Alexa – come saranno gli acquisti del futuro

«Alexa… Come si uccide un brand? »

Dal 2015 Amazon ha introdotto sul mercato i dispositivi “Amazon Echo” dei cilindri a forma di altoparlante dotati di intelligenza artificiale soprannominata “Alexa”, che prende il nome dalla biblioteca di Alessandria.

L’assistente personale permette all’utente di richiamare musica, fare ricerche sul web e ottenere risposte alle sue domande grazie a un potente software di riconoscimento vocale. 

Basta dire: «Alexa, aggiungi al carrello…» per acquistare e ricevere in tempi brevissimi il prodotto desiderato. 

Alexa diventa più intelligente ogni volta che la si usa, un bel vantaggio per il cliente e ancora di più per Amazon: i clienti si fidano dell’azienda a tal punto che le permettono di ascoltare le loro conversazioni e di raccogliere i dati sui loro consumi. In questo modo l’azienda può conoscere meglio di qualsiasi altra la vita privata e i desideri dei consumatori.

Tutto lascia pensare che sfruttando queste conoscenze Amazon punti a implementare gli «ordini con zero click» in tutte le proprie operations. Tra non molto Amazon risponderà ad ogni esigenza materiale senza la fatica di dover decidere o ordinare. Possiamo chiamare questo metodo «Prime al quadrato». 

Alexa offre inoltre prezzi più bassi su molti prodotti se ordinati con la voce anziché con un click. In categorie importanti, come le batterie, l’assistente vocale suggerisce Amazonbasics, la private label dell’azienda che attualmente rappresenta un terzo di tutte le batterie vendute nonostante l’azienda venda batterie di numerosi marchi.

I brand da sempre rimandano a una serie di associazioni mentali tramite cui i clienti si orientano all’interno dell’offerta sul mercato. I prodotti di largo consumo come Coca-Cola hanno speso miliardi e decenni di lavoro per costruire il proprio brand tramite i messaggi, il packaging, il posizionamento nei negozi, i prezzi ed il merchandising. Ma quando le abitudini d’acquisto migrano online, questi elementi sono molto meno importanti. Non c’è visual merchandising, non ci sono espositori accuratamente collocati nei supermarket.

La tecnologia vocale, fa perdere ulteriormente importanza a quegli attributi del brand che sono costati tanti soldi e tanta fatica.

Ordinando tramite la voce infatti, i consumatori non conoscono il prezzo e non vedono il packaging ed è meno probabile che includano il nome del brand nella loro richiesta. 

La morte, per i brand, ha un nome: Alexa.

I consumatori andranno sempre meno nei negozi in cerca di prodotti, perché sarà più facile ordinarli comodamente a casa da Amazon che a sua volta sta costruendo il proprio monopolio negli acquisti online.  

La soluzione? investire sulle persone!

I retailer come Sephora non sono spacciati. Le persone nell’era dell’abbondanza non si recano nei punti vendita per acquistare, ma per avere esperienze, parlare con esperti che sappiano cogliere le loro esigenze specifiche. 

Per approfondire temi come questo, non puoi mancare alla nuova edizione dei Digital Innovation Days, clicca qui per acquistare il tuo biglietto e inserisci il codice sconto Didyou30 per avere il 30% di sconto.  

Eleonora Bracaglia

Brand Ambassador #DIDAYS20

Il ritorno al Social Media Marketing (forse)

Se c’è un elemento che contraddistingue sempre più l’utilizzo dei social da parte delle aziende è senza dubbio la naturalezza, la “normalità” che accompagna le attività pro brand che qui quotidianamente trovano forma (e sfogo).

Nulla di più bello, sia chiaro. Ho sempre creduto nelle potenzialità di tali strumenti, nel loro essere “diversi” e offrire soluzioni comunicative uniche, orientate non solo alla sola finalità commerciale, ma alla creazione di un substrato reputazionale e relazionale che nel medio/lungo periodo può realmente fare la differenza.

Tutto bene quindi? Non proprio.

Se il marketing si perde per strada

Se è vero che le potenzialità citate sono tutt’ora presenti (seppur ridimensionate magari), lo è altrettanto che sono tanti i marchi che nella corsa sfrenata alle vanity metrics hanno, a mio avviso, perso lungo il cammino un elemento indispensabile e che giustifica (o almeno dovrebbe) la presenza dei brand sui social e le (tante) risorse investite: il marketing.

Mi spiego meglio. Siamo così certi che molto di ciò che viene pubblicato dalle aziende sui social, abbia una reale finalità concreta all’interno dei suoi obiettivi di business? E siamo altrettanto convinti che l’attività social porti a molte di queste realtà reale valore aggiunto?

Domande che forse non possono avere una risposta univoca, ma basta guardare la sfilata di post all’insegna del real time marketing per capire che un cortocircuito, seppur piccolo, c’è stato. Un esempio? Games Of Thrones. Durante l’ultima serie non c’è brand che non abbia fatto post su questa tematica. Ok fare newsjacking e cavalcare il trend, ma ho dei seri dubbi che un’azienda che fa bagni chimici o scarpe antinfortunistiche abbia un reale vantaggio a fare contenuti del genere. O meglio, ho dubbi che sia d’interesse per il pubblico di tali brand e che sia in grado di attivare quella relazione marchio-utente di cui parlavo prima.

Per ogni azienda che poteva, visto il settore, cavalcare GOT se ne potevano contare almeno 10 spinte esclusivamente dalla volontà di intrattenimento. E il marketing abdica.

Non dimentichiamoci che abbiamo dei destinatari

Un approccio volto a realizzare numeri “superficiali” o, peggio, a vincere premi o attrarre l’attenzione degli addetti ai lavori, non sempre potenziali clienti del brand.

Forse questa spinta all’intrattenimento ci ha fatto dimenticare una delle basi della comunicazione, anche social, si lavora a livello comunicativo avendo chiaro in mente i destinatari di quella comunicazione e le loro caratteristiche. Il post sui social non deve piacere né a me né all’AD del mio cliente, ma ai suoi potenziali clienti.

Come fare?  È indispensabile focalizzarsi sugli utenti e sulle loro, più profonde, caratteristiche. Solo così potremo realizzare contenuti “Ingaggianti” nel senso più reale del termine.

Data-driven, un approccio, non una semplice parola

Fortunatamente oggi non mancano strumenti utili ad analizzare e avere dati complessi sulle persone con cui dobbiamo comunicare. Dati che diventano così driver per dar vita a strategie performanti (e vincenti).

Attenzione. Si sente ormai parlare troppo spesso di dati, ma ciò che spesso non viene considerato è che non è tanto questione di “collezionarli”, quanto la capacità di interpretarli e farne corretto uso.

L’approccio Data-Driven è la base su cui comprendere cosa fare e, soprattutto, come. Topic, copy, persino la parte creativa può ricevere feedback fondamentali per migliorare e diventare sempre più affine con gli utenti.

Oggi strumenti come BrandWatch o Talkwalker (utilizzati da noi in OpenBox) ci permettono di valutare caratteristiche e behaviours degli utenti prima difficilmente comprensibili, andando oltre percezione e preconcetti errati. Ma non basta. In molti casi tale approccio ci permette di valutare opportunità spesso poco visibili o, addirittura, di avere feedback lato product design, soffermandosi sulle peculiarità di cluster diversi e, proprio perché diversi, con cui comunicare in modi differenti.

La finalità resta sempre e solo una: generare impatto sugli utenti e conseguente valore (conversioni) per i brand, perché, mi costa dirlo, non si vive di sole vanity metrics.

Tornare al social media (marketing) si può e si deve fare. Siete pronti? Se la risposta è sì vi aspetto il 29 Ottobre nella Sala Social Media ai Digital Innovation Days 2020.

