialist, digital marketer, growth hacker,  cyber security manager …

Queste tipo di specializzazioni creano sbocchi occupazionali validi? Quali opportunità si possono segnalare?

Abbiamo fatto una scelta strategica a monte: solo percorsi di formazione avanzata di qualità che generino figure specialistiche nel solco dei grandi Megatrend. Sono migliaia già oggi le richieste inevase e molte di più lo saranno nel prossimo decennio se non si formeranno le nuove professionalità. Grandissime quindi le opportunità di sbocchi lavorativi, con ruoli molto ricercati e ben retribuiti.

A chi si rivolge?

A giovani che vogliano intraprendere un percorso di alta specializzazione per costruire un progetto di carriera credibile e posizionante, a manager che vogliono acquisire le competenze innovative per favorire la competitività dell’azienda per cui operano, ad imprenditori che intendono evolvere e sviluppare il business della propria impresa

Ci parli di The Blockchain Management School? Come è organizzata?

Ogni Scuola ha una precisa identità e missione: niente “tuttologia” ma solo contenuti “verticali” in grado di trasferire metodi gestionali e tecniche applicative fondamentali per operare da protagonisti nel mercato del lavoro. Per esempio, The Blockchain Management School, promossa in collaborazione con Blockchain Core, è la prima Scuola di formazione manageriale in Italia dedicata esclusivamente alle diverse potenzialità ed applicazioni della tecnologia più dirompente e rivoluzionaria dopo internet. Abbiamo la fortuna ed il piacere di avere con noi tra i più rappresentativi esperti come, ad esempio, Gian Luca Comandini, esperto del Mise che è anche il Direttore del Master, Laura Cappello, Tech Lawer Direttore Scientifico della Scuola, Massimo Chiriatti di IBM, co-estensore del Manifesto Blockchain Italia, Federico Tenga, tra i fondatori di Chainside, Giorgio Mazzoli, co-founder ASSOB.it, Francesco Redaelli, co-founder CryptoCoinference

Quali tipologie di corsi offre?

I corsi sono progettati per rispondere alle diverse esigenze: Master Lab in formula week end, compatibile con impegni di studio e lavoro; Boot Camp, “percorsi di addestramento” intensivi su competenze mirate; Workshop specialistici con focus su tematiche verticali; Conference Days, “appuntamenti con il futuro”: esperienze, trend, novità.

Sappiamo che si è da poco conclusa la prima edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management ed è al via la seconda edizione proprio in questi giorni. Come sta procedendo?

Molto bene! L’indice di soddisfazione degli allievi della prima edizione è stata pari al 93% e ciò conferma che unire professionalità e passione produce sempre i migliori risultati. La seconda edizione è al completo e la terza, la cui partenza è prevista per i primi di febbraio, si stà formando con grande rapidità vista la forte domanda.

Riservate particolari agevolazioni per chi volesse partecipare? Esistono Borse Di Studio?

 Sono ben 16 le Borse di studio messe a disposizione dalle aziende partner ed altre se ne aggiungeranno certamente a breve. Ciò favorirà la possibilità di frequenza di chi vuole specializzarsi in un ambito professionale ad altissimo tasso di crescita. Tutte le agevolazioni sono illustrate sui siti www.theblockchainmanagementschool.it e www.ateneoimpresa.it  ma vista l’altissima richiesta è molto probabile che vengano assegnate rapidamente.

Come mai hai deciso di stringere una partnership con Digital Innovation Days?

Perchè Digital Innovation Days è ormai l’evento di riferimento in ambito Digital, trattando con ospiti di prestigio, testimonial di eccellenza e case history di successo i temi più innovativi, anticipando spesso i mega trend che stanno già rivoluzionando il mondo delle imprese.

Quali potranno essere le prospettive di questa collaborazione?

Ritengo che la partnership possa solo crescere, condividendo le rispettive esperienze e integrando le nostre storiche competenze formative, oggi orientate alla nascita di una nuova generazione di professionisti e manager in ambito Blockchain, Artificial Intelligence e Digital Innovation, con le eccezionali capacità divulgative che caratterizzano l’evento. Inoltre, il carisma e l’appassionata dedizione della CEO Eleonora Rocca, sono garanzia di qualità e valore del progetto.

Quali sono i prossimi “appuntamenti con il futuro”?

11 Ottobre, 8 Novembre e 6 Dicembre , presso la nostra sede in Villa Federlazio, a Roma, porte aperte per conoscere da vicino la 3° edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management.

Grazie a Romolo De Stefano, complimenti e … in bocca al lupo per la vostra attività!

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

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Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

 

Essere imprenditori nel mare magnum del mercato digitale non è un gioco da ragazzi. Essere leader di un team, poi, è ancora più difficile. Eppure, c’è ancora chi ha la voglia di osare e di inventare qualcosa che sia più di un’agenzia: una realtà che comunichi non solo perché si occupa di comunicazione, ma che investa e creda nelle potenzialità del digitale e nella loro continua evoluzione. Abbiamo quindi intervistato Luca Valente, CEO di Ploomia, Digital Marketing Agency con sede a Roma che in soli quattro anni si è già distinta nel panorama italiano per l’elevata professionalità e lo sguardo costantemente rivolto all’innovazione.

Luca, prima di fondare Ploomia hai lavorato per molto tempo come freelance: dov’è nata la necessità di creare qualcosa di tuo?

Dalla voglia di libertà e indipendenza. Poter scegliere come organizzare la propria quotidianità, quali momenti ritagliare per se stessi, per i propri hobby. Non sottostare alle regole stringenti dell’orario di ufficio. Scegliere di poter andare a giocare a tennis alle 11 mentre gli altri sono seduti sulla scrivania a osservare il PC o mentre masticano nervosamente l’ennesima chewing gum nella prima delle tante noiosissime riunioni del lunedì. Pensavo fossero queste le motivazioni che mi hanno portato ad aprire partita IVA e ad iniziare il percorso da consulente. Almeno inizialmente è stato questo. Poi con la consapevolezza, con i primi clienti, le prime sfide, i primi riconoscimenti ho capito che libertà e indipendenza sono solo un’illusione, un sogno da “ragazzo” e che la motivazione reale è quella di costruire la tua strada, di creare qualcosa che parli di te, che gli altri riconoscano, che possa anche solleticare il tuo orgoglio.

Attualmente lanciare una startup è il sogno nel cassetto di molti, ma la paura spesso la fa da padrone. Quali sono i falsi miti sull’imprenditoria e quali sono invece le reali difficoltà?

È un sogno di molti, ma probabilmente artificiale e indotto dai trend e dal cambiamento del contesto in cui ci muoviamo. Il mito del posto fisso oramai fa parte del passato e quindi per necessità i ragazzi sono quasi costretti a doversi inventare il lavoro. Fatico molto a convivere con il concetto di startup, almeno nella declinazione italiana dove, un po’ per la nostra predisposizione, un po’ perché è quello che ci raccontano i media, è tutto bello, fantastico, raggiungibile. Quindi facile. Le difficoltà principali oggi, oltre ovviamente alle ataviche condizioni della burocrazia italiana, sono proprio queste. Viviamo in una sorta di sovraeccitazione per il ruolo, quello dello startupper, e sui concetti di pitch, finanziamento, exit come se l’unica strada percorribile fosse quella di attendere che qualcuno si faccia carico delle nostre responsabilità. Preferisco concetti come il “fare impresa”, dove l’attenzione è sull’idea, ma ancor di più sulla ricerca ossessiva ed estenuante di come farla fruttare, renderla sostenibile e fare in modo che generi fatturato e possa pagare degli stipendi. Gli “unicorni”, le exit miliardarie sono un bel sogno ed è bene che si continui a cercarle ma è fisiologicamente impossibile che ci siano 100.000 Zuckerberg.

