ASANA: il tool perfetto per organizzare al meglio il lavoro del tuo team

Nell’ultimo anno a causa dell’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, lo Smart Working ha conosciuto una crescita esponenziale, ad oggi sono circa 8 milioni i lavoratori italiani che lavorano da casa a fronte dei 570mila dell’anno precedente.

Tra i numerosi tool creati per organizzare al meglio il lavoro da casa è impossibile non citare Asana, semplice, adattabile e potente.

Asana è un’applicazione web pensata per i Project Manager con l’obiettivo di assistere i team di lavoro nell’organizzare, pianificare e monitorare le attività.

Viene comunemente inserita all’interno della famiglia dei tool di project management, anche se il riferimento più corretto è software di work management o di produttività personale.

È un prodotto “freemium”, ovvero si presenta con un piano base gratuito e delle versioni a pagamento che presentano funzionalità aggiuntive.

 

Asana è stato fondato nel 2008 dal cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz e dall’ingegnere ex-Google ed ex-Facebook Justin Rosenstein, che hanno entrambi lavorato al miglioramento della produttività dei dipendenti di Facebook. Il prodotto è stato lanciato commercialmente nell’aprile 2012. Nel dicembre 2018 la società è stata valutata 1,5 miliardi di dollari.

I due fondatori del software hanno deciso di utilizzare il nome Asana, termine che ricorre spesso nella terminologia dello yoga e significa “facile da imparare”, proprio per sottolinearne la semplicità e l’intuitività di questo tool.

 

Tramite questa applicazione i team possono creare progetti, assegnare il lavoro ai compagni di squadra, specificare le scadenze e comunicare sui compiti; include anche strumenti di reporting, allegati di file, calendari e altro ancora.

Ma com’è strutturato Asana?

La struttura di Asana prevede quattro livelli:

  1. Organizzazione
  2. Team
  3. Progetti
  4. Task

 

Un’organizzazione (un’azienda) può avere più team; ogni team può gestire uno o più progetti; ciascun progetto è composto da task e subtask.

 

Se ci si iscrive utilizzando la propria email aziendale, si può creare un’organizzazione: tutti i propri colleghi che si iscriveranno saranno in automatico collegati al gruppo di lavoro che è stato creato.

 

Asana ad oggi prevede anche l’integrazione con numerose App.

  • Ecosistema Google: Calendar, Gmail, Drive, Chrome, Sheets, Forms, Skedpal, YouTube.
  • Ecosistema Microsoft: Teams, Office 365, Outlook, Azure Active Directory, Power Platform.
  • Altri tool di comunicazione e marketing: Adobe Creative Cloud, Mailbird, Slack, Vimeo, MailChimp, Miro, Zoom, Jira, Hubspot, Salesforce.
  • File sharing: CloudApp, OneDrive, Box, Dropbox, Sharepoint.
  • Reporting e time tracking: Tableau, TimeCamp, Instagarntt, HourStack, Timely, pomoDone, Everhour.

Il tool, è dichiaratamente pensato per rispondere alle esigenze di chi lavora in diversi contesti e realtà.

Ad esempio, si rivolge ai team che lavorano in aree quali

  • Marketing
  • Reparto commerciale
  • Sviluppo prodotto
  • Dipartimento IT
  • Risorse Umane
  • Amministrazione e finanza
  • Operations
  • Top Management

Viene continuamente aggiornato per rispondere alle sempre nuove esigenze di organizzazioni da tutto il mondo.

Asana viene utilizzato anche aziende del calibro di Google, Danone, HubSpot, Deloitte, Accenture, Nasa, Harvard University, General Electric, Sky, Vodafone, Avon, Zappos.com, Spotify, Uber, PayPal, The New York Times, Quora e National Geographic.

Asana e il nuovo panorma lavorativo

In questo nuovo e dinamico panorama lavorativo ogni giorno ci interfacciamo e facciamo affidamento su centinaia di applicazioni pensate per facilitare la vita di ognuno di noi, infatti, secondo i dati del Global EN Anatomy of Work Report in media le persone sono solite cambiare circa 10 applicazioni più di 25 volte al giorno per svolgere il proprio lavoro.

I membri dei team distribuiti che, lavorando da remoto, cercano di ricreare “l’ufficio fisico” ricorrono a molteplici applicazioni, ma l’overlapping di applicazioni porta inevitabilmente a rallentare il lavoro, infatti il 27% degli impiegati sostiene che un’elevata percentuale delle informazioni e del lavoro svolto vengono perse quando si passa da un’App all’altra e il conseguente sovraccarico delle App rende a sua volta il personale meno efficiente.

Per questo motivo fare affidamento su una piattaforma di gestione del lavoro, quale Asana, pensata e costruita ad hoc rappresenta la chiave del successo per risparmiare tempo, sforzo e denaro.

Secondo IDC (la prima società mondiale di ricerche di mercato, consulenza ed eventi in ambito IT e innovazione digitale), i team che utilizzano tre o più integrazioni sperimentano un risparmio di circa 30 ore a settimana.

 

Oggi per “sopravvivere” al mercato lavorativo, le organizzazioni devono dimostrare grande capacità di resilienza, una forte predisposizione all’adattamento e nuovo modo di pensare e organizzare le proprie attività.

Spesso però questa capacità organizzativa viene meno creando non pochi problemi, infatti,

nel 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato la sindrome da burnout come un fenomeno occupazionale che deriva dallo stress cronico sul posto di lavoro.

Per questa ragione organizzare il lavoro in maniera adeguata è imprescindibile e Asana è la soluzione.

Asana rappresenta un workspace all’interno del quale è possibile creare progetti e ottenere una panoramica dettagliata di tutte le attività collegate al lavoro da svolgere in modo da gestire in sincrono tutte le attività del proprio team rispettando le scadenze e raggiungendo gli obiettivi prefissati in maniera efficace.

Questo tool inoltre permette di migliorare non solo le performance lavorative, ma anche di creare spirito di squadra che rappresenta il presupposto fondamentale per guidare il proprio team al successo.

 

 

Nicole Di Salvo

Project Manager – Digital Innovation Days

Anna Moschetta

Communication Trainee – Digital Innovation Days

Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei: Spotify Studio AD e le sue enormi potenzialità

Cosa fai quando sei in coda in tangenziale? E quando cerchi di superare il tuo record personale nei 10km? E quando sei sotto la doccia? Fammi indovinare: ascolti Spotify!

Lo so, sembra proprio che io ti conosca molto bene. In realtà io, te e altri 299 milioni di persone abbiamo qualcosa in comune: utilizziamo questo streaming audio per farci accompagnare in ogni momento della giornata.

Playlist, radio, autori e podcast: Spotify non è solo un contenitore di musica, è un distributore di contenuti con dati da capogiro. Quindi perchè non sfruttare questa enorme potenzialità e cominciare a fare delle campagne promozionali?

 

Diamo qualche numero

 

Con 299 milioni di utenti attivi ogni mese, di cui 170 milioni con sottoscrizione free, Spotify raggiunge ben 92 mercati. Un bacino d’utenza straordinariamente ampio, in cui facilmente si possono identificare personas e cluster di interessi specifici.

Chi sono gli iscritti a Spotify?

Uomini e donne in percentuale quasi uguale (46% donne, 54% uomini), gli utilizzatori appartengono in maggioranza alle fasce d’età più giovani, tra le più ambite da pubblicitari e da brand: ben il 34% è di età compresa tra i 18 ed i 24 anni, il 27% tra i 25 e i 34 e il 14% tra i 35 e i 44 anni.

I dati relativi all’audience possono scendere ancora più nel dettaglio, rivelando ad esempio che gli ascoltatori di podcast sono mediamente più istruiti e con un potere d’acquisto maggiore rispetto alla media per fascia d’età (fonte: Spotify First Party Data 2020 e Global Web Index 2018). Insomma, Spotify con i suoi dati first-party e third-party permette di raggiungere segmenti di pubblico specifici sulla base dei dati demografici e degli interessi, identificati analizzando le abitudini di streaming e i gusti musicali degli utenti.

Infine un piccolo accenno doveroso ai contenuti della piattaforma: oltre 60 milioni di brani, più di 1,5 milioni di podcast e 4 miliardi di playlist. Ce n’è davvero per tutti i gusti (e generi).

 

Raggiungere un’audience coinvolta

Milioni di persone accompagnano con la musica di Spotify i loro momenti più importanti. L’ascolto quotidiano alimenta la streaming intelligence: first-party data contestuali che ci rivelano mindset e gusti del momento.

