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#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

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#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista a Veronica Benini aka Spora, una vera capitana del web che con la sua energia e il suo talento non solo è riuscita ad affermarsi ma è diventata una autentica fonte di ispirazione per molte donne

Da architetta a blogger a imprenditrice di successo. Qual è il denominatore comune che ha accompagnato le tue scelte professionali?

L’empowerment. Ogni cosa che io abbia intrapreso è partita da un bisogno di veicolare indipendenza, autostima, sicurezza. Lo faccio gratis nei licei e università con guest speech, lo faccio gratis su Instagram, lo faccio io e altre 9 Muse ad ogni edizione dell’evento d’ispirazione che teniamo due volte all’anno, e non per ultimo è strutturante per tutte le mie attività profit. Perché alla fine conta davvero il perché fai quello che fai. Guadagnarci è una delle conseguenze.

Il web è stato uno strumento determinante nella tua carriera. Com’è cambiato il tuo modo di comunicare nel tempo? E la tua community?

Ho cominciato con un blog su Splinder nel 2005, faccio parte della prima leva di blogger. Dopo un annetto avevo capito non solo la Community ma anche LE Community e le nicchie. Ho parlato fin da subito alle donne perché ho aperto il blog per fare prevenzione contro il papillomavirus: il web mi era sembrato il posto migliore per arrivare a più donne possibili, e così è stato. La mia Community si è evoluta negli anni perché mi sono evoluta anche io. Molte persone tornano adesso perché sentono parlare di me e mi dicono “Ma dai, ti seguivo su Splinder, guarda quanta strada hai fatto!” ed è molto bello. Diciamo che all’inizio vai a vista, poi inizi a capire certe dinamiche e le accompagni, spesso le induci. Quando la tua Community è abbastanza forte inizi a destare l’interesse dei brand e hai due scelte: la monetizzi tu o la vendi ai brand. Io ho deciso di monetizzarla da sola al 2010 con la creazione di Stiletto Academy, poi Insplagenda, le consulenze e infine Corsetty.

Non tutti sanno che dietro alla comunicazione di successo dell’Estetista Cinica c’è il tuo zampino. Ci racconti com’è nata l’idea delle vignette?

Cristina mi seguiva in un blog corale dove parlavo di sesso con ironia. È venuta a conoscermi ad un aperitivo e mi ha invitata nel suo Centro Medico Estetico, già avviato in Piazza Buonarroti. Mi disse che voleva fare delle vignette da appendere ai muri delle cabine con questa fantomatica Estetista Cinica che rispondeva tagliente alle domande assurde delle clienti. Mi disse il primo testo: “Sono gonfia” e la Cinica risponde: “No, sei grassa”. E lì vidi come in una carrellata velocissima delle illustrazioni su Facebook e le migliaia di condivisioni. Quello stesso pomeriggio le aprii la pagina disegnando la vignetta con quella facciozza che diventò il suo logo, e gliel’ho tenuta per un annetto e mezzo condividendo alla mia Community ogni vignetta per crearle il primo zoccolo duro di fan. Poi lei, capendo le dinamiche non solo di comunicazione ma anche di marketing applicate ai social ha continuato con video e newsletter fino a diventare quel mostro sacro delle stories. Non sarebbe diventata l’Estetista Cinica se non fosse una genia.

Hai mai avuto paura di fallire? Come hai affrontato un fallimento professionale?

Sono fallita molte volte ed è stato brutto ogni singola volta. Nel 2012 ho lanciato una linea di sandali trasformabili e non sono riuscita a far correggere dei problemi del modello. Ho dovuto “abortire” la startup dopo aver fatto il lancio stampa ed essere uscita su molti giornali e femminili. Ho scelto di raccontare il mio fallimento come facente parte del mio percorso, trovo che se non hai mai preso una musàta non capirai bene come s’intraprende, e il motivo è semplice: è meno grave di quel che si pensa, anche se doloroso per ego, tasche e immagine, quindi se non ti è mai successo avrai molta più paura e sarai molto meno ardita di qualcuno che è già fallito. Provateci e fallite e poi invece di far finta di niente: raccontatelo.

Quanto conta secondo te una laurea o un master in marketing o in comunicazione nella costruzione del proprio percorso professionale?

Non conta molto il dove impari perché le doti comunicative sono della persona, non sono dovute alla formazione, e poi perché in Italia non esiste una singolo ente formativo in grado di formare ai nuovi mestieri del web. Fanno teoria e mai pratica. Io stessa faccio formazione ma la oriento verso la pratica e verso lo sviluppo del pensiero laterale: bisogna imparare ad usare fantasia e premeditazione, immedesimazione ed empatia per creare una buona strategia comunicativa. Direi che un marketer o comunicatore di successo è 50% intelligenza emotiva, 40% viaggi ed esperienze di ogni genere, 10% formazione. Inutile raccontarci le balle: se non sei intelligente e se non hai aperto la tua mente al mondo non combini niente di eccezionale e ti ritrovi a fare CTA nelle pagine Facebook dei brand multinazionali.

Vale solo per i freelance o anche per chi vuole lavorare come dipendente magari in una grande azienda?

Vale più pre i freelance perché le aziende vogliono le CTA e gli influencer con i fan comprati.

Chi ti segue sa che nella tua impresa hai un’attenzione particolare anche al welfare. Quali “misure” adotti per favorire il benessere delle persone che lavorano per te?

Io ho lavorato fin da giovanissima e ho fatto di tutto: cameriera, lavapiatti, babysitter, ragazza alla pari, promoter, designer 3D in open space. Poi ho fatto carriera nell’Architettura ed Ingegneria e sono diventata manager internazionale. Essendo stata nella parte bassa della piramide lavorativa ho capito quali capi mi facevano sentir parte dell’azienda e quali no, e ho sempre cercato di mettere insieme tutte le cose belle insieme ad altre che mi sarebbero piaciute, perché se sei dipendente è difficile che tu voglia batterti con sangue sudore e lacrime per un fatturato non tuo: tu lo stipendio a fine mese lo vedi lo stesso, che ti sbatta il giusto o che tu ti sbatta molto di più.

Quando ho capito che: ok che si lavora per i soldi, ma che si rimane in un posto per la cultura aziendale, ho deciso di creare la mia, e davvero a modo mio. A luglio 2018 ho aperto SPORA SRL in Corso Italia a Milano e mi sono detta che avrei creato un posto fighissimo con gente felice. Firmiamo i contratti con la penna unicorno, abbiamo introdotto e continueremo a introdurre cose gratuite come il macha nelle postazioni caffè, gli assorbenti e salvaslip in bagno, la trainer per tutte due volte a settimana nel bunker, mangiamo insieme quasi ogni venerdì ed ho un pranzo personale con ognuna una volta al mese per sentire come va.

Stiamo organizzando il viaggio annuale a Marrakech e le Salampiadi: le prime olimpiadi del lancio del salame nel corridoio perché ho sempre fatto impresa in modo affrettato (appunto come lanciare un salame in un corridoio) e voglio onorare l’incoscienza che mi ha permesso di creare 4 startup folli, tuttora attive e in crescita del 200-300% annuale. Portiamo i cani in ufficio, ogni tanto parte una canzone improbabile tipo “È grosso e non ci entra!!” e ci facciamo grasse risate in regia e montaggio dei corsi perché il mood è chiaro: noi ci divertiamo perché vogliamo che le nostre corsare si divertano mentre imparano. Gli sticker di Instagram fanno parte dei protocolli di lavoro per ogni progetto e devono essere fuori di testa. Non è facile trovare persone che incastrino nel nostro mood, ecco perché lo racconto: in questo modo quando si apre una posizione, la mia Community sa perfettamente come sia lavorare con noi e non perdiamo tempo con gente da CTA di cui sopra. Io guardo Richard Branson servire i caffè col rossetto sui suoi aerei e Elon Musk che regala un lanciafiamme e mi dico figa ragazze: se lo fanno loro allora possiamo farlo anche noi. E lo stiamo facendo.

Qual è l’ostacolo più grande che hai riscontrato nella tua attività come consulente tra le donne che vogliono lanciare un proprio business?