Ploomia è un’agenzia relativamente giovane, ma che vanta già case history e clienti di alto livello: ti aspettavi questi risultati e soprattutto cosa ti aspetti per il futuro?

Abbiamo da poco festeggiato 4 anni di età e nel primo semestre 2019 superato il risultato economico realizzato lo scorso anno. Quando con il mio socio Federico abbiamo deciso di intraprendere questa strada avevamo in mente un’idea ben chiara di agenzia: non semplici fornitori di servizi ma partner nell’ambito delle attività di marketing e nei processi di digital transformation delle realtà con cui avremmo collaborato. Speravamo che il nostro modello, basato su alta specializzazione delle figure professionali e customizzazione dei servizi, potesse essere apprezzato positivamente da clienti e mercato, ma eravamo anche ben consapevoli delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare inizialmente per trasmetterne le peculiarità. Solo grazie alla perseveranza, all’ambizione e alla ossessione per il dettaglio oggi siamo una realtà emergente del panorama digital in Italia e queste qualità sono fondamentali sia per continuare a crescere, sia per affrontare il percorso di internazionalizzazione che andremo ad intraprendere.

Il team di Ploomia è composto principalmente da giovani, quindi immaginiamo che il clima in ufficio sia molto…allegro: quanto è importante la scelta delle risorse umane e quanto conta fare teambuilding in un’azienda?

Se vendi intelligenza le persone sono fondamentali. Di conseguenza la scelta delle persone è un aspetto cruciale del tuo business se vuoi che i clienti ti scelgano e soprattutto continuino a collaborare con te. Chi si rivolge a noi chiede strategie vincenti e supporto operativo ma soprattutto visione e risposte che in un mondo in continua evoluzione può dare solo chi ha intrapreso un percorso di formazione e aggiornamento continuo. Abbiamo prestato particolare attenzione alla costruzione del team e i nostri impegni maggiori oggi sono rivolti a questo: a mantenere alto il livello di partecipazione e affiatamento nei progetti che seguiamo, a incentivare la crescita e l’aggiornamento professionale, a invogliare le occasioni di networking, a stimolare la creatività di tutti e la condivisione di idee. Si cresce come azienda se ognuno nel suo piccolo è coinvolto in un personale percorso di crescita, sia umano che professionale. I clienti lo notano e chi ci ha scelto, oggi, percepisce l’energia e la passione del nostro team.

Infine, quale messaggio porta con sé Ploomia ai Digital Innovation Days?

Saremo presenti ai Digital Innovation Days con tutto il nostro entusiasmo e la nostra passione per portare la testimonianza che alla lunga la qualità premia, ma che bisogna costantemente mettere in discussione le proprie certezze se si vogliono ottenere risultati duraturi. Una audience di Facebook esaurisce la propria portata nel giro di poche ore, una landing pensata per Adwords che ieri generava lead a 5€ oggi non fa impressions, ora abbiamo Tik Tok… domani chissà. O siamo disposti a cambiare e ricominciare oppure non andremo da nessuna parte. È una questione di atteggiamento.

#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

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#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista a Veronica Benini aka Spora, una vera capitana del web che con la sua energia e il suo talento non solo è riuscita ad affermarsi ma è diventata una autentica fonte di ispirazione per molte donne

Da architetta a blogger a imprenditrice di successo. Qual è il denominatore comune che ha accompagnato le tue scelte professionali?

L’empowerment. Ogni cosa che io abbia intrapreso è partita da un bisogno di veicolare indipendenza, autostima, sicurezza. Lo faccio gratis nei licei e università con guest speech, lo faccio gratis su Instagram, lo faccio io e altre 9 Muse ad ogni edizione dell’evento d’ispirazione che teniamo due volte all’anno, e non per ultimo è strutturante per tutte le mie attività profit. Perché alla fine conta davvero il perché fai quello che fai. Guadagnarci è una delle conseguenze.

Il web è stato uno strumento determinante nella tua carriera. Com’è cambiato il tuo modo di comunicare nel tempo? E la tua community?

Ho cominciato con un blog su Splinder nel 2005, faccio parte della prima leva di blogger. Dopo un annetto avevo capito non solo la Community ma anche LE Community e le nicchie. Ho parlato fin da subito alle donne perché ho aperto il blog per fare prevenzione contro il papillomavirus: il web mi era sembrato il posto migliore per arrivare a più donne possibili, e così è stato. La mia Community si è evoluta negli anni perché mi sono evoluta anche io. Molte persone tornano adesso perché sentono parlare di me e mi dicono “Ma dai, ti seguivo su Splinder, guarda quanta strada hai fatto!” ed è molto bello. Diciamo che all’inizio vai a vista, poi inizi a capire certe dinamiche e le accompagni, spesso le induci. Quando la tua Community è abbastanza forte inizi a destare l’interesse dei brand e hai due scelte: la monetizzi tu o la vendi ai brand. Io ho deciso di monetizzarla da sola al 2010 con la creazione di Stiletto Academy, poi Insplagenda, le consulenze e infine Corsetty.

Non tutti sanno che dietro alla comunicazione di successo dell’Estetista Cinica c’è il tuo zampino. Ci racconti com’è nata l’idea delle vignette?

Cristina mi seguiva in un blog corale dove parlavo di sesso con ironia. È venuta a conoscermi ad un aperitivo e mi ha invitata nel suo Centro Medico Estetico, già avviato in Piazza Buonarroti. Mi disse che voleva fare delle vignette da appendere ai muri delle cabine con questa fantomatica Estetista Cinica che rispondeva tagliente alle domande assurde delle clienti. Mi disse il primo testo: “Sono gonfia” e la Cinica risponde: “No, sei grassa”. E lì vidi come in una carrellata velocissima delle illustrazioni su Facebook e le migliaia di condivisioni. Quello stesso pomeriggio le aprii la pagina disegnando la vignetta con quella facciozza che diventò il suo logo, e gliel’ho tenuta per un annetto e mezzo condividendo alla mia Community ogni vignetta per crearle il primo zoccolo duro di fan. Poi lei, capendo le dinamiche non solo di comunicazione ma anche di marketing applicate ai social ha continuato con video e newsletter fino a diventare quel mostro sacro delle stories. Non sarebbe diventata l’Estetista Cinica se non fosse una genia.

Hai mai avuto paura di fallire? Come hai affrontato un fallimento professionale?

Sono fallita molte volte ed è stato brutto ogni singola volta. Nel 2012 ho lanciato una linea di sandali trasformabili e non sono riuscita a far correggere dei problemi del modello. Ho dovuto “abortire” la startup dopo aver fatto il lancio stampa ed essere uscita su molti giornali e femminili. Ho scelto di raccontare il mio fallimento come facente parte del mio percorso, trovo che se non hai mai preso una musàta non capirai bene come s’intraprende, e il motivo è semplice: è meno grave di quel che si pensa, anche se doloroso per ego, tasche e immagine, quindi se non ti è mai successo avrai molta più paura e sarai molto meno ardita di qualcuno che è già fallito. Provateci e fallite e poi invece di far finta di niente: raccontatelo.

Quanto conta secondo te una laurea o un master in marketing o in comunicazione nella costruzione del proprio percorso professionale?