Ed è proprio l’enorme varietà di dati ad essere il sicuro valore aggiunto di questo strumento. Su Spotify la tua audience è perfettamente targettizzata non solo sulla base dei dati demografici, cosa comune a tantissime altre piattaforme, ma anche e soprattutto per la conoscenza dei momenti e delle abitudini degli utilizzatori.

Spotify sa a che ora vai a correre la domenica mattina (e quando decidi di non andarci), se ami ascoltare podcast sulla mitologia greca o sul marketing esperienziale e se ieri sera hai avuto una cena romantica o una pizza a casa con gli amici.

Le persone condividono informazioni e pareri con la piattaforma, comunicano le proprie preferenze affinché l’algoritmo possa proporre loro contenuti audio sempre più affini ai propri interessi.

Tu scegli, l’algoritmo impara e i dati si perfezionano. 

Analizzando le abitudini di streaming e i gusti musicali degli utenti è possibili raggiungere segmenti di pubblico altamente profilati sulla base di

 dati demografici (sesso, età, geolocalizzazione streaming in tempo reale, etc…) forniti tramite registrazione utente;

gusti musicali (musica per bambini, Alternative, Classica, Rock etc… per un totale di oltre 30 generi e sottogeneri) per trasmettere spot subito dopo aver ascoltato un genere specifico;

Behaviour (analisi delle attività, degli stati d’animo, delle abitudini) attraverso l’analisi delle playlist personalizzate;

device (desk, mobile, tablet, auto, dispositivi gaming connessi etc…) per raggiungere gli utenti con le tue campagne in modo dinamico in base alla piattaforma che utilizzano al momento.

Pare proprio che non resti che posizionare la tua campagna nel “momento” giusto con la persona giusta, con una precisione quasi chirurgica.

 

Formati pubblicitari coinvolgenti: oltre all’audio c’è di più!

Spotify offre diversi formati di spot: l’audio è sicuramente il più diffuso, ma non è il solo.

Dato che i device e le piattaforme in grado di riprodurre lo streaming sono molteplici, molteplici sono anche i formati pubblicitari, che si adattano all’azione che presumibilmente l’utente sta compiendo.

I formato previsti sono:

Audio Everywhere: spot audio che consente di raggiungere tuo pubblico di riferimento su qualsiasi dispositivo, in qualunque ambiente e in ogni momento della giornata;

Video (Sposored Session e Video Takeover): video ad alto impatto, di grande qualità, mostrati solo a piattaforma aperta in primo piano e corredati di banner cliccabili;

Display (Overlay e Homepage Takeover): banner cliccabile che mette al centro dell’attenzione (e dello screen) il tuo Brand;

Sponsored Playlist: ti consentono di ottimizzare la brand awareness mediante la sponsorizzazione esclusiva dei migliori contenuti, ovvero le playlist editoriali.

Utilizza una combinazione di contenuti audio, video e display con messaggi uniformi, per garantire al tuo brand “l’ubiquità”.

 

SPOTIFY AD STUDIO è la piattaforma da cui poter programmare una campagna. Il meccanismo è molto simile ad altre piattaforme di ads per i social, seppur con qualche leggera limitazione probabilmente dovuta alla “giovane età” dello strumento.

La struttura classica Campagna – Gruppo di annunci – Annuncio permette di selezionare  obiettivo, durata, formato e di colpire target in base a interessi, real time context, generi musicali o nessun interesse specifico, per craggiungere proprio tutti.

Ma la vera rivoluzione è la possibilità di creare tramite la piattaforma ed in modo totalmente gratuito (senza costi aggiuntivi rispetto all’investimento pubblicitario) uno speakeraggio con attori: un risultato professionale garantito.

Facile, veloce, misurabile e mirata, la pubblicità su Spotify suona davvero bene!

 

Case History, ovvero “Perchè non ci ho pensato prima io?!”

Se fatichi ad immaginare campagne dal grande potenziale e risultati vincenti, ti invito a consultare le case history riportate sul sito https://ads.spotify.com/it-IT/case-history/ per trarre ispirazione.

Playlist per cani, sinfonie composte con le patatine fritte, suoni che diventano ricette di cucina e tanto altro… non solo Awareness e Reputation, con Spotify gli inserzionisti riscontrano un notevole aumento delle metriche del brand, su scala globale e in numerosi mercati verticali.

Audio 3d, contenuti interattivi, app da scaricare, siti da visitare: grandi brand hanno ripensato l’esperienza di marca proponendo materiale nuovo, innovativo, curioso ed interessante. L’ascolto di Spotify segna dei momenti che, se ben capiti e sfruttati con messaggi creativi valoriali, aumenteranno sensibilmente il vostro SOV. 

 

Sì, tutto chiaro, ma quanto costa?


Ecco che ora svelo la più grande ed importante novità: da poco tempo Spotify ha deciso di rivedere le proprie logiche di marketing, abbassando il budget minimo di investimento di campagna da 1000 dollari (in principio i costi erano ancora più alti, decine di migliaia di dollari) a 250 euro.

Ricapitolando: il formato audio e i messaggi uniformi si legano ai momenti della quotidianità di un target efficacemente coinvolto e propenso a ricordare e ricercare (e di conseguenza acquistare).

Una strategia digital di brand su Spotify è una sinfonia armonica di progressi misurabili e massima creatività: un mix vincente da riprodurre subito, come una bella Playlist.

Francesca Vanolo

Ambassador Web Marketing e Social Media – Digital Innovation Days

COME LA PANDEMIA HA INCREMENTATO LA NECESSITÀ DI SVILUPPARE UN IMPORTANTE SET DI SOFT SKILLS

La pandemia ha portato grandi cambiamenti nel panorama lavorativo. Secondo il rapporto dell’Observatory Baremeter 2020, realizzato dal Gruppo Cegos, che ha coinvolto oltre duemila professionisti tra personale HR e dipendenti di quattro paesi (Italia, Francia, Spagna e Germania), emergono dati interessanti circa l’importanza e la necessità di incrementare il proprio set di soft skills.

Secondo i dati è emerso che, tra Digital Transformation e Pandemia, circa il 75% dei lavoratori italiani ritiene che sarebbe disposto a seguire corsi di formazione, anche al di fuori dell’orario lavorativo, per implementare le proprie soft skills.

Prendendo in considerazione “The future of job”, pubblicato dal World Economic forum nell’ Ottobre 2020, le competenze che cresceranno di importanza nel prossimo quinquennio sono soft skills, quali:

  • Capacità di Adattamento
  • Comunicazione digitale
  • Remote Management
  • Pensiero critico
  • Flessibilità
  • Resilienza
  • Autogestione
  • Problem solving
  • Apprendimento attivo

Nel 2020 – come osservato da Emanuele Castellani, CEO di Cegos Italy & Cegos Apac – “le soft skills si sono trasformate da capacità essenziali per il futuro a capacità imprescindibili per il presente, e di conseguenza non si può che farle proprie per davvero”.

La pandemia di Covid-19 ha indubbiamente avuto innumerevoli ripercussioni sulle nostre abitudini e sulla nostra quotidianità e tra le quali emerge con forza l’accelerazione nella digitalizzazione.

Proprio questa grande accelerata della Digital Transformation del 2020 ha messo in risalto l’importanza delle soft skills che si sono trasformate in digital soft skills

Ma cosa sono le digital soft skills? 

Per digital soft skills ci si riferisce a competenze trasversali che ci permettono di utilizzare in maniera efficiente gli strumenti digitali.

Tra le digital soft skills più richieste annoveriamo:

  • Knowledge networking: capacità di identificare, filtrare, organizzare e condividere le informazioni presenti online sui social network e sulle community virtuali;
  • Virtual communication: capacità di collaborare attraverso tecnologie digitali e gestire la propria identità personale;
  • Digital awareness: capacità di utilizzare correttamente gli strumenti e i dati personali al fine di proteggere quelli digitali;
  • Self Empowerment: capacità di padroneggiare i tools al fine di risolvere problemi tecnici.

 

DIGITALIZZAZIONE E HR GAMIFICATION

Questo innovativo scenario lavorativo ha sottolineato l’importanza del ruolo degli HR nella trasformazione organizzativa. Gli HR Manager stanno utilizzando la strategia del Gamification come nuovo strumento per aumentare le performance lavorative, migliorare il welfare aziendale e per coinvolgere e stimolare al meglio i propri dipendenti nello sviluppare skills di Problem solving e collaborazione.

L’HR Gamification consiste nell’applicare tecniche comportamentali e motivazionali tipiche dei contesti ludici a situazioni di non-gioco.

In particolare, la HR Gamification è un ottimo tool per modernizzare i processi di scouting e formazione, rendendo così i processi di on-boarding stimolanti ed engaging sia per i canditati che per i dipendenti.

