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Marketing sensoriale: oggi si vendono emozioni ed esperienze, non più prodotti

Il marketing sensoriale oggi ricopre un ruolo particolarmente importante nel mondo dei consumi in quanto si inserisce in un contesto nel quale i consumatori non sono più alla ricerca di prodotti con cui soddisfare determinati bisogni, ma piuttosto di emozioni ed esperienze.
Prima di iniziare a parlare di marketing dei sensi è tuttavia necessario fare una distinzione fondamentale tra sensazione e percezione: la prima riguarda l’attivazione degli organi di senso attraverso stimoli esterni in grado di suscitare una risposta da parte dell’organismo, la seconda invece corrisponde a quel processo attraverso il quale le informazioni captate dagli organi di senso vengono elaborate, organizzate e interpretate cognitivamente dal nostro cervello.

Le leve del marketing esperienziale

Bernd Schmitt a proposito di marketing sensoriale sostiene che sia più importante la valorizzazione dell’esperienza del prodotto piuttosto che il prodotto in sé.
Secondo lui è possibile controllare l’esperienza sperimentata dal consumatore tramite l’associazione al prodotto di cinque diverse esperienze, dette Strategic Experiential Modules (SEM).
Queste differenti esperienze vanno applicate al prodotto in base alle sue caratteristiche e alle peculiarità del target e sono:
– SENSE experiences: coinvolgono la percezione sensoriale, ossia i cinque sensi. L’esperienza sensoriale può essere impiegata in tutte le fasi della vendita per incrementare il valore del prodotto o servizio e per rendere riconoscibile l’azienda agli occhi dei consumatori;
– FEEL experiences: richiamano i sentimenti dei clienti e hanno come obiettivo quello di creare delle vere e proprie esperienze affettive, che possono andare da una semplice soddisfazione derivante dall’acquisto a emozioni di orgoglio e appartenenza nei confronti del prodotto;
– THINK experiences: sono cognitive e creative e mirano a coinvolgere i clienti attraverso la risoluzione di problemi mentali;
– ACT experiences: coinvolgono il cliente in prima persona, inviandogli messaggi persuasivi e motivazionali con lo scopo di invitarlo ad agire in modo differente da come farebbe normalmente;
– RELATE experiences: mettono il consumatore in relazione con un gruppo di individui aventi interessi e aspirazioni comuni.

Come stimolare i sensi

Ricorrere ai cinque sensi per trasmettere emozioni non solo permette di aumentare il tasso di engagement, ma anche di rafforzare la brand image e aumentare notevolmente l’associazione con il marchio e di conseguenza la possibilità di ricordarselo.
In questo modo si può modificare l’approccio che il consumatore avrebbe nei confronti del prodotto, fornendogli attraverso la brand experience maggiori informazioni con cui convincerlo a comprarne uno piuttosto che un altro.
Ciò che alla fine spinge l’acquirente a scegliere un brand è quindi il coinvolgimento sensoriale ed emotivo.

I cinque sensi visti più da vicino.

1. VISTA

La vista è uno dei sensi dominanti ed è quello che più di tutti è soggetto a stimoli, non a caso circa l’80% delle informazioni vengono recepite attraverso gli occhi. La sua importanza deriva in primis dal fatto che si tratta del primo vero contatto che si riesce a stabilire tra il consumatore e il brand.

Dato che oggi i consumatori sono soggetti a un elevato e continuo inquinamento visivo è fondamentale capire come comunicare il proprio messaggio in modo distintivo, poiché il rischio è quello di creare confusione e disorientamento e di essere quindi ignorati.

L’odierno bombardamento pubblicitario infatti spinge i consumatori a innescare talvolta dei meccanismi di difesa con cui proteggersi, dimenticando o ignorando tutte le comunicazioni che non ritengono utili o che non confermano le loro credenze.

Per quanto riguarda i colori è ormai ampiamente dimostrato che ciascuno abbia un impatto fisiologico differente sull’individuo e che rivesta un ruolo di grande importanza sia nei cibi, in quanto ogni colore è associato ad un gusto specifico, che nei profumi, poiché la colorazione aiuta a identificare le fragranze tra loro.