Molte credono che se chiami le influencer guadagni un sacco di soldi subito, non c’è cultura fra awareness e conversion; non capiscono la semina e la coda che può avere una campagna, anche nei mesi successivi. Non capiscono che stare sui social è un lavoro a tempo pieno e non puoi farlo solo ogni tanto o farlo fare a tuo cugggino; che Instagram non è un catalogo e che non si fanno le CTA (ce l’ho con le CTA, lo so). Ecco perché prendo in percorso personale solo chi ha già fatto almeno istafaiga on line e ha le basi. Dopotutto le mie ore sono limitate e preferisco lavorare con gente ben disposta, il resto mi fa fatica. A volte con la consulenza oraria mi trovo in studio una parlamentare, una dirigente di multinazionale, la CEO di un brand affermato, un giornale storico oppure una che fa torte a casa sua. È una montagna russa e ne usciamo sfinite ma frullatissime di idee, per me è una droga questa corsa all’orologio in 60 minuti per ribaltare un progetto, brand, prodotto e farlo ripartire non solo in chiave 2019 ma anche in grado di fermare il dito che scorre il feed. Sono una sensation seeker sempre al limite dell’ipomania e mi drogo con queste sfide. La mia tipologia di cliente cerca questo tipo di disruption.

Per concludere, quale consiglio daresti a una persona che lavora come dipendente ma sogna di creare una propria impresa?

Che non è per tutti e che ne proverai tante prima di quagliare giusto. Che hai 2 anni di sovrapposizione fra il lavoro dipendente di giorno e quello tuo la sera e i weekend. Che capirai che sei nella strada giusta se fare la roba tua non ti pesa e ti fa sentire un drago. Importantissimo: fattura bene prima di fare il Grande Salto, perché moltissimi pensano che la loro idea sia una bomba ma non fanno test di vendita reale, nel mercato reale, con gente e soldi reali e poi rimangono col culo a terra lanciandosi a caso. Raga, iniziate a vendere subito per vedere se funge, per aggiustare il prodotto e le dinamiche, ma non mollate il lavoro per darvi alla vostra startup, non funziona così. Ecco perché è per pochi personaggioni fuori di testa.

Io al momento ho un fisso mensile esorbitante, continuo ad assumere e spostare gente di ruolo e di uffici per ottimizzare sia l’azienda che le loro attitudini e sono serena, ma se siete del genere che si stressa e non ha un business model coi fiocchi, allora lasciate perdere perché il BM è tutto e siamo in un’era dove il Business Model te lo devi inventare di sana pianta. Un’altra cosa: i round d’investitori sembrano la roba più figa del mondo con le migliaia di euro che ti piombano magicamente nel conto, ma poi hai in casa gente che non solo ti possiede, ma mette bocca su tutto. Se hai davvero l’animo dell’imprenditore tu non vuoi gente fra le ovaie e vuoi fare di testa tua, anche se ti va male. Io ho una mentore di 59 anni che ogni tanto mi dice Vero, stai per fare una cazzata. Le racconto tutto ed è preziosa. Una volta a settimana vado anche dalla psy, perché mettere ordine in testa è il regalo più grande che possiamo farci e ti mette il turbo in modi che non avresti mai immaginato. E io non vedo perché debba negarmi di diventare la miglior versione di me stessa. Se volete fare i fighi sui palchi trovate un’idea scalabile virtualmente, fatevi il culo a strisce divertendovi con Salampiadi o similia e non fatevi incubare. Il mercato siamo noi, e noi siamo milioni di culi.

#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

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#DIDAYSGIRLPOWER | Una vita in giro per il mondo: intervista a Nicoletta Crisponi

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto celebrare il talento femminile invitando la nostra community a taggare le donne che rappresentano una fonte di ispirazione. Ci avete risposto in tantissime e con questa nuova rubrica #DIDAYSGIRLPOWER vogliamo farvi conoscere le loro storie attraverso interviste, che hanno tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche. Iniziamo questa nuova avventura con Nicoletta Crisponi, una donna indipendente e uno spirito libero che grazie alla sua capacità di fare rete e alla sua creatività, ha fatto il giro del mondo, creato il blog di successo “Il filo di Nicky” e oggi lavora come travel blogger.

Ciao Nicoletta e grazie per aver accettato questa intervista. Per iniziare vorrei sfatare due luoghi comuni:

  • per una donna viaggiare da sola è pericoloso: per esorcizzare questa paura, posso solo dire che in linea di principio quello che trovi in giro per il mondo è quello che puoi trovare tutti i giorni fuori dalla porta di casa. Certamente quando si viaggia bisogna stare attente, volersi bene, preservarsi. Ma in linea di massima, se escludiamo Paesi in guerra o a rischio, se hai il coraggio di uscire e girare per la tua città puoi farlo in tutto il mondo.
  • a 30 anni una donna dovrebbe pensare a una famiglia: a 25 anni mi sarebbe piaciuto e anche oggi mi piacerebbe averla, ma non bisogna farsi condizionare. Diciamo che io ho dovuto accettare la mia “stranezza”: non è facile stare accanto a una persona sempre in movimento come me. A volte la sera mi piacerebbe poter condividere le mie esperienze con un compagno ma  non ho ancora incontrato la persona giusta fino in fondo. In ogni caso, penso che continuerei a viaggiare lo stesso da sola. Il viaggio mi ha insegnato che l’amore può arrivare da tante cose. Ad esempio, quando ho fatto volontariato in Africa, ogni mattina quando aprivo la porta venivo letteralmente inondata dall’entusiasmo e dall’affetto di tantissimi bambini e questa è una manifestazione d’amore grandissima.

Parliamo della tua carriera. Dalla campagna 1Kiss4NewYork a un viaggio in giro per il mondo. Quanto è stata importante la tua intraprendenza e la rete nella tua vita professionale?

L’intraprendenza è tutto. Quando sei studente hai tanti sogni e due possibilità: fare delle cose da solo o restare ad aspettare che arrivino delle opportunità. Quando crei progetti per te stesso devi davvero cucirteli addosso. Con l’entusiasmo inizi un progetto, ma è solo grazie a motivazione e intraprendenza che riesci ad arrivare fino in fondo. La campagna 1Kiss4NewYork è stata faticosissima ma da un lato sono stata fortunata perché ha avuto un grande riscontro mediatico. Sono riuscita a creare una rete che mi seguiva e i contatti con la stampa. Questo è stato molto importante per la mia carriera, perché quando le persone ti conoscono è più facile rompere il muro di diffidenza.

Quando ho iniziato a progettare il mio viaggio per il mondo, mi sono chiesta: come faccio questo giro? Inizialmente, l’idea era quella di andare a raccogliere i colori del mondo e raccontarli attraverso la natura. Poi ho letto la notizia di Facebook e dei gradi di separazione ho trovato il mio filo conduttore: le connessioni. Da lì, ho iniziato a lavorare e andare in giro per eventi a farmi conoscere dai brand. 

Non è stato facile approcciarsi e farsi notare dai brand, quello che ho fatto e che mi ha permesso di accreditarmi è stato presentarmi con dei casi studio. Ho presentato una strategia di comunicazione, un messaggio, un progetto sulle connessioni. Questo mi ha portata a collaborare con brand del calibro di Huawei, Oakley, La Sportiva… Queste collaborazioni mi ha dato dei vantaggi e mi hanno permesso di risparmiare sulle spese e l’attrezzatura.

Il tuo viaggio è partito da un’idea che oggi grazie ai social media siamo tutti connessi, è davvero così? Quali connessioni sono nate dal tuo viaggio e qual è la cosa che ti ha sorpreso di più?

Durante il mio viaggio ho conosciuto molta gente, tante persone speciali che mi hanno aiutata in mille modi diversi. Quando viaggi incontri spesso persone che viaggiano o che hanno un’apertura verso il viaggio. La situazione più sorprendente – che è anche la più strana – è stata l’incontro con la ragazza che mi ha salvato dall’uragano Irma a Miami. Viaggiando ho imparato che tutte le cose succedono per una ragione. Stavo uscendo da Disneyland, quando ho saputo che mi avevano cancellato l’ennesimo volo. Salgo su un taxy Uber e parlando con la ragazza scopro che anche lei è una travel blogger e che facciamo parte della stessa community di Facebook. Ci siamo scambiate il numero. Nel frattempo, mi sono messa alla ricerca di un albergo, ma i prezzi erano saliti alle stelle, così l’ho chiamata. Ero a Orlando e quando le ho mandato la posizione, la cosa incredibile è che lei era dall’altra parte della strada. Mi ha adottata per tutto il tempo dell’uragano, ho conosciuto la sua famiglia e abbiamo cucinato insieme, è stata il mio angelo custode. 