Non conta molto il dove impari perché le doti comunicative sono della persona, non sono dovute alla formazione, e poi perché in Italia non esiste una singolo ente formativo in grado di formare ai nuovi mestieri del web. Fanno teoria e mai pratica. Io stessa faccio formazione ma la oriento verso la pratica e verso lo sviluppo del pensiero laterale: bisogna imparare ad usare fantasia e premeditazione, immedesimazione ed empatia per creare una buona strategia comunicativa. Direi che un marketer o comunicatore di successo è 50% intelligenza emotiva, 40% viaggi ed esperienze di ogni genere, 10% formazione. Inutile raccontarci le balle: se non sei intelligente e se non hai aperto la tua mente al mondo non combini niente di eccezionale e ti ritrovi a fare CTA nelle pagine Facebook dei brand multinazionali.

Vale solo per i freelance o anche per chi vuole lavorare come dipendente magari in una grande azienda?

Vale più pre i freelance perché le aziende vogliono le CTA e gli influencer con i fan comprati.

Chi ti segue sa che nella tua impresa hai un’attenzione particolare anche al welfare. Quali “misure” adotti per favorire il benessere delle persone che lavorano per te?

Io ho lavorato fin da giovanissima e ho fatto di tutto: cameriera, lavapiatti, babysitter, ragazza alla pari, promoter, designer 3D in open space. Poi ho fatto carriera nell’Architettura ed Ingegneria e sono diventata manager internazionale. Essendo stata nella parte bassa della piramide lavorativa ho capito quali capi mi facevano sentir parte dell’azienda e quali no, e ho sempre cercato di mettere insieme tutte le cose belle insieme ad altre che mi sarebbero piaciute, perché se sei dipendente è difficile che tu voglia batterti con sangue sudore e lacrime per un fatturato non tuo: tu lo stipendio a fine mese lo vedi lo stesso, che ti sbatta il giusto o che tu ti sbatta molto di più.

Quando ho capito che: ok che si lavora per i soldi, ma che si rimane in un posto per la cultura aziendale, ho deciso di creare la mia, e davvero a modo mio. A luglio 2018 ho aperto SPORA SRL in Corso Italia a Milano e mi sono detta che avrei creato un posto fighissimo con gente felice. Firmiamo i contratti con la penna unicorno, abbiamo introdotto e continueremo a introdurre cose gratuite come il macha nelle postazioni caffè, gli assorbenti e salvaslip in bagno, la trainer per tutte due volte a settimana nel bunker, mangiamo insieme quasi ogni venerdì ed ho un pranzo personale con ognuna una volta al mese per sentire come va.

Stiamo organizzando il viaggio annuale a Marrakech e le Salampiadi: le prime olimpiadi del lancio del salame nel corridoio perché ho sempre fatto impresa in modo affrettato (appunto come lanciare un salame in un corridoio) e voglio onorare l’incoscienza che mi ha permesso di creare 4 startup folli, tuttora attive e in crescita del 200-300% annuale. Portiamo i cani in ufficio, ogni tanto parte una canzone improbabile tipo “È grosso e non ci entra!!” e ci facciamo grasse risate in regia e montaggio dei corsi perché il mood è chiaro: noi ci divertiamo perché vogliamo che le nostre corsare si divertano mentre imparano. Gli sticker di Instagram fanno parte dei protocolli di lavoro per ogni progetto e devono essere fuori di testa. Non è facile trovare persone che incastrino nel nostro mood, ecco perché lo racconto: in questo modo quando si apre una posizione, la mia Community sa perfettamente come sia lavorare con noi e non perdiamo tempo con gente da CTA di cui sopra. Io guardo Richard Branson servire i caffè col rossetto sui suoi aerei e Elon Musk che regala un lanciafiamme e mi dico figa ragazze: se lo fanno loro allora possiamo farlo anche noi. E lo stiamo facendo.

Qual è l’ostacolo più grande che hai riscontrato nella tua attività come consulente tra le donne che vogliono lanciare un proprio business?

Molte credono che se chiami le influencer guadagni un sacco di soldi subito, non c’è cultura fra awareness e conversion; non capiscono la semina e la coda che può avere una campagna, anche nei mesi successivi. Non capiscono che stare sui social è un lavoro a tempo pieno e non puoi farlo solo ogni tanto o farlo fare a tuo cugggino; che Instagram non è un catalogo e che non si fanno le CTA (ce l’ho con le CTA, lo so). Ecco perché prendo in percorso personale solo chi ha già fatto almeno istafaiga on line e ha le basi. Dopotutto le mie ore sono limitate e preferisco lavorare con gente ben disposta, il resto mi fa fatica. A volte con la consulenza oraria mi trovo in studio una parlamentare, una dirigente di multinazionale, la CEO di un brand affermato, un giornale storico oppure una che fa torte a casa sua. È una montagna russa e ne usciamo sfinite ma frullatissime di idee, per me è una droga questa corsa all’orologio in 60 minuti per ribaltare un progetto, brand, prodotto e farlo ripartire non solo in chiave 2019 ma anche in grado di fermare il dito che scorre il feed. Sono una sensation seeker sempre al limite dell’ipomania e mi drogo con queste sfide. La mia tipologia di cliente cerca questo tipo di disruption.

Per concludere, quale consiglio daresti a una persona che lavora come dipendente ma sogna di creare una propria impresa?

Che non è per tutti e che ne proverai tante prima di quagliare giusto. Che hai 2 anni di sovrapposizione fra il lavoro dipendente di giorno e quello tuo la sera e i weekend. Che capirai che sei nella strada giusta se fare la roba tua non ti pesa e ti fa sentire un drago. Importantissimo: fattura bene prima di fare il Grande Salto, perché moltissimi pensano che la loro idea sia una bomba ma non fanno test di vendita reale, nel mercato reale, con gente e soldi reali e poi rimangono col culo a terra lanciandosi a caso. Raga, iniziate a vendere subito per vedere se funge, per aggiustare il prodotto e le dinamiche, ma non mollate il lavoro per darvi alla vostra startup, non funziona così. Ecco perché è per pochi personaggioni fuori di testa.

Io al momento ho un fisso mensile esorbitante, continuo ad assumere e spostare gente di ruolo e di uffici per ottimizzare sia l’azienda che le loro attitudini e sono serena, ma se siete del genere che si stressa e non ha un business model coi fiocchi, allora lasciate perdere perché il BM è tutto e siamo in un’era dove il Business Model te lo devi inventare di sana pianta. Un’altra cosa: i round d’investitori sembrano la roba più figa del mondo con le migliaia di euro che ti piombano magicamente nel conto, ma poi hai in casa gente che non solo ti possiede, ma mette bocca su tutto. Se hai davvero l’animo dell’imprenditore tu non vuoi gente fra le ovaie e vuoi fare di testa tua, anche se ti va male. Io ho una mentore di 59 anni che ogni tanto mi dice Vero, stai per fare una cazzata. Le racconto tutto ed è preziosa. Una volta a settimana vado anche dalla psy, perché mettere ordine in testa è il regalo più grande che possiamo farci e ti mette il turbo in modi che non avresti mai immaginato. E io non vedo perché debba negarmi di diventare la miglior versione di me stessa. Se volete fare i fighi sui palchi trovate un’idea scalabile virtualmente, fatevi il culo a strisce divertendovi con Salampiadi o similia e non fatevi incubare. Il mercato siamo noi, e noi siamo milioni di culi.

#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

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#DIDAYSGIRLPOWER | L’economista x caso: intervista ad Azzurra Rinaldi

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista ad Azzurra Rinaldi, l’@economistaxcaso di Twitter, ricercatrice in Economia e Professore di Economia dei Paesi Emergenti nonchè Direttrice del Corso di Laurea in Economia del Turismo presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma.