 

Matteo Pogliani
Partner & Head of Digital @Openbox

Il personal branding su LinkedIn

Algoritmo, contenuti, rete: come usare LinkedIn per un personal branding di successo

“All human beings are entrepreneurs.”: così si è espresso Reid Hoffman, attuale presidente esecutivo, co-fondatore e azionista di controllo di Linkedin, 150esimo nella classifica Forbes dei 400 uomini più ricchi del pianeta e addirittura 52esimo nel settore tecnologico. Se lo dice lui, direi che possiamo fidarci. Vediamo insieme perché, e perché questa frase, piuttosto che annoverarla tra gli aforismi, sarebbe bene che ne facessimo un mantra e la incorniciassimo sulle nostre scrivanie. Con LinkedIn aperto sullo schermo del nostro pc.

LinkedIn e il personal branding

LinkedIn è il social network più diffuso in ambito business, “impiegato principalmente nello sviluppo di contatti professionali e nella diffusione di contenuti specifici relativi al mercato del lavoro”. Nel mondo è la piattaforma più usata tra le aziende Fortune 500, e oltre il 45% dei suoi utenti appartiene al top management delle proprie aziende. Oltre 60 milioni sono considerati senior-level influencers e 40 milioni sono in posizioni apicali e decisionali. La quasi totalità degli utenti utilizza Linkedin per la ricerca di contenuti rilevanti per il proprio business e il 91% degli Executives la considera la prima scelta.

Si tratta, dunque, del posto migliore in cui affermare la nostra presenza on line con un focus sulle nostre competenze e le nostre esperienze professionali, far accrescere la nostra notorietà, migliorare la nostra reputazione professionale. In poche parole, è l’ambiente digitale più adatto per praticare il nostro personal branding, intendendo per personal brandingthe conscious and intentional effort to create and influence public perception of an individual by positioning them as an authority in their industry, elevating their credibility, and differentiating themselves from the competition, to ultimately advance their career, increase their circle of influence, and have a larger impact” (fonte personalbrand.com).
Esserci, però, non è sufficiente. Per raggiungere risultati concreti è necessario curare e gestire il profilo nel tempo, con attenzione e costanza. Vedremo più avanti come la presenza su LinkedIn non possa ridursi ad un mero elenco di titoli e di competenze, ma richieda, oltre che la corretta compilazione di tutte le sezioni del profilo, la produzione di contenuti di qualità e la costruzione di una rete di contatti in target. In questo mare magnum di informazioni e di relazioni, poi, è fondamentale accreditarsi come un professionista, e non come qualcuno che sta cercando disperatamente un’occupazione.

Essere imprenditori di noi stessi, questo è già il nostro primo lavoro.

Farsi carini e mostrarsi professionali

Condizione assolutamente imprescindibile per avviare una buona comunicazione su LinkedIn è lavorare sul profilo, a partire dai suoi elementi basilari: foto profilo e immagine di copertina. Le due immagini rappresentano le prime informazioni che arrivano agli utenti, e sono la prima, ottima, occasione per raccontare qualcosa di sé. Entrambe le immagini devono essere di buona qualità e risoluzione. La foto profilo deve essere formale. No a bikini, mare, cocktail. Non necessariamente istituzionale, ma capace di restituire all’utente l’idea di serietà, sobrietà e professionalità. L’immagine di copertina è altrettanto importante per contestualizzare la foto profilo e offrire ulteriori elementi di conoscenza.
Il profilo deve essere completo in tutte le altre sezioni e riportare correttamente tutte nelle informazioni. In particolare, il sommario, composto da 120 caratteri, è il vero biglietto da visita, il testo che ci “presenta” ovunque, sia a chi lo legge direttamente sul profilo, sia a chi cerca il nostro nome tramite il motore di ricerca. Necessario, inoltre, scrivere efficacemente le sezioni Informazioni, Esperienze lavorative, Formazione, che devono poter esaltare le nostre competenze e i traguardi raggiunti nel corso degli anni.
Prestiamo molta attenzione, poi, a quella sezione in cui gli altri utenti confermano le nostre competenze. L’opinione che gli altri hanno di noi on line è fondamentale, sia per testare la percezione altrui, sia per offrire al nostro pubblico la “versione”, più oggettiva, di un esterno. LinkedIn consente anche di inviare delle richieste di “endorsement” a persone che hanno avuto modo di apprezzare le nostre abilità e competenze negli anni. Una valutazione positiva da parte di un grande manager o di un collega particolarmente apprezzato nel nostro settore vale molto di più di qualsiasi autocelebrazione.
Quanto più complete e dettagliate si presenteranno le sezioni del profilo, maggiore sarà la sua efficacia. Chi mai chiederebbe una consulenza o farebbe un colloquio di lavoro ad un professionista/candidato di cui esistono in rete informazioni parziali e non aggiornate?

Posizionarsi bene e fare rete, questo il segreto!

Per far sì che il nostro profilo LinkedIn si distingua dagli altri, occorre ottimizzarlo per migliorare il suo posizionamento sui motori di ricerca. Questa ottimizzazione può essere considerata come vera e propria SEO on-page.
Innanzitutto, è fondamentale individuare delle keywords riferibili al settore in cui operiamo: inserirle strategicamente in tutte le sezioni del profilo ci consentirà di facilitare la ricerca da parte dell’utente. Ai fini SEO, è consigliabile, poi, rinominare le immagini, (compresa la foto profilo), usare opportunamente gli hashtag, ricevere conferme per le competenze, produrre contenuti interessanti che aumentino il tempo di permanenza del lettore sul nostro profilo (il dwell time – questo il termine che in inglese indica il tempo di permanenza – è una metrica SEO molto importante per LinkedIn!).

Infine, è importante allargare il più possibile la nostra rete di contatti e costruire relazioni di senso. Come si riesce a costruire relazioni e a mantenerle vive? Crediamo che possa bastare mandare un invito o accettarlo? Assolutamente no.

Il numero di utenti con cui abbiamo stabilito il contatto non ha alcun valore, se questi non vengono coinvolti nelle nostre discussioni, se non interagiamo con loro, se non ci scambiamo opinioni o commenti. Non è importante la quantità dei rapporti, ma la loro qualità. Il consiglio è dunque quello di partecipare a gruppi e dibattiti, soprattutto se questi sono frequentati da esperti del settore o colleghi autorevoli. Ebbene sì, anche LinkedIn ha i suoi influencer! Partecipare a queste conversazioni con nostri contenuti di valore è una ottima mossa per accrescere la nostra reputazione on line e accreditarci come esperti nel nostro settore.

Ma cosa significa “produrre contenuti di valore”? Vediamolo insieme.

Scrivere contenuti interessanti e capaci di creare interazione

LinkedIn, oltre che valorizzare chi è ben posizionato, garantisce visibilità a chi è attivo ed è promotore di contenuti di valore e che generano conversazioni di qualità.
Non sempre creare buoni contenuti significa scrivere nuovi post: può essere sufficiente partecipare attivamente a delle conversazioni con propri contributi/commenti interessanti, ovvero riprendendo sollecitazioni di altri a cui aggiungere il nostro punto di vista e il nostro apporto personale ed originale.
Non ha alcun senso scrivere soltanto per “esserci”, né esprimersi per forza su un argomento, solo perché di tendenza. Se non abbiamo nulla di interessante da dire, meglio stare zitti.
Se, al contrario, pensiamo di poter offrire il nostro contributo su un determinato argomento, questo è il momento giusto per giocare il jolly: scriviamo con semplicità, senza fronzoli, ma non lesiniamo nell’approfondimento. Offriamo ai nostri utenti informazioni pertinenti ed originali, magari frutto di nostre analisi e nostri studi, e incentiviamo la partecipazione, con call to action o semplici inviti a partecipare alla discussione. Il successo del post sarà garantito. Se poi riusciamo a finire in trending topic, il nostro post raggiungerà la visibilità massima.
E per quanto riguarda la forma dei contenuti? Quali sono i contenuti più apprezzati dall’algoritmo di LinkedIn?
In termini generali, i video (di nuovo!) e i documenti PDF (eccola qui la novità!) sono i post che convertono meglio e ottengono maggiore visibilità. Seguono i post con foto singole, quelli multifoto, quelli solo testuali, e, dulcis in fundo, link ad articoli esterni. Da poche ore, LinkedIn ha rilasciato anche le stories: non sappiamo ancora che tipo di risultati otterranno, se saranno funzionali allo stile e ai contenuti di LinkedIn. Possiamo provarci, e testarle sul nostro pubblico.
Il vero consiglio che mi sento di darvi è proprio questo: proviamo a creare contenuti “apprezzati” dall’algoritmo, ma soprattutto sforziamoci di creare contenuti che siano “giusti” per la nostra rete. Anche su LinkedIn non esistono regole che vanno bene per tutto e per tutti. Analizziamo dunque i post e gli argomenti che funzionano meglio sul nostro profilo e utilizziamo quei dati come linee guida per orientare la produzione dei contenuti futuri.