Dove hai trovato il coraggio di dire: mollo tutto e faccio il giro del mondo?

Per me, a dire il vero, è stato naturale. Io vengo dalle montagne del Trentino. A 17 anni ho preso un treno, sono andata a Milano, ho preso un aereo e sono andata in Sardegna. L’anno successivo sono stata in Belgio come ragazza alla pari. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo mille dubbi. È stata una scommessa e oggi per me è normale viaggiare. Un giorno ero in macchina con il servizio Bla Bla Car, la persona con cui viaggiavo mi dice che ha portato una ragazza che ha fatto il giro per il mondo e che esiste un biglietto che ti permette di farlo. E così ho deciso di partire.

Bisogna essere ricchi per fare il giro del mondo?

No, sta tutto nella motivazione. Sono partita da zero, mentre studiavo ho sempre fatto lavoretti e sacrifici per mantenermi. Quando ho deciso di fare il viaggio mi sono detta: devo mettere da parte dei soldi e ho iniziato a cambiare abitudini per risparmiare.

Com’è stato tornare a lavorare dopo un anno in giro per il mondo?

Una vacanza, dico davvero. Non ho mai lavorato così tanto come quando ero in giro. Mi spostavo ogni due o tre giorni, organizzare il viaggio in se è già stato un lavoro. Di giorno cercavo di conoscere le persone, la sera mi occupavo della comunicazione social. La mattina presto ricontrollavo le e-mail, prendevo informazioni sulla meta, i luoghi in cui fare le foto. Dormivo una media di cinque ore a notte. Dal punto di vista fisico è stato un massacro. Io mi sono messa un piano di viaggio abbastanza duro ed essere da sola devo dire che non mi ha aiutata. Dopo qualche mese ho avuto il supporto di una redazione per la produzione di contenuti, ma allo stesso tempo questa attività richiede una gestione.

Dal viaggio è nata l’idea di un libro per bambini e una campagna di crowdfunding su Produzione dal Basso. Come è andata?

A livello di comunicazione è andato molto bene sia per noi sia per la Fondazione Giacomo Ascoli Onlus, che si occupa della cura e del sostegno di bimbi malati di cancro e delle loro famiglie da ben dodici anni presso l’ospedale del Ponte di Varese, a cui devolveremo in beneficienza una parte dei fondi raccolti. Anche questa volta (come sempre) è nato tutto per caso. Io e Federica Bocchi siamo partite con l’idea di fare un libro, una favola illustrata per bambini. Volevamo farlo al meglio senza fare un investimento nostro. Così mi sono ricordata di una persona che lavora nel crowdfunding e abbiamo conosciuto il team di Produzione dal Basso. Grazie alla campagna, siamo riuscite a essere tranquille con l’investimento. Abbiamo imparato tutto al momento. Dal progetto è nata una community fantastica, ci sono state mamme che hanno fatto gruppi d’acquisto per avere il libro o altre che mi mandano le foto dei loro bimbi con il libro e mi invitano a pranzo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora ho preso un lavoro per pochi mesi. Quando ho deciso di viaggiare non sono scappata dal mio lavoro, mi mancava essere libera, volevo avere una sfida personale. Questa parentesi mi è servita per capire che mi mancava il mio lavoro ma non potrei vivere stando chiusa in un’agenzia.Vorrei trovare la mia serenità nella routine ma io non sono felice così. Quando terminerà il mio lavoro, partirò per dieci giorni in Germania e poi a Copenaghen. Ho in ballo alcune proposte legate ai viaggi che sto valutando. Per quanto riguarda il blog, invece, sono in fase di rebranding per capire come posizionarmi e come raccontare il viaggio. Vorrei far emergere la differenza tra travel blogger e viaggiatore che racconta delle storie.

 

Segui il suo viaggio su: www.ilfilodinicky.com

#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

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#SMDAYITONTHEROAD goes to Germany per conoscere il progetto #Imnotafashionblog

A poche settimane dal Mashable Social Media Day Italy, #smdayitontheroad fa tappa in Germania, per conoscere Annamaria Maisto e il suo progetto, un incubatore di talenti per far conoscere creativi e designer.

Creativa, sognatrice sei molto attiva sui social network per promuovere artisti e designer. Ci racconti com’ è nato il tuo impegno online?

Più che impegno la chiamo passione, erano gli anni in cui non si parlava ancora di influencer e i social, nello specifico Instagram era ancora usato solo per una comunicazione puramente visiva, gli anni in cui le fashion blogger iniziavano a inondare i brand/designer con le famose richieste di collaborazione in cambio di pubblicità, malcostume che é arrivato fino ad oggi, ecco, da quel modus operandi che non condividevo nacque la voglia di creare uno “spazio” da concedere senza vincoli e “scambi” ai creativi.

Quali obiettivi  senti di aver raggiunto e quali vorresti raggiungere con i tuoi progetti?

Questo é stato l’anno della consapevolezza, non mi sono mai posta un obiettivo preciso con il mio progetto, o meglio sono stata sempre e solo certa di non voler copiare o proporre ciò che già esisteva, il traguardo inaspettato é stato l’essere scelta come membro della giuria in un importante evento/fiera qui in Germania di design e Moda a Marzo, ed essermi ritrovata insieme a famosi Designer e Art director internazionali mi ha fatto capire quanto valesse la mia voce ed il mio giudizio. Lo stesso vale per tutte le volte che in questi anni mi mi sono stati chiesti pareri e/o consigli, che si trattasse di store, privati, designer o artisti, credo che valga molto sapere di poter essere d’aiuto. Negli anni sono arrivate collaborazioni con/per altre piattaforme e store (in via ufficiale ed ufficiosa). L’essere anche Art director di un magazine online ( Nouvellefactory.com) mi ha fatto crescere molto. Per il futuro mi auguro di continuare più che ad influenzare a connettere, creare un flusso continuo fra spettatori ed Creativi.

Raccontaci in un tweet il tuo progetto #imnotafaschionblog!

#Imnotafashionblog é in primis uno stato mentale, non é un blog, ne un magazine, é un incubatore di talenti, l’arte visuale che si unisce allo scouting, libero da vincoli e modi operandi che circondano il mondo della promozione. 

www.instagram.com/imnotafashionblog

www.facebook.com/imnotafashionblog

Sei stata definita l’anticristo delle fashion blogger, ti ritrovi in questa definizione?

Questa frase uscì per caso durante un’intervista radio dell’anno scorso, in cui si parlava di Influencer, Fashion blogger, Ferragni & co.  non mi sono mai definita, anche perché con il tempo non sono ancora stata capace di dare un titolo a ciò che faccio, c’é chi mi ha definito un’ Artista (visuale), chi una mecenate, chi una talent scout, non riesco ad inquadrarmi in nessuna definizione anche se forse faccio parte di tutte allo stesso qual modo.

Ami la moda ma sei molto critica verso quello che è il fashion system. Come vivi questo contrasto?

Sará il mio background artistico (ho frequentato l’Accademia Di Belle Arti e fatto mostre in Italia ) che mi porta a vedere la moda come una forma d’arte al pari della pittura della danza o della musica, l’espressione di un pensiero. Amo il design ed il connubio fra i due. Diverso é il discorso sul Fashionsystem che la/li circonda, purtroppo continuo a non concepire ancora certe dinamiche legate più al profitto rispetto al merito, ciò che accade anche nel campo delle mostre d’Arte per intenderci, ma capisco che per alcuni conta di più il primo, mi piacerebbe vedere più chiarezza e più supporto concreto nel momento in cui si percepisce di avere di fronte un talento, ecco che mi ricollego a quel sognatrice nella prima domanda. Detto questo sopravvivo al contrasto continuando imperterrita sulla via che mi sono scelta.

Come selezioni i creativi da far conoscere?

L’impatto visivo é alla base di tutto, non guardo i nomi, non seguo le mode (anche se sembra un paradosso) c’è molta ricerca, molto tempo impiegato a scrutare profili, immagini a capire la storia che si cela dietro l’opera nel caso di un’Artista o la collezione se si tratta di un Designer, sono attratta sopratutto da tagli e forme, amo le strutture lavorate, é per quello che punto molto su pezzi che siano innanzitutto design che poi siano indossabili nel caso della moda é un valore aggiunto, credo di aver mostrato nel mio progetto solo il 50% fino ad ora di quanta meraviglia si celi in questo mondo.