Dal punto di vista del retail è molto importante non solo la scelta dei colori adeguati ma anche il corretto utilizzo del gioco di luci ed ombre, il quale può influire molto sulla valorizzazione dei prodotti presenti nei punti vendita aumentandone o diminuendone la qualità percepita.

Un esempio a riguardo è Sephora, che nei suoi negozi utilizza un layout minimalista in cui prevale il colore nero, il quale valorizza ed esalta i cosmetici evocando al contempo la femminilità ed il lusso.

2. TATTO

Il tatto riveste un ruolo molto importante in quanto i consumatori necessitano di provare i prodotti, di testarli e quindi di entrare fisicamente in contatto con essi.
Oggi questo senso sta acquisendo maggiore rilevanza agli occhi dei marketers soprattutto per via del fatto che l’acquisto avviene sempre più frequentemente online e dunque i consumatori hanno bisogno di certezze su ciò che vanno a comprare.
Gli individui si differenziano nel bisogno di ottenere le informazioni attraverso il contatto tattile, pertanto presentano un diverso grado di “need for touch”, ossia l’impulso a toccare i prodotti da acquistare.

Questo bisogno dipende soprattutto dall’esperienza soggettiva provata nei confronti del prodotto: i consumatori con un indice di need for touch più elevato hanno quindi una minore confidenza con esso, per cui necessitano di maggiori informazioni sensoriali per decidere procedere con l’acquisto o meno.

Il packaging in tutto ciò riveste un ruolo importantissimo, in quanto non serve semplicemente a proteggere il prodotto ma deve distinguerlo dagli altri, fornendogli un aspetto unico. E’ quindi importante che la confezione risalti non solo alla vista, ma anche al tatto.

Ad esempio Dolce&Gabbana ha creato per alcuni suoi profumi delle confezioni con tappo in velluto, che non solo rappresenta il lusso ma essendo anche morbido al tatto richiama la consistenza degli antichi tappeti siciliani.

3. UDITO

Il suono ha la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore, di attivarlo emozionalmente in una situazione di consumo e di incidere sul suo stato psico-fisico. La stimolazione dell’udito è dunque estremamente importante, sia nell’ambito pubblicitario che nel mondo del retail.

La musica infatti crea suggestioni, si radica nella memoria e genera sensazioni positive o negative che si riflettono sull’attrazione o sul rifiuto per una marca, ma non solo, permette anche di aumentare la permanenza in negozio e può influire sulla scelta dei prodotti da acquistare, sulla percezione del brand e del punto vendita.

Per esempio i negozi che vendono prodotti per la cura del corpo, come ad esempio i corner interni ai centri termali di QC Terme, scelgono una musica soffusa, uniforme, rilassante e che richiama la natura per far entrare il consumatore in empatia con l’ambiente.

4. OLFATTO

L’olfatto ha una forte influenza sulle scelte dei consumatori ed è un driver principale del processo di decision making.
Ad oggi sono molte le aziende che hanno riconosciuto l’importanza di questo senso e alcune ne hanno fatto addirittura il proprio cavallo di battaglia, incentrando la loro strategia di marketing sulla stimolazione olfattiva.

Un esempio attuale e di successo a tal proposito è Lush, la cui forza sta proprio nella capacità di aver saputo sfruttare determinate profumazioni per imprimere il proprio brand nella mente delle persone ed essere così più riconoscibile, oltre che rendere maggiormente “appetibili” i suoi prodotti.

Altri esempi possono riguardare le catene alberghiere, come ad esempio Sheraton, che ha impregnato i suoi hotel di una propria fragranza per far ricordare alle persone il brand o il settore del fashion, dove la stimolazione dell’olfatto è invece utilizzata da molto più tempo.

Abercrombie&Fitch ne è un chiaro esempio, in quanto ha fatto del suo profumo un simbolo di riconoscimento inconfondibile del marchio A&F, spruzzandolo sia all’interno che all’esterno dei suoi negozi e anche sui prodotti stessi.

E’ scientificamente provato che l’utilizzo di fragranze all’interno del punto vendita provochi nel cliente un’esperienza piacevole e memorabile. Il profumo quindi non solo permette di rendere il marchio riconoscibile e di fidelizzare i clienti, ma rende anche più facile la memorizzazione e aumenta la permanenza in negozio.