Grazie per aver accettato la nostra proposta d’intervista. Ci piacerebbe approfondire il tuo mondo e scoprire come si sta adattando alla trasformazione digitale in corso.

Sei molto attiva su Twitter. Com’è nato il tuo nickname @economistaxcaso? Parlaci un po’ della tua carriera.
Sì, devo confessare che sono una social-entusiasta! Li uso ormai come fonte primaria di informazione: l’importante è sapere chi seguire, costruirsi il network giusto, essere open-minded anche in un uso intelligente. La mia esperienza di condivisione è iniziata proprio circa 10 anni fa, con un blog il cui titolo era, appunto, Economista per caso (da cui il nickname), in cui affrontavo argomenti economici, ma con una lettura personale e l’imperativo di non prendersi troppo sul serio (che in molti casi è uno dei punti deboli della categoria!).

Nel frattempo, la moda dei blog è passata ed io ho costruito un percorso professionale improntato sulla passione non solo per la didattica (a cui non rinuncerei mai: l’aula ed i giovani sono uno degli aspetti che amo di più nel mio lavoro all’Università), ma anche per alcune tematiche che sento particolarmente vicine.

Unitelma e Gamma Donna hanno unito le forze per una ricerca sull’inclusione finanziaria delle imprenditrici. A che punto è questa ricerca?
Sì: grazie alla sintonia che si è creata con Valentina Parenti (la mente ed il cuore di Gamma Forum), abbiamo pensato di avviare questa iniziativa volta ad indagare due dimensioni sensibili per le donne in generale e per le imprenditrici in particolare. I report sull’Economia della felicità (una branca dell’Economia che si occupa di misurare la soddisfazione complessiva degli individui rispetto alla propria vita paese per paese) mostrano dati su cui riflettere. A livello globale, la soddisfazione delle donne, nel corso degli ultimi 35 anni, è in decrescita. Numerosi possono essere i fattori in grado di spiegare questo andamento: secondo una delle ipotesi più accreditate, può essere ben spiegato da una trasformazione nel set dei benchmark. Ovvero, fino a qualche anno fa le donne avevano come punto di riferimento le altre donne, soprattutto nei paesi avanzati.

Ora il benchmark è cambiato e sono gli uomini. Da qui la maggiore insoddisfazione: basti pensare al gender gap retributivo, di carriera, sociale, politico… e questo è il primo topic: misurare il grado di felicità delle imprenditrici italiane. Il secondo è legato all’inclusione finanziaria: la letteratura ci dimostra che le imprese a conduzione femminile tendono ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al credito. Il dato è confermato anche per il nostro paese? Siamo fermi al paradigma consolidato o qualcosa sta cambiando? È quello che stiamo cercando di capire attraverso la raccolta dei dati…

World Economic Forum sostiene che ci vorranno 108 anni per chiudere il Gender Gap. Ci suggerisci 5 mosse che, secondo te, diminuirebbero questo divario.
Ormai si è capito che, più che di gender gap, bisognerebbe parlare di maternity gap: il vero rallentamento si ha quando si rimane incinte e si procrea. Quella è una fase di stallo, sebbene naturale e biologica, da cui si fa incredibilmente fatica a recuperare in termini di opportunità lavorative, retribuzione ed avanzamento di carriera. Al primo punto, quindi, penso al congedo di paternità obbligatorio: i figli non sono solo delle madri, è giunto il momento per ripensare al paradigma famigliare ed il primo passo è condividere la gestione della prole con i padri sin dal primissimo momento. Al secondo posto, la parità in termini di accesso al potere: nel nostro paese (che si colloca in 80° posizione per gender gap secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum), ci avviciniamo alla scadenza di una legge, la Golfo-Mosca, che ci sta consentendo di ottenere risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. A volte è necessario forzare il sistema, che rischia di rimanere incagliato in meccanismi quasi automatici di riproduzione del potere. Al terzo posto, il sostegno nelle attività di cura.

Nel modello mediterraneo di welfare state, la cura di bambini, anziani e malati è quasi totalmente sulle spalle delle donne. Questo rafforza un meccanismo di esclusione, dando sollievo allo Stato: se le donne si fanno carico delle attività di cura, non è necessario produrre il servizio pubblico. Al contempo, in assenza di servizi pubblici adeguati, spesso le donne non hanno scelta. Un tipico esempio è quello degli asili nido, in cui alla carenza strutturale si aggiunge il rafforzamento di una dinamica territoriale che tende a indebolire le donne soprattuto nel Sud del paese. Un dato? A fronte di una presenza di asili per bambini sotto I 3 anni pari al 30% del totale nel Nord e nel Centro Italia (e già qui la percentuale, a mio avviso, è preoccupante!), nel Sud si arriva al 10%. Al quarto posto, l’istruzione. perché, se è vero che le ragazze italiane studiano più dei maschi, è pur vero che, per ragioni anche di natura sociale, tendono a scegliere corsi universitari che le penalizzano sia in termini retributivi che sotto il profilo delle possibilità di avanzamento professionale.

In questa direzione, ad esempio, sono ottime le iniziative di IBM e di Fondazione IBM per avvicinare le giovani donne alle STEM e prospettargli possibilità occupazionali che loro non altrimenti non considererebbero. Infine, occorre coinvolgere gli uomini: perché il gender gap davvero si riduca, non possiamo agire da sole. Conosco personalmente molti uomini (non moltissimi: smentitemi, ne sarò lieta!!!) Che sono pronti a dichiararsi femministi nel senso più puro ed originario del termine, ovvero che trovano del tutto naturale il fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità.

In che modo state favorendo l’empowerment femminile nei paesi emergenti?
Abbiamo iniziato anni fa a lavorare con Terre Des Hommes India, che è particolarmente impegnata nel supporto alle bambine. Nel Tamil Nadu, dove la ONG è collocata, all’interno dei villaggi vige una legge non scritta ma nonostante ciò ancor più vincolante: non è consentita la nascita di più di una femmina per nucleo famigliare. Dal momento che non esiste diagnostica prenatale, le bambine vengono fatte nascere e, una volta appurato il genere, vengono avvelenate. E questo succede per ogni bambina, dalla seconda in poi. Terre Des Hommes finora ha salvato circa 25.000 bambine da questo destino. Noi ci siamo affiancate a loro in attività di ricerca, di formazione e di supporto allo staff. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle realtà che troviamo sul territorio.

Ti occupi di formazione di donne e bambini libanesi e siriani: la rivoluzione digitale sta migliorando la creazione e fruizione di contenuti in ogni parte del mondo. Com’è cambiato questo mondo negli ultimi 10 anni?
Sì: questo è un altro progetto che stiamo conducendo con l’Università degli Studi Unitelma Sapienza, nella quale lavoro. L’Ateneo rappresenta un esempio della trasformazione digitale: i contenuti formativi vengono offerti totalmente in modalità online da docenti di comprovata esperienza pluriennale. Gli studenti sono liberi di accedere al materiale formativo (videolezioni, materiale didattico, test di autovalutazione, webinar) in qualunque momento e da qualsivoglia postazione. Già ci ha consentito di immaginare prodotti formativi da distribuire anche in open access in tutto il mondo.

In questo ambito rientra il progetto a favore delle donne rifugiate siriane in Libano. Si tratta di realtà molto complesse, in cui bisogna entrare in punta di piedi e comprendere le reali necessità delle popolazioni coinvolte. Sotto questo profilo, abbiamo deciso di muoverci lungo due linee: aumentare la consapevolezza delle donne siriane sotto il profilo riproduttivo – e per questo abbiamo messo a disposizione il corso in diagnostica neonata disponibile in open access sulla piattaforma dell’Università; aiutare le donne ad avviare un percorso di empowerment basato su iniziative di microimpresa – e per questo stiamo componendo un corso di microcredito, microfinanza e self-employment che sarà sempre reso disponibile attraverso l’accesso gratuito alla piattaforma.