Da sei anni vivi in Germania, quali differenze hai riscontrato a livello professionale con l’Italia?

Diciamo che qui in Germania sono molto più importanti i titoli e gli attestati rispetto all’esperienza, con questo non discuto sul valore di studi o corsi, ma credo nel risultato finale e sinceramente la produzione di un soggetto con anni di esperienza rispetto a quella acerba di un giovane, anche se titolato, ha la sua differenza, qui i freelance non avrebbero vita facile, premettendo che non mi piace il termine, oramai usato a sproposito da molti, ma ritengo che le continue ricerche, prove, esperienze e fallimenti costituiscano le basi di un professionista.

Cosa significa per te fare rete?

Connettere, che sia un soggetto con un brand, uno store con un Designer, un Artista count fotografo, #imnotafashionblog e gli altri progetti di cui mi occupo servono a questo, a unire in un solo spazio, in un solo lavoro visivo più arti. e farle confluire in un’unica cerchia di spettatori attenti.

Cinque artisti o creativi che ci consigli di seguire sui social?

Una Fotografa: Alexandra Von Fuerst

Un Artista: Marco Rea 

Un Brand: Demanumea

Una Designer: Caroline Holzhuber

Un Creativo: Boris Peianov

Grazie, ci vediamo a Milano!

Infochaostainment: la strategia social di Fondazione Sandretto

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Infochaostainment: la strategia social di Fondazione Sandretto

Fino a qualche anno fa, la Fondazione Sandretto era riconosciuta come una delle tante realtà istituzionali italiane dedicate alla promozione dell’arte e della cultura. Oggi, invece, è diventata una vera e propria icona di stile, per la sua comunicazione social irriverente e fuori dagli schemi ingessati e anche un po’ ripetitivi della comunicazione istituzionale. Merito di Silvio Salvo, ufficio stampa e social media manager, incoronato da Artribune miglior ufficio stampa 2017. Sabato 28 aprile, l’ho incontrato a Cuneo nel corso di un incontro dedicato al tema della comunicazione 2.0 e cultura, realizzato dai ragazzi del Progetto Yom,un progetto di coinvolgimento giovanile nell’attività dei musei locali.

LAVORARE COME SOCIAL MEDIA MANAGER IN AMBITO ARTISTICO

 “Sono laureato in Scienze della Comunicazione, anche se non mi è servito a nulla – ha raccontato Silvio Salvo – ho fatto uno stage per il Premio Grinzane Cavour e nel 2005 ho iniziato a lavorare nell’ufficio comunicazione della Fondazione Sandretto Re Baudengo di Torino. Mi occupo di comunicazione artistica da 13 anni, ma non sono un esperto di arte contemporanea. Quello che so di arte contemporanea è quello che ho imparato attraverso il mio lavoro. Dal 2008/2009 mi occupo di Facebook, per il semplice fatto che ero uno dei pochi a essere iscritto. Per svolgere questo lavoro occorre: conoscere i contenuti, avere buone capacità di copywritng, essere aggiornati su nuovi canali di comunicazione, avere come mission informare, interagire, conoscere il linguaggio delle persone per creare una community di riferimento”.

IL TARGET DELLA COMUNICAZIONE DI FONDAZIONE SANDRETTO

 “La Fondazione Sandretto ha come focus principale la promozione di giovani artisti, a livello nazionale e internazionale. Il pubblico che vogliamo raggiungere con la nostra comunicazione è fatto da: appassionati di arte contemporanea, scuole, universitari, famiglie, turisti, artisti collezionisti, torinesi o piemontesi. Come si informano queste persone? Attraverso il web – sito internet, newsletter, social network – giornali, passaparola/influencer”.

OBIETTIVI DI COMUNICAZIONE

 “L’obiettivo principale è quello di riaffermare il posizionamento della Fondazione. All’inizio eravamo tra le prime realtà in Italia, nel tempo ne sono nate tantissime nuove. Prima era facile uscire sui giornali, ora abbiamo tantissimi “competitor” ed è sempre più difficile. Un altro obiettivo è quello di immettere nuova linfa bei processi di comunicazione per imprimere energia e attirare nuovi pubblici”.

LE 8 C DELLA COMUNICAZIONE MADE IN SANDRETTO

Caos, cultura, cazzeggio, community, condivisione, contaminazione, coinvolgimento, cortocircuito.

COME È NATO LO STILE DI COMUNICAZIONE “SANDRETTO”

“La maggior parte dei musei hanno un dipartimento digital che si occupa esclusivamente dei social e altre persone dedicate all’ufficio stampa. Io mi occupo di entrambe le cose. Per impostare la strategia di comunicazione, siamo partiti dai nostri punti deboli: 1. non è facile comunicare un artista emergente; 2. la Fondazione non è dotata di una collezione permanente e nemmeno di un’opera simbolo; 3. giorni d’apertura dal giovedì alla domenica; 4. nessun investimento pubblicitario online (adv) e offline (cartellonistica) e budget sempre ridotto sulla comunicazione. Mi sono chiesto cosa possiamo comunicare? Così mi sono inventato un linguaggio, che mi permetta di non comunicare in modo convenzionale. Ho sempre avuto la consapevolezza di essere un architetto della parola e dell’immagine e di poter creare cortocircuiti interessanti soprattutto sui social, in fondo come dice Marshall McLuha <<the medium is the message>>”.

STRATEGIA SOCIAL

“Se introduci un po’ di anarchia… se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. Io sono un agente del caos e sai qual è il bello del caos? È equo” – dal film “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan

“Ci sono musei molto più social di noi e riescono a usarla in maniera divulgativa, il museo Egizio punta tantissimo sulla storia anche sui social, per noi è molto difficile l’unico modo di contestualizzare l’opera è parlare del qui e ora, per questo prestiamo molta attenzione agli elementi che appartengono alla quotidianità. L’arte contemporanea è calata nella realtà quotidiana. Devo conoscere questi aspetti, per comunicare devo conoscere il contesto in cui vengono create le opere in questo momento storico. Ogni elemento della quotidianità può essere utilizzato per creare uno scenario che comunichi“.

“Viviamo nell’era del caos. Come social media manager cerco di mettere in scena il caos e tradurlo in modo scenario che superi i confini fra i vari linguaggi (arti visive, tv, pubblicità, musica, cinema, letteratura, giornalismo, social media). La strategia di comunicazione adottata sui social deve raggiungere le persone che non conoscono la Fondazione Sandretto attraverso i canali istituzionali (sito, newsletter, comunicati stampa) e può essere sintetizzata in una parola”:

 INFOCHAOSTAINMENT= informazione + caos + intrattenimento

“Voglio che la prima impressione di chi viene sui social della Sandretto sia quella di essere spiazzato. Il linguaggio va decodificato. Non è convenzionale per un’istituzione ma se ci pensate è il più convenzionale sui social”.

“A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio”

– David Foster Wallace, dal saggio David Lynch

 La missione della comunicazione social è di imprimere nell’immaginario collettivo e comune la parola Fondazione Sandretto per fare in modo che le persone si ricordino il nome in modo divertente. Da qui, è nato l’hashtag: #occupysandretto

Quando comunico attraverso i social (il linguaggio social segue un linguaggio totalmente diverso dagli altri canali) devo immaginarmi il visitatore tipo o ideale della Fondazione Sandretto, devo sapere che tipo di musica ascolta, che programma segue, appropriarmi di immagini universali e sandrettizzarle. Per questo ho scelto di utilizzare i meme , perché sono la cosa più immediata e che fa sorridere.

 

COME NASCE IODA

 Ioda, in realtà, è il vero social media manager della Sandretto. Ha una su pagina su Facebook e  su Instagram. La Fondazione Sandretto come tutte le grandi Fondazioni può anche non piacere a molte persone. Soprattutto all’inizio, molti si sentivano in dovere di attaccare le scelte artistiche della fondazione, così nel momento in cui le critiche sono diventate più pesanti, ho creato Ioda e facevo rispondere a lui ai commenti. Da quel momento le critiche si sono azzerate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MESTIERI DEL PASSATO HANNO UN NUOVO FUTURO GRAZIE AL WEB: LA STORIA DI OLIVIA MONTEFORTE

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I MESTIERI DEL PASSATO HANNO UN NUOVO FUTURO GRAZIE AL WEB: LA STORIA DI OLIVIA MONTEFORTE

Li chiamano artigiani digitali. Sono giovani imprenditori che svolgono mestieri della tradizione manifatturiera italiana, ma lo fanno in modo smart: integrando nei processi di produzione nuovi strumenti o ampliando il proprio pubblico attraverso il web e i social network.

