CROWDFUNDING, DAL RILANCIO POST-LOCKDOWN AL MERCATO UNICO EUROPEO FINTECH, SOSTENIBILITÀ: IN ITALIA PIÙ DI 390 MILIONI DI EURO RACCOLTI SOLO NELL’ULTIMO ANNO

Nella fase di rilancio delle aziende anche il crowdfunding può essere un incentivo. Se infatti il tema centrale della prossima edizione dei Digital Innovation Days è il percorso “dal Lockdown alla ripartenza”, questa forma di investimento dal basso costituisce un’opportunità per ripartire, grazie anche alla prospettiva offerta dall’Unione Europea

L’ipotesi infatti è quella di creare un mercato unico europeo per l’equity crowdfunding (finanziamento di un progetto in cambio di quote) e il lending (prestito con interessi), limitato alle campagne con tetto massimo di 5 milioni di euro e per iniziative dedicato allo sviluppo di startup e PMI

La normativa potrebbe entrare in vigore già nel 2021, a seconda dei tempi di approvazione del Parlamento Europeo: una tempistica che potrebbe aiutare il trend di crescita degli investimenti. In Italia, infatti, i progetti di crowdfunding hanno registrato +56% per l’equity e 52% del lending nel periodo luglio 2019 – giugno 2020, con quasi 391 milioni di euro raccolti, nonostante l’emergenza Covid-19 (dati Report Osservatorio Enterpreneurship & Finance del Politecnico di Milano).

Se l’Italia oggi è al quarto posto tra gli investitori europei, è interessante rilevare come il crowdfunding non sia più solo appannaggio di grandi investitori, ma al contrario sia sempre più frequente la partecipazione di piccoli contributori (dati Starteed) e su progetti molto trasversali, dal Fintech alla Sostenibilità.

Tra i casi nazionali più interessanti possiamo citare Coderblock su Mamacrowd: nata durante il lockdown per ovviare al problema del rientro in ufficio e rivolta soprattutto alle PMI, offre soluzioni di collaborazione sul modello smartworking, riproducendo le dinamiche di uno spazio reale (con un finanziamento di oltre 294.000€); sempre su Mamacrowd è stata lanciata Airlite, che con una raccolta di investimenti di 938.000€, ha sviluppato una tecnologia per purificare l’aria. 

Passando invece a Two Hundred Crowd, è impossibile non citare Soisy, una piattaforma che consente agli utenti di acquistare servizi a rate tramite e-commerce grazie a prestiti di privati e che in meno di 12 ore ha raccolto più di 1,3 milioni di euro, e Splitty Pay, un sistema di shared payment per suddividere le transazioni per incrementare le vendite e migliorare l’acquisto (150.000€).

Infine, restando nel settore Fintech, ricordiamo iCashly, lanciata su Crowdfundme, che con un overfunding di 152.000 € offre servizi di pagamento e investimento digitali, ambiti in decisa espansione.

 

Francesca Tommasi

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La qualità della vita digitale in Italia