Infine gli odori contribuiscono anche a rendere migliore la percezione del prodotto: una borsa che emana il classico profumo di pelle sarà percepita come di migliore qualità rispetto a un’altra che invece, è inodore e avrà così più probabilità di essere scelta e acquistata.

5. GUSTO

Ovviamente il gusto è dominante nel settore alimentare, tuttavia presenta una forte interconnessione anche con gli altri sensi in quanto circa il 90% di ciò che percepiamo attraverso di esso dipende dall’odore, dalla vista, dal tatto.

E’ stato dimostrato per esempio che mangiare una pietanza in un piatto di plastica diminuisce la sua appetibilità rispetto all’utilizzo di un piatto di ceramica, così come un bel impiattamento rende un cibo maggiormente desiderabile rispetto a uno realizzato in modo non curato.

L’importanza del gusto ha acquisito talmente tanta rilevanza che oggi ricorrono al suo impiego anche marchi non appartenenti al settore alimentare.
I grossi brand del fashion hanno cercato infatti di sfruttare questa leva per offrire servizi complementari alla vendita dei propri prodotti, come ha fatto ad esempio Armani con il suo Emporio Armani Caffè, un luogo di classe in cui cibo e fashion si incontrano.

Sensploration: oggi il marketing deve esaltare tutti i sensi

Tradizionalmente i 5 sensi sono sempre stati studiati in modo isolato dai ricercatori, tuttavia negli ultimi anni sono stati documentati numerosi esempi di interazioni cross modali che hanno dimostrato come anche l’elaborazione sensoriale da parte di un unico senso sia modulata in base agli altri.
Per definire questa tendenza a offrire sempre di più esperienze sensoriali integrate Charles Spence ha coniato il termine sensploration, ossia l’atto di stimolare molteplici sensi in modi nuovi per esaltare l’esperienza complessiva.

Per concludere, ricorrere al marketing sensoriale può portare ad un aumento della notorietà dell’azienda rafforzandone l’identità, rendendone l’immagine più riconoscibile e fidelizzando i clienti, i quali come ho scritto all’inizio sono sempre più attratti dalle esperienze che possono provare attraverso l’acquisto di prodotti.
Per rendere la shopping experience sempre più coinvolgente, memorabile e soprattutto appagante oggi quindi i punti vendita devono essere in grado di stimolare tutti e 5 i sensi, seguendo una strategia di marketing sensoriale capace di esaltarli tutti in modo integrato.

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Lorenzo Ferrari
Brand Ambassador #didays20

Storytelling: come “1984” di Apple ha cambiato il mondo della pubblicità

1984. Precisamente il 22 gennaio. Da ormai un po’ di tempo, l’evento che assegna il titolo di squadra campione del mondo nella NFL viene considerato l’avvenimento più importante dell’anno. Catalizzando l’attenzione di tutto il mondo davanti al televisore. Una situazione niente male per un’azienda in cerca di promozione per il proprio prodotto. Come la Apple, che durante la pausa del terzo quarto dell’incontro proiettò un filmato promozionale di un minuto esatto. Pronto a fare la storia.

Lo spot racchiudeva tutto questo: in uno scenario apocalittico aziendale, scuro e tenebroso, un esercito di uomini tutti uguali marciano a ritmo sincronizzato. Sono diretti verso una grande sala, in cui un Grande Fratello orwelliano apparso su uno schermo cerca di sedurli e controllare le loro menti. Contemporaneamente una giovane atleta cerca di entrare nel luogo malsano, scappando dalle guardie e riuscendo ad entrare nella grande aula piena di uomini. Spiazzata dalla scena, lancia un martello sul mega schermo, distruggendolo e mettendo a tacere il Grande Fratello. Dopo di ciò, appare poi la scritta finale: “il 24 gennaio 1984 Apple presenta Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984”. Si tratta dello spot pubblicitario con cui Apple presentò il personal computer Macintosh, spot divenuto un cult per l’ispirazione a George Orwell e per la regia di Ridley Scott, reduce dal suo distopico e strepitoso “Blade Runner”.

Fu trasmesso un’unica volta. Steve Jobs pochi mesi prima l’aveva mostrato ad un piccolo pubblico di soci ed azionisti. Ma il consiglio di amministrazione della società, guidato da Jonh Sculley, non accolse molto bene il progetto. Furono i fondatori Jobs e Wozniak a difenderlo, tanto che si offrirono di pagare di tasca propria lo spazio per mandarlo in onda. Per far capire quanto ci tenessero.