Il digital manufacturing è tra i trend segnalati da StartupItalia per il 2018. Questo mese, il #SMDAYITONTHEROAD è ripartito alla volta di Pesaro per incontrare Olivia Monteforte, artigiana digitale, che realizza scarpe su misura. Nel 2016 è stata chiamata dai wwworker a portare la propria esperienza a Montecitorio ed è diventata un modello per molti giovani crafter.

Ciao Olivia, grazie per aver accettato questa intervista. Online sei diventata un punto di riferimento per molti artigiani, che faticano a far emergere il proprio lavoro. Tu quali canali utilizzi per far conoscere la tua attività?

Utilizzo molto i social network, in particolare Facebook e Instagram. Faccio parte della rete di Italian Stories, la vetrina online delle botteghe digitali. Il mio sito internet è in fase di costruzione, ma non prevedo una sezione e-commerce. Realizzando scarpe su misura, ogni prodotto è una storia a se, non ci sono campionari o modelli predefiniti. Bisogna uscire dalla logica tradizionale di acquisto: non si compra qualcosa che esiste già, ma si costruisce insieme. Questo è il mio metodo di lavoro: ogni scarpa è unica perché unisce la personalità del cliente a un attento lavoro di ricerca e progettazione.

Quanto sono stati determinanti i social per la tua attività?

Ho aperto la pagina Facebook nel 2015. La cosa sorprendente è che in meno di 24 ore, grazie alle condivisioni, la pagina ha raggiunto 500 fan. Da quando ho aperto la pagina ho ricevuto diversi contatti di persone e anche di testate giornalistiche. Ancora oggi rappresentano una vetrina importante per far conoscere la mia attività.

Cosa rappresenta il tuo logo?

Anche nella scelta del logo, ho voluto cercare qualcosa che mi rappresentasse. La ricerca non è stata facile. L’azzurro è il colore delle suole che realizzo ed è un elemento ricorrente delle mie creazioni. Lo strano uccello che compare nell’immagine, invece, è una sula dai piedi azzurri, un particolare esemplare di volatile che durante il corteggiamento mette in mostra le zampe danzando.

Come hai impostato la tua strategia di comunicazione online?

All’inizio, non capivo come comunicare sul web. Sono una persona riservata, non amo condividere tutto quello che mi succede. Quello che ho fatto all’inizio è organizzare la gallery nel modo più professionale possibile, per raccontare il mio lavoro e far conoscere le mie creazioni.

 

Bottega offline e online, come racconti il tuo lavoro?

Per me, è molto importante far conoscere il processo produttivo e le caratteristiche del prodotto, realizzato a mano. Ispirandomi alla rete e ai social, ho voluto creare una sorta di spazio “aperto” una grande vetrina che permette a tutti di vedere il mio laboratorio atelier con la massima trasparenza, online come offline.

Come nasce un progetto editoriale di successo: la storia di FRIZZIFRIZZI

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Come nasce un progetto editoriale di successo: la storia di FRIZZIFRIZZI

L’estate è ormai un ricordo, ma la voglia di viaggiare e scoprire le realtà innovative in Italia continua e così rieccoci di nuovo on the road! Oggi vi portiamo alla scoperta di Frizzifrizzi un progetto editoriale nato sul web, che in dieci anni di lavoro è diventato un punto di riferimento per creativi e appassionati di arte, design, moda, libri. In questa intervista Simone Sbarbati, Co-fondatore e direttore di Frizzifrizzi, ci racconta come si passa dall’idea allo sviluppo di un progetto editoriale online.

1. Come nasce Frizzifrizzi?

Prima di Frizzifrizzi c’era Freshcut, nato come una rivista in pdf e poi trasformatosi in un blog dedicato principalmente a fotografia, illustrazione, grafica e segnalazioni su concorsi e opportunità per giovani artisti. Lo gestivamo io e la mia compagna Ethel (Margutti). Nel 2006, dopo un paio d’anni di attività, incontrammo Francesca (Arcuri). Grande appassionata di moda, ebbe l’idea di mettere assieme il suo know-how in quel settore e il nostro nella comunicazione via web e nell’attività editoriale. Da quell’incontro nacque Frizzifrizzi, che infatti, inizialmente, trattava soprattutto di moda.

2. Come è cresciuto il progetto dal 2006 a oggi?

Frizzifrizzi è cambiato molto in questi ultimi 10 anni: nella forma come nei contenuti, nel tipo di pubblico come nella percezione che quest’ultimo ha di noi. Abbiamo cominciato pubblicando post molto più brevi e leggeri, ispirandoci ai tanti progetti simili che, a livello internazionale, nascevano a metà anni 2000. Poi col tempo abbiamo cominciato a muoverci verso temi che a ciascuno di noi interessavano di più, dedicando più tempo alla ricerca e alla scrittura, instaurando con i lettori un dialogo virtuoso che continua ancora oggi.

Riceviamo molti riscontri: segnalazioni, opinioni, ovviamente anche critiche, ma quello che ci arriva quotidianamente, da chi ci legge, è essenzialmente tanto amore 🙂

3. Presentateci il vostro team?

Il nucleo centrale è formato da noi tre fondatori: Ethel Margutti, Francesca Arcuri ed io. Ethel da qualche anno si occupa perlopiù del “dietro le quinte”, Francesca di moda, design e food, oltre a gestire il nostro canale Instagram, ed io grafica, illustrazione, fotografia, riviste indipendenti e ricerche d’archivio.

Negli anni abbiamo avuto tantissimi collaboratori, alcuni per lunghi periodi, altri meno. Per alcuni di essi Frizzifrizzi è stato un trampolino di lancio verso altre attività lavorative, dal giornalismo alle digital pr.

Continuano a scriverci in molti per collaborare con noi ma in tutti questi anni abbiamo capito che non abbiamo bisogno di tante “penne”, quanto piuttosto di autori che si riconoscano nello “stile Frizzifrizzi” e vengano percepiti come tali anche dai lettori. Al momento scrivono più o meno regolarmente su Frizzifrizzi la giovane Zazie Vostok, appassionata di albi illustrati, Sabrina Ramacci, grafologa e feticista di fanzine, Federico Demartini, ludolinguista, Augusto Maurandi, gallerista, direttore artistico e fotografo, Davide Calì, autore, fumettista e illustratore, Tommaso Bovo, designer e docente, Carlo Occhiena, designer, Francesco Liggieri, artista e curatore.

4. Dove si trova la vostra redazione? Lavorate in ufficio o da remoto?

La nostra è una redazione “diffusa”. Seguiamo il consiglio delle nostre nonne e facciamo il gioco dell’uva, «ciascuno a casa sua». Tante scrivanie lontane, unite virtualmente attraverso uno schermo.

5. Come organizzate la programmazione editoriale? Usate qualche tool per la gestione del lavoro?

Rispetto ai primi anni oggi lavoriamo più lentamente senza preoccuparci troppo di arrivare subito sulla notizia. Questo ci permette di organizzarci un minimo. Cerchiamo di far ruotare ogni singola giornata su uno, massimo due temi, con un “fil rouge”, talvolta più evidente, altre più sottile, a legare il tutto.

Non utilizziamo strumenti particolari, a parte qualche plugin (che cambiamo di continuo) per calendarizzare le uscite. Sui social programmiamo giorno per giorno, cercando di “tastare”, per quanto possibile, il polso dei lettori.

6. A quale target si rivolge Frizzifrizzi?

Il nostro pubblico è molto più femminile che maschile. Il lettore-tipo ha dai 25 ai 45 anni, abita in una grande città del Centro-Nord (Milano su tutte) e spesso lavora in ambito creativo. Tra quelli da cui riceviamo più feedback ci sono illustratori, fotografi, designer, insegnanti e studenti.

Non siamo né un magazine online di approfondimento né di quelli che pubblicano ogni genere di assurdità per raccogliere click. Non abbiamo mai inseguito la viralità. Agli amici dico sempre che vedo Frizzifrizzi come una cosa piccola e fatta con amore, e che mi piace sia e rimanga tale.