Cosa ritieni che debba essere fatto per garantire una maggior presenza/attivismo/impegno delle donne in un campo come il tuo?

In ambio universitario non ci sono barriere formali all’avanzamento delle donne. Tuttavia, spesso i percorsi si interrompono a causa delle maternità (penso alla mia storia personale) e quindi non si può garantire la continuità nella produzione scientifica che viene richiesta e che i colleghi, a parità di bravura, non faticano a rispettare. Una grande opportunità anche in questo settore, a mio parere, deriva dalla capacità di ognuna di noi di fare rete: uscire dall’isolamento e creare sinergie.

Ritieni che la diversità di genere sia dovuta anche ad una mancanza di sicurezza da parte delle donne nell’affrontare certe sfide? Se si, per quale regione secondo te?
È sicuramente così. Le surveys del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti lo dimostrano inequivocabilmente: sin dai 6-7 anni, le bambine tendono a sminuirsi, anche a fronte dei fatti, che invece dovrebbero portarle ad avere maggiore fiducia in sé (voti più alti, maggiore rapidità nel conseguimento dei titoli). Questa è un’area importante su cui intervenire e si tratta di vero empowerment. Ricordiamo che, per quante di noi sono madri, il primo mentoring avviene in famiglia. Io ho tre bambine piccole, viaggio molto per lavoro e, mi spiace ammetterlo, ma ogni volta che mi allontano, portò con me uno zainetto di sensi di colpa. Il mio auspicio è che, vedendomi partire e tornare spesso, quando saranno adulte e se decideranno di avere figli, a loro volta si sentiranno libere di partire, ma libere dallo zainetto!

Grazie mille Azzurra per la tua disponibilità, è stato un vero piacere conoscerti e fare un viaggio virtuale nella tua vita. Sei un bell’esempio di donna/mamma/manager/moglie/volontaria da seguire.

Azzurra la trovate su Twitter, su Facebook e su Linkedin.

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

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#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto celebrare il talento femminile invitando la nostra community a taggare le donne che rappresentano una fonte di ispirazione. Ci avete risposto in tantissime e con questa nuova rubrica #DIDAYSGIRLPOWER vogliamo farvi conoscere le loro storie attraverso interviste, che hanno tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche. Iniziamo questa nuova avventura con Nicoletta Crisponi, una donna indipendente e uno spirito libero che grazie alla sua capacità di fare rete e alla sua creatività, ha fatto il giro del mondo, creato il blog di successo “Il filo di Nicky” e oggi lavora come travel blogger.

Ciao Nicoletta e grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare vorrei sfatare due luoghi comuni:

  • per una donna viaggiare da sola è pericoloso: per esorcizzare questa paura, posso solo dire che in linea di principio quello che trovi in giro per il mondo è quello che puoi trovare tutti i giorni fuori dalla porta di casa. Certamente quando si viaggia bisogna stare attente, volersi bene, preservarsi. Ma in linea di massima, se escludiamo Paesi in guerra o a rischio, se hai il coraggio di uscire e girare per la tua città puoi farlo in tutto il mondo.
  • a 30 anni una donna dovrebbe pensare a una famiglia: a 25 anni mi sarebbe piaciuto e anche oggi mi piacerebbe averla, ma non bisogna farsi condizionare. Diciamo che io ho dovuto accettare la mia “stranezza”: non è facile stare accanto a una persona sempre in movimento come me. A volte la sera mi piacerebbe poter condividere le mie esperienze con un compagno ma  non ho ancora incontrato la persona giusta fino in fondo. In ogni caso, penso che continuerei a viaggiare lo stesso da sola. Il viaggio mi ha insegnato che l’amore può arrivare da tante cose. Ad esempio, quando ho fatto volontariato in Africa, ogni mattina quando aprivo la porta venivo letteralmente inondata dall’entusiasmo e dall’affetto di tantissimi bambini e questa è una manifestazione d’amore grandissima.

Parliamo della tua carriera. Dalla campagna 1Kiss4NewYork a un viaggio in giro per il mondo. Quanto è stata importante la tua intraprendenza e la rete nella tua vita professionale?

L’intraprendenza è tutto. Quando sei studente hai tanti sogni e due possibilità: fare delle cose da solo o restare ad aspettare che arrivino delle opportunità. Quando crei progetti per te stesso devi davvero cucirteli addosso. Con l’entusiasmo inizi un progetto, ma è solo grazie a motivazione e intraprendenza che riesci ad arrivare fino in fondo. La campagna 1Kiss4NewYork è stata faticosissima ma da un lato sono stata fortunata perché ha avuto un grande riscontro mediatico. Sono riuscita a creare una rete che mi seguiva e i contatti con la stampa. Questo è stato molto importante per la mia carriera, perché quando le persone ti conoscono è più facile rompere il muro di diffidenza.

Quando ho iniziato a progettare il mio viaggio per il mondo, mi sono chiesta: come faccio questo giro? Inizialmente, l’idea era quella di andare a raccogliere i colori del mondo e raccontarli attraverso la natura. Poi ho letto la notizia di Facebook e dei gradi di separazione ho trovato il mio filo conduttore: le connessioni. Da lì, ho iniziato a lavorare e andare in giro per eventi a farmi conoscere dai brand. 

Non è stato facile approcciarsi e farsi notare dai brand, quello che ho fatto e che mi ha permesso di accreditarmi è stato presentarmi con dei casi studio. Ho presentato una strategia di comunicazione, un messaggio, un progetto sulle connessioni. Questo mi ha portata a collaborare con brand del calibro di Huawei, Oakley, La Sportiva… Queste collaborazioni mi ha dato dei vantaggi e mi hanno permesso di risparmiare sulle spese e l’attrezzatura.

Il tuo viaggio è partito da un’idea che oggi grazie ai social media siamo tutti connessi, è davvero così? Quali connessioni sono nate dal tuo viaggio e qual è la cosa che ti ha sorpreso di più?

Durante il mio viaggio ho conosciuto molta gente, tante persone speciali che mi hanno aiutata in mille modi diversi. Quando viaggi incontri spesso persone che viaggiano o che hanno un’apertura verso il viaggio. La situazione più sorprendente – che è anche la più strana – è stata l’incontro con la ragazza che mi ha salvato dall’uragano Irma a Miami. Viaggiando ho imparato che tutte le cose succedono per una ragione. Stavo uscendo da Disneyland, quando ho saputo che mi avevano cancellato l’ennesimo volo. Salgo su un taxy Uber e parlando con la ragazza scopro che anche lei è una travel blogger e che facciamo parte della stessa community di Facebook. Ci siamo scambiate il numero. Nel frattempo, mi sono messa alla ricerca di un albergo, ma i prezzi erano saliti alle stelle, così l’ho chiamata. Ero a Orlando e quando le ho mandato la posizione, la cosa incredibile è che lei era dall’altra parte della strada. Mi ha adottata per tutto il tempo dell’uragano, ho conosciuto la sua famiglia e abbiamo cucinato insieme, è stata il mio angelo custode. 

Dove hai trovato il coraggio di dire: mollo tutto e faccio il giro del mondo?