E, numeri alla mano, fu una mossa azzeccata. Perché Apple vendette circa 72 mila esemplari nei 100 giorni successivi all’uscita della pubblicità.

Lo spot fu premiato come “il migliore del secolo”. Risalente a quando Apple non era ancora un colosso, l’immagine che il brand voleva trasmettere era quella di una piccola azienda e dell’innovatore solitario che si scontra con l’impero monolitico, quello della IBM. Ma andiamo ad analizzarlo nel dettaglio. E lo schema per farlo è una derivazione semplicistica (fornita dall’esperto italiano di storytelling Andrea Fontana) della struttura del “viaggio dell’eroe”:

– Qualcuno: l’atleta in questione
– Deve fare qualcosa: corre in un corridoio buio in preda alla rabbia
– Per ottenere qualcosa d’altro: per spezzare la monotonia del Grande Fratello orwelliano
– Ma c’è un problema: il nemico è grande ed ha il controllo su tutto il pubblico
– Quindi bisogna trasformarsi: agire e colpire con il martello lo schermo
– Per essere all’altezza del problema: sconfiggere il nemico
– E superare la situazione: spezzare la monotonia

Il format è quello per sedurre lo spettatore. 1984 è un chiaro riferimento a come Apple, nell’idea di Jobs, si dovesse elevare ad unica forza minore in grado di contrastare il predominio dei dispensatori di tecnologie uniformi. Un riferimento a IBM che, in quel periodo, stava imponendo il suo Personal Computer in maniera forte. Ma non è solo IBM nel mirino di quel video: in realtà vi è ogni società che rappresenti un accentramento di potere.

Questo breve filmato ha rivoluzionato il mondo della pubblicità, fino a diventare un punto di riferimento indiscutibile. Per la prima volta (attraverso uno spot) non viene proposto direttamente un prodotto, ma un’idea. Il nuovo computer non è al centro della storia: questo messaggio è costruito attraverso l’interazione di apporti, suggestioni e spunti eterogenei, il richiamo alla letteratura, le attenzioni nei confronti della condizione della donna, l’opposizione a qualsiasi mezzo di prevaricazione, l’appello al coraggio e la libertà. Questo piccolo capolavoro aveva l’obiettivo di comunicare alla platea di allargare i confini dell’universo informatico e di rendere anche l’angusto spazio lavorativo un mondo creativo e stimolante, con nuove modalità di espressione.

La pubblicità è rappresentata, quindi, come specchio dello spirito dei tempi, che è dominante, perché, come insegnano i principi del marketing post-anni Ottanta, le merci si vendono meglio se con esse si veicolano stili di vita e modelli comportamentali. E Apple fu una delle aziende pioniere in questo senso.

Un linguaggio nuovo per l’epoca e talmente attuale e avanguardistico, che oggi è divenuto un must per ogni tipo di azienda che desidera entrare nel cuore dei suoi clienti.

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Alessandro Colonna
Brand Ambassador #didays20

Medicina Digitale e Wearable Technology in era Covid-19

L’uso della medicina digitale e della telemedicina, ovvero delle tecnologie digitali nella sanità, per fare diagnosi e terapie a distanza, possono essere di grande aiuto per far fronte a una situazione di emergenza sanitaria come quella attuale.

Tra i benefici della medicina digitale si riscontrano:

– Riduzione del numero di giorni di degenza ospedaliera e quindi dei costi di ospedalizzazione.
– Razionalizzazione dei tempi e del percorso di cura.
– Miglioramento del servizio di consulenza da parte di team di specialisti dedicati.
– Monitoraggio delle malattie con maggiore possibilità di intervento precoce e prevenzione.

Fatta questa premessa, i nuovi modelli di prevenzione basati sull’analisi dei dati, dalla cura fino al post-ricovero, l’utilizzo della telemedicina, l’uso di app dedicate per la teleassistenza di pazienti domestici anche attraverso dispositivi wearable, la diffusione di soluzioni IoT e di intelligenza artificiale e di machine learning ci porteranno a un nuovo livello di sanità digitale.