Come e quando pubblicare

Tra le domande che un social media manager si sente rivolgere più spesso ci sono “Quanti post a settimana? Quando pubblicarli? In quale giorno? A che ora?”. La risposta è sempre la stessa: “Non esistono regole precise, dipende dal proprio target, dalle sue abitudini, dagli stili di vita”.
Ancora una volta, l’unico vero consiglio utile è quello di fare tentativi, di testare i propri post, pubblicando in diversi giorni della settimana e orari della giornata. Solo dopo aver analizzato i dati, sarà possibile capire quando è attivo il nostro pubblico e quali sono le sue preferenze di fruizione.
Infine, come sottolinea Francesco Agostinis, proprio in riferimento ai modi e ai tempi della pubblicazione, sarebbe meglio evitare di utilizzare tool esterni per pubblicare i post. Molti studi dimostrano come questa modalità influenzi negativamente la reach organica dei post, rischiando di inficiare il nostro lavoro, la creatività, le analisi. Se proprio abbiamo bisogno di uno strumento che ci aiuti a calendarizzare i post – ci suggerisce – potremmo farci aiutare da quei tool che si limitano a ricordarci di dover pubblicare il nostro contenuto.
Così, la pubblicazione è salva…ma anche la reach!

Valutare il proprio profilo

Come ogni lavoro che si rispetti, la fase ultima è quella della valutazione. LinkedIn mette a disposizione di tutti gli utenti uno strumento, che si chiama “Social Selling Index” (SSI), che misura, tenendo conto di quattro aree di azione, l’efficacia del profilo nell’utilizzo delle varie aree. Ognuno di noi può visualizzare i risultati del proprio profilo a questo indirizzo (https://www.linkedin.com/sales/ssi).
LinkedIn, dunque, valuta quanto e se siamo bravi a creare il nostro brand professionale, a trovare le persone giuste, a costruire relazioni, ad interagire con informazioni rilevanti. Per ognuna di queste “capacità” attribuisce un punteggio che va da 0 a 25. Il nostro SSI è dato dalla somma dei punteggi ottenuti.
Consultarlo con regolarità ci consente di stabilire quali sono i nostri punti di forza e di debolezza, di capire quali aree andrebbero potenziate, e quali correttivi occorrerebbe apportare per migliorare la nostra presenza on line.
Se teniamo conto di queste aree, considerandole come azioni da compiere con costanza, potremmo veramente accreditarci nell’universo di LinkedIn, farci conoscere per le nostre abilità e competenze, e diventare davvero imprenditori di noi stessi. E, vivaddio, Hoffman sarebbe orgoglioso di noi!

Per approfondire queste tematiche, acquista il ticket per l’evento cliccando su Digital Innovation Days! Ci vediamo lì!

Annalisa Nastrini

Brand Ambassador #DIDAYS20

Noi Ambassador coi piedi per terra e la voglia di andare sulla Luna!

Quest’anno, grandi novità per i Digital Innovation Days, online dal 29 al 31 ottobre, con i brand ambassadors che continuano a traghettare il prestigioso evento ad un sicuro successo.

Sono Sara Brugnoni, CEO dell’Agenzia di Comunicazione SANTAFRANCA60, con sede a Piacenza. Communication Manager in Raja Italia, Social Media Manager per clienti dell’agenzia.
Sono entusiasta di raccogliere le impressioni e stimolare la riflessione delle mie 4 colleghe rispetto all’evento che è alle porte. Il focus su cui transitano i DIDAYS20 è “Dal Lockdown alla Ripartenza”, dunque di stringente attualità e costante riflessione.

Le protagoniste: donne decise, capaci e dinamiche

Francesca Tommasi

Communication strategist per brand internazionali, si occupa di PR, Social Media, content marketing e attività offline. Ha scelto il seguente aforisma: “Sometimes I’ve believed as many as six impossible things before breakfast”, di L. Carroll. Una frase che rappresenta il suo fare: creare strategie tra i vari media che convergano per la migliore comunicazione ai vari target di riferimento.

 

Roberta Russo

PhD in economia, Innovation Manager MISE, Consulente Inbound marketing e ottimizzazione dei processi aziendali. La sua citazione guida è: “Chi vuol muovere il mondo prima muova se stesso”, di Socrate. Un motto che rispecchia il suo dinamismo e la sua ricerca personale e professionale. La mission di Roberta, è la valorizzazione delle persone e del contesto in cui operano le aziende in una prospettiva di sostenibilità umana e ambientale.

 

Antonella Maria Monte

Project coordinator per aziende nel settore della moda, Startup Mentor per Fashion Technology Accelerator.
Guidata dal motto: “It takes strength to be gentle and kind” – The Smiths. Così come è lei: rappresentare le aziende in maniera onesta, per farle crescere coordinando progetti speciali.

 

 

Manuela Barbara Soldati

Storyteller & Senior Content Creator. Dalla scuola Holden di Torino si è tracciata la sua professione in modo indelebile.
La frase scolpita nella sua mente è: “Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, di Italo Calvino. Ed è quello che ogni giorno con le sue storie, i suoi racconti e i suoi video riesce a fare: emozionare!

 

 

  • Come sei arrivata a diventare Brand Ambassador dei DiDays2020?

Francesca Tommasi: “Sono una persona curiosa, con una grande voglia di confrontarmi e imparare, e i Digital Innovation Days rappresentano un’occasione perfetta: è di grande stimolo condividere esperienze, conoscere professionisti del settore e poter studiare case history internazionali. Sono sempre stata spettatrice, ma quest’anno ho voluto dare il mio contributo nell’ambito della comunicazione e dei contenuti.”

Roberta Russo: “Nel mio caso, sono stata contatta da Giulio Nicoletti, CEO dell’evento. Mi ha proposto di diventare Brand Ambassador e ho accettato molto volentieri perché trovo fondamentale essere nei luoghi (anche virtuali) frequentati da professionisti che si interrogano sui cambiamenti della società.”

Manuela Barbara Soldati: “Questo, per me, è il quarto anno. È un percorso che mi ha permesso di conoscere tante persone e crescere moltissimo nel mio lavoro. È stimolante e mi piace far parte di un evento così altamente formativo in Italia.”

Antonella Monte: “Se faccio parte dei DIDAYS20 è grazie a Francesca Tommasi, con la quale ho il piacere di condividere questa intervista. Lei mi ha parlato dell’evento. Avevo appena concluso il master in Digital Transformation al Talent Garden e ho pensato che partecipare come Ambassador sarebbe stata un’ottima occasione per approfondire i temi che mi appassionano. Dunque vedere da vicino come funziona una manifestazione così importante.”

  • Quanto è strategica la formazione per l’innovazione digitale? I Digital Innovation Days stimolano l’apprendimento?

Francesca Tommasi: “La formazione, la curiosità, il desiderio di sperimentare sono fondamentali per chi intraprende questa professione. Amo questo lavoro perché è in evoluzione continua: dal punto di vista tecnico, grazie allo sviluppo di nuove piattaforme per analizzare dati e coinvolgere gli utenti, l’utilizzo di AI e AR, media sempre più interattivi, ma anche da quello relazionale, attraverso lo scambio continuo di esperienze. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima opportunità per tenersi aggiornati.”