Divisumma 14. Un nome che farà suonare pochi campanelli. Eppure a questo nome risponde uno dei prodotti più rivoluzionari che il made in Italy abbia mai lanciato sul mercato. Si tratta della prima calcolatrice elettromeccanica al mondo, in grado di eseguire le quattro operazioni. Prodotta nel 1945 da un’azienda di Ivrea che aveva sul tetto della propria sede la scritta: ING. C. OLIVETTI & C. PRIMA FABBRICA NAZIONALE MACCHINE PER SCRIVERE. Da quell’edificio a due piani dai mattoni rossi uscirà, ad inizio anni ’60, la Programma 101, uno dei primi – per alcuni il primissimo – personal computer programmabile della storia. Il motto di Olivetti è un inno alla tenacia: “I tuoi sogni diventano soluzioni”. Se potessimo per un attimo esercitare l’immaginazione e visualizzare la rivoluzione digitale come un guerriero esotico e onirico, sembrerebbe ovvio che questo di Olivetti possa essere l’unico urlo di battaglia possibile. Il digitale è tuonato sull’interpretazione del mondo, cambiando e rivoluzionando i paradigmi conoscitivi. In Italia la riformulazione della visione degli assetti economico-sociali per mano del digitale, è un percorso che sembra essere giunto ad oggi con meno mordente di quella Olivetti degli anni ’40. L’annuale index di Surfshark che stima il Digital Quality of Life (DQL) di 85 paesi (81% della popolazione mondiale), ha inserito l’Italia al ventesimo posto complessivo, al 41esimo per connessione internet e al 54esimo per infrastrutture elettroniche. Ma cosa si intende nello specifico per qualità della vita digitale? Per Surfshark è una valutazione fondata su cinque fattori essenziali:
1. Sostenibilità economica dei servizi Internet: il costo e la velocità di fruizione dei servizi legati a connessioni domestiche e mobili;
2. Qualità dei servizi Internet: le loro performance in termini di stabilità e velocità;
3. Infrastrutture: il numero di cittadini connessi per 100 abitanti e livello di avanzamento nell’agenda digitale;
4. Sicurezza elettronica: legata alle misure normative che ogni paese metto in atto per arginare e prevenire attacchi informatici e dalle azioni finalizzate alla tutela della privacy;
5. Livello di informatizzazione dello stato cioè il grado di digitalizzazione dei servizi online al cittadino.
Seppur non occupiamo il gradino più basso del podio, i dati costringono ad una riflessione che risulta ancor più urgente nell’epoca post-Covid. Proprio all’impatto del Covid19 sullo stato di salute digitale dei paesi, infatti, è stata dedicata una parte dell’analisi di Surfshark che ha sottolineato come il lockdown abbia fatto emergere imponenti problematiche legate all’inadeguatezza delle infrastrutture nella prospettiva improvvisamente concretizzatasi di smart working. Questo stato di cose ha, secondo l’analisi citata, paralizzato con problemi consistenti ben 49 paesi su 85. L’associazione tra internet, rivoluzione digitale e consapevolezza deve essere uno stadio evolutivo fondamentale per emancipare l’approccio all’innovazione di una comunità. Il web deve auspicare ad essere un luogo proiettato verso l’orizzontalizzazione degli accessi. Un topic estremamente spigoloso nell’odierna Italia ritrovatasi frammentata e travolta dalla moltitudine delle nuove esigenze digitali emerse in seguito alla pandemia. Se il grado del DQL peninsulare è influenzato parzialmente dallo scheletro infrastrutturale, però, è altresì da considerare il dato dell’alfabetizzazione digitale. Come riportato da CENSIS a inizio 2020 nel 16° Rapporto sulla comunicazione: “Il 25,0% degli italiani ammette di non possedere le competenze necessarie. I valori più bassi si registrano tra chi ha tra i 30 e i 44 anni (8,0%) e tra i più istruiti (11,4%), alla pari con i più giovani (11,5%): sono questi i soggetti meglio attrezzati per vivere nell’ambiente digitale. Mentre il 57,3% delle persone anziane confessa un totale deficit di competenze”.
Con Gaetano Di Tondo, VP, Institutional & External Relations Director in Olivetti, ospite della Sala Centrale dei #DIDAYS20, cercheremo di analizzare alcuni esempi di realtà che hanno visto nel lockdown un’occasione per traghettare il proprio lavoro nell’universo digital. Come Camillo Olivetti riportò dal suo viaggio a Chicago l’esperienza della potenza applicativa dell’elettricità, plasmando da questa sperimentazione una delle aziende più innovative e pionieristiche del nostro Paese.

 

Valentina Spasaro

Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

La reazione delle imprese al lockdown: l’accelerazione digitale in Italia.

La situazione sopravvenuta causa pandemia COVID-19 ha fatto in modo che cambiassimo abitudini sociali, costretti, si, ma nella costrizione ognuno ha trovato una via di uscita dall’isolamento. 

Tra i sistemi per intrattenersi, c’è stato quello di utilizzare i social media, durante il periodo marzo-giugno 2020 si è registrato un aumento del 43% dell’utilizzo dei social che ha portato per la prima volta a raggiungere il 51% della popolazione mondiale (rispetto a quelli che non li usano), sfiorando i 4 miliardi di persone nel mese di luglio 2020. 

 

Come hanno reagito le aziende?

I primi sforzi sono stati messi nell’organizzazione del lavoro da remoto, fornire gli strumenti ai dipendenti e dare accessi cloud per consentire il lavoro da casa. 

Tante le difficoltà: connessione lenta, abitudini differenti, figli a casa da gestire con la scuola on line, nuovi spazi da condividere.

Si è parlato tanto di smart working, un concetto complesso che comprende un accordo tra datore di lavoro e dipendente per realizzare il proprio incarico senza vincoli di orari, spaziali, con una organizzazione per obiettivi o fasi, un cambio di gestione del lavoro che consente una migliore conciliazione tempi di vita e lavoro.