Un esempio di Gamification è la trasformazione stessa del processo di recruiting in un’esperienza di “Gaming” caratterizzata dalla premiazione dei canditati, durante le prime fasi di selezione, con veri e propri vantaggi fino ad arrivare allo step del colloquio finale. L’efficacia di tale sistema punta sull’indole competitiva presente in ogni persona quando si tratta del gioco.

Un utilizzo formidabile dell’HR Gamification è stato attuato dalla celeberrima Deloitte, azienda di servizi di consulenza e revisione contabile.

L’azienda ha digitalizzato il processo di on-boarding dei dipendenti che divisi in squadre e, insieme agli altri nuovi assunti, imparano a conoscere le procedure aziendali online.

Deloitte ha fatto un passo ulteriore verso la digitalizzazione e la gamificazione, creando un virtual tour degli uffici pensato come un vero e proprio videogame: i visitatori iniziano il tour partendo da un aeroporto per poi scegliere la propria destinazione. Una volta arrivati nella città scelta, possono recarsi nell’ufficio locale di Deloitte e interagire con i dipendenti presenti.

 

DIGITAL MINDSET

Oggi più che mai le competenze trasversali sono fondamentali, non solo per svolgere il proprio lavoro, ma per svolgerlo al meglio.

I grandi cambiamenti avvenuti nell’ultimo anno e la conseguente accelerata alla trasformazione digitale hanno comportato un riallineamento con nuove esigenze organizzative come la necessità di sviluppare e adottare un vero e proprio Digital Mindset, ovvero la capacità relativa all’inclinazione al cambiamento.

Questo termine non è stato coniato recentemente, ma già nel 2013 Vivianne Benke ne aveva proposto una definizione ben precisa:

“Il Digital Mindset è costituito da un insieme di conoscenze ed esperienze che ogni individuo ha sviluppato all’interno di una società sempre più digitalizzata e che vengono riconosciute e utilizzate per avere successo nell’ambiente digitale”.

Sviluppare il proprio Digital Mindest e migliorare il proprio set di soft skills è necessario per potersi muovere in maniera consapevole all’interno di situazioni in costante evoluzione come l’attuale mercato lavorativo che è espressione di una metamorfosi sociale, culturale e manageriale.

Anna Moschetta

Team – Digital Innovation Days

Non esiste sostenibilità senza parità di genere

Secondo i dati Istat, a causa della pandemia c’è stata una perdita di 444 mila posti di lavoro, di cui 312 mila unità sono donne.  Perché a pagare il prezzo sono state le donne?

Gli stereotipi di genere continuano ad alimentare un modello discriminatorio e non inclusivo. Ecco allora l’importanza fondamentale del 5° obiettivo di Sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU sulla parità di genere.

Ma cosa c’entra la parità di genere con lo sviluppo sostenibile?

Una nuova definizione di Sostenibilità

Nel settembre 2015 i 193 Paesi membri dell’ONU hanno siglato l‘Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: si tratta di un programma nel quale sono racchiusi 169 traguardi da raggiungere di cui 17 sono per lo Sviluppo Sostenibile, i cosiddetti SDGs.

L’obiettivo dell’Agenda 2030, che fa seguito ai Millennium Development Goal, è quello di intervenire in quelle che vengono definite le 3 aree fondamentali dello Sviluppo Sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale.

Leggendo il documento emerge un dettaglio molto rilevante, ovvero il definire quelli dell’Agenda 2030 “obiettivi comuni”: non solo degli Stati coinvolti, ma di ogni singolo cittadino. Nessuno è escluso e nessuno dovrebbe essere lasciato indietro in questo lungo cammino. Ogni individuo rappresenta un tassello fondamentale per raggiungere l’ambizioso traguardo di una società sostenibile.

 

Ripensare il modello di sviluppo

Una grande novità rispetto al passato riguarda la presa di posizione dell’ONU sul modello di sviluppo che ha caratterizzato la crescita delle nazioni fino ad oggi.

Il modello di sviluppo attuale è stato dichiarato insostenibile, non solo dal punto di vista ambientale (e quindi dello sfruttamento delle risorse naturali), ma anche economico e sociale.

Con gli SDGs (Sustainable Development Goals), l’ONU sfida gli Stati Membri a interrogarsi su quanto sia sostenibile una società umana che non garantisca i diritti fondamentali alle persone, in cui la disuguaglianza è caratteristica fondamentale del modello economico e in cui ancora è presente la povertà, nonostante l’intelligenza umana sia in grado di trovare soluzioni resilienti e innovative.

 

 

La parità di genere nell’agenda 2030 dell’ONU

Quando sentiamo parlare di Sviluppo Sostenibile, nell’immaginario collettivo, il pensiero è subito rivolto al mondo del green e alla sostenibilità ambientale.

Quindi, cosa c’entra la sostenibilità con l’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza di genere?

 

La definizione di Sostenibilità, per le Nazioni Unite, si sostanzia nelle “5 P”:

  1.  Persone. Eliminare fame e poverta in tutte le forme, garantire digità e uguaglianza
  2.  Prosperità. Garantire vite prospere e piene in armonia con la natura.
  3.  Pace. Promuovere società pacifiche, giuste e inclusive.
  4.  Partnership. Implementare l’Agenda attraverso solide partnership
  5. Pianeta. Proteggere le risorse naturali e il clima del pianeta per le generazioni future.

Ecco spiegato il perché del 5° obiettivo di sostenibilità: la Parità di Genere.

Se leggiamo con attenzione le 5 P risulta chiaro come una società sostenibile si basi sull’inclusività, sulla non discriminazione e quindi sulla promozione della dignità umana.

Come potremmo mai invertire la spirale di distruzione ambientale e iniziare a tutelare il pianeta se non siamo ancora in grado di valorizzare l’umanità tutta?

Le Nazioni Unite hanno esplicitato cosa significa in pratica raggiungere il 5° obiettivo dell’agenda 2030 sulla parità di genere:

  • Fermare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze;
  • Eliminare la violenza su donne, ragazze e bambine, sia nella sfera privata che pubblica;
  • Eliminare ogni pratica abusiva: le mutilazioni femminili e i matrimoni combinati, ad esempio;
  • Riconoscere e valorizzare il lavoro domestico non retribuito;
  • Fermare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze;
  • Pari opportunità di leaership;
  • Accesso universale alla salute sessuale.

Purtroppo la strada sembra ancora molto lunga.

I dati sono, infatti, impietosi: la pandemia da Covid-19 ha peggiorato la situazione di molte persone, mostrando, ancora una volta la vulnerabilità delle donne, non tutelate culturalmente e socialmente.

La condizione economica delle donne in epoca Covid-19

Dal 2014 al 2019 abbiamo assistito ad una vera e propria impennata occupazionale e nel mondo dell’imprenditoria femminile: un trend che riguardava, in Italia, le regioni del Nord e del Centro e che vedeva l’imprenditoria femminile in netto vantaggio rispetto a quella maschile. (Fonte: Ufficio Studi Confesercenti).

Poi è arrivato il 2020 con un’emergenza sanitaria mondiale e la conseguente crisi economica. E a pagare sono state soprattutto le donne.

“Le difficoltà poste da lockdown e restrizioni nella dimensione familiare si sono scaricate principalmente sulle donne” spiega Anna Maria Crispino, Presidente di Impresa Donna Confesercenti. “Molte imprenditrici, in assenza di una rete di welfare che permetta loro di conciliare vita familiare e lavoro, si sono fermate”.

1 donna su 2 ha visto peggiorare la sua situazione economica a causa del Covid-19. Secondo i dati Istat, a causa della pandemia c’è stata una perdita di 444 mila posti di lavoro, di cui 312 mila unità sono donne.

Questo significa che 1 donna su 2 ha perso il lavoro, ha paura di perderlo o ha dovuto chiudere un’attività.

L’indagine “La condizione economica delle donne in epoca Covid-19” a cura di WeWorld Onlus in collaborazione con Ipsos disegna un quadro preoccupante della condizione italiana:

  • Peggioramento della condizione economica, con ripercussioni ancora più pesanti sulle madri single;
  • Sfiducia: Il 28% delle donne non occupate ha scelto di interrompere la ricerca del lavoro;
  • Dipendenza economica: più di 4 donne su 10 dipendono economicamente dal partner o dalla famiglia di origine.

 

L’indagine sottolinea come, in una situazione di emergenza come quella creata dalla pandemia, le donne risultano essere l’elemento che nel mondo del lavoro viene messo in discussione “complici gli stereotipi di genere e i retaggi di un sistema patriarcale, che continuano a enfatizzare il ruolo della donna come caregiver e dell’uomo come breadwinner della famiglia”.