Roberta Russo: “Dal mio punto di vista, l’innovazione è qualcosa che va al di là del digitale, essa coinvolge l’intera società e i suoi modi di vivere. Se ripensiamo al lockdown ci accorgiamo come alla diffusione generale delle dinamiche digitali si è accompagnata un’innovazione in termini di stili di vita e di concezione del lavoro. I Digital Innovation Days sono un’ottima occasione di formazione su queste tematiche proprio perché raccontano come la tecnologia è stata a servizio dei bruschi cambiamenti.”

Manuela Barbara Soldati: “La formazione per chi si approccia ma, soprattutto, per chi ha fatto del digitale il suo lavoro, è fondamentale. Viviamo in una società così veloce che fermarsi e non aggiornarsi è non solo controproducente ma totalmente paralizzante. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima modalità per far conoscere, per sperimentare e far scoprire realtà avanzate.”

Antonella Monte: “L’apprendimento è fondamentale, parte tutto dalla cultura, quindi la formazione e l’aggiornamento sono imprescindibili. I didays sono l’occasione giusta per ascoltare le storie di chi si è trovato a fare i conti con un’accelerazione tanto più improvvisa quanto meno pianificata dal punto di vista della tempistica e dell’innovazione aziendale.”

  • Quali sono le competenze per essere un buon digital marketer? Ti viene in mente un case study che ti fa essere orgogliosa del lavoro svolto?

Francesca Tommasi: “Penso che ci sia sempre modo di apprendere competenze tecniche specifiche, quindi credo sia più importante sviluppare un approccio che garantisca sempre una visione d’insieme. Occupandomi di strategia di comunicazione a tutto tondo, mi sono resa conto del valore di un metodo che sia cross-mediale e cross-business.
Il lancio dei volumi di “Fantastic Beasts and where to find them”, un’esperienza di grande portata poiché si è trattato di un lancio globale di HarperCollins Publishers in collaborazione con WarnerBros. Crossmedialità ed engagement allo stato puro. Ho collaborato con i profili ufficiali di Pottermore (oggi Wizarding World) creati da J. K. Rowling, con le community dei fan, realizzato attività, contest ed eventi che partissero dal mondo virtuale dei social media per poi prendere forma in quello reale.”

Roberta Russo: “Un digital marketer oggi ha bisogno di poche cose, ma fondamentali:
1. mettere da parte l’ego (non è detto che le tue idee sappiano rispondere alle esigenze del tuo pubblico)
2. capacità di ascolto delle esigenze e del contesto
3. umiltà: procedere con atteggiamento socratico, quindi sapere di non sapere e mettersi costantemente in viaggio verso la conoscenza
4. curiosità di apprendere tutto ciò che ancora non si conosce.
Ricordo uno dei miei primi progetti, entrata da poco come dipendente in agenzia… mi sono offerta volontaria per aiutare una compagnia teatrale di miei amici che avrebbero portato il loro spettacolo “Pisci ‘e Paranza” al Piccolo Bellini di Napoli. Il budget per le sponsorizzazioni era minimo ma lo spettacolo è andato sold out ed è stata aggiunta una data ulteriore (sold-out anche quella). Attraverso la creazione di contenuti suggestivi su Facebook e un comunicato stampa abbiamo ottenuto risultati insperati.”

Manuela Barbara Soldati: “ll digital marketer, a mio avviso, deve racchiudere tutte le skills dei flussi digitali, specializzandosi in un aspetto senza tralasciare gli altri. Bisogna saper gestire un team, saper comunicare con i membri del gruppo, riconoscere gli input da dare e saper correggere: Inoltre conoscere la SEO, i social media, l’email marketing e la piattaforma Google, che non vuol dire saper svolgere tutto, ma conoscere gli aspetti e coordinare lo staff tecnico che si è creato.
Scegliere solo un progetto è difficile, ma sicuramente aver partecipato all’ideazione e alla creazione di un nuovo format pubblicitario mi rende molto orgogliosa.”

Antonella Monte:  “Al di là delle competenze tecniche penso che un buon digital marketer debba saper intercettare e interpretare i segnali che arrivano dalla società, è necessario che le aziende passino dal “far desiderare le cose alla gente” a “fare cose che la gente desidera”.
“Mi piace definirmi una “silos breaker”, ossia una persona che fa collaborare le diverse funzioni aziendali che generalmente rischiano di lavorare per compartimenti stagni. Il progetto di cui vado più fiera è stato la definizione di un format per la gestione delle family & friends online sale che ha permesso di snellire i processi e massimizzare le vendite a livello globale.”

  • È la tecnologia che modifica la società oppure il contrario?

Francesca Tommasi: “Spesso incolpiamo uno strumento specifico – i social media, la tv – per quello che siamo, o la società, come se fosse un’entità astratta e informe. Noi però siamo quella società, come individui prima ancora che come massa, quindi penso sia nostro dovere capire il potenziale degli strumenti che abbiamo a disposizione e imparare a gestirli. Anche la tecnologia è potere…e si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.”

Roberta Russo: “Molte attività sono nate dopo il boom dei social media: pensiamo a tutti coloro che fanno delle loro passioni il loro business come i travel blogger, content creators, youtuber… Allo stesso modo anche le aziende hanno acquisito tantissimi spunti per modificare la loro offerta produttiva, grazie ai dati presenti sul web e ai tool di tracciamento delle azioni degli utenti. In ogni caso la tecnologia dovrebbe sempre essere a servizio della società e può farlo proprio perché non ci sono più segreti sul mercato: basta analizzare i dati.”

Manuela Barbara Soldati: “È un processo parallelo di influenze. Una non esclude più l’altra, compensandosi.
Così come per tutto, è l’abuso il problema. Uno strumento utilizzato nel modo corretto è solo un bene.”

Antonella Monte: “Credo si influenzino a vicenda. La tecnologia generalmente soddisfa un bisogno della società e a volte, forse sempre più spesso, modifica la società stessa, basti pensate a tutto quello che oggi facciamo grazie agli smartphone e che poco più di 10 anni fa era impensabile, come la condivisione di momenti della nostra vita in tempo reale con amici e parenti lontanissimi oppure i pagamenti contactless.”

  • L’evoluzione della TV in SMART TV con interazione e condivisione nel media, come la giustifichi?

Francesca Tommasi: “Abbiamo constatato che in termini di dati, comportamenti e pubblicità da analizzare è fondamentale mantenere l’utente il più possibile sulla stessa piattaforma, e questo con le Smart Tv è possibile, dato che offrono connettività, funzionalità aggiuntive, App, ricerca vocale, tutto attraverso un solo dispositivo.” Ogni media ha raccontato o narra la nostra storia e alcune dinamiche risulterebbero meno chiare. Un suggerimento a tal proposito è la visita al NewsMuseum di Sintra, in Portogallo: un’esperienza immersiva attraverso i mass media, percorrendo le notizie più salienti degli ultimi secoli.”

Roberta Russo: “In primis ogni media racconta un’epoca, pensiamo all’importanza della radio e della televisione nell’alfabetizzazione della popolazione. La Smart TV, è il tipico esempio di “ascolto” della domanda: se le persone utilizzano sempre di più alcune applicazioni per l’intrattenimento, come fare per non far “addormentare” il mercato delle TV? La risposta sono le Smart tv che guardano alle tendenze del consumo di contenuti online inerenti le generazioni Millennials e Z.”

Manuela Barbara Soldati: “Certamente è nn processo evolutivo normale. Anzi, credo e spero di trovarci solo all’inizio. Pensando alla bacchetta magica, sogno il mondo dei media come un paese dei balocchi dove non sarò costretta a vedere un solo programma in TV ma poter scegliere tra molti simultaneamente. Sarà una bella sfida per gli ascolti. Pur avendo mosso qualche passo nel mondo della televisione, credo che stiamo vivendo un momento storico politico nel quale alcune emittenti televisive favoriscono la non cultura e la banalità.”

Antonella Monte : “Ho studiato linguaggi dei media e per “affetto” e interesse professionale seguo queste dinamiche. La TV “tradizionale” che conoscevamo non esiste più, è un ricordo che arriva al massimo agli anni 90. Oggi il piccolo schermo sta provando a tenere il ritmo rapidissimo di internet, con nuovi linguaggi… figli delle nuove generazioni che incalzano nel mercato dei media.”