Per me, a dire il vero, è stato naturale. Io vengo dalle montagne del Trentino. A 17 anni ho preso un treno, sono andata a Milano, ho preso un aereo e sono andata in Sardegna. L’anno successivo sono stata in Belgio come ragazza alla pari. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo mille dubbi. È stata una scommessa e oggi per me è normale viaggiare. Un giorno ero in macchina con il servizio Bla Bla Car, la persona con cui viaggiavo mi dice che ha portato una ragazza che ha fatto il giro per il mondo e che esiste un biglietto che ti permette di farlo. E così ho deciso di partire.

Bisogna essere ricchi per fare il giro del mondo?

No, sta tutto nella motivazione. Sono partita da zero, mentre studiavo ho sempre fatto lavoretti e sacrifici per mantenermi. Quando ho deciso di fare il viaggio mi sono detta: devo mettere da parte dei soldi e ho iniziato a cambiare abitudini per risparmiare.

Com’è stato tornare a lavorare dopo un anno in giro per il mondo?

Una vacanza, dico davvero. Non ho mai lavorato così tanto come quando ero in giro. Mi spostavo ogni due o tre giorni, organizzare il viaggio in se è già stato un lavoro. Di giorno cercavo di conoscere le persone, la sera mi occupavo della comunicazione social. La mattina presto ricontrollavo le e-mail, prendevo informazioni sulla meta, i luoghi in cui fare le foto. Dormivo una media di cinque ore a notte. Dal punto di vista fisico è stato un massacro. Io mi sono messa un piano di viaggio abbastanza duro ed essere da sola devo dire che non mi ha aiutata. Dopo qualche mese ho avuto il supporto di una redazione per la produzione di contenuti, ma allo stesso tempo questa attività richiede una gestione.

Dal viaggio è nata l’idea di un libro per bambini e una campagna di crowdfunding su Produzione dal Basso. Come è andata?

A livello di comunicazione è andato molto bene sia per noi sia per la Fondazione Giacomo Ascoli Onlus, che si occupa della cura e del sostegno di bimbi malati di cancro e delle loro famiglie da ben dodici anni presso l’ospedale del Ponte di Varese, a cui devolveremo in beneficienza una parte dei fondi raccolti. Anche questa volta (come sempre) è nato tutto per caso. Io e Federica Bocchi siamo partite con l’idea di fare un libro, una favola illustrata per bambini. Volevamo farlo al meglio senza fare un investimento nostro. Così mi sono ricordata di una persona che lavora nel crowdfunding e abbiamo conosciuto il team di Produzione dal Basso. Grazie alla campagna, siamo riuscite a essere tranquille con l’investimento. Abbiamo imparato tutto al momento. Dal progetto è nata una community fantastica, ci sono state mamme che hanno fatto gruppi d’acquisto per avere il libro o altre che mi mandano le foto dei loro bimbi con il libro e mi invitano a pranzo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora ho preso un lavoro per pochi mesi. Quando ho deciso di viaggiare non sono scappata dal mio lavoro, mi mancava essere libera, volevo avere una sfida personale. Questa parentesi mi è servita per capire che mi mancava il mio lavoro ma non potrei vivere stando chiusa in un’agenzia.Vorrei trovare la mia serenità nella routine ma io non sono felice così. Quando terminerà il mio lavoro, partirò per dieci giorni in Germania e poi a Copenaghen. Ho in ballo alcune proposte legate ai viaggi che sto valutando. Per quanto riguarda il blog, invece, sono in fase di rebranding per capire come posizionarmi e come raccontare il viaggio. Vorrei far emergere la differenza tra travel blogger e viaggiatore che racconta delle storie.

 

Segui il suo viaggio su: www.ilfilodinicky.com

Intervista a Vito Petragallo, CEO di Sobrio – EiSWORLD Group

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Intervista a Vito Petragallo, CEO di Sobrio – EiSWORLD Group

Tra gli Speaker che saliranno sul palco del Mashable Social Media Day Italy + Digital Innovation Days il prossimo ottobre abbiamo intervistato per voi Vito Petragallo, CEO di SobrioEiSWORLD Group, che in occasione dell’evento terrà uno speech su Gamification Aziendale, dal Finance all’Automotive.

Scopriamo di più sul suo background professionale, su Sobrio e sullo speech che si terrà il prossimo 19 ottobre in Sala 1 dalle 12.20 alle 12.40. Non hai ancora il tuo biglietto? Acquista ora il Live Streaming a soli 99 € + iva.

#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

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#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

A poche settimane dal Mashable Social Media Day Italy, #smdayitontheroad fa tappa in Germania, per conoscere Annamaria Maisto e il suo progetto, un incubatore di talenti per far conoscere creativi e designer.

Creativa, sognatrice sei molto attiva sui social network per promuovere artisti e designer. Ci racconti com’ è nato il tuo impegno online?

Più che impegno la chiamo passione, erano gli anni in cui non si parlava ancora di influencer e i social, nello specifico Instagram era ancora usato solo per una comunicazione puramente visiva, gli anni in cui le fashion blogger iniziavano a inondare i brand/designer con le famose richieste di collaborazione in cambio di pubblicità, malcostume che é arrivato fino ad oggi, ecco, da quel modus operandi che non condividevo nacque la voglia di creare uno “spazio” da concedere senza vincoli e “scambi” ai creativi.

Quali obiettivi  senti di aver raggiunto e quali vorresti raggiungere con i tuoi progetti?

Questo é stato l’anno della consapevolezza, non mi sono mai posta un obiettivo preciso con il mio progetto, o meglio sono stata sempre e solo certa di non voler copiare o proporre ciò che già esisteva, il traguardo inaspettato é stato l’essere scelta come membro della giuria in un importante evento/fiera qui in Germania di design e Moda a Marzo, ed essermi ritrovata insieme a famosi Designer e Art director internazionali mi ha fatto capire quanto valesse la mia voce ed il mio giudizio. Lo stesso vale per tutte le volte che in questi anni mi mi sono stati chiesti pareri e/o consigli, che si trattasse di store, privati, designer o artisti, credo che valga molto sapere di poter essere d’aiuto. Negli anni sono arrivate collaborazioni con/per altre piattaforme e store (in via ufficiale ed ufficiosa). L’essere anche Art director di un magazine online ( Nouvellefactory.com) mi ha fatto crescere molto. Per il futuro mi auguro di continuare più che ad influenzare a connettere, creare un flusso continuo fra spettatori ed Creativi.

Raccontaci in un tweet il tuo progetto #imnotafaschionblog!

#Imnotafashionblog é in primis uno stato mentale, non é un blog, ne un magazine, é un incubatore di talenti, l’arte visuale che si unisce allo scouting, libero da vincoli e modi operandi che circondano il mondo della promozione. 

www.instagram.com/imnotafashionblog

www.facebook.com/imnotafashionblog

Sei stata definita l’anticristo delle fashion blogger, ti ritrovi in questa definizione?

Questa frase uscì per caso durante un’intervista radio dell’anno scorso, in cui si parlava di Influencer, Fashion blogger, Ferragni & co.  non mi sono mai definita, anche perché con il tempo non sono ancora stata capace di dare un titolo a ciò che faccio, c’é chi mi ha definito un’ Artista (visuale), chi una mecenate, chi una talent scout, non riesco ad inquadrarmi in nessuna definizione anche se forse faccio parte di tutte allo stesso qual modo.

Ami la moda ma sei molto critica verso quello che è il fashion system. Come vivi questo contrasto?