 

Secondo i dati raccolti da WeWorld Onlus lo scorso maggio, il 60% delle donne aveva dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21% degli uomini), spesso assieme al lavoro. Tutto ciò è risultato in un carico spesso troppo pesante, al punto da portare 1 donna su 2 in Italia a dover abbandonare piani e progetti a causa del COVID-19, contro 2 uomini su 5.

Tutto questo è inammissibile per un Paese evoluto.

Bisogna ridisegnare e ripensare il modello di sviluppo, cercando e ricercando soluzioni che possano realmente creare opportunità e non disparità.

Perché le donne, in questa pandemia, stanno pagando un prezzo altissimo e questo, oltre a non essere moralmente corretto è anche inammissibile se si adotta una prospettiva di evoluzione sostenibile della società che non lasci indietro nessuno (proprio come propongono gli SDGs).

 

Riformulare gli schemi, verso una società inclusiva e dunque sostenibile

Proprio, perché il Covid-19 ha stravolto tutti gli schemi, sarebbe opportuno pensarne di nuovi, decidere di destinare una somma considerevole del Recovery Fund per migliorare e creare nuove strutture sociali pubbliche e dare l’opportunità alle donne di fare seriamente imprenditoria.

Dobbiamo pensare di destinare questi fondi per creare strutture per anziani e bambini, così da poter liberare le donne e permetterle di realizzarsi e creare impresa.

Non sono poche le proposte che le associazioni hanno messo in luce durante questo 8 marzo 2021, da WeWorld Onlus (dall’eliminazione del Gender Pay Gap a politiche di vita famigliare e lavorativa fino allo sradicamento degli stereotipi di genere a partire dalla scuola dell’infanzia) alla petizione al Governo Draghi per un piano di investimenti per ridurre il gap di genere, a cura della rete di donne “Il Giusto Mezzo”.

La pandemia ha allungato di oltre mezzo secolo i tempi per il raggiungimento della parità di genere, facendolo slittare dal 2120 al 2171. Risulta necessario ed urgente creare le condizioni affinché le donne possano partecipare alla vita sociale ed economica in modo attivo e non passivo.

 

Manuela Barbara Soldati 

Content Coordinator of Content Marketing – Digital Innovation Days

 Roberta Russo

Content Coordinator of Sustainability – Digital Innovation Days

Nasce lo Spin Off “Digital Innovation Talks”. Prima uscita ufficiale alla Milano Digital Week 2021.

Un nuovo palinsesto più ricco 

L’universo Digital Innovation Days da quest’anno si arricchisce di nuove luminose costellazioni. Accanto all’evento, che si terrà in modalità phigital dal 10 al 13 novembre 2021, nuove iniziative, appuntamenti, talks si svolgeranno lungo tutto l’anno e vedranno il coinvolgimento delle Università, delle aziende, del mondo imprenditoriale, delle istituzioni, trasformando il Digital Innovation Days in un vero e proprio Brand incentrato su quattro focus: Digitale, Innovazione, Sostenibilità e In-Formazione. Tra le novità, una serie di spin off chiamati Digital Innovation Talks, che si terranno in occasione delle “Week” più famose di Milano: webinar, tavole rotonde, mini-eventi ed altre iniziative, per affrontare le relative industry nell’ottica dei nuovi quattro pillar. 

Primo appuntamento alla Milano Digital Week

Il primo appuntamento in ordine di tempo con i Digital Innovation Talks sarà alla Milano Digital Week, la manifestazione promossa dal Comune di Milano – Assessorato alla Trasformazione digitale e Servizi civici – e realizzata da IAB Italia, Cariplo Factory e Hublab, che si svolgerà dal 17 al 21 di marzo.

Digital Innovation Days e Milano Digital Week si incontrano e sposano reciprocamente i loro progetti, con l’obiettivo comune di progettare insieme la città del domani in modo innovativo, sostenibile ed equo. “Città equa e sostenibile” è infatti il tema della Digital Week per il 2021: un argomento molto caro anche al Didays, che ha scelto la sostenibilità come una delle colonne portanti dell’intero progetto Didays per il 2021.

“La scelta di partecipare alla Milano Digital Week – spiegano Giulio e Nicola Nicoletti, CEO e COO dei Didays– è stata abbastanza naturale. Il tema della sostenibilità è ormai centralissimo, e non è un caso che è uno dei quattro pillar su cui abbiamo costruito l’intero nostro progetto per il 2021. Abbiamo con la Digital Week dei punti di contatto molto chiari e definiti, e non poteva che essere così, vivendo ormai in una società in cui l’integrazione, l’inclusività, il rispetto dei diritti passano evitabilmente anche dall’innovazione, dalla (ri)alfabetizzazione digitale, dalla riduzione del digital divide, dalla possibilità di offrire a tutti e indistintamente l’accesso alla rete. Purtroppo, gli ultimi mesi di pandemia ci hanno insegnato come questo divario è ancora troppo grande e penalizzante per intere fasce della popolazione. Ma questo è solo un esempio. Se pensiamo alle città del prossimo futuro, queste dovranno essere in grado di rispondere a nuove esigenze e ad una serie di altre emergenze quali la gestione degli sprechi, l’inquinamento ambientale, etc. Che cosa possono fare l’innovazione, la tecnologia e l’informazione per ridurre questi fattori di rischio? Come Didays ci stiamo ponendo anche noi queste domande e vogliamo contribuire a trovare le risposte”.

Gli eventi in programma 

Il primo appuntamento sarà giovedì 18 marzo p.v, dalle ore 14:30 alle ore 16:30, con tre panel dedicati al rapporto tra innovazione e città. Il primo panel, dal titolo “Quali sono i mali che attanagliano le città? Gli sprechi!” (ore 14:30 – 15:10) sarà moderato da Francesca Petrella, Head of Sustainability di Digital Innovation Days e Communication Manager, Responsabile eventi, Public Relations & Corporate Communication di Ipsos, e vedrà la partecipazione di Caterina Terraneo, Region manager di Too good to go; Valeria Valotto, Vice presidente di Quid Impresa Sociale; Francesco Fumarola, responsabile partnership e digital di Tondo e co-founder & ceo di Space Sports.

Il secondo panel, invece, dal titolo “Smart Mobility: tra innovazione e transizione ecologica” (ore 15:10 – 15:50), moderato da Fernando Piccirilli, Head of Innovation di Digital Innovation Days e Co-founder di Kobe Partners, ospiterà Beatrice Uguccioni, vice presidente del Consiglio Comunale di Milano e consigliera delegata alla Mobilità di Città Metropolitana di Milano; Carlo Donadio, Head of Tech Assets and Incubation di Deloitte – Officine Innovazione; e Matteo Valenza, video content creator.

Infine, nel corso dell’ultimo panel, “Come si crea Impatto sociale? La Scuola, le Aziende e le Istituzioni” (15:50 – 16:30), Valentino Magliaro, Head of In-Formation di Digital Innovation Days e CEO di Humans to Humans, Forbes Under30 Italia, Social entrepreneur focused on Education, eSport & EdTech, dialogherà con Andrea Grieco, Sustainability Strategy Officer di Will Media, Nicolò Santin, Ceo e & co-fouder di Gamindo e Pilar Pedrinelli, Global Public Engagement Manager di The Rainforest Alliance, Aambridge accelerator and sustainability Hub Mentor e un sdsn youth fellow.

L’appuntamento è per giovedì 18 marzo dalle ore 14:30 alle ore 16:30.

Link per la diretta live: https://eventiinstreaming.it/didays/digital-innovation-week/

La partecipazione di Didays non si limiterà comunque a questo singolo evento. Lo stesso pomeriggio, Giulio Nicoletti, in rappresentanza del Digital Innovation Days Italia, parteciperà al Tavolo Giovani #DigitalExperiences – Le soluzioni delle startup e delle imprese innovative per i settori retail, delivery, marketing digitale e turismo” che la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi organizza nell’ambito della Milano Digital Week.

L’incontro si svolgerà online giovedì 18 Marzo dalle ore 16:00 alle ore 18:00. Nel corso dell’evento verrà dato spazio alle startup e imprese innovative selezionate nell’ambito della Call for solutions: innovazioni per l’economia di prossimità promossa dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. I progetti che si presenteranno proporranno, tra le altre, soluzioni in ambito e-commerce con delivery, tracciabilità, gestione flusso clienti, marketing digitale, turismo ed entertainment.