In tanti hanno messo in campo il lavoro da remoto, alcuni lo smart working: con le video call ci si è potuti dare gli obiettivi e verificare gli step di avanzamento lavori. Ad esempio Zoom a marzo ha dichiarato di aver raggiunto picchi da 200 milioni di partecipanti ogni giorno, rispetto ad una media di 10 milioni registrata nelle fasi precedenti all’emergenza sanitaria. La diffusione delle videochiamate ha fatto in modo che Facebook integrasse entro il mese di maggio le “stanze”, proprio derivante dalla piattaforma di cui prima, non dimentichiamo che uno degli scopi del social di Zuckerberg è quello di far rimanere il pubblico nel social media.

Le Live su Facebook e Instagram sono state un modo per intrattenere e formare le persone a distanza, raddoppiando le visualizzazioni.

 

La spesa pubblicitaria mondiale ha subito un ribasso di 50 miliardi di dollari, fino all’8,1%, soprattutto i settori viaggi e turismo(-31,2%), intrattenimento e attività ludiche(28,7%), servizi finanziari (-18,2%), vendite al dettaglio (-15,2%) infine il settore automobilistico (-11,4%).

Conseguentemente alle riduzioni generali degli investimenti in Ads di Facebook e Google, abbiamo un aumento dei risultati organici dei contenuti, e un ottenimento di migliori risultati con minori investimenti in advertising.

 

All’inizio di marzo le aziende hanno chiuso le proprie sedi, chi aveva un e-commerce ha avuto diverse reazioni in base all’area di interesse:

grande distribuzione, food delivery e negozi di vicinato hanno registrato una crescita del 16%, il settore Pharma ed editoria, sono cresciuti. Da segnalare anche +32% sport e Benessere, +39% macchine caffè, +81%giardinaggio +240%beni legati alla sfera sessuale.

 

Parte del traffico dei nuovi utenti proviene dai social media (24%), ma dove si trovano le aziende?

I social preferiti dalle aziende italiane sono Facebook (53%), Instagram (40%)  che con la possibilità di acquistare i prodotti era preferito in alcuni casi a Facebook, equilibrio che potrebbe cambiare dato che Facebook ha introdotto a maggio SHOPS, la vetrina di prodotti per l’acquisto. Seguono Youtube, Linkedin e Whatsapp.

 

Per una corretta strategia l’equilibrio tra i vari media è fondamentale, analizzare le performances dei vari strumenti consente una buona gestione del budget  e la flessibilità per seguire il mercato.

Per alcuni la sfida sarà mantenere i trend positivi registrati, per altri sovvertire l’andamento negativo, una cosa è certa, il Digital marketing è un asso da giocare in ogni partita!

 

Se vuoi essere aggiornato partecipa al DIDAYS2020 il 29 e 30 ottobre 2020. Fino al 31/8 puoi acquistare il tuo biglietto scontato a soli 79,00€!

 

Sara Brugnoni

Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

CEO di Santafranca60 

Communication Manager Raja Italia

Fonti: Wearesocial Digital 2020 in Italy – WARC Global Advertising Trends –  facebook.com/business – CA E-commerce in Italia 2020.

 

UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Romolo De Stefano

UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Intervista a Romolo De Stefano, Presidente della Fondazione Ateneo Impresa

Buongiorno Romolo,

abbiamo avviato con piacere una partnership tra DIDAYS e Fondazione Ateneo Impresa, ci racconti qualcosa delle vostre iniziative? In particolare, che cos’è The Future School?

The Future School è un progetto di formazione avanzata costituito da Scuole di Alta Specializzazione “verticali” orientate alle Professioni del Futuro: la prima, The Blockchain Management School, è già partita con grande successo, a breve seguirà The Artificial Intelligence School,  ed altre focalizzate sui megatrend strategici del digitale sono in procinto di prendere avvio.

Da chi è stato promosso il progetto “The Future School”?

Dalla Fondazione Ateneo Impresa, organismo che opera per favorire la crescita e la valorizzazione della persona e dei giovani talenti e che coinvolge nei Comitati d’Onore e Scientifico illustri personalità dell’economia, dell’impresa, della cultura, della scienza e delle istituzioni, in collaborazione con Officina Visionaria, The Business Factory.