Sará il mio background artistico (ho frequentato l’Accademia Di Belle Arti e fatto mostre in Italia ) che mi porta a vedere la moda come una forma d’arte al pari della pittura della danza o della musica, l’espressione di un pensiero. Amo il design ed il connubio fra i due. Diverso é il discorso sul Fashionsystem che la/li circonda, purtroppo continuo a non concepire ancora certe dinamiche legate più al profitto rispetto al merito, ciò che accade anche nel campo delle mostre d’Arte per intenderci, ma capisco che per alcuni conta di più il primo, mi piacerebbe vedere più chiarezza e più supporto concreto nel momento in cui si percepisce di avere di fronte un talento, ecco che mi ricollego a quel sognatrice nella prima domanda. Detto questo sopravvivo al contrasto continuando imperterrita sulla via che mi sono scelta.

Come selezioni i creativi da far conoscere?

L’impatto visivo é alla base di tutto, non guardo i nomi, non seguo le mode (anche se sembra un paradosso) c’è molta ricerca, molto tempo impiegato a scrutare profili, immagini a capire la storia che si cela dietro l’opera nel caso di un’Artista o la collezione se si tratta di un Designer, sono attratta sopratutto da tagli e forme, amo le strutture lavorate, é per quello che punto molto su pezzi che siano innanzitutto design che poi siano indossabili nel caso della moda é un valore aggiunto, credo di aver mostrato nel mio progetto solo il 50% fino ad ora di quanta meraviglia si celi in questo mondo.

Da sei anni vivi in Germania, quali differenze hai riscontrato a livello professionale con l’Italia?

Diciamo che qui in Germania sono molto più importanti i titoli e gli attestati rispetto all’esperienza, con questo non discuto sul valore di studi o corsi, ma credo nel risultato finale e sinceramente la produzione di un soggetto con anni di esperienza rispetto a quella acerba di un giovane, anche se titolato, ha la sua differenza, qui i freelance non avrebbero vita facile, premettendo che non mi piace il termine, oramai usato a sproposito da molti, ma ritengo che le continue ricerche, prove, esperienze e fallimenti costituiscano le basi di un professionista.

Cosa significa per te fare rete?

Connettere, che sia un soggetto con un brand, uno store con un Designer, un Artista count fotografo, #imnotafashionblog e gli altri progetti di cui mi occupo servono a questo, a unire in un solo spazio, in un solo lavoro visivo più arti. e farle confluire in un’unica cerchia di spettatori attenti.

Cinque artisti o creativi che ci consigli di seguire sui social?

Una Fotografa: Alexandra Von Fuerst

Un Artista: Marco Rea 

Un Brand: Demanumea

Una Designer: Caroline Holzhuber

Un Creativo: Boris Peianov

Grazie, ci vediamo a Milano!

Teamleader – Non solo CRM

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Teamleader – Non solo CRM

Nata nel 2012 come start-up innovativa, Teamleader è oggi la scale-up belga più premiata d’Europa, con oltre 150 dipendenti e un parco clienti soddisfatti che supera 10.000 PMI e 30mila utenti.

Attraverso l’omonima piattaforma ed al motto di “Work Smarter”,  Teamleader favorisce il processo di digital transformation di agenzie di comunicazione, Startup, PMI e professionisti,  erogando una soluzione all in one – che abbina un potente CRM ad una serie di strumenti per gestire vendite, progetti e fatturazione – pensata in particolare per un settore ad alto tasso di innovazione come quello della comunicazione e del marketing, in cui è cruciale monitorare, organizzare e gestire in modo integrato e coerente ogni fase, dalle attività di contatto fino alla finalizzazione e fatturazione dell’ordine.  Tutto questo insieme ad un prezzo estremamente accessibile, ad un’interfaccia semplice e intuitiva e ad un servizio di assistenza 100% gratuito, in italiano.

Inoltre Teamleader è completamente integrato con gli strumenti più utilizzati dalle PMI, come quelli per la posta elettronica (es. Gmail o Outlook), i calendari (es. Google Calendar o i calendari di iCloud), la creazione di newsletter (es. MailChimp), le piattaforme di cloud storage (es. Dropbox o Google Drive).  Con oltre 150 integrazioni disponibili sul marketplace di Teamleader, è possibile dotarsi di tutto ciò che serve per lavorare in modo ancora più produttivo.

Laptop with blank screen copy space in office ready for content or mock up

Grazie alla partnership con Teamleader, a tutti i membri della community di Mashable Social Media Day viene offerto in esclusiva il 15% di sconto sul primo abbonamento.  Basterà attivare il Free Trial di 14 giorni da questo link e, se diventi cliente, ti verrà applicato lo sconto sulla prima fattura.

Cosa stai aspettando?  Registrati e inizia a lavorare in modo più smart!

Startup Competition 2018

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Startup Competition 2018

A meno di 3 mesi dall’evento, sveliamo la nostra Startup Competition 2018. Un nuovo format innovativo per raccontare la vostra startup attraverso le parole e le immagini? Quest’anno la Startup Competition di Mashable Social Media Day vi sfida a creare una Startup Model Board originale e personalizzata!

La Startup Model Board è una moodboard che racconta la tua impresa attraverso gli elementi visuali. Di seguito la nostra moodboard creata da Insegnare Brandinghttp://bit.ly/2NBrDwJ

startup competition startup competition

Non più soliti pitch: questa volta lo storytelling unisce creatività e pensiero strategico. Premieremo l’originalità e i progetti raccontati in maniera innovativa e stimolante!

Non lasciarti sfuggire questa sfida a colpi di creatività!

Tutte le startup che parteciperanno inviando la Startup Model Board riceveranno il ticket gratuito per partecipare all’evento.

Tutte le Startup Model Board verranno condivise durante il discorso di apertura della nostra CEO Eleonora Rocca e nel corso dei 3 giorni dell’evento che si terrà dal 18 al 20 Ottobre presso lo IULM Open Space.

Le 3 startup vincitrici avranno la possibilità di ritirare i loro premi sul palco di #SMDAYIT + #DIDAYS!

I premi saranno offerti da:

Nuove Idee Nuove Imprese – la Business Plan Competition che premia le nuove iniziative imprenditoriali.

Rimini Innovation Square – il polo internazionale di ideazione, progettazione, formazione e produzione di beni e servizi altamente innovativi.

Primo Miglio – l’Acceleratore di Startup Responsabili che cercano risposte alle necessità reali delle persone, sviluppando un’economia sana, trasparente e responsabile.

TIM Wcap Accelerator – l’hub di Open Innovation di TIM.

Copernico – la più grande piattaforma per lo smart working d’Italia.

Non perdere questa fantastica occasione!

CLICCA QUI E COMPILA IL FORM PER CANDIDARTI entro il 15 Settembre

Intervista a Patrick Abbattista, di DesignWanted

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Intervista a Patrick Abbattista, di DesignWanted

Sotto il sole di luglio, riparte il #SMDAYITONTHEROAD! Questa settimana, facciamo tappa a Milano per conoscere Patrick Abbattista, CEO di DesignWanted, nostro media partner per la prossima edizione del Mashable Social Media Day Italy!

 

  • Oggi Design Wanted è una piattaforma con una community di oltre 300 mila follower. Facciamo un salto indietro nel tempo, com’è nata l’idea e quali sono stati i primi passi che hai fatto per realizzarla?

Sono arrivato al Design totalmente per caso. Nel 2008 re-incontrai un amico di infanzia, con cui ero all’asilo e che non vedevo da circa 20 anni. Mi parlò del suo blog di design, me ne innamorai e decisi di dargli una mano lato marketing, che era poi la mia formazione.

Dopo 7 anni, decisi di ripartire da zero – ottobre 2015 – lasciando a lui il progetto e reinventandomi con una nuova realtà: DesignWanted.

A differenza della prima iniziativa, focalizzata sulla selezione dei progetti di design, DesignWanted ha unito la mia neonata passione per il design con le mie competenze di marketing. L’idea di fondo era ed è supportare i designer su ciò in cui sono meno preparati: gli aspetti di marketing e business.