Infine, il giorno successivo, il 19 marzo 2021 alle ore 11:30, con The Map Report, media partner dell’evento, con Rinascita Digitale e 24 Pr & Events srl, Didays sarà promotore del webinar “Città trasversali – Le nuove piazze digitali. Rischi e opportunità nella costruzione di una società equa e sostenibile”. L’evento, inserito nel calendario delle attività previste dalla #MilanoDigitalWeek, tratterà di come le piattaforme digitali (le nuove “piazze”) siano cresciute velocemente nel corso del 2020, soppiantando per necessità legate alla pandemia i luoghi fisici. Per partecipare all’evento, è possibile seguire la diretta delle h. 11:30 a questo link bit.ly/CittaTrasversali.

Si parte così, dunque, da Milano, e a Milano si ritornerà, a novembre. Nel mezzo, tante novità, sorprese, appuntamenti, talk, all’insegna della innovazione e del futuro.

 

Annalisa Nastrini
Content coordinator of Digital e Senior Ambassador – Digital Innovation Days

Siamo davvero pronti al “New Normal”?

Nella sua drammaticità, il 2020 ha trasformato l’intero sistema economico e ne ha accelerato la transizione verso il futuro.

In questo anno di pandemia, infatti, la tecnologia ha rivestito un ruolo da protagonista, permettendo alle aziende e alle persone (sia quelle più predisposte all’innovazione, sia a quelle un po’ più restie) di far fronte a scenari imprevisti e mai visti prima dalle nostre generazioni.

Tuttavia, superata la prima fase “emergenziale” della pandemia, in cui l’innesto di tecnologia e la digitalizzazione sono state percepite più come una necessità che reale opportunità di crescita, questo “new normal”, a cui ci affacciamo, deve costituire il momento nel quale uscire da questo mindset (di emergenza, appunto) e iniziare a pianificare un vero e proprio percorso di digitalizzazione a trecentosessanta gradi.

È oltretutto notizia fresca “di stampa” che il digitale sarà la bussola di riferimento per il nuovo Recovery Plan e, quindi, driver delle nuove risorse destinate alle imprese.

È tutto un equilibrio sopra la follia, cantava Vasco Rossi. E oggi lo è ancor di più, in un momento che ci troviamo a dover costruire una nuova normalità, un nuovo equilibrio dove molte cose, necessariamente, sono destinate a cambiare.

La domanda, quindi, è: arriveremo davvero a un nuovo centro di gravità dal quale ripartire e ricostruire le nostre vite, le nostre attività, la nostra comfort zone?

Ovviamente, non abbiamo la risposta certa, ma alcuni strumenti ci convincono più di altri e ci spingono a pensare che la transizione sarà meno imprevedibile di quanto possa sembrare: smart working, trasformazione digitale e centralità dei dati.

Al centro dell’attenzione di tutte le forze sociali vi è, naturalmente, il lavoro, in sé e per sé considerato e nella sua dinamica nella vita di ciascuno di noi.

Lungi da noi schierarci a favore o contro questa nuova modalità di lavorare; quel che è certo, è che stiamo assistendo a un profondo mutamento del paradigma lavorativo, che d’ora in poi sarà necessariamente fondato su strumenti di comunicazione e di collaborazione digitale, e su nuovi tool per la gestione dei processi operativi e decisionali da remoto (pensiamo a tutte le APP che stanno spopolando: Slack, Asana, Trello, GSuite, per dirne alcune).

Le tecnologie digitali ci aiutano a rimanere connessi e a comunicare e, in un momento dove la distanza è una necessità, aiutano a colmare il vuoto che si è creato attorno a noi. 

Se, quindi, la maggior parte della produttività (italiana, europea, mondiale) è stata affidata allo smart working, allora dobbiamo saper cogliere l’opportunità data da questa crisi pandemica, di reinterpretare, ognuno a proprio modo e a qualsiasi livello (organizzativo, tecnologico, culturale), non solo il nostro modo di lavorare, ma anche e soprattutto i nostri assetti organizzativi, la nostra comunicazione interna ed esterna, i rapporti con il nostro network (partner, clienti, fornitori), con modalità sempre più digitali e “diffuse” e sempre meno tradizionali.

E se lo smart working, nella sua accezione più genuina e sana, sarà il nuovo modello di lavoro, ibrido e dinamico, a cavallo tra il fisico e il digitale, tra reale e virtuale (esempio lampante saranno i Digital Innovation Days quest’anno, in edizione phygital), questo processo di trasformazione non potrà non coinvolgere, più in generale, tutti i processi aziendali.

Se la prestazione lavorativa si spinge verso una modalità così fortemente collegata al digital, infatti, non c’è davvero momento più propizio di questo per operare una concreta trasformazione verso la digital company – che non è l’azienda che ha “semplicemente” digitalizzato i suoi processi, liberandosi dalla carta e procedendo verso l’automazione, ma è soprattutto quella che, così facendo, genera e valorizza i suoi dati, ponendoli alla base di tutte le sue decisioni.

Se, infatti, già in epoca prepandemica un processo decisionale data-driven era fonte di un vantaggio competitivo perché elemento distintivo sul mercato, oggi invece rappresenta un strumento, se non l’unico, sicuramente fondamentale per sopravvivere alla crisi, rimanere (ed eventualmente anticiparne le mosse) sul mercato e garantire un buon livello di servizio ai propri clienti e trovare nuovi prospect.

Mettere i dati al centro dei processi decisionali, quindi, e farsi guidare da questi, mappandoli e seguendoli nel loro percorso all’interno dei processi aziendali, permette di analizzare il proprio processo di business dall’inizio alla fine, valutandone le performance non in base a previsioni, opinioni, interviste o ricerche su campioni, ma su dati reali, secondo logiche che qualcuno potrebbe definire scientifiche.

Ciò, di fatto, potrebbe favorire interventi correttivi (potremmo dire di “manutenzione predittiva”, come i dati raccolti da sensori nell’Industria 4.0), dare spunti per la riprogettazione di singole fasi o task e, di conseguenza, la loro ottimizzazione.

L’obiettivo del process mining (così è definito questo processo di mappatura e tracking dei dati) non è solo quello di garantire maggior trasparenza sull’esecuzione dei processi, ma anche quello di ridurne i rischi, garantire la compliance alle varie normative settoriali, identificare aree automatizzabili e, più genericamente, riprogettare i processi al fine di adeguarli al “new normal” oggetto del nostro interrogativo iniziale, ottenendo peraltro più qualità, efficienza e costi maggiormente sostenibili.

Per le aziende (ma anche per il settore pubblico e per i liberi professionisti) è quindi fondamentale un approccio predittivo, legato ai dati.

Ciò se si pensa, e ci avviamo verso la conclusione,  all’atteggiamento dei mercati, sempre più caotici, incerti e imprevedibili, ora anche condizionati dalle disruption della pandemia.

Raggiungere un livello elevato di maturità digitale è quindi, per tutti gli attori presenti e che si affacciano al mercato, una esigenza non più differibile, per potersi muovere con nuova fiducia anche in una situazione complessa come quella l’attuale.

 

Beatrice Pirovano
Brand Ambassador – Digital Innovation Didays

Clubhouse, come funziona e come evolverà

Sette esperti del digital ci raccontano il social del momento

“Non basta che tu ci sia, ma che tu abbia qualcosa di rilevante da dire”. Potremmo racchiudere così, in queste poche parole, la natura e, perché no, il futuro di ClubHouse, il nuovissimo social network solo voce, creato da Paul Davison e Rohan Seth, che permette di creare “stanze” in cui conversare con gli altri utenti in tempo reale. Considerato un social “esclusivo” (si accede su invito ed è al momento disponibile solo su IOS), ha da subito registrato l’interesse dapprima degli Stati Uniti e poi di tutto il mondo. Lo sbarco di Elon Musk, il magnate americano di Tesla e SpaceX, non ha fatto altro che velocizzare il processo di diffusione negli altri continenti, facendo balzare l’app al secondo posto delle più scaricate su App Store nel giro di poche ore. Oggi l’hype attorno a questo nuovo social è cresciuto talmente tanto da farne quasi un fenomeno di costume.

Ma quanto durerà questa frenesia da Clubhouse? Quali sono le sue caratteristiche più interessanti? Come potrà evolvere? Lo abbiamo chiesto ad alcuni fra i massimi esperti del settore digital in Italia.

 

Una rivoluzione social

Clubhouse sta letteralmente cambiando le regole del gioco e della fruizione social. Per Giulio Nicoletti, CEO di Digital Innovation Days, l’evento nazionale dedicato al mondo digital e all’innovazione a 360°, “la novità di Clubhouse non sta soltanto nella scelta dell’audio come strumento di veicolazione del messaggio contrapposto ai contenuti visual e testuali degli altri social: è anche una questione di diversa modalità di consumo, che richiede attenzione, tempo, disponibilità a partecipare attivamente. Su Clubhouse non puoi scrollare velocemente, devi esserci”. Della stessa opinione Cristiano Carriero, brand journalist, Digital Pr e Co-founder de La Content Academy, nonché curatore della collana Digital Marketing Pro di Hoepli, per il quale “è un social che ‘tecnicamente’ si usa in maniera diversa. Niente scroll, niente testa bassa, mani libere. Sembra una cosa di poco conto, non lo è. Perché anche questa è una piccola rivoluzione”.