Ateneo Impresa ha una storia importante. Qualche dato?

Ateneo Impresa nasce nel 1990 e si posiziona come una tra le più qualificate Business School italiane, tra i leader nella formazione alle professioni emergenti e punto di riferimento per l’Alta formazione manageriale post-laurea: 32 patrocini istituzionali, 182 progetti di comunicazione, più di 200 formatori e testimonial, circa 10.000 ex allievi, oggi manager, professional ed imprenditori, 77.300 richieste di iscrizione a corsi e master, oltre 115.000 ore di formazione, circa 3.500.000 € di borse di studio erogate, oltre 750 aziende partner. Per quanto riguarda il placement, ad esempio dei Master, si è attestato storicamente tra l’80% e il 90% entro sei mesi dalla conclusione del corso.

Che obiettivi ha The Future School?

Coprire un vuoto strategico: formare professionisti e manager altamente richiesti dal mercato. Oggi le imprese hanno bisogno di nuove figure tecniche e gestionali fondamentali per presidiare la “digital trasformation”e governare l’impatto delle nuove tecnologie: blockchain specialist, blockchain manager, data scientist, big data analyst, IoT specialist, chief digital officer, social media specialist, digital marketer, growth hacker,  cyber security manager …

Queste tipo di specializzazioni creano sbocchi occupazionali validi? Quali opportunità si possono segnalare?

Abbiamo fatto una scelta strategica a monte: solo percorsi di formazione avanzata di qualità che generino figure specialistiche nel solco dei grandi Megatrend. Sono migliaia già oggi le richieste inevase e molte di più lo saranno nel prossimo decennio se non si formeranno le nuove professionalità. Grandissime quindi le opportunità di sbocchi lavorativi, con ruoli molto ricercati e ben retribuiti.

A chi si rivolge?

A giovani che vogliano intraprendere un percorso di alta specializzazione per costruire un progetto di carriera credibile e posizionante, a manager che vogliono acquisire le competenze innovative per favorire la competitività dell’azienda per cui operano, ad imprenditori che intendono evolvere e sviluppare il business della propria impresa

Ci parli di The Blockchain Management School? Come è organizzata?

Ogni Scuola ha una precisa identità e missione: niente “tuttologia” ma solo contenuti “verticali” in grado di trasferire metodi gestionali e tecniche applicative fondamentali per operare da protagonisti nel mercato del lavoro. Per esempio, The Blockchain Management School, promossa in collaborazione con Blockchain Core, è la prima Scuola di formazione manageriale in Italia dedicata esclusivamente alle diverse potenzialità ed applicazioni della tecnologia più dirompente e rivoluzionaria dopo internet. Abbiamo la fortuna ed il piacere di avere con noi tra i più rappresentativi esperti come, ad esempio, Gian Luca Comandini, esperto del Mise che è anche il Direttore del Master, Laura Cappello, Tech Lawer Direttore Scientifico della Scuola, Massimo Chiriatti di IBM, co-estensore del Manifesto Blockchain Italia, Federico Tenga, tra i fondatori di Chainside, Giorgio Mazzoli, co-founder ASSOB.it, Francesco Redaelli, co-founder CryptoCoinference

Quali tipologie di corsi offre?

I corsi sono progettati per rispondere alle diverse esigenze: Master Lab in formula week end, compatibile con impegni di studio e lavoro; Boot Camp, “percorsi di addestramento” intensivi su competenze mirate; Workshop specialistici con focus su tematiche verticali; Conference Days, “appuntamenti con il futuro”: esperienze, trend, novità.

Sappiamo che si è da poco conclusa la prima edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management ed è al via la seconda edizione proprio in questi giorni. Come sta procedendo?

Molto bene! L’indice di soddisfazione degli allievi della prima edizione è stata pari al 93% e ciò conferma che unire professionalità e passione produce sempre i migliori risultati. La seconda edizione è al completo e la terza, la cui partenza è prevista per i primi di febbraio, si stà formando con grande rapidità vista la forte domanda.

Riservate particolari agevolazioni per chi volesse partecipare? Esistono Borse Di Studio?

 Sono ben 16 le Borse di studio messe a disposizione dalle aziende partner ed altre se ne aggiungeranno certamente a breve. Ciò favorirà la possibilità di frequenza di chi vuole specializzarsi in un ambito professionale ad altissimo tasso di crescita. Tutte le agevolazioni sono illustrate sui siti www.theblockchainmanagementschool.it e www.ateneoimpresa.it  ma vista l’altissima richiesta è molto probabile che vengano assegnate rapidamente.