 

  • Quali sono le principali difficoltà che hai dovuto affrontare per far crescere la piattaforma?

Considerato che lasciando il progetto precedente feci un parziale salto nel buio, la primissima preoccupazione che avevo era ricostruire la community che avevo precedentemente e la rete di collaborazioni internazionali che avevo messo in piedi in 7 anni di attività.

All’inizio, oltre al mio nome e al nuovo brand, non potevo contare su molto altro. Ero alla ricerca di una leva che mi potesse riportare all’attenzione dei big dell’industria del design.

 

  • Quanto occorre investire in termini di risorse ed energie per creare una piattaforma di successo?

Dal punto di vista monetario, non ho investito molto. Con circa mille euro sono riuscito a costruire una community che oggi conta oltre 400mila persone. Ho applicato quelle che chiamano tecniche di growth hacking nel periodo migliore di Instagram.

Lato competenze, invece, ho speso intere notti a studiare, mentre il giorno lo dedicavo alla pratica. Corsi su corsi, test su test, per trasformare Instagram in quella leva che cercavo, scoperta grazie a un amico, Stefano Mongardi.

Ero a casa con un ginocchio rotto, fermo a letto. Feci il suo corso, mi convinse, e decisi di ripartire da lì.

Non potevo permettermi di sbagliare, per questo ho dedicato anima e corpo e coltivare sia il canale che la community. Dovevo riprendere il passo con ciò che avevo lasciato.

 

  • Chi c’è dietro a DesignWanted? Presentaci il tuo team!

Oltre al sottoscritto, c’è una persona fondamentale in tutti i progetti che ho fatto sino a qui, quindi non solo DesignWanted: Giovanni De Carlo, co-founder, che segue tutti gli aspetti tecnologici.

Giovanni, oltre ad essere uno sviluppatore, è un formidabile problem solver. È grazie a lui se siamo riusciti nel tempo a far evolvere la piattaforma e a rispondere alle esigenze del nostro mercato di riferimento, rimanendo sempre snelli e scalabili. La nostra filosofia, che è poi tipica dei designer, è ‘keep it simple’.

 

  • Quali sono, secondo te,tre designer/creativi italiani che si distinguono per la propria strategia di marketing e comunicazione?

Devo essere sincero. Se penso ai giovani, non vedo un grandissimo dinamismo sul fronte della comunicazione. Questo, in parte, per quello che dicevo prima e che mi ha spinto a creare DesignWanted. I designer sono molto bravi a…disegnare, ma spesso si scordano gli altri aspetti, quelli che li porrebbero sotto i riflettori.

Detto ciò, vorrei citare un’azienda, più che un singolo, ovvero LAGO che, secondo me, è tra le migliori sul panorama Italiano a sfruttare il digital lato comunicazione.

Un altro esempio è un designer/creativo che, in realtà, fa più il manager: si tratta di Mauro Porcini, attualmente a capo del Design di PepsiCo. Mi piace sia per il boost che ha dato Pepsi da quando ricopre il suo ruolo, tra design ed experience design, sia per il tipo di comunicazione personale che fa. Capace di comunicare il mood, lo stile creativoche lo caratterizza.

L’ultima che cito è Virginia Di Giorgio, Siciliana e autrice del brand Virgola, che trovo splendido nella sua creatività e coerenza, visto che lo seguo da diversi anni. Grazie alla bellezza delle sue opere, oggi conta un seguito di 130mila persone solo su Instagram, e vende in tutto il mondo le sue creazioni e collaborazioni (https://www.instagram.com/virgola_)

 

  • Cosa ti ha spinto a diventare media partner di un evento come il Mashable?

Ad oggi, rappresenta l’evento più importante nel mondo digital Italiano. Riunisce realtà diverse, da spazio a case history assai interessanti ed è un palco prestigioso. In Italia, si sente tanto parlare di Digital, ma sono in pochi ad affrontare la materia in modo serio ed efficace. Ho conosciuto Eleonora Rocca e la passione che mette in questo progetto mi ha convinto a farne parte.

DesignWanted è una canale che parla di Design. Ma in senso ampio, è un progetto di digital marketing che trova le sue radici in un evento come il Mashable. Ho ritenuto sensato farne parte anche per questo.

  • Alla prossima edizione di #SMDAYIT + #DIDAYS sarà dedicato uno spazio particolare a blogger e influencer. Quanto può essere utile per un creativo/designer/architetto la collaborazione con influencer per far conoscere la propria attività? 

Credo sia fondamentale, e non solo perché l’Influencer genera visibilità, ma soprattutto perché qualifica il lavoro del designer o dell’azienda. Se l’Influencer è credibile, e lo si misura anche dalle collaborazioni che ha all’attivo, allora è essenziale che rientri nelle strategie di comunicazione di un qualsiasi business, che sia micro o una multinazionale.

Lo vedo quotidianamente su Instagram. Collaboro con pagine da oltre 1 milione di followers. In totale, siamo un gruppo di Instagrammer da oltre 13 milioni di contatti aggregati. Ci conosciamo quasi tutti. Quando uno di noi posta un progetto, è molto facile che gli altri lo riprendano sulle proprie pagine. Chiaramente, se l’idea è buona. Non si possono fare miracoli J

I designer e i creativi, più in generale, dovrebbero approfittare delle grandissime opportunità offerte da spazi come Instagram. Un’idea di valore può cambiare le sorti dell’autore nel giro di pochissimi mesi. In alcuni casi, settimane. Quando funzionano e piacciono, ci si impiega un attimo a diventare virali.

Da ultimo, un Influencer ha il polso della situazione nella sua nicchia di riferimento. Se consolidato, conosce istintivamente il sentiment della sua community, sa indirizzare l’azienda verso i contenuti che funzionano meglio, l’aiuta a trasformarli in catalizzatori di attenzione e leads. Senza mai perdere di vista i dati, si intende.

Per farti un esempio, sono spesso in contatto con Sarah Wayne Callies,attrice Hollywoodiana (co-protagonista di Prison Break e altri), che di tanto in tanto mi chiede informazioni sui progetti pubblicati. In diverse situazioni, le ho indicato designer o aziende in linea con i suoi gusti. Ed è più facile che indichi realtà che già conosco e con cui collaboro, per il semplice motivo che il loro nome è già nella mia testa.

 

  • Quale futuro sogni per DesignWanted?

Un punto di riferimento per chi si occupa di design. Una tappa obbligata per capire come strutturare un design business e come farlo crescere, per imparare da chi l’ha già fatto. Una fonte di risorse e opportunità imprescindibile per chiunque sia in questo settore.

Voglio che diventi un ecosistema in grado di supportare attivamente sia i designer che le aziende, su scala internazionale, creando opportunità reciproche.

La mia ambizione è che anche il designer che vive nell’angolo più remoto di questo pianeta abbia le stesse opportunità di esprimere il proprio talento di uno che vive a Milano, Londra o New York. Credo nel talento, a prescindere. E la cosa che più mi affascina è l’impatto sociale che il buon Design ha. Non è auto-referenziale, ma migliora effettivamente la vita delle persone.

 

  • Per concludere: c’è qualche domanda che non ti fanno mai a cui vorresti rispondere?

Eheh di solito mi circondo di persone che mi chiedono tutto o fanno osservazioni anche scomode. Amo il confronto.

Comunque, se dovessi trovarne una prima dell’evento, prometto che me la farò direttamente li, un pò alla Marzullo, dai.

Grazie, ci vediamo a Milano!

 

Intervista di Ilenia Dalmasso