Autenticità e networking, i punti di forza

Tanti gli elementi di forza del social network. Secondo Esther Intile, event & account manager Ninja Marketing e grande utilizzatrice della piattaforma, “a differenza degli altri social, in cui l’esteriorità e l’immagine sembrano farla da padrone, ClubHouse è molto reale, autentico. Su questo social è difficile fingere: se hai davvero qualcosa di interessante da dire emergi, altrimenti se non hai nulla da condividere, oppure non rispetti i tempi, o non hai capacità di ascolto, il social diventa penalizzante anche per te”.

Autenticità è forse la parola che ricorre più frequentemente tra gli esperti. “Credo che il vero punto di forza di Clubhouse – continua Carriero – sia che finalmente ci troviamo davanti ad un social non delegabile. Mi spiego: mentre Facebook, Instagram, Twitter e altri sono demandabili ad altre persone, che possono filtrare e mediare la comunicazione, su Clubhouse non è così. La ‘faccia’ diventa la ‘voce’ e la voce è quella del giornalista, dell’imprenditore, del creator, dell’influencer. Questo principio, non modificabile, potrebbe renderlo – come visione futura – uno dei social più adatti per le PR”. E poi, c’è il networking, la possibilità di fare rete e di costruire relazioni. Gaetano Romeo, Growth manager, docente, direttore della collana “Digital Generation” per il gruppo Maggioli Editore, ci confessa come “superata una prima fase di scetticismo, ho capito subito che siamo in presenza di uno strumento molto utile per creare network, fare personal brand (quello vero e fatto bene), conoscere nuovi professionisti e creare nuove strategie e reti. Io personalmente ho lanciato una rubrica quotidiana che si chiama “facciamo networking” e mi confronto con colleghi, professionisti, persone interessate al mio lavoro”.

Il fattore tempo 

Se la piattaforma ha tanti punti di forza, non mancano quelli di debolezza. Fra questi, c’è certamente il fattore tempo: in una società che va a mille all’ora, ritagliarsi del tempo da trascorrere sulla piattaforma è un lusso per pochi. Luca La Mesa, Ambassador e SingularityU Italy Investor, social media strategist, premiato da P&G Alumni Global tra i “40 under 40” più meritevoli in tutto il mondo, si esprime proprio su questo aspetto: “È un social innovativo, ma che richiede molto più tempo degli altri anche solo per comprendere il tema che si sta trattando. Su LinkedIn, Facebook o Instagram bastano poche righe per capire se un tema ci interessa. Su Clubhouse dovremmo passare almeno 5/10 minuti in una stanza per capirne la discussione e se i contenuti sono interessanti”. Più critico Francesco Agostinis, digital strategist, Facebook ads Expert, Top 5 Semrush Web Marketing Influencers in Italia: “Riconosco la novità e la potenziale utilità del mezzo per il personal branding, ma allo stesso tempo il social è troppo legato agli utenti connessi, che sono sempre meno attivi in Italia. E poi è troppo time consuming“. Per non parlare della volatilità delle informazioni: quando una room si conclude, non c’è possibilità di salvarla né di riascoltarla in modalità asincrona. “Penso che vada bene – continua Agostinis – solo per chi ha tempo da perdere. Io invece investo del tempo e sinceramente mi pare sprecato se chi mi segue non può riascoltare quanto spiego o racconto”. Un conto è farsi una chiacchierata su argomenti leggeri, un altro è fare in-formazione o divulgazione. Eppure, il futuro di Clubhouse, come sottolinea La Mesa, sta proprio nella qualità dei contenuti.

 

Contenuti di qualità e ruolo dei creator 

“È innegabile – si sofferma Matteo Pogliani, Digital Strategist e Influencer Marketing Specialist, Founder dell’Osservatorio Nazionale Italiano di Influencer Marketing – come lo scenario odierno stia tornando prepotentemente a orientarsi sul contenuto, lasciando da parte quella fama e quella notorietà presi, negli scorsi anni, erroneamente come driver principali di influenza. Un trend acuito dalla pandemia e dal lockdown e dalla necessità crescente degli utenti di avere qualità, utilità, supporto. Per queste ragioni e dopo primi mesi di utilizzo penso che i creator, come nella quasi totalità delle piattaforme, siano elementi essenziali per la crescita di ClubHouse, riferimenti credibili e autorevoli con una forte propensione a comunicare. Ancor di più in un social dove la qualità è d’obbligo (se non hai niente di serio da dire difficilmente puoi “barare”) e dove, per ora, la presenza può essere solo personale. Credo che i creator saranno un traino indispensabile per ClubHouse, i “brand” che influenzeranno attenzione e impatto”.

 

Il futuro fra brand, business e valori

A proposito di brand, non sono poche le aziende che hanno fatto il loro esordio sulla piattaforma. Solo in Italia, il battesimo su ClubHouse è toccato a Parmigiano Reggiano, Ikea Italia, FC Internazionale, Peroni. Quest’ultima è stata protagonista della prima room brandizzata in Italia, organizzata da Ninja, in occasione della Festa di San Valentino: “All’interno della room – spiega Esther Intile – abbiamo commentato le campagne di marketing, compresa la loro, uscite in occasione della festività. È stata una occasione importante per ascoltare il pubblico e interagire con lui”. Unanime è l’opinione degli esperti su questo aspetto: il social è – e sarà – una opportunità per i brand per avvicinarsi ai consumatori e costruire con loro un rapporto più diretto ed autentico, ma allo stesso modo il social dovrà evolversi, trovando, anche da questo interesse dei brand, una spinta per crescere e monetizzare. “Avendo lavorato in passato in un social network – ci conferma Gaetano Romeo – ho capito subito che Clubhouse ha un modello di business abbastanza definito e quindi monetizzare sarà abbastanza semplice. Pensiamo ad un banner che appare, non dovrebbe dare fastidio a nessuno”. Dello stesso avviso La Mesa, che intravede a breve la possibilità di room a pagamento o sponsorizzate. Ma, ancora una volta, c’è un ma. Sarà una grande occasione per i brand, come conclude Carriero, “a patto che sappiano rispettare questo principio: poca intermediazione, molta trasparenza”. Ancora una volta, la differenza la faranno i valori, da trasmettere e condividere. Maggiore sarà la capacità dei brand e delle persone di far sentire la propria voce su argomenti e tematiche che i clienti hanno a cuore, maggiore sarà il ritorno, soprattutto in termini di reputazione. Nell’epoca dell’approccio human-to-human, Clubhouse può essere la piattaforma ideale per dedicarsi a questa attività e consolidare il proprio Social Media Value.

l futuro di Clubhouse, quindi? Sarà scritto da ognuno di noi, nella misura in cui saremo in grado di condividere contenuti interessanti e coinvolgenti, di intrattenere, di informare e, perché no, di educare. Ai posteri, anzi a noi, l’ardua sentenza.

 

Annalisa Nastrini
Content coordinator Digital Didays

Tendenze Social 2021

Tendenze social 2021. Le conferme e le novità da conoscere per costruire una strategia di successo

La pandemia da Covid 19 ha letteralmente rivoluzionato le nostre vite, i nostri stili, le abitudini, le prassi quotidiane. A livello sociale, sono diminuite le occasioni di contatto reale con le persone, e di converso sono aumentati i contatti digitali, con un aumento esponenziale degli usi delle tecnologie e delle piattaforme digitali. Negli ultimi mesi, i social network hanno registrato numeri da capogiro. Secondo Comscore, che ha analizzato i comportamenti degli utenti durante il lockdown e nel periodo successivo, c’è stato un notevole incremento del tempo trascorso sui social, soprattutto tra i giovani: in termini di tempo speso, Facebook è il primo social con 26 minuti medi al giorno per utente e una crescita del +49% rispetto all’anno precedente, seguito da Whatsapp con 20 minuti medi al giorno per utente e una crescita dell’81%. In termini di diffusione è invece Youtube il social più utilizzato, seguito da Facebook, Whatsapp e Instagram. TikTok è invece la piattaforma che ha registrato un maggior tasso di crescita.

Non sappiamo con certezza quello che accadrà a livello sanitario e sociale nei prossimi mesi, ma è evidente che, se anche la pandemia dovesse terminare, le conseguenze che il Covid 19 ha avuto sulle nostre vite sono state talmente impattanti da lasciare tracce indelebili per i prossimi anni. Gli utenti e i consumatori hanno modificato in maniera significativa le pratiche di fruizione dei contenuti, le modalità di interazione, le abitudini di acquisto, e tutto questo difficilmente cambierà.