Come mai hai deciso di stringere una partnership con Digital Innovation Days?

Perchè Digital Innovation Days è ormai l’evento di riferimento in ambito Digital, trattando con ospiti di prestigio, testimonial di eccellenza e case history di successo i temi più innovativi, anticipando spesso i mega trend che stanno già rivoluzionando il mondo delle imprese.

Quali potranno essere le prospettive di questa collaborazione?

Ritengo che la partnership possa solo crescere, condividendo le rispettive esperienze e integrando le nostre storiche competenze formative, oggi orientate alla nascita di una nuova generazione di professionisti e manager in ambito Blockchain, Artificial Intelligence e Digital Innovation, con le eccezionali capacità divulgative che caratterizzano l’evento. Inoltre, il carisma e l’appassionata dedizione della CEO Eleonora Rocca, sono garanzia di qualità e valore del progetto.

Quali sono i prossimi “appuntamenti con il futuro”?

11 Ottobre, 8 Novembre e 6 Dicembre , presso la nostra sede in Villa Federlazio, a Roma, porte aperte per conoscere da vicino la 3° edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management.

Grazie a Romolo De Stefano, complimenti e … in bocca al lupo per la vostra attività!

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

 

Essere imprenditori nel mare magnum del mercato digitale non è un gioco da ragazzi. Essere leader di un team, poi, è ancora più difficile. Eppure, c’è ancora chi ha la voglia di osare e di inventare qualcosa che sia più di un’agenzia: una realtà che comunichi non solo perché si occupa di comunicazione, ma che investa e creda nelle potenzialità del digitale e nella loro continua evoluzione. Abbiamo quindi intervistato Luca Valente, CEO di Ploomia, Digital Marketing Agency con sede a Roma che in soli quattro anni si è già distinta nel panorama italiano per l’elevata professionalità e lo sguardo costantemente rivolto all’innovazione.

Luca, prima di fondare Ploomia hai lavorato per molto tempo come freelance: dov’è nata la necessità di creare qualcosa di tuo?

Dalla voglia di libertà e indipendenza. Poter scegliere come organizzare la propria quotidianità, quali momenti ritagliare per se stessi, per i propri hobby. Non sottostare alle regole stringenti dell’orario di ufficio. Scegliere di poter andare a giocare a tennis alle 11 mentre gli altri sono seduti sulla scrivania a osservare il PC o mentre masticano nervosamente l’ennesima chewing gum nella prima delle tante noiosissime riunioni del lunedì. Pensavo fossero queste le motivazioni che mi hanno portato ad aprire partita IVA e ad iniziare il percorso da consulente. Almeno inizialmente è stato questo. Poi con la consapevolezza, con i primi clienti, le prime sfide, i primi riconoscimenti ho capito che libertà e indipendenza sono solo un’illusione, un sogno da “ragazzo” e che la motivazione reale è quella di costruire la tua strada, di creare qualcosa che parli di te, che gli altri riconoscano, che possa anche solleticare il tuo orgoglio.

Attualmente lanciare una startup è il sogno nel cassetto di molti, ma la paura spesso la fa da padrone. Quali sono i falsi miti sull’imprenditoria e quali sono invece le reali difficoltà?

È un sogno di molti, ma probabilmente artificiale e indotto dai trend e dal cambiamento del contesto in cui ci muoviamo. Il mito del posto fisso oramai fa parte del passato e quindi per necessità i ragazzi sono quasi costretti a doversi inventare il lavoro. Fatico molto a convivere con il concetto di startup, almeno nella declinazione italiana dove, un po’ per la nostra predisposizione, un po’ perché è quello che ci raccontano i media, è tutto bello, fantastico, raggiungibile. Quindi facile. Le difficoltà principali oggi, oltre ovviamente alle ataviche condizioni della burocrazia italiana, sono proprio queste. Viviamo in una sorta di sovraeccitazione per il ruolo, quello dello startupper, e sui concetti di pitch, finanziamento, exit come se l’unica strada percorribile fosse quella di attendere che qualcuno si faccia carico delle nostre responsabilità. Preferisco concetti come il “fare impresa”, dove l’attenzione è sull’idea, ma ancor di più sulla ricerca ossessiva ed estenuante di come farla fruttare, renderla sostenibile e fare in modo che generi fatturato e possa pagare degli stipendi. Gli “unicorni”, le exit miliardarie sono un bel sogno ed è bene che si continui a cercarle ma è fisiologicamente impossibile che ci siano 100.000 Zuckerberg.