La wearable technology ha già un alto potenziale di crescita tanto che secondo la società di ricerca IDC, nel 2019 è stata registrata un incremento dell’89% delle vendite a livello mondiale.

Gli appassionati di fitness e dello sport in genere conoscono già i vari dispositivi indossabili che ci aiutano per l’allenamento. Gli smartwatch di ultima generazione e i fitness tracker sono diventati ormai molto diffusi e anche piuttosto utili. Oltre che calcolare il nostro consumo sotto sforzo e indicare le calorie bruciate, sono fondamentali per tenere sotto controllo il cuore e la pressione sanguigna.

La loro importanza per la nostra salute potrebbe essere estesa anche alla lotta al Covid-19, aiutandoci a riconoscere i primi sintomi della malattia.

Diversi paesi al mondo stando studiando applicazioni specifiche per questi dispositivi, “tarandoli” sul coronavirus.
Ad esempio, il Scripps Research Translational Institute di La Jolla in California ha attivato un programma basato sui parametri vitali rilevati dai possessori di diversi marchi di werables in modo da tracciare le persone in base alla loro attività fisica, e risalire a possibili sintomi da contagio.

Tutti i dati dei volontari che partecipano (in completo anonimato) vengono salvati in un database e condivisi su base volontaria.

I benefici dell’IoT medicale

In generale, l’IoT (Internet of Things) nel medicale porterà numerosi benefici. La raccolta e analisi dei big data in ambito medico faciliterebbe, nella situazione attuale, il tracciamento, il monitoraggio e l’intervento sui pazienti positivi a casa ad esempio ma anche la raccolta dei dati sulle persone sane per una maggiore prevenzione e contenimento della malattia e del contagio. Certo, ci sono ancora molti nodi da risolvere per lo più legati alla protezione dei dati personali e alla privacy, ma la strada in questa direzione è ormai un passo obbligato.

Wearable Devices: le tecnologie di supporto

I dispositivi “wearable” (ovvero indossabili) appartengono alla categoria delle Internet of things (IoT) – network di dispositivi connessi tra loro per recepire e condividere dati – che nel 2020 potrà contare su 26 miliardi di oggetti connessi, un numero superiore di quasi 30 volte rispetto al 2009 quando gli oggetti “smart” erano appena 0,9 miliardi (Gartner, 2013).

La crescita progressiva di questo settore ha generato conseguenze molto interessanti in ambito sanitario per almeno due motivi:

– Lo sviluppo di tecnologie basate su sensori e sulla connettività rende possibile la raccolta, la registrazione e l’analisi di dati che prima non erano accessibili;
– La capacità dei dispositivi wearable di raccogliere dati autonomamente è tale da fornire al team socio-sanitario i dati di cui necessita nel momento maggior bisogno.

In generale, l’automazione riduce il rischio d’errore incrementando l’efficienza delle prestazioni medico-sanitarie e riducendo i costi per attuarle. Per tanto, l’uso congiunto di tecnologie IoT per la sanità, assume un ruolo significativo in vari scenari:

Assistenza ospedaliera. I pazienti ricoverati attraverso i sistemi IoT possono essere continuamente monitorati;
Monitoraggio da remoto. I pazienti più fragili (anziani e affetti da patologie croniche) sono messi nelle condizioni di condurre una vita più indipendente;
Prevenzione. Le attività quotidiane e di benessere delle persone che non accusano particolari sintomatologie possono essere monitorate limitano le visite mediche e specialistiche in ospedale.

Ai #DIDAYS, una delle 11 sale verticali si occuperà proprio di Health Tech. Non lasciarti sfuggire l’opportunità di ampliare le tue conoscenze. Acquista il ticket con il 30% di sconto utilizzando il codice didYou30, cliccando sul link https://www.digitalinnovationdays.com/partecipa/

Marco Magnani
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020

Vendere su Instagram

In pochi mesi, le abitudini di acquisto sono inevitabilmente cambiate. Il lockdown ha portato molte aziende a dover aggiornarsi per rimanere in vita e l’e-commerce è cresciuto come mai prima d’ora permettendo di raggiungere nuovi e potenziali clienti ovunque.

Gli imprenditori hanno dovuto quindi capire come vendere i loro prodotti. I social ed in particolare Instagram, sono un’opportunità straordinaria per incrementare il proprio business, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono alla ricerca di visibilità. È quindi fondamentale saper sfruttare al meglio gli strumenti digitali.