Quel che facciamo è mostrare e raccontare ogni giorno progetti, idee e prodotti che crediamo valga la pena di conoscere o che pensiamo possano servire da ispirazione — più spesso entrambe le cose assieme.

7. Mai pensato di creare una versione cartacea?

Ci hanno pensato in tanti al posto nostro. Nel senso che ce l’hanno chiesto spesso e continuano a chiedercelo. Ma la risposta è sempre la stessa: abbiamo il tempo, i mezzi e — buttando sul piatto le nostre capacità con la massima umiltà possibile — la capacità di fare una rivista su carta che aggiunga davvero qualcosa al panorama dell’editoria indipendente e, soprattutto, alla vita culturale dei potenziali lettori? Credo di no. E un semplice “porting” di Frizzifrizzi su carta non avrebbe senso.

8. Domanda da un milione di dollari: si guadagna da un progetto editoriale?

La risposta è molto, molto più bassa di quel milione di dollari 🙂 Sì, si può guadagnare da un progetto editoriale. Noi non facciamo molti compromessi quindi diciamo che, in questo senso, ci diamo benissimo la proverbiale zappa sui piedi da soli. Però un progetto editoriale apre le porte anche a tutta una serie di altre attività.

10. Quali progetti avete per il futuro di Frizzifrizzi?

A breve termine, programmare le prossime settimane.

A medio termine, magari cominciare a produrre qualche pubblicazione nostra.

A lungo termine, rimanere rilevanti, qualunque sia la piattaforma sulla quale ci troveremo a fare il nostro lavoro nei prossimi anni.

Rivitalizzare i quartieri con una rete di imprese: la scommessa di Balduina’s.

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Rivitalizzare i quartieri con una rete di imprese: la scommessa di Balduina’s.

Chi vive in città, leggendo questa intervista, si ritroverà nelle parole di Giovanni. Un giovane imprenditore che ha voluto credere in un sogno: portare alla rinascita il quartiere in cui è nato. Una storia che ti racconterò attraverso le sue parole e che sembra proprio auspicare ad un lieto fine.

Questa settimana, risaliamo lo Stivale per fare tappa a Roma, dove a farci da cicerone troviamo Sara Duranti che in questa intervista ci racconta la scommessa di Balduina’s per rivitalizzare il quartiere di Roma.

Rivitalizzare i quartieri con le reti di impresa
Nel 14° municipio di Roma, vi è una zona che si chiama “Balduina” con ben 42 mila abitanti (quasi quanto una cittadina come Frosinone o una città come Campobasso) e poco più di 3km2 .
Qui, su iniziativa di alcuni residenti e con la promozione di Giovanni Tufani di Seedble , si è intrapresa una strada di rinascita del quartiere, uno Smart Neighborood. Mi faccio raccontare di cosa si tratta.

Ciao Giovanni, molto interessante il progetto di Smart Neighborood di cui ultimamente ho letto sui canali social di Seedble, la company della quale sei uno dei founder e di Spremute Digitali – Magazine Online con il quale collabori. Di cosa si tratta, puoi dirci qualcosa di più?

Ciao Sara, innanzitutto grazie per questa intervista, con Seedble stiamo portando avanti un progetto che vuole riqualificare il quartiere Balduina che si estende per oltre 3 km quadrati e con una popolazione di oltre 45000 abitanti (NDR se fosse una città sarebbe circa la 150esima in Italia per popolazione) rendendolo un quartiere smart e aumentandone il benessere a livello economico e sociale.
Il progetto prende il nome di Balduina’s, dove la s del genitivo sassone prende l’accezione di Social, Shopping e Service.

Ci sono motivazioni particolari che ti hanno spinto a scegliere il quartiere Balduina rispetto ad altre zone o comuni?
Per rispondere a questa domanda, dovrò assumermi il rischio di andare contro ad un vecchio proverbio latino che recita “Nemo Propheta in patria (sua)”. Infatti per me Balduina è più di un semplice di quartiere di Roma, è il quartiere dove sono nato, dove ho fatto le scuole e dove ho avviato due attività, una di ristorazione e un’altra di servizi alle imprese (ndr Seedble).
Ma al di là dell’aspetto emotivo, quello che mi ha spinto a scegliere questa zona è stato sicuramente l’evoluzione che il quartiere ha subito negli ultimi anni. Nonostante infatti sia a 5 minuti dal centro (a San Pietro ci si arriva tranquillamente a piedi) e sia un quartiere benestante, Balduina presenta delle criticità che con il nostro progetto vogliamo risolvere; in via non del tutto esaustiva possiamo sottolineare una scarsa presenza di un tessuto commerciale e imprenditoriale, una assenza di luoghi e attività di aggregazione, una mobilità malfunzionante (scarsi collegamenti con mezzi pubblici, traffico, assenza di parcheggi) e un degrado degli spazi verdi.

Aiutaci un po’ a capire meglio nello specifico da cosa pensate di iniziare.
Per prima cosa da buon advisor prima di iniziare dobbiamo procedere con un’analisi in profondità di quello che sia lo status quo attuale. Superficialmente sappiamo quali siano i problemi, ma non sappiamo per alcuni di questi, quali siano le cause dal quale scaturiscono. A tal proposito per prima cosa, investiremo tempo e risorse per effettuare un’indagine sulla popolazione e sulle aziende per comprenderne a fondo le dinamiche, e per capire quali siano le reali necessità e desideri.
Al termine di questa indagine andremo a costruire un indice di qualità della vita basato su parametri quantitativi e qualitativi, che utilizzeremo per monitorare i progressi e i risultati che le nostre attività avranno su parametri oggettivi e soggettivi.
Una volta effettuata questa analisi e studiati i risultati quali saranno gli step successivi?
Abbiamo molte idee e iniziative che vogliamo mettere in piedi, e se dovessi raccontarle tutte in questa intervista non basterebbero ore. Posso però dirti che suddivideremo le iniziative per “cliente” target, ovvero porteremo avanti in contemporanea attività per le aziende e attività per i cittadini.
Lato aziende andremo a costituire una rete di imprese, che si occuperà di supportare
gli imprenditori per affrontare senza soccombere il processo di digital transformation che sta investendo il modo di fare impresa. Lato cittadini, cercheremo di dare una risposta reale alle loro necessità cercando di portare l’efficienza dove purtroppo non c’è.

​Da​ questa tua ultima frase mi sembra che tu ti riferisca a quei settori nei quali il pubblico non riesce a performare, giusto?

Sì Sara, hai centrato perfettamente il punto, quando si parla di mobilità, sicurezza, decoro urbano e socialità il pubblico dovrebbe generare valore e non inefficienza, noi con la nostra attività cerchiamo di inserirci dove il pubblico non arriva. Questo non vuol dire che vogliamo sostituirci, anzi; ci auguriamo che la nostra attività sia di esempio al pubblico e che lo sproni a migliorare e magari a lavorare al nostro fianco.
Scusami se sono un po’ provocatoria, ma da quello che mi hai raccontato la vostra sembra una iniziativa lodevole, ma non si discosta di molto da quello che può essere un programma elettorale di qualche partito politico o delle attività di qualche associazione civica? Cosa c’entra la parola Smart? Che rapporto ha il vostro progetto con la tecnologia?

Nessuna provocazione anzi grazie per questa domanda.
La tecnologia è per noi alla base di tutto il progetto. Il vero valore di Balduina’s sarà quello di raccogliere, analizzare e organizzare i cosiddetti Big Data al fine di poter effettuare delle scelte e delle azioni che siano guidate non da un’idea, ma da dei dati. Abbiamo allo studio un sistema di identità univoco (per capirci un po’ come SPID) con il quale cittadini e imprese potranno accedere ai servizi che metteremo a disposizione. Effettueremo inoltre, nel periodo di indagine, un monitoraggio della mobilità mediante l’utilizzo di alcuni sensori di ultima generazione collegati ad un sistema software che quantifica e traduce in dati tutto quello che accade (passaggio persone, auto, motorini, biciclette, autobus etc..)Inoltre sempre rimanendo in tema di tecnologia, vorremmo far si che Balduina’s diventi un quartiere startup friendly, e saremo pienamente disponibili a mettere a disposizione tutte le informazioni e gli utenti per eventuali fasi di validazione e di test di mercato.

Come pensate di finanziare queste attività?