In questo articolo, proveremo ad analizzare quanto accadrà sui social network, a comprendere cosa il consumatore si aspetta e gradirà, nonché come i brand dovranno orientarsi per ideare strategie capaci di rispondere a queste esigenze e siano funzionali al raggiungimento degli obiettivi, anche e soprattutto di business.

  1. Piattaforme social, formati, contenuti: cosa cambierà?

Sfatiamo subito un mito: nel 2021 Facebook non morirà e anzi, continuerà ad essere la prima piattaforma social al mondo per numero di utenti. Instagram continuerà ad essere il social media con il grado più elevato di coinvolgimento da parte degli utenti (il regno degli influencer!) mentre LinkedIn proseguirà la sua ascesa nell’Olimpo del settore professional, con i suoi utenti che continueranno ad utilizzarla sempre di più per il proprio personal branding. Non si potrà non considerare TikTok, che si presume continuerà il suo trend di crescita anche nel 2021. Il target, di giovanissimi e adolescenti fino a pochi mesi fa, è cresciuto, e a breve si attesterà intorno ad una fascia di utenti già maggiorenni e consumatori a tutti i livelli. Possiamo dire in generale che non ci saranno stravolgimenti nelle piattaforme social oggi dominanti: certamente si modificheranno, adeguandosi ai trends del momento e ai gusti dell’utenza, così come accaduto anche recentemente con l’avvento dei Reels di Instagram (molto simili ai video di TikTok) o delle storie di Linkedin.

In questo scenario in continua evoluzione, il 2021 segnerà delle conferme importanti: tra queste, la forza dei gruppi, che saranno anche nel 2021 i luoghi privilegiati in cui gli utenti si ritroveranno per scambiarsi le loro opinioni, lasciare le loro recensioni, discutere su temi sociali, costruire relazioni nel mondo digitale. Tra le conferme 2021, si attesterà il grande successo dei video, che continueranno ad essere il formato prediletto dagli utenti. Si registrerà un incremento del live streaming e un aumento di popolarità e di utilizzo dei “video brevi”: i Reels di Instagram, appunto, e di TikTok. I brand dovranno adeguarsi a questi nuovi format, riuscendo a raccontare i propri prodotti o servizi in tempi ridottissimi e con creatività sempre più accattivanti. E non escludendo di poter coinvolgere sempre di più i propri utenti nella creazione dei contenuti. Nel prossimo futuro lo user generated content avrà un ruolo sempre più importante, stimolato soprattutto da TikTok, e dai Reels. Nei prossimi mesi, registreremo una crescita del remixing: i brand ispireranno i propri follower a riprodurre i propri contenuti a modo loro, fornendo loro asset creativi, dotandoli di template, strumenti e risorse per creare contenuti originali, generando un altissimo coinvolgimento sui social.

  1. L’eredità del Covid: empatia e nostalgia per una comunicazione vicina all’utente.

Come dicevamo, se i gusti e le abitudini degli utenti muovono i cambiamenti delle piattaforme, i brand dovranno adattarsi, sia nell’uso dei diversi e nuovi strumenti messi a disposizione dei social sia nella comunicazione e nei contenuti proposti.

In questo scenario ancora dominato dalla pandemia, i brand dovranno cercare di costruire una relazione sempre più profonda ed empatica con i loro clienti: le analisi delle loro conversazioni on line, delle loro preoccupazioni e dei loro desiderata saranno imprescindibili nella definizione di qualsiasi strategia di comunicazione e di marketing, anche sui social. A livello contenutistico, occorrerà creare contenuti altamente emozionali ed evocativi. Non appena la crisi pandemica ha colpito le nostre vite, le piattaforme di social media monitoring hanno registrato un aumento significativo di parole chiave legate alla nostalgia o al ricordo (Fonte TalkwalkerSocial Media Trends 2021”). Per questo motivo, cresceranno nel 2021 i contenuti nostalgici, che creano un collegamento con i ricordi positivi del passato, per provare a rispondere al senso di solitudine e di incertezza per il futuro.

  1. Un imperativo? Parlare con il pubblico e svelargli il lato umano del brand

Gartner ne parlava già nel 2018, ma il trend del conversational marketing, ovvero di quella tipologia di marketing basato sulla conversazione tra brand e cliente dopo il 2020 non potrà più essere un accessorio. Stabilire una relazione con il cliente, parlare con lui, rispondere alle sue richieste, costruire una conversazione, saranno dei veri e propri imperativi. Sarà quindi necessario studiare il proprio pubblico, capire quali sono i suoi pensieri, studiarne le caratteristiche, nonché usare un tone of voice più “morbido” e naturale, e creare contenuti funzionali a questo, aumentare il tempo e le risorse dedicate alla messaggistica. Come riportato nell’ultimo report annuale di Hootsuite, attualmente, persone e organizzazioni si scambiano oltre 20 miliardi di messaggi al mese su Facebook Messenger: un dato dieci volte superiore rispetto al 2016. Questo dato continuerà ad aumentare anche negli anni a venire, con la crescente necessità delle aziende, piccole e grandi, di adeguarsi a questa nuova sfida, rispondendo ai messaggi in maniera individuale. Certo, si registrerà un grande uso dei Bot, ma occorrerà non esagerare con l’automazione, per evitare l’abbandono da parte degli utenti “frustrati” dall’assenza di interazione umana.

Questa apertura all’ascolto e alla relazione esporrà i brand alla necessità di mostrare il loro lato “umano”. Il mercato premierà i brand autentici, percepiti come veri, onesti e trasparenti. I brand dovranno svelare il loro volto, presentarsi al pubblico come fossero un vero e proprio palazzo di vetro, e prendere una posizione, anche rispetto a temi quali la tutela dell’ambiente, l’inclusività, la sostenibilità per rispondere alle aspettative dei loro potenziali clienti.

Solo chi si esporrà e si metterà in gioco, riuscirà a suscitare nel pubblico un senso di appartenenza e una condivisione dei valori. Questo passaggio consentirà di trasformare il cliente in un ambassador del brand, che lascerà recensioni positive e difenderà il brand nelle conversazioni meno positive. Più clienti parleranno bene del brand on line, maggiori saranno i ritorni per il brand stesso.

  1. L’exploit del social commerce e l’influencer marketing

A proposito di ritorni di business,, nel periodo pandemico anche le micro e piccole imprese hanno compreso l’importanza di essere e di vendere on line, costrette dalla impossibilità dei clienti di recarsi fisicamente nel punto vendita e con la prospettiva di raggiungere un pubblico molto più ampio, potenzialmente enorme, svincolato dai limiti territoriali.

Il 2021 sarà l’anno dell’exploit del social commerce, connubio perfetto tra Social Network e e-commerce. E se fino ad ora i social consentivano di creare una vetrina di prodotti che permetteva agli utenti di ricevere tutte le informazioni in merito alle caratteristiche dell’offerta ed i relativi prezzi, a breve anche in Italia Facebook e Instagram in primis, poi anche Messenger e Whatsapp permetteranno a tutte le imprese di vendere direttamente senza uscire dalla piattaforma.

Questa opportunità rappresenta una vera e propria innovazione nel mondo dello shopping on line, ma anche nel social media marketing, dacché consentirà alle aziende di verificare con maggiore precisione il ritorno degli investimenti.

In ambito commerciale, il 2021 vedrà una conferma del successo dell’influencer marketing, che tuttavia, come spiega Buzoole nel suo report “I trend dell’Influencer Marketing 2021”, sarà caratterizzato sempre di più da “qualità, controllo e misurazione evoluta”. Non più improvvisazione, ma garanzia di qualità e soprattutto verifica dell’impatto dell’influencer marketing sulle kpi del brand.

  1. l gaming e la realtà aumentata

Nel periodo dei lockdown e in generale del confinamento sociale sono stati tantissimi gli utenti che hanno scelto i videogame, soprattutto quelli che prevedono il coinvolgimento di più utenti contemporaneamente. Considerati una forma di distrazione, sono diventati – e lo saranno anche nei prossimi mesi – un modo molto apprezzato per conoscere persone, creare rete e socializzare. Le community nate sui social e legate a questi giochi hanno registrato numeri da capogiro.

In funzione della crescita del gaming e di tutto l’universo che gli ruota attorno non è escluso che in un prossimo futuro le piattaforme di gioco e i social non possano gradualmente “con-fondersi”. La realtà aumentata avrà un ruolo di primo piano. Il progetto Aria di Facebook (https://www.facebook.com/facebook/videos/327314611690237/), che prevede di realizzare nuova generazione di dispositivi indossabili in realtà aumentata, ne è solo un esempio.