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Sara Brugnoni
Brand Ambassador #DIDAYS20

Marketing sensoriale: oggi si vendono emozioni ed esperienze, non più prodotti

Il marketing sensoriale oggi ricopre un ruolo particolarmente importante nel mondo dei consumi in quanto si inserisce in un contesto nel quale i consumatori non sono più alla ricerca di prodotti con cui soddisfare determinati bisogni, ma piuttosto di emozioni ed esperienze.
Prima di iniziare a parlare di marketing dei sensi è tuttavia necessario fare una distinzione fondamentale tra sensazione e percezione: la prima riguarda l’attivazione degli organi di senso attraverso stimoli esterni in grado di suscitare una risposta da parte dell’organismo, la seconda invece corrisponde a quel processo attraverso il quale le informazioni captate dagli organi di senso vengono elaborate, organizzate e interpretate cognitivamente dal nostro cervello.

Le leve del marketing esperienziale

Bernd Schmitt a proposito di marketing sensoriale sostiene che sia più importante la valorizzazione dell’esperienza del prodotto piuttosto che il prodotto in sé.
Secondo lui è possibile controllare l’esperienza sperimentata dal consumatore tramite l’associazione al prodotto di cinque diverse esperienze, dette Strategic Experiential Modules (SEM).
Queste differenti esperienze vanno applicate al prodotto in base alle sue caratteristiche e alle peculiarità del target e sono:
– SENSE experiences: coinvolgono la percezione sensoriale, ossia i cinque sensi. L’esperienza sensoriale può essere impiegata in tutte le fasi della vendita per incrementare il valore del prodotto o servizio e per rendere riconoscibile l’azienda agli occhi dei consumatori;
– FEEL experiences: richiamano i sentimenti dei clienti e hanno come obiettivo quello di creare delle vere e proprie esperienze affettive, che possono andare da una semplice soddisfazione derivante dall’acquisto a emozioni di orgoglio e appartenenza nei confronti del prodotto;
– THINK experiences: sono cognitive e creative e mirano a coinvolgere i clienti attraverso la risoluzione di problemi mentali;
– ACT experiences: coinvolgono il cliente in prima persona, inviandogli messaggi persuasivi e motivazionali con lo scopo di invitarlo ad agire in modo differente da come farebbe normalmente;
– RELATE experiences: mettono il consumatore in relazione con un gruppo di individui aventi interessi e aspirazioni comuni.

Come stimolare i sensi

Ricorrere ai cinque sensi per trasmettere emozioni non solo permette di aumentare il tasso di engagement, ma anche di rafforzare la brand image e aumentare notevolmente l’associazione con il marchio e di conseguenza la possibilità di ricordarselo.
In questo modo si può modificare l’approccio che il consumatore avrebbe nei confronti del prodotto, fornendogli attraverso la brand experience maggiori informazioni con cui convincerlo a comprarne uno piuttosto che un altro.
Ciò che alla fine spinge l’acquirente a scegliere un brand è quindi il coinvolgimento sensoriale ed emotivo.

I cinque sensi visti più da vicino.

1. VISTA

La vista è uno dei sensi dominanti ed è quello che più di tutti è soggetto a stimoli, non a caso circa l’80% delle informazioni vengono recepite attraverso gli occhi. La sua importanza deriva in primis dal fatto che si tratta del primo vero contatto che si riesce a stabilire tra il consumatore e il brand.

Dato che oggi i consumatori sono soggetti a un elevato e continuo inquinamento visivo è fondamentale capire come comunicare il proprio messaggio in modo distintivo, poiché il rischio è quello di creare confusione e disorientamento e di essere quindi ignorati.

L’odierno bombardamento pubblicitario infatti spinge i consumatori a innescare talvolta dei meccanismi di difesa con cui proteggersi, dimenticando o ignorando tutte le comunicazioni che non ritengono utili o che non confermano le loro credenze.

Per quanto riguarda i colori è ormai ampiamente dimostrato che ciascuno abbia un impatto fisiologico differente sull’individuo e che rivesta un ruolo di grande importanza sia nei cibi, in quanto ogni colore è associato ad un gusto specifico, che nei profumi, poiché la colorazione aiuta a identificare le fragranze tra loro.

Dal punto di vista del retail è molto importante non solo la scelta dei colori adeguati ma anche il corretto utilizzo del gioco di luci ed ombre, il quale può influire molto sulla valorizzazione dei prodotti presenti nei punti vendita aumentandone o diminuendone la qualità percepita.

Un esempio a riguardo è Sephora, che nei suoi negozi utilizza un layout minimalista in cui prevale il colore nero, il quale valorizza ed esalta i cosmetici evocando al contempo la femminilità ed il lusso.

2. TATTO

Il tatto riveste un ruolo molto importante in quanto i consumatori necessitano di provare i prodotti, di testarli e quindi di entrare fisicamente in contatto con essi.
Oggi questo senso sta acquisendo maggiore rilevanza agli occhi dei marketers soprattutto per via del fatto che l’acquisto avviene sempre più frequentemente online e dunque i consumatori hanno bisogno di certezze su ciò che vanno a comprare.
Gli individui si differenziano nel bisogno di ottenere le informazioni attraverso il contatto tattile, pertanto presentano un diverso grado di “need for touch”, ossia l’impulso a toccare i prodotti da acquistare.

Questo bisogno dipende soprattutto dall’esperienza soggettiva provata nei confronti del prodotto: i consumatori con un indice di need for touch più elevato hanno quindi una minore confidenza con esso, per cui necessitano di maggiori informazioni sensoriali per decidere procedere con l’acquisto o meno.

Il packaging in tutto ciò riveste un ruolo importantissimo, in quanto non serve semplicemente a proteggere il prodotto ma deve distinguerlo dagli altri, fornendogli un aspetto unico. E’ quindi importante che la confezione risalti non solo alla vista, ma anche al tatto.

Ad esempio Dolce&Gabbana ha creato per alcuni suoi profumi delle confezioni con tappo in velluto, che non solo rappresenta il lusso ma essendo anche morbido al tatto richiama la consistenza degli antichi tappeti siciliani.

3. UDITO

Il suono ha la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore, di attivarlo emozionalmente in una situazione di consumo e di incidere sul suo stato psico-fisico. La stimolazione dell’udito è dunque estremamente importante, sia nell’ambito pubblicitario che nel mondo del retail.

La musica infatti crea suggestioni, si radica nella memoria e genera sensazioni positive o negative che si riflettono sull’attrazione o sul rifiuto per una marca, ma non solo, permette anche di aumentare la permanenza in negozio e può influire sulla scelta dei prodotti da acquistare, sulla percezione del brand e del punto vendita.

Per esempio i negozi che vendono prodotti per la cura del corpo, come ad esempio i corner interni ai centri termali di QC Terme, scelgono una musica soffusa, uniforme, rilassante e che richiama la natura per far entrare il consumatore in empatia con l’ambiente.

4. OLFATTO

L’olfatto ha una forte influenza sulle scelte dei consumatori ed è un driver principale del processo di decision making.
Ad oggi sono molte le aziende che hanno riconosciuto l’importanza di questo senso e alcune ne hanno fatto addirittura il proprio cavallo di battaglia, incentrando la loro strategia di marketing sulla stimolazione olfattiva.

Un esempio attuale e di successo a tal proposito è Lush, la cui forza sta proprio nella capacità di aver saputo sfruttare determinate profumazioni per imprimere il proprio brand nella mente delle persone ed essere così più riconoscibile, oltre che rendere maggiormente “appetibili” i suoi prodotti.

Altri esempi possono riguardare le catene alberghiere, come ad esempio Sheraton, che ha impregnato i suoi hotel di una propria fragranza per far ricordare alle persone il brand o il settore del fashion, dove la stimolazione dell’olfatto è invece utilizzata da molto più tempo.