Chi ben comincia è a metà dell’opera… Il progetto Balduina’s è stato presentato alla regione Lazio alcuni mesi fa, ed è risultato vincitore del bando sulle reti di imprese e potrà beneficiare di un contributo a fondo perduto di 100k che servirà per dare il boost iniziale. Dopodichè le eventuali altre risorse che saranno necessarie verranno reperite con campagne di crowdfunding ad hoc, e coinvolgendo aziende e investitori che vorranno credere nel progetto e scommettere insieme a noi. Inoltre Balduina’s fornirà alle aziende e ai cittadini servizi a prezzi competitivi con i quali introiti si potrà finanziare la crescita e lo sviluppo.

Chiunque voglia ulteriori informazioni sul progetto può seguirci sul nostro sito www.Balduina.org oppure contattarmi alla mia mail giovanni​.tufani@seedble.com.

Sotto il sole della Sicilia insieme alla blogger Giada Pappalardo di GLAM PHOTO MIX.

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Sotto il sole della Sicilia insieme alla blogger Giada Pappalardo di GLAM PHOTO MIX.

Oggi per il #SMDAYITONTHEROAD voliamo in Sicilia, per conoscere Giada Pappalardo, blogger da 28,5 mila followers su Instagram.

Hai 140 caratteri. Raccontaci il tuo blog in un tweet.

Il mio blog è un diario personale e un album di fotografie. Racchiude le mie passioni più grandi: la fotografia, i viaggi e la moda. Racchiude me.
Quando e come nasce GlamPhotoMix?
Nasce nel 2012, dalla voglia di mettermi in gioco, ma è stato abbandonato e ripreso più volte. È cresciuto nel tempo e adesso è da circa un anno che ha quest’impostazione fotografica.
Il tuo blog è presente su Facebook e Instagram. Come mai hai scelto questi canali social?
Ho scelto questi canali perché sono fondamentali per me. Giocano un ruolo essenziale per veicolare il blog, e sono i social network che uso nel quotidiano.

Parliamo del tuo profilo Instagram. Cosa scegli per realizzare i tuoi scatti: reflex o smartphone?
Li utilizzo entrambi ma negli ultimi tempi preferisco postare per la maggior parte foto scattate con la mia amata Pentax. Ho un occhio fotografico molto critico e vedo imperfezioni ovunque. Per me la fotografia è un’arte e in ogni scatto cerco di mettere qualcosa di me, cosa molto difficile tramite uno smartphone.

Quando ti sei appassionata alla fotografia? Hai frequentato dei corsi?
Sono appassionata di fotografia da sempre. Ma è solo nel 2012 con l’arrivo della mia prima reflex, un regalo da parte di mio zio appassionato anche lui di fotografia, che mi sono innamorata di questa forma d’arte. Non ho frequentato nessun corso, solo qualche workshop, poi ho imparato tutto da autodidatta.
Sul tuo profilo Instagram, nulla è lasciato al caso, come organizzi la pubblicazione sui tuoi canali social?

Sul tuo profilo Instagram, nulla è lasciato al caso, come organizzi la pubblicazione sui tuoi canali social?

Curo molto Instagram e anche se sembra ci sia un piano editoriale ben stabilito, come in ogni strategia di social media marketing che si rispetti, io pubblico a ispirazione, senza sapere quello che pubblicherò dopo, seguendo sempre una linea visiva ben definita.

Primo viaggio in Sicilia: quale itinerario consiglieresti?

Amo tutta la Sicilia, ma se vi posso consigliare vedrei per la prima volta la parte di Catania o Taormina che secondo me è Sicilia pura. E poi Siracusa, io ce l’ho nel cuore!

Un’app per ordinare i panini nell’intervallo: l’innovazione nasce tra i banchi di scuola

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Un’app per ordinare i panini nell’intervallo: l’innovazione nasce tra i banchi di scuola

Dopo Torino, prosegue il nostro viaggio alla scoperta dell’innovazione che nasce sul territorio. Restiamo in Piemonte e ci spostiamo a Cuneo, per incontrare Matteo Sipione.

Studente al Liceo Scientifico di Cuneo, indirizzo di Scienze applicate, a soli vent’anni ha già inventato la sua prima app. Si chiama “FoodBay” e permette agli studenti di prenotare la merenda dal paninaro direttamente dal proprio telefonino.

“L’idea mi è venuta mentre correvo sulle scale per comprare il panino – racconta Marco – ci sono volute tre settimane per sviluppare l’Applicazione in Java. Al momento, l’app è scaricabile gratuitamente solo per Android ma da settembre sarà disponibile anche la versione per dispositivi iOS”.

Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’app dallo store Google e registrarsi con il proprio account gmail. L’applicazione prevede due aree distinte: una per gli studenti e una per il paninaro. Da un lato, gli studenti possono prenotare la propria merenda (a ogni prenotazione viene assegnato un numero d’ordine) e vedere il costo esatto di quanto prenotato, dall’altra il paninaro può mettere da parte gli ordini. Ciascun utente, poi, può personalizzare l’app scegliendo tra temi diversi.

L’app, al momento, è utilizzata in due istituiti scolastici ma è accessibile a qualunque scuola. Un’idea semplice che apre nuovi canali di innovazione tra i banchi di scuola, anche in Italia, dove l’alfabetizzazione digitale trova gli strumenti per diffondersi.

È possibile scaricare gratuitamente l’applicazione “FoodBay” su Google.play:
https://play.google.com/store/details?id=com.sipio.software.foodbay.

See more at: http://www.laguida.it/Cuneo/Studente-cuneese-inventa-un-app-per-ordinare-i-panini-nell-intervallo#sthash.iGM4d1wv.dpuf

Intervista a Francesca Crescentini, alias Tegamini.

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Intervista a Francesca Crescentini, alias Tegamini.

Il nostro viaggio alla scoperta dell’innovazione sul territorio questa settimana gioca in casa e fa tappa a Milano, nel regno di Francesca Crescentini, alias Tegamini. Ha conquistato il web con la sua spontaneità e le sue vestaglie (dice lei). Nel 2016, ha vinto il premio come migliore Snapchatter ai Macchianera Awards grazie ai suoi imperdibili racconti di vita quotidiana, alle prese con il marito Amore del cuore, il figlio Minicuore, un gatto nero di nome Ottone, e alla sua rubrica librini tegamini. L’abbiamo incontrata per conoscere più da vicino la sua storia e questo è quello che è venuto fuori!

1. Quando è nato Tegamini e com’è cresciuto il blog nel tempo?

Tegamini (più o meno così come lo vediamo oggi) è nato nel 2010, anno di nuovi inizi e di considerevoli slanci energetici. Lì per lì era veramente un gran pentolone e ospitava una miriade di micro-storie e annotazioni estemporanee che ora ho la possibilità di dirottare più efficacemente su altri social. Lo spirito di “contenitore imprevedibile” è rimasto, ma ho cercato di strutturare gli argomenti con un po’ più di precisione. Voglio continuare a farmi guidare dalla curiosità e dal gusto per la scrittura, senza però abbandonarmi al caos più completo. I cambiamenti più incisivi, direi, toccano l’idea stessa di blog (che ora fa parte di una rete più vasta di canali social che possono aiutarmi a raccontare il mio quotidiano o a dedicarmi a un tema preciso, alimentandosi a vicenda) e l’aumento significativo delle interazioni con le aziende e, di conseguenza, dei contenuti legati ai brand – con tutte le delicatezze gestionali ed editoriali che ne derivano.

2. Dal 2010 a oggi, il web è cambiato molto. Come hai vissuto queste trasformazioni?

Diamine, per rispondere sensatamente ci vorrebbe una tesi di laurea (anzi, una per ogni potenziale parte in causa: azienda, brand, blogger, fruitore “base”, agenzia digital, galassie conosciute e universi paralleli…), ma cercherò di farla breve. Nasco ottimista, poi capita che mi ridimensioni. La sensazione è che sia successo tantissimo e che ci sia ancora della strada da fare perché questo “tantissimo” possa essere davvero gestito e padroneggiato in maniera del tutto razionale e positiva. La cosa bella – e complicata – è il moltiplicarsi dei linguaggi e delle possibilità espressive e narrative. Prima il mezzo privilegiato era la parola scritta, ma ogni nuova piattaforma ha ampliato lo spettro, rendendo l’immagine (più o meno in movimento) una componente centrale. I contenuti sono diventati più ricchi e complessi – il che è una buona notizia per chi ha voglia di sperimentare e parecchio da raccontare – e anche un po’ più “democratici”, almeno a livello di produzione. Si vedono solo meraviglie? Affatto. La gestione della propria presenza sul web è diventata più semplice? Nemmeno. Si sfocia spesso nell’inopportunità? Certo. Ma mi piace pensare che prima o poi riusciremo a metabolizzare la grande libertà che abbiamo a disposizione, impegnandoci a migliorare gli spazi che popoliamo.