 

Prepariamoci, dunque, ad una serie di importanti innovazioni. Il futuro è alle porte, anche sui social.

Annalisa Nastrini

La pandemia e un futuro sempre più digitale

In un momento in cui domina l’incertezza, la digitalizzazione è un punto fermo. Riscrive le nostre vite dentro e fuori casa e rivoluziona i modelli aziendali, creando nuove opportunità anche per le assicurazioni, come racconta in questo articolo Marco Buccigrossi, Direct Business Director di Verti

Quello che stiamo vivendo è un 2020 assolutamente inedito. Un anno che continua a inciampare su sé stesso, che ci mette alla prova giorno per giorno. In primavera, con l’arrivo della pandemia, molte nostre certezze sono venute meno e il nostro spirito resiliente ne è uscito provato. Oggi, con l’inverno alle porte e l’arrivo della seconda ondata, i punti di domanda e le preoccupazioni sul futuro restano. Eppure oggi abbiamo una nuova certezza su cui contare: la trasformazione digitale, una vera e propria cultura che contribuisce e contribuirà sempre più a ridefinire le nostre vite e a ricostruire la nostra “nuova normalità”.

Il digitale non è un’opzione
La tecnologia digitale dialogava con la nostra quotidianità già prima del coronavirus, certo. Ciò che sorprende è la velocità con cui, negli ultimi mesi, ha riscritto le nostre abitudini e aperto le nostre menti. Oggi la digitalizzazione non è più un’opzione, ma è la nuova regola per lavorare, giocare, studiare e interagire con il mondo. E la quantità di innovazioni introdotte nelle nostre vite in questi mesi lo dimostra: abbiamo modificato irreversibilmente i nostri comportamenti, sposato nuovi punti di vista e maturato nuove esigenze.

Il nostro futuro è oggi
Quando la scala delle priorità si ribalta e le persone cambiano mentalità, le imprese non possono che adeguarsi e trasformarsi negli interlocutori che i consumatori desiderano avere. In questi mesi molte aziende si stanno reinventando. Da uno studio condotto dal colosso informatico IBM, emerge che sei organizzazioni su dieci, dalle aziende tradizionali alle startup, stanno ricostituendo i propri modelli di business per renderli più digitali. La riconversione digitale adesso è una priorità per tutti, se non si vuole correre il rischio di essere “tagliati fuori”. Questo è il momento giusto per ripartire e ripensarsi; il nostro futuro dipenderà dalle azioni che saremo in grado di mettere in pratica adesso. In questo scenario le assicurazioni devono necessariamente accelerare il passo.

Verso le assicurazioni di domani
Per il settore insurance costruire un modello di business basato sulle nuove tecnologie digitali è fondamentale non solo per rispondere ai bisogni emergenti dei consumatori, ma anche per attirare segmenti di pubblico che, per reddito e cultura, erano rimasti esclusi. La digitalizzazione è una grande opportunità per favorire la costruzione di un’offerta personalizzata e flessibile, in linea con le esigenze sempre più fluide delle persone. Secondo la ricerca “Millennials e le Assicurazioni: che cosa cambia dopo il Covid-19”, condotta dall’Italian Insurtech Association, in Italia la penetrazione media per quanto riguarda la copertura RC auto nel pubblico 23-38 anni è del 65%, mentre è assolutamente marginale negli altri rami assicurativi. Sorge spontanea una domanda: perché i giovani dialogano così poco con le assicurazioni? La ragione, evidenziata dalla ricerca, sta nell’insoddisfazione verso le caratteristiche dell’offerta tradizionale, giudicata poco immediata. E, infatti, vediamo come le polizze digitali on demand attirino invece un numero crescente di persone, proprio grazie alla loro flessibilità. Una tendenza confermata anche dal nostro VertiMovers, – l’Osservatorio sulle tendenze emergenti nella società italiana – i cui dati parlano chiaro: il 76% degli utenti preferisce il canale web, rispetto a quello telefonico, per richiedere un preventivo. E non è difficile immaginare il perché, considerando che dal nostro sito sono sufficienti 15 secondi per soddisfare questa richiesta. La sfida sarà, quindi, quella di rendere i prodotti sempre più intuitivi e  personalizzati, integrare le tecnologie insurtech nei modelli di gestione e puntare su modelli di comunicazione e distribuzione sempre più agili e immediati.

Verti c’è.
Disintermediazione, e-commerce, intelligenza artificiale e customer experience semplice e immediata: sono queste le parole chiave del mondo assicurativo. E in Verti lo sappiamo bene, perché sono i principi che da sempre ci ispirano. Mentre altri, qualche mese fa, cambiavano rotta per rispondere alle esigenze della “nuova normalità” innescate dalla pandemia, noi – che nasciamo digitali – non abbiamo avuto bisogno di farlo, perché il nostro modello di business aveva già un DNA digitale. Abbiamo semplicemente accelerato il passo e continuato a fare quello che facciamo da sempre: giocare d’anticipo, essere sempre avanti e in #MOV1MENTO. Ogni giorno a guidarci sono le esigenze delle persone e le evoluzioni del mercato, unite a una giusta dose di intuito e praticità. Solo così possiamo trovare le risposte che i nostri clienti si aspettano da noi.

 

Horizon: La nuova Piattaforma VR di Facebook

Mark Zuckerberg ha ribadito lo sviluppo della piattaforma VR, detta Horizon, durante il Facebook Connect rinominato Facebook Reality Labs, organizzato online tramite una live per evitare aggregamento in questo periodo in cui dobbiamo fare attenzione, investendo sempre più tempo e risorse nella realtà virtuale. Per partecipare a questo nuovo ambiente dovete possedere almeno un oculus Quest v.1 oppure un Rift S. Visori per l’AR e VR per trasformarvi in un avatar sulla nuova piattaforma resa pubblica recentemente.

Horizon è un mondo in espansione, gli utenti possono:
– Realizzare contesti virtuali, visitarli e popolarli con amici.
– Ci sarà una chat VR firmata Facebook, i più vecchi di voi ricorderanno le chat yahoo con gli avatar pixellati, Horizon me lo ricorda molto ma ne è una versione 2020 con la tecnologia odierna.
– Interazioni con le stanze create dalla community stessa che ne permette la crescita e la possibilità di vivere gli ambienti creando gruppi di discussione, cioè le stanze.
– Possibilità per i più esperti di farne parte come sviluppatori VR e artist 3D in modo da accrescere i loro ambienti.

Un’idea folle fino a qualche tempo fa ma realizzabile oggi. Attualmente questa piattaforma è in beta pubblica per scovare eventuali bug da correggere su segnalazioni dei true fan di Horizon. L’utilizzo futuro parte dal gaming, fino a un social completamente in realtà virtuale e ai meeting in VR per le aziende, importanti soprattutto in questo periodo di post covid per il lavoro da remoto.
Lo stile Horizon è molto colorato, simile al videogame The Sims. Il login con Facebook permetterà di connettersi con gli amici e offrire il libero arbitrio a chi lo abita con la possibilità di stabilire una distanza minima di spazio personale entro la quale non si potrà avere accesso, detta SafeZone, a cui si potrà accedere dal polso. In questo modo, se l’esperienza è troppo estrema, è possibile ritirarsi nella propria zona di comfort dove si potrà mettere a tacere o segnalare persone e contenuti eventualmente inappropriati.

La privacy è fondamentale in questa tecnologia, sarà monitorata dallo staff facebook per evitarne l’uso improprio affinché vengano rispettate le policy, motivo per cui, il tuo Oculus dalla tua esperienza con Horizon registrerà solamente comportamenti negativi per usare le informazioni acquisite come prove. Inoltre facebook assicura che i dati acquisiti non vengono archiviati sui server a eccezioni di eventuali rapporti sull’utente stilati da un moderatore per mantenere in sicurezza questo nuovo universo futuristico.

Ovviamente ci sarà spazio per cartelloni pubblicitari e simili in VR generando una nuova fonte di introiti tramite advertising, proprio come le attuali ads standard gestibili dal business manager.
Abituato a xbox e play station vedo le grafiche ancora un po’ primitive ma con grandi potenzialità, mentre ne attendiamo l’evoluzione c’è da riflettere se stiamo smarrendo il nostro focus principale a discapito della vera realtà che viviamo ogni giorno.

Se vuoi approfondire questo argomento, rivedi gli speech di questa edizione dei Digital Innovation Days. Acquista il biglietto su https://www.digitalinnovationdays.com/?ref=81

Ora non hai più scuse per perdertelo.

Damiano Mansi
Augmented Reality Specialist