Utilizzando un account aziendale si può accedere ad una serie di interessanti funzionalità.
È possibile collegare la pagina Facebook e sincronizzare il catalogo prodotti, vendere beni fisici, incentivare gli acquisti nel feed o generare traffico al sito web.

Inoltre, è consigliato reinventare il dialogo con i clienti, attuali e potenziali, stimolando il dialogo attraverso i messaggi in direct e le live.

Per quanto riguarda i copy, esiste una doppia possibilità di acquisto. Si può aggiungere una serie di tag nella foto e il tag shopping nella descrizione del post che rimanda alla pagina di acquisto del prodotto.
Nel primo caso, attraverso il click si leggerà il nome dell’articolo, il prezzo ed ulteriori informazioni. Ogni foto potrà contenere fino ad un massimo di 5 tag ma se il post ne contiene più di una, i tag possono arrivare fino a 20.

Anche le stories sono un ottimo canale di vendita. Il social ha introdotto 3 stickers interattivi a sostegno delle imprese che si sono trovate in difficoltà a causa del Covid-19.

  • Support Local Business: pensato come collegamento diretto al profilo dell’azienda
  • Ordini di cibo: vetrina per ristoranti, pizzerie e bar. L’adesivo rimanda a piattaforme partner per effettuare il pagamento e la consegna
  • Compra a km 0: ideale per i servizi di asporto.

L’azienda potrà inoltre, realizzare dei contenuti da mettere in evidenza e fruibili a tempo indeterminato, ripubblicare le “recensioni” dei clienti che hanno taggato il brand nelle stories e aggiungere lo swipe up, se hanno almeno 10.000 followers, con un reindirizzamento al sito.

Lo scopo finale di Instagram shopping è quello di incentivare la permanenza degli utenti sul social, riducendo il numero di passaggi per completare l’acquisto dopo aver trovato un oggetto nella piattaforma.

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Laura Zucchiatti
Brand Ambassador #didays20

Lusso e retail: dal clienteling personalizzato all’evoluzione phygital. Burberry, Lancôme, Gucci. Il futuro dei brand tra Augmented Reality e algoritmi

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova anche il mondo del retail, portando al ripensamento degli spazi fisici e del legame tra brand e cliente, in un’ottica sempre più phygital. Ciò è accaduto anche nel mercato del Lusso, che ha subito un forte calo delle vendite dovuto alla fase di lockdown e al successivo vincolo in termini di mobilità (Studio McKinsey State of Fashion 2020).

Da questo momento di crisi stanno però potenzialmente nascendo nuove opportunità, soprattutto in termini di riflessione customer-centered. Secondo la ricerca True Luxury Global Consumer Insight di Boston Consulting Group e Altagamma Retail Revolution, infatti, è emerso che il 43% dei consumatori è disposto a spendere in esperienze e il 46% apprezza la formula di clienteling personalizzato (un dato che arriva al 76% sulla clientela cinese).

A fronte della crisi del retail, se il “digital” non è la soluzione, è senz’altro un tassello importante per sviluppare alcuni segmenti, quali:

  • Costruzione di una forte customer relationship in chiave phygital, per esaltare il legame tra brand e cliente
  • Personalizzazione dell’esperienza del singolo, grazie all’utilizzo di AR/AI per acquisti sempre più semplici e mirati
  • Semplificazione di processi, del flusso comunicativo nella filiera e della costruzione di un ecosistema sempre più efficiente tra punto vendita, e-commerce e cliente.

Chi gravita nel mondo del Lusso nutre aspettative molto alte in termini di efficienza, attenzione, valore esperienziale, senza trascurare una componente fondamentale: sognare.

Alcuni brand si stavano già attivando per creare esperienze uniche – un esempio è Moncler Genius, progetto nato un anno fa -, ma la necessità di connettersi con i clienti si è fatta sempre più improrogabile, soprattutto in epoca di distanziamento sociale e lento ritorno alla normalità.