Ploomia è un’agenzia relativamente giovane, ma che vanta già case history e clienti di alto livello: ti aspettavi questi risultati e soprattutto cosa ti aspetti per il futuro?

Abbiamo da poco festeggiato 4 anni di età e nel primo semestre 2019 superato il risultato economico realizzato lo scorso anno. Quando con il mio socio Federico abbiamo deciso di intraprendere questa strada avevamo in mente un’idea ben chiara di agenzia: non semplici fornitori di servizi ma partner nell’ambito delle attività di marketing e nei processi di digital transformation delle realtà con cui avremmo collaborato. Speravamo che il nostro modello, basato su alta specializzazione delle figure professionali e customizzazione dei servizi, potesse essere apprezzato positivamente da clienti e mercato, ma eravamo anche ben consapevoli delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare inizialmente per trasmetterne le peculiarità. Solo grazie alla perseveranza, all’ambizione e alla ossessione per il dettaglio oggi siamo una realtà emergente del panorama digital in Italia e queste qualità sono fondamentali sia per continuare a crescere, sia per affrontare il percorso di internazionalizzazione che andremo ad intraprendere.

Il team di Ploomia è composto principalmente da giovani, quindi immaginiamo che il clima in ufficio sia molto…allegro: quanto è importante la scelta delle risorse umane e quanto conta fare teambuilding in un’azienda?

Se vendi intelligenza le persone sono fondamentali. Di conseguenza la scelta delle persone è un aspetto cruciale del tuo business se vuoi che i clienti ti scelgano e soprattutto continuino a collaborare con te. Chi si rivolge a noi chiede strategie vincenti e supporto operativo ma soprattutto visione e risposte che in un mondo in continua evoluzione può dare solo chi ha intrapreso un percorso di formazione e aggiornamento continuo. Abbiamo prestato particolare attenzione alla costruzione del team e i nostri impegni maggiori oggi sono rivolti a questo: a mantenere alto il livello di partecipazione e affiatamento nei progetti che seguiamo, a incentivare la crescita e l’aggiornamento professionale, a invogliare le occasioni di networking, a stimolare la creatività di tutti e la condivisione di idee. Si cresce come azienda se ognuno nel suo piccolo è coinvolto in un personale percorso di crescita, sia umano che professionale. I clienti lo notano e chi ci ha scelto, oggi, percepisce l’energia e la passione del nostro team.

Infine, quale messaggio porta con sé Ploomia ai Digital Innovation Days?

Saremo presenti ai Digital Innovation Days con tutto il nostro entusiasmo e la nostra passione per portare la testimonianza che alla lunga la qualità premia, ma che bisogna costantemente mettere in discussione le proprie certezze se si vogliono ottenere risultati duraturi. Una audience di Facebook esaurisce la propria portata nel giro di poche ore, una landing pensata per Adwords che ieri generava lead a 5€ oggi non fa impressions, ora abbiamo Tik Tok… domani chissà. O siamo disposti a cambiare e ricominciare oppure non andremo da nessuna parte. È una questione di atteggiamento.

Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

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Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

il principio di scarsità

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

Errori da evitare nelle tue Instagram Stories

Errori da evitare nelle tue Instagram Stories

Con i contenuti video in aumento come strumento per una comunicazione efficace nel marketing, è importante valutare attentamente cosa pubblicare all’interno di Instagram Stories.

Infatti, con i suoi 500 milioni di utenti attivi su base giornaliera, bisogna imparare ad utilizzare bene il forte vantaggio che puoi ricavare dalle storie di Instagram.

Questo strumento ha infatti dimostrando di essere un enorme vantaggio per i proprietari di piccole e medie imprese che cercano di costruire la loro comunity (e aumentare la reputazione e le vendite del brand).

Fai attenzione a non sbagliare perché uno scivolone in Instagram può mettere a repentaglio la tua reputazione social.

Ecco perchè abbiamo deciso di parlare in questo articolo, di tutti quegli errori che dovrai evitare di fare all’interno delle tue Stories.

Studiare bene la tua audience

Il primo passo da fare è studiare per conoscere bene chi hai davanti.