Abercrombie&Fitch ne è un chiaro esempio, in quanto ha fatto del suo profumo un simbolo di riconoscimento inconfondibile del marchio A&F, spruzzandolo sia all’interno che all’esterno dei suoi negozi e anche sui prodotti stessi.

E’ scientificamente provato che l’utilizzo di fragranze all’interno del punto vendita provochi nel cliente un’esperienza piacevole e memorabile. Il profumo quindi non solo permette di rendere il marchio riconoscibile e di fidelizzare i clienti, ma rende anche più facile la memorizzazione e aumenta la permanenza in negozio.

Infine gli odori contribuiscono anche a rendere migliore la percezione del prodotto: una borsa che emana il classico profumo di pelle sarà percepita come di migliore qualità rispetto a un’altra che invece, è inodore e avrà così più probabilità di essere scelta e acquistata.

5. GUSTO

Ovviamente il gusto è dominante nel settore alimentare, tuttavia presenta una forte interconnessione anche con gli altri sensi in quanto circa il 90% di ciò che percepiamo attraverso di esso dipende dall’odore, dalla vista, dal tatto.

E’ stato dimostrato per esempio che mangiare una pietanza in un piatto di plastica diminuisce la sua appetibilità rispetto all’utilizzo di un piatto di ceramica, così come un bel impiattamento rende un cibo maggiormente desiderabile rispetto a uno realizzato in modo non curato.

L’importanza del gusto ha acquisito talmente tanta rilevanza che oggi ricorrono al suo impiego anche marchi non appartenenti al settore alimentare.
I grossi brand del fashion hanno cercato infatti di sfruttare questa leva per offrire servizi complementari alla vendita dei propri prodotti, come ha fatto ad esempio Armani con il suo Emporio Armani Caffè, un luogo di classe in cui cibo e fashion si incontrano.

Sensploration: oggi il marketing deve esaltare tutti i sensi

Tradizionalmente i 5 sensi sono sempre stati studiati in modo isolato dai ricercatori, tuttavia negli ultimi anni sono stati documentati numerosi esempi di interazioni cross modali che hanno dimostrato come anche l’elaborazione sensoriale da parte di un unico senso sia modulata in base agli altri.
Per definire questa tendenza a offrire sempre di più esperienze sensoriali integrate Charles Spence ha coniato il termine sensploration, ossia l’atto di stimolare molteplici sensi in modi nuovi per esaltare l’esperienza complessiva.

Per concludere, ricorrere al marketing sensoriale può portare ad un aumento della notorietà dell’azienda rafforzandone l’identità, rendendone l’immagine più riconoscibile e fidelizzando i clienti, i quali come ho scritto all’inizio sono sempre più attratti dalle esperienze che possono provare attraverso l’acquisto di prodotti.
Per rendere la shopping experience sempre più coinvolgente, memorabile e soprattutto appagante oggi quindi i punti vendita devono essere in grado di stimolare tutti e 5 i sensi, seguendo una strategia di marketing sensoriale capace di esaltarli tutti in modo integrato.

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Lorenzo Ferrari
Brand Ambassador #didays20

Storytelling: come “1984” di Apple ha cambiato il mondo della pubblicità

1984. Precisamente il 22 gennaio. Da ormai un po’ di tempo, l’evento che assegna il titolo di squadra campione del mondo nella NFL viene considerato l’avvenimento più importante dell’anno. Catalizzando l’attenzione di tutto il mondo davanti al televisore. Una situazione niente male per un’azienda in cerca di promozione per il proprio prodotto. Come la Apple, che durante la pausa del terzo quarto dell’incontro proiettò un filmato promozionale di un minuto esatto. Pronto a fare la storia.

Lo spot racchiudeva tutto questo: in uno scenario apocalittico aziendale, scuro e tenebroso, un esercito di uomini tutti uguali marciano a ritmo sincronizzato. Sono diretti verso una grande sala, in cui un Grande Fratello orwelliano apparso su uno schermo cerca di sedurli e controllare le loro menti. Contemporaneamente una giovane atleta cerca di entrare nel luogo malsano, scappando dalle guardie e riuscendo ad entrare nella grande aula piena di uomini. Spiazzata dalla scena, lancia un martello sul mega schermo, distruggendolo e mettendo a tacere il Grande Fratello. Dopo di ciò, appare poi la scritta finale: “il 24 gennaio 1984 Apple presenta Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984”. Si tratta dello spot pubblicitario con cui Apple presentò il personal computer Macintosh, spot divenuto un cult per l’ispirazione a George Orwell e per la regia di Ridley Scott, reduce dal suo distopico e strepitoso “Blade Runner”.

Fu trasmesso un’unica volta. Steve Jobs pochi mesi prima l’aveva mostrato ad un piccolo pubblico di soci ed azionisti. Ma il consiglio di amministrazione della società, guidato da Jonh Sculley, non accolse molto bene il progetto. Furono i fondatori Jobs e Wozniak a difenderlo, tanto che si offrirono di pagare di tasca propria lo spazio per mandarlo in onda. Per far capire quanto ci tenessero.

E, numeri alla mano, fu una mossa azzeccata. Perché Apple vendette circa 72 mila esemplari nei 100 giorni successivi all’uscita della pubblicità.

Lo spot fu premiato come “il migliore del secolo”. Risalente a quando Apple non era ancora un colosso, l’immagine che il brand voleva trasmettere era quella di una piccola azienda e dell’innovatore solitario che si scontra con l’impero monolitico, quello della IBM. Ma andiamo ad analizzarlo nel dettaglio. E lo schema per farlo è una derivazione semplicistica (fornita dall’esperto italiano di storytelling Andrea Fontana) della struttura del “viaggio dell’eroe”:

– Qualcuno: l’atleta in questione
– Deve fare qualcosa: corre in un corridoio buio in preda alla rabbia
– Per ottenere qualcosa d’altro: per spezzare la monotonia del Grande Fratello orwelliano
– Ma c’è un problema: il nemico è grande ed ha il controllo su tutto il pubblico
– Quindi bisogna trasformarsi: agire e colpire con il martello lo schermo
– Per essere all’altezza del problema: sconfiggere il nemico
– E superare la situazione: spezzare la monotonia

Il format è quello per sedurre lo spettatore. 1984 è un chiaro riferimento a come Apple, nell’idea di Jobs, si dovesse elevare ad unica forza minore in grado di contrastare il predominio dei dispensatori di tecnologie uniformi. Un riferimento a IBM che, in quel periodo, stava imponendo il suo Personal Computer in maniera forte. Ma non è solo IBM nel mirino di quel video: in realtà vi è ogni società che rappresenti un accentramento di potere.

Questo breve filmato ha rivoluzionato il mondo della pubblicità, fino a diventare un punto di riferimento indiscutibile. Per la prima volta (attraverso uno spot) non viene proposto direttamente un prodotto, ma un’idea. Il nuovo computer non è al centro della storia: questo messaggio è costruito attraverso l’interazione di apporti, suggestioni e spunti eterogenei, il richiamo alla letteratura, le attenzioni nei confronti della condizione della donna, l’opposizione a qualsiasi mezzo di prevaricazione, l’appello al coraggio e la libertà. Questo piccolo capolavoro aveva l’obiettivo di comunicare alla platea di allargare i confini dell’universo informatico e di rendere anche l’angusto spazio lavorativo un mondo creativo e stimolante, con nuove modalità di espressione.

La pubblicità è rappresentata, quindi, come specchio dello spirito dei tempi, che è dominante, perché, come insegnano i principi del marketing post-anni Ottanta, le merci si vendono meglio se con esse si veicolano stili di vita e modelli comportamentali. E Apple fu una delle aziende pioniere in questo senso.

Un linguaggio nuovo per l’epoca e talmente attuale e avanguardistico, che oggi è divenuto un must per ogni tipo di azienda che desidera entrare nel cuore dei suoi clienti.

Per approfondire questa tematica segui gli speech della sala Innovation & Emerging Tech acquistando il ticket per l’evento più atteso dell’anno, clicca su Digital Innovation Days.