Gucci, ad esempio, ha da poco lanciato il Garden Virtual Tour, il corrispettivo digital dello spazio creato da Alessandro Michele a Firenze, in Piazza della Signoria: un’esperienza immersiva che porta il pubblico a vivere l’atmosfera di un luogo fisico, ammirare oggetti unici, ambientazioni raffinate, rivivere la storia del brand, ma non solo. Il tour, infatti, permette per la prima volta di procedere con l’acquisto di prodotti presenti solo nello store fiorentino.

Un altro brand che si sta muovendo in questa direzione è Burberry che tra il 2021 e 2022 lancerà il suo primo social retail store a Shenzen in China, una perfetta integrazione tra spazio fisico e virtuale. All’interno dello store, infatti, saranno presenti sculture e installazioni con le quali i clienti interagiranno grazie alla Augmented Reality, oltre ad essere sempre garantito un servizio in equilibrio tra customer experience e customer care, mediante l’utilizzo di WeChat.

A questo proposito, anche L’Oreal è pronta a un’integrazione sempre più forte tra spazio fisico e universo digital grazie al suo 3D virtual flagship store dedicato a Lancôme inaugurato da poco a Singapore, che unisce l’interazione tradizionale all’interno di uno spazio fisico a un’esperienza di shopping totalmente virtuale. Tra livestream, schermi in grado di fornire consulenze personalizzate grazie all’utilizzo di specifici algoritmi e video celebrativi, l’engagement è garantito.

Quell’esperienza che sembra in sé ludica si traduce in un’occasione per far evolvere il rapporto con la clientela, gestire i flussi all’interno degli spazi fisici, e allo stesso tempo di fidelizzare l’utente attraverso un processo che non termina con l’acquisto di un prodotto, ma che vede in questo solo il punto di partenza. Un modo per offrire esperienze e suggerimenti sempre più personalizzati, rafforzare il rapporto con il brand, e portare a un nuovo livello la “retail experience”.

Come accaduto a Parigi, dove le iconiche Galeries Lafayette per fronteggiare l’emergenza Covid-19 hanno avviato una collaborazione con la start up GoInStore, per mettere a disposizione un servizio di Live shopping dedicato alla clientela francese ed estera. Un modo per acquistare prodotti dei suoi 120 brand di altissima gamma con consegna a domicilio o ritiro in negozio. E c’è di più: nell’operazione sono stati coinvolti brand ambassador e personal shopper.

Che possa essere l’evoluzione a medio e lungo termine dell’acquisto?

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Francesca Tommasi

Brand Ambassador dei Digital Innovation Days 2020

CLIU: un progetto innovativo e sostenibile nato durante il lockdown

Il lockdown ha portato alla creazione e all’adattamento di nuovi metodi, cercando di acquisire quello che è il lato positivo del difficile momento storico che stiamo vivendo. La voglia di reinventarsi ha spinto un diversificato team italo-spagnolo che, tra una call e l’altra, tra designer ed esperti in tecnologia, da Milano a Palermo, ha generato una startup. Essa prende il nome di Cliu e ha lo scopo di dare, come affermano gli ideatori stessi, “ una risposta a un’esigenza di normalità”.

Si tratta di una nuova concezione dell’oggetto più usato negli ultimi mesi, ovvero la mascherina, la quale fin da subito diviene un successo: varie testate giornalistiche ne parlano enfatizzandone il design, la particolarità tecnologica e il principio sostenibile che sta alla base del progetto.

Iniziato ad aprile il concept design, oggi si sta lavorando al suo prototipo con l’obiettivo di far partire la produzione per il mese d’ottobre. L’idea è stata proposta attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo che, oltre al dare il via alla produzione di mascherine totalmente sostenibili, contribuirà, in collaborazione con Seads e CNR, all’installazione di una Blue Barrier sull’Arno che bloccherà 20 tonnellate di rifiuti plastici all’anno, destinati altrimenti a finire in mare. Tale emergenza preoccupa tutto il pianeta e sono sempre di più le innovazioni che cercano di ridurre l’impatto ambientale utilizzando materiali riciclati e riciclabili a loro volta. Sono proprio materiali ecosostenibili quelli di cui il team di Cliu si servirà per la realizzazione del prodotto. Inoltre, sono stati anche progettati dei filtri ai carboni attivi, studiati grazie a un brevetto dell’Università di Siena con la collaborazione del Siena BioActive, Spin-off del Dipartimento di Biotecnologie della medesima università. La sostenibilità ambientale dunque è un valore cardine di cui la startup in questione si fa portavoce.