La loro età, il loro sesso e i loro gusti ti farà capire meglio come indirizzarti in tutti i contenuti che andrai a creare. Come? Ci sono molti modi interni e tool esterni che ti permettono questa analisi; stiamo parlando in particolare di provenienza, età e sesso.

Per il gusto invece, analizza i tuoi contenuti e capisci cosa piace, utilizza sondaggi e richieste per capire ama il tuo pubblico.
Infondo il tuo pubblico già ti segue, quindi già hanno un’iniziale attenzione a ciò che fai.
Gioca al meglio le tue carte per capire come muoverti.

Stories realistiche

Come abbiamo detto vige un’unica regola in Instagram (sopratutto se vuoi crescere con il tuo engagement): vietato sbagliare.

Quindi, mentre i tuoi post dovranno essere perfetti a livello visivo, le stories sono una versione più autentica e realistica di quello che si “cela dietro”.

Se stai vendendo un prodotto, non devi per forza mettere l’attenzione sull’oggetto per avere una risposta dal tuo pubblico. Quello che devi mostrare è uno status, un modo di essere e di guardare il mondo che contraddistinguerà la brand identity del marchio.

Sperimenta e cerca di entrare in contatto con i tuoi follower: scopri cosa gli piace e cosa no tramite ad esempio i sondaggi.

Aggiungi ai tuoi contenuti sticker, GIFs e filtri per pubblicare contenuti che abbiano un tocco creativo e permettere ai tuoi contenuti di adattarsi agli altri tipi di Stories che il tuo pubblico sta guardando.

Meno social marketer più persone umane.

Instagram Stories

Contenuti curati e chiari

Se nel paragrafo precedente ti abbiamo sottolineato come le stories devono essere utilizzate con meno attenzione di un post per sottolineare la loro visione realistica e “poco postprodotta”, è vero anche che (come abbiamo detto), creare dei contenuti carenti non fa mai bene alla tua reputazione.
Quindi gioca sulla velocità ma gioca anche d’astuzia per evitare errori di qualità video o battitura.
Vanno premiati i contenuti autentici ma comunque curati. Fai un primo check prima della pubblicazione.

Inoltre, devi essere selettivo e condividere solo le informazioni più importanti. Una lista infinita di stories di cui sei appena all’inizio e di cui non riesci a vedere la fine non invoglierà mai il tuo pubblico.

Sul contenuto non c’è mai stata una regola diretta e imprescindibile, ma tutto deve essere testato sul proprio pubblico per capire come muoversi e identificare cosa piace e cosa meno.

Crea un chiaro richiamo all’azione

Stai creando contenuti originali e divertenti ma i tuoi follower ancora non sembrano convertire a dovere? Pensa che forse la tua chiamata all’azione (call-to-action) non è chiara e questo porta il tuo pubblico a passare direttamente alla storia successiva.

La funzione Swipe Up è attualmente disponibile solo per gli account aziendali di Instagram con oltre 10.000 follower o account verificati.
Sfruttare storie per mostrare i tuoi omaggi, i download e altre offerte, se utilizzato nel modo giusto, può generare una notevole quantità di traffico (in modo molto efficace) fuori dalla piattaforma.

Ma se non riesci a esprimere precisamente a cosa rimandi, perchè i tuoi follower dovrebbero eseguire l’azione?

Bisogna sempre essere chiari su cosa “si trova al di la dello scopri”: un articolo, una pagina web, l’acquisto di un prodotto?
Crea un’aspettativa in modo da invogliare i tuoi follower a eseguire l’azione che gli raccomandi.

Aiutati anche con l’utilizzo di sticker e GIF per attirare maggiormente il tuo pubblico.

Una legge alla base è che la CTA richiede immediatezza e chiarezza. Hai pochi secondi a disposizione per invogliare ad eseguire la tua azione. Usalo al meglio.

Incoerenza nella pagina di destinazione

Se sei stato in grado di portare i tuoi utenti a fare il Swipe up, ora non puoi errare sulla pagina di atterraggio. La tua pagina di destinazione deve essere fatta bene e in linea perchè sarà li che il tuo pubblico convertirà.

Questa deve essere chiara e coerente con l’immagine che proponi nel tuo profilo e nelle tue stories.

Se l’utente si trova catapultato in un contesto completamente disconnesso dalla tua immagine, sarà tentato a tornare indietro e continuare nella sua navigazione. Crea quindi un’esperienza che sia senza interruzioni sia nella grafica generale che nello studio dell’immagine che proponi.