Alessandro Colonna
Brand Ambassador #didays20

Medicina Digitale e Wearable Technology in era Covid-19

L’uso della medicina digitale e della telemedicina, ovvero delle tecnologie digitali nella sanità, per fare diagnosi e terapie a distanza, possono essere di grande aiuto per far fronte a una situazione di emergenza sanitaria come quella attuale.

Tra i benefici della medicina digitale si riscontrano:

– Riduzione del numero di giorni di degenza ospedaliera e quindi dei costi di ospedalizzazione.
– Razionalizzazione dei tempi e del percorso di cura.
– Miglioramento del servizio di consulenza da parte di team di specialisti dedicati.
– Monitoraggio delle malattie con maggiore possibilità di intervento precoce e prevenzione.

Fatta questa premessa, i nuovi modelli di prevenzione basati sull’analisi dei dati, dalla cura fino al post-ricovero, l’utilizzo della telemedicina, l’uso di app dedicate per la teleassistenza di pazienti domestici anche attraverso dispositivi wearable, la diffusione di soluzioni IoT e di intelligenza artificiale e di machine learning ci porteranno a un nuovo livello di sanità digitale.

La wearable technology ha già un alto potenziale di crescita tanto che secondo la società di ricerca IDC, nel 2019 è stata registrata un incremento dell’89% delle vendite a livello mondiale.

Gli appassionati di fitness e dello sport in genere conoscono già i vari dispositivi indossabili che ci aiutano per l’allenamento. Gli smartwatch di ultima generazione e i fitness tracker sono diventati ormai molto diffusi e anche piuttosto utili. Oltre che calcolare il nostro consumo sotto sforzo e indicare le calorie bruciate, sono fondamentali per tenere sotto controllo il cuore e la pressione sanguigna.

La loro importanza per la nostra salute potrebbe essere estesa anche alla lotta al Covid-19, aiutandoci a riconoscere i primi sintomi della malattia.

Diversi paesi al mondo stando studiando applicazioni specifiche per questi dispositivi, “tarandoli” sul coronavirus.
Ad esempio, il Scripps Research Translational Institute di La Jolla in California ha attivato un programma basato sui parametri vitali rilevati dai possessori di diversi marchi di werables in modo da tracciare le persone in base alla loro attività fisica, e risalire a possibili sintomi da contagio.

Tutti i dati dei volontari che partecipano (in completo anonimato) vengono salvati in un database e condivisi su base volontaria.

I benefici dell’IoT medicale

In generale, l’IoT (Internet of Things) nel medicale porterà numerosi benefici. La raccolta e analisi dei big data in ambito medico faciliterebbe, nella situazione attuale, il tracciamento, il monitoraggio e l’intervento sui pazienti positivi a casa ad esempio ma anche la raccolta dei dati sulle persone sane per una maggiore prevenzione e contenimento della malattia e del contagio. Certo, ci sono ancora molti nodi da risolvere per lo più legati alla protezione dei dati personali e alla privacy, ma la strada in questa direzione è ormai un passo obbligato.

Wearable Devices: le tecnologie di supporto

I dispositivi “wearable” (ovvero indossabili) appartengono alla categoria delle Internet of things (IoT) – network di dispositivi connessi tra loro per recepire e condividere dati – che nel 2020 potrà contare su 26 miliardi di oggetti connessi, un numero superiore di quasi 30 volte rispetto al 2009 quando gli oggetti “smart” erano appena 0,9 miliardi (Gartner, 2013).

La crescita progressiva di questo settore ha generato conseguenze molto interessanti in ambito sanitario per almeno due motivi:

– Lo sviluppo di tecnologie basate su sensori e sulla connettività rende possibile la raccolta, la registrazione e l’analisi di dati che prima non erano accessibili;
– La capacità dei dispositivi wearable di raccogliere dati autonomamente è tale da fornire al team socio-sanitario i dati di cui necessita nel momento maggior bisogno.

In generale, l’automazione riduce il rischio d’errore incrementando l’efficienza delle prestazioni medico-sanitarie e riducendo i costi per attuarle. Per tanto, l’uso congiunto di tecnologie IoT per la sanità, assume un ruolo significativo in vari scenari:

Assistenza ospedaliera. I pazienti ricoverati attraverso i sistemi IoT possono essere continuamente monitorati;
Monitoraggio da remoto. I pazienti più fragili (anziani e affetti da patologie croniche) sono messi nelle condizioni di condurre una vita più indipendente;
Prevenzione. Le attività quotidiane e di benessere delle persone che non accusano particolari sintomatologie possono essere monitorate limitano le visite mediche e specialistiche in ospedale.

Ai #DIDAYS, una delle 11 sale verticali si occuperà proprio di Health Tech. Non lasciarti sfuggire l’opportunità di ampliare le tue conoscenze. Acquista il ticket con il 30% di sconto utilizzando il codice didYou30, cliccando sul link https://www.digitalinnovationdays.com/partecipa/

Marco Magnani
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

Vendere su Instagram

In pochi mesi, le abitudini di acquisto sono inevitabilmente cambiate. Il lockdown ha portato molte aziende a dover aggiornarsi per rimanere in vita e l’e-commerce è cresciuto come mai prima d’ora permettendo di raggiungere nuovi e potenziali clienti ovunque.

Gli imprenditori hanno dovuto quindi capire come vendere i loro prodotti. I social ed in particolare Instagram, sono un’opportunità straordinaria per incrementare il proprio business, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono alla ricerca di visibilità. È quindi fondamentale saper sfruttare al meglio gli strumenti digitali.

Utilizzando un account aziendale si può accedere ad una serie di interessanti funzionalità.
È possibile collegare la pagina Facebook e sincronizzare il catalogo prodotti, vendere beni fisici, incentivare gli acquisti nel feed o generare traffico al sito web.

Inoltre, è consigliato reinventare il dialogo con i clienti, attuali e potenziali, stimolando il dialogo attraverso i messaggi in direct e le live.

Per quanto riguarda i copy, esiste una doppia possibilità di acquisto. Si può aggiungere una serie di tag nella foto e il tag shopping nella descrizione del post che rimanda alla pagina di acquisto del prodotto.
Nel primo caso, attraverso il click si leggerà il nome dell’articolo, il prezzo ed ulteriori informazioni. Ogni foto potrà contenere fino ad un massimo di 5 tag ma se il post ne contiene più di una, i tag possono arrivare fino a 20.

Anche le stories sono un ottimo canale di vendita. Il social ha introdotto 3 stickers interattivi a sostegno delle imprese che si sono trovate in difficoltà a causa del Covid-19.

  • Support Local Business: pensato come collegamento diretto al profilo dell’azienda
  • Ordini di cibo: vetrina per ristoranti, pizzerie e bar. L’adesivo rimanda a piattaforme partner per effettuare il pagamento e la consegna
  • Compra a km 0: ideale per i servizi di asporto.

L’azienda potrà inoltre, realizzare dei contenuti da mettere in evidenza e fruibili a tempo indeterminato, ripubblicare le “recensioni” dei clienti che hanno taggato il brand nelle stories e aggiungere lo swipe up, se hanno almeno 10.000 followers, con un reindirizzamento al sito.

Lo scopo finale di Instagram shopping è quello di incentivare la permanenza degli utenti sul social, riducendo il numero di passaggi per completare l’acquisto dopo aver trovato un oggetto nella piattaforma.

Per approfondire questa tematica, segui la sala Social Media il 29 ottobre. Acquista il tuo ticket scontato del 30% utilizzando il codice LauraZucchiatti30 sul sito dei Digital Innovation Days.

Laura Zucchiatti
Brand Ambassador #didays20

Lusso e retail: dal clienteling personalizzato all’evoluzione phygital. Burberry, Lancôme, Gucci. Il futuro dei brand tra Augmented Reality e algoritmi

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova anche il mondo del retail, portando al ripensamento degli spazi fisici e del legame tra brand e cliente, in un’ottica sempre più phygital. Ciò è accaduto anche nel mercato del Lusso, che ha subito un forte calo delle vendite dovuto alla fase di lockdown e al successivo vincolo in termini di mobilità (Studio McKinsey State of Fashion 2020).