3. La modifica dell’algoritmo di Facebook ha gettato molti addetti ai lavori nel profondo sconforto. Si può vincere la battaglia contro l’algoritmo di Facebook anche senza ADV?

No, per definizione. Se Facebook decide di strutturare l’algoritmo in modo che emergano i post sponsorizzati (o determinati formati) non penso ci siano troppi appigli per opporsi coraggiosamente. Da utente, però, credo che l’occasione sia propizia per intervenire attivamente su quello che mi viene proposto. Da buffa inventrice di cose da leggere e da guardare, invece, sono convinta che sia saggio coltivare la propria community con attenzione, cercando di creare interazioni di qualità. Mi piace pensare che si possa crescere in organico proponendo contenuti riconoscibili, curati e con una “voce” che riesca davvero a raccontare qualcosa di rilevante per l’utente. Si cresce più lentamente e in maniera meno eclatante, ma si cresce insieme a un pubblico che “c’è” davvero.

4. Com’è sbocciato l’amore per Snapchat? Dopo quanto tempo hai iniziato a vedere i primi risultati?

Ho cominciato a usare Snapchat un annetto fa, quando sono rimasta a casa in maternità. E credo di aver avuto (seppur involontariamente) un buon tempismo, visto che in quel periodo la piattaforma (almeno in Italia) stava registrando il primo vero momento di grande crescita. L’esordio è stato all’insegna della più totale cialtroneria – I FILTRI CON LE BESTIOLE! –, poi ho cercato di escogitare un modo per rendere “utile” il canale e ho iniziato a parlare di libri, creando una mini-rubrica di consigli letterari che continua ad apparire all’improvviso mentre racconto i fatti miei. La combinazione ha funzionato… anche se credo sia tutto merito delle mie straordinarie vestaglie.

5. Qualche istruzione per l’uso: come fare ad andare oltre la frustrazione iniziale e iniziare a muovere i primi passi su Snapchat?

Il fastidio dell’interfaccia non si supera, secondo me. Ma si impara a conviverci. Certe macchinosità svaniscono con l’allenamento e, a quel punto, il problema diventa chi seguire e cosa guardare. Temo di non essere la persona più adatta a raccomandare trucchi, scorciatoie e snellimenti metodologici – non mi è mai venuta voglia di sfornare manco il mio Bitmoji, figuriamoci -, ma l’unico consiglio che posso dare è di osservare bene quello che succede e di sperimentare (senza particolari manie di grandezza o aspirazioni da cabarettista).

6. La tua rubrica librini tegamini è stato un vero successo. Pensi che possa essere visto come un segnale che, anche settori tradizionali come l’editoria, debbano esplorare nuovi linguaggi per arrivare al pubblico?

Non ho la pretesa di ergermi a segnale capace di indicare la rotta a un intero settore, ma quel che posso dire è che, su internet e sulle varie piattaforme, i libri sono un tema sentito e vivace. Le statistiche continuano a confermarci che i lettori sono pochi, ma quei pochi sembrano frequentare i social e utilizzare il web in maniera piuttosto massiccia – come fa ormai qualsiasi consumatore, mi viene da dire. Credo che l’editoria, in un contesto di questo tipo, abbia l’enorme vantaggio di un prodotto ricchissimo: il libro è un oggetto narrativo capace di informare, intrattenere, emozionare. Chi vende grissini o detersivi (con tutto il rispetto per grissini e detersivi) non ha una tale fortuna, in termini di spendibilità contenutistica (e quindi “social”) della propria offerta – e i brief che arrivano alle agenzie digital richiedono tipicamente di far diventare ICONIC, UNCONVENTIONAL ed EMOTIONAL un mattone, ad esempio. L’editoria non avrà mai questo problema, penso, ma ce ne sono altri. Le case editrici (soprattutto quelle di lungo corso) non sono quasi mai strutturate per metabolizzare tempestivamente le novità o per gestire in tempo reale un’interazione come quella che una presenza social comporterebbe. E, anche quando la cultura aziendale aiuta, ci sono spessissimo problemi di organico, competenze, budget, organizzazione e di legittimazione gerarchica di un investimento di questo genere. Sarebbe bellissimo inventare un progetto digital per ogni libro che esce, insomma, ma non sempre ci si riesce e non sempre si trova il modo di lavorare su Twitter come ha fatto Einaudi. O di alimentare un portale come Il Libraio, di GeMS. O di usare il web e i social come una leva promozionale e di approfondimento costante come succede da NN o Minimum Fax.
7. Su Instagram stories hai lanciato la serie PuPAZZI. Come ti è venuta in mente questa nuova “rubrica”?

Instagram Stories è stato a lungo un mistero. Da utente di Snapchat, ho vissuto la parziale fuga sull’altro canale di parecchie persone che seguivo – e non posso di certo biasimarle. La situazione è ancora fluida, confusa e ricca di sovrapposizioni, visto che il trend generale è ancora un po’ quello del “devo esserci assolutamente – sempre, ovunque e comunque”. Non volendo replicare su Stories quello che faccio su Snapchat, ho usato Instagram molto poco – e, sulle prime, quasi esclusivamente quando mi veniva richiesto da un cliente. Un pomeriggio, però, ho casualmente capito che cosa dovevo farci. Ero a quattro zampe sul tappeto insieme a Minicuore, stanca come un asino e seppellita da due metri cubi di giocattoli assurdi. Io, di base, sono una mamma allegra, ma ad alcuni momenti di coma (a cui tipicamente si accompagna l’acuto desiderio di una solerte tata inglese) non si può sfuggire. Ammetterlo è disdicevole, però, perché l’universo ci vuole multitasking, euforiche, esultanti e devotissime alla prole – ma anche indipendenti, autoironiche, montessoriane e pazientissime. Non sentendomi all’altezza della complessità del ruolo, ho affidato i miei sentimenti ai PuPAZZI. Sono le tre e mezza del pomeriggio ma ti sembra di essere sveglia da tutta la vita? C’è un PuPAZZO che potrà gridarlo impunemente al mondo. E così è andata. Stories mi sembrava il mezzo più adatto per un “fotoromanzo”, visto che ha una gestione dei testi molto più elastica di quella di Snapchat e c’è amore e comprensione anche per le immagini statiche.

8. Tra i tuoi canali social hai anche YouTube, ma non è molto aggiornato. Come mai hai scelto di “abbandonare” questo canale?

Per presidiare dignitosamente Youtube non credo basti piazzarsi su una seggiola e sfornare un monologo di 18 minuti in piano sequenza, un po’ come quelli che producevo io. Trovare qualcosa da dire non è mai stato un problema per me, ma i video vanno editati, montati, musicati e sistemati in una miriade di modi che non ho mai avuto il tempo (e neanche l’impellente esigenza, devo dire) di apprendere con sufficiente scioltezza. La “gloria” è migrata su Youtube (e Facebook privilegia il formato video), è vero, ma se al momento non mi sembra di poter creare dei contenuti all’altezza, preferisco astenermi.
9. Utilizzi qualche tool o strumento per la gestione dei tuoi canali social?

Tweetdeck. E stop. 🙂

10. Per concludere una domanda scontata ma indispensabile: tre libri che non possono assolutamente mancare nella valigia quest’estate?

Le ultime cose belle che ho letto – e che consiglio con trasporto – sono The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood (in italiano, Il racconto dell’ancella, pubblicato da Ponte alle Grazie), Non dimenticare chi sei di Yaa Gyasi (Garzanti) e Il giro del miele di Sandro Campani (Einaudi). Nella mia wishlist estiva, invece, ci sono The Idiot di Elif Batuman (perché I posseduti era un prodigio e voglio leggere tutto quello che mai al mondo deciderà di scrivere), I Hate the Internet di Jarrett Kobek e La ricerca del leone di Russell Hoban.

Vuoi saperne di più su Snapchat e Instagram? Non perdere l’appuntamento con i nostri workshop!