Da questo momento di crisi stanno però potenzialmente nascendo nuove opportunità, soprattutto in termini di riflessione customer-centered. Secondo la ricerca True Luxury Global Consumer Insight di Boston Consulting Group e Altagamma Retail Revolution, infatti, è emerso che il 43% dei consumatori è disposto a spendere in esperienze e il 46% apprezza la formula di clienteling personalizzato (un dato che arriva al 76% sulla clientela cinese).

A fronte della crisi del retail, se il “digital” non è la soluzione, è senz’altro un tassello importante per sviluppare alcuni segmenti, quali:

  • Costruzione di una forte customer relationship in chiave phygital, per esaltare il legame tra brand e cliente
  • Personalizzazione dell’esperienza del singolo, grazie all’utilizzo di AR/AI per acquisti sempre più semplici e mirati
  • Semplificazione di processi, del flusso comunicativo nella filiera e della costruzione di un ecosistema sempre più efficiente tra punto vendita, e-commerce e cliente.

Chi gravita nel mondo del Lusso nutre aspettative molto alte in termini di efficienza, attenzione, valore esperienziale, senza trascurare una componente fondamentale: sognare.

Alcuni brand si stavano già attivando per creare esperienze uniche – un esempio è Moncler Genius, progetto nato un anno fa -, ma la necessità di connettersi con i clienti si è fatta sempre più improrogabile, soprattutto in epoca di distanziamento sociale e lento ritorno alla normalità.

Gucci, ad esempio, ha da poco lanciato il Garden Virtual Tour, il corrispettivo digital dello spazio creato da Alessandro Michele a Firenze, in Piazza della Signoria: un’esperienza immersiva che porta il pubblico a vivere l’atmosfera di un luogo fisico, ammirare oggetti unici, ambientazioni raffinate, rivivere la storia del brand, ma non solo. Il tour, infatti, permette per la prima volta di procedere con l’acquisto di prodotti presenti solo nello store fiorentino.

Un altro brand che si sta muovendo in questa direzione è Burberry che tra il 2021 e 2022 lancerà il suo primo social retail store a Shenzen in China, una perfetta integrazione tra spazio fisico e virtuale. All’interno dello store, infatti, saranno presenti sculture e installazioni con le quali i clienti interagiranno grazie alla Augmented Reality, oltre ad essere sempre garantito un servizio in equilibrio tra customer experience e customer care, mediante l’utilizzo di WeChat.

A questo proposito, anche L’Oreal è pronta a un’integrazione sempre più forte tra spazio fisico e universo digital grazie al suo 3D virtual flagship store dedicato a Lancôme inaugurato da poco a Singapore, che unisce l’interazione tradizionale all’interno di uno spazio fisico a un’esperienza di shopping totalmente virtuale. Tra livestream, schermi in grado di fornire consulenze personalizzate grazie all’utilizzo di specifici algoritmi e video celebrativi, l’engagement è garantito.

Quell’esperienza che sembra in sé ludica si traduce in un’occasione per far evolvere il rapporto con la clientela, gestire i flussi all’interno degli spazi fisici, e allo stesso tempo di fidelizzare l’utente attraverso un processo che non termina con l’acquisto di un prodotto, ma che vede in questo solo il punto di partenza. Un modo per offrire esperienze e suggerimenti sempre più personalizzati, rafforzare il rapporto con il brand, e portare a un nuovo livello la “retail experience”.

Come accaduto a Parigi, dove le iconiche Galeries Lafayette per fronteggiare l’emergenza Covid-19 hanno avviato una collaborazione con la start up GoInStore, per mettere a disposizione un servizio di Live shopping dedicato alla clientela francese ed estera. Un modo per acquistare prodotti dei suoi 120 brand di altissima gamma con consegna a domicilio o ritiro in negozio. E c’è di più: nell’operazione sono stati coinvolti brand ambassador e personal shopper.

Che possa essere l’evoluzione a medio e lungo termine dell’acquisto?

Ti aspetto ai Digital Innovation Days, acquista il ticket con il codice sconto FrancescaTommasi30. Accedi al sito attraverso questo link: https://www.digitalinnovationdays.com/?ref=89

Francesca Tommasi

Brand Ambassador dei Digital Innovation Days 2020

CLIU: un progetto innovativo e sostenibile nato durante il lockdown

Il lockdown ha portato alla creazione e all’adattamento di nuovi metodi, cercando di acquisire quello che è il lato positivo del difficile momento storico che stiamo vivendo. La voglia di reinventarsi ha spinto un diversificato team italo-spagnolo che, tra una call e l’altra, tra designer ed esperti in tecnologia, da Milano a Palermo, ha generato una startup. Essa prende il nome di Cliu e ha lo scopo di dare, come affermano gli ideatori stessi, “ una risposta a un’esigenza di normalità”.

Si tratta di una nuova concezione dell’oggetto più usato negli ultimi mesi, ovvero la mascherina, la quale fin da subito diviene un successo: varie testate giornalistiche ne parlano enfatizzandone il design, la particolarità tecnologica e il principio sostenibile che sta alla base del progetto.

Iniziato ad aprile il concept design, oggi si sta lavorando al suo prototipo con l’obiettivo di far partire la produzione per il mese d’ottobre. L’idea è stata proposta attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo che, oltre al dare il via alla produzione di mascherine totalmente sostenibili, contribuirà, in collaborazione con Seads e CNR, all’installazione di una Blue Barrier sull’Arno che bloccherà 20 tonnellate di rifiuti plastici all’anno, destinati altrimenti a finire in mare. Tale emergenza preoccupa tutto il pianeta e sono sempre di più le innovazioni che cercano di ridurre l’impatto ambientale utilizzando materiali riciclati e riciclabili a loro volta. Sono proprio materiali ecosostenibili quelli di cui il team di Cliu si servirà per la realizzazione del prodotto. Inoltre, sono stati anche progettati dei filtri ai carboni attivi, studiati grazie a un brevetto dell’Università di Siena con la collaborazione del Siena BioActive, Spin-off del Dipartimento di Biotecnologie della medesima università. La sostenibilità ambientale dunque è un valore cardine di cui la startup in questione si fa portavoce.

La dose di innovazione tecnologica è legata anche alla dotazione di bluetooth, microfono e sensori che monitorano il proprio respiro e la qualità dell’aria. In aggiunta, grazie all’invenzione di un’app apposita, ognuno può controllare tali parametri direttamente dal proprio dispositivo. Pertanto, la libertà e l’attenzione per la salute propria e altrui sono principi essenziali e, per tale motivo, il prodotto diventa pure una soluzione per non udenti: mediante uno schermo trasparente, che può aprirsi attraverso una cornice magnetica e a cui è incorporato un sistema di antiappannamento, è possibile rendere visibile il labiale dell’interlocutore, permettendo così la comunicazione e riducendo le disuguaglianze che, a causa della pandemia, sono state messe in luce.

Il design, il quale rende la mascherina ergonomica, è pensato per farla aderire perfettamente al volto rendendo facilmente indossabile un oggetto che non eravamo abituati ad adoperare fino a qualche tempo fa. Figlia del made in Italy, per cui siamo famosi in tutti il mondo, Cliu strizza l’occhio non solo al comfort, ma anche allo stile, attraverso la possibilità di scelta fra diverse tonalità di colori.

Concludendo, si tratta di una startup attuale, generata da giovani menti e che ci permette di essere orgogliosi in relazione alla fama riscontrata principalmente all’estero. Inoltre l’idea della sua nascita è legata alla pandemia, ma guarda anche al futuro, in quanto si tratta di un mezzo che protegge anche dallo smog, sempre più intenso, purtroppo, all’interno delle città.

Durante i #DiDays20 ci saranno tanti speech di molti relatori che ci narreranno come le aziende hanno trovato soluzioni alternative per fronteggiare l’emergenza sanitaria e per essere pronti a un avvenire sempre più tech e sostenibile.

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Chiara Curatolo
Brand Ambassador dei Digital Innovation Days 2020