La dose di innovazione tecnologica è legata anche alla dotazione di bluetooth, microfono e sensori che monitorano il proprio respiro e la qualità dell’aria. In aggiunta, grazie all’invenzione di un’app apposita, ognuno può controllare tali parametri direttamente dal proprio dispositivo. Pertanto, la libertà e l’attenzione per la salute propria e altrui sono principi essenziali e, per tale motivo, il prodotto diventa pure una soluzione per non udenti: mediante uno schermo trasparente, che può aprirsi attraverso una cornice magnetica e a cui è incorporato un sistema di antiappannamento, è possibile rendere visibile il labiale dell’interlocutore, permettendo così la comunicazione e riducendo le disuguaglianze che, a causa della pandemia, sono state messe in luce.

Il design, il quale rende la mascherina ergonomica, è pensato per farla aderire perfettamente al volto rendendo facilmente indossabile un oggetto che non eravamo abituati ad adoperare fino a qualche tempo fa. Figlia del made in Italy, per cui siamo famosi in tutti il mondo, Cliu strizza l’occhio non solo al comfort, ma anche allo stile, attraverso la possibilità di scelta fra diverse tonalità di colori.

Concludendo, si tratta di una startup attuale, generata da giovani menti e che ci permette di essere orgogliosi in relazione alla fama riscontrata principalmente all’estero. Inoltre l’idea della sua nascita è legata alla pandemia, ma guarda anche al futuro, in quanto si tratta di un mezzo che protegge anche dallo smog, sempre più intenso, purtroppo, all’interno delle città.

Durante i #DiDays20 ci saranno tanti speech di molti relatori che ci narreranno come le aziende hanno trovato soluzioni alternative per fronteggiare l’emergenza sanitaria e per essere pronti a un avvenire sempre più tech e sostenibile.

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Chiara Curatolo
Brand Ambassador dei Digital Innovation Days 2020

Influencer marketing per i beni culturali: un binomio possibile?

54 siti Unesco, quasi 5000 tra musei, monumenti e aree archeologiche uniche al mondo, 40mila dimore storiche e circa 85mila chiese soggette a tutela. Si stima che nel nostro paese si concentri tra il 60% e il 75% di tutti i beni artistici esistenti in ogni continente. Un patrimonio immenso che va comunicato e valorizzato nel modo giusto e, soprattutto, con i mezzi giusti.
La comunicazione nel settore dei beni culturali è un tema di forte attualità soprattutto quando si parla del rapporto tra patrimonio storico-artistico e mondo digitale. Se, infatti, il binomio cultura-tecnologia è sempre più spesso al centro delle strategie di valorizzazione di enti e associazioni, quando si parla di comunicare arte e cultura ci si trova davanti ad uno scenario frammentato, caratterizzato da una comunicazione spesso obsoleta e a tratti inefficace.
Eppure, valorizzare un bene culturale significa anche rendere quest’ultimo accessibile e comprensibile a fasce sempre più ampie di popolazione, va da sé che risulta necessario progettare strategie di comunicazione più creative e partecipative anche, e soprattutto, grazie al potere dei nuovi media.

Dal “caso Ferragni” al Micro-Influencer Marketing

Tra le nuove leve di comunicazione per i beni culturali un esempio è l’influencer marketing. Quello che un tempo avremmo chiamato semplicemente “passaparola”, oggi, grazie all’avvento dei social media, rappresenta uno strumento di forte rilevanza strategica. Coinvolgere un influencer nelle proprie attività promozionali, infatti, significa raggiungere un pubblico mirato e spesso interessato ad uno specifico tema o ad una particolare nicchia di mercato. Tuttavia, se molte aziende hanno ridefinito le proprie strategie di marketing e comunicazione in questo senso, alcuni settori, tra cui anche quello dei beni culturali, sembrano essere ancora restii a introdurre l’influencer marketing nei propri piani di comunicazione.

A fare scuola è il recente “caso Ferragni” che lo scorso agosto ha visto la nota influencer al centro di un’accesa polemica per un selfie scattato all’interno delle Gallerie degli Uffizi di Firenze in cui l’imprenditrice di Cremona invitava la propria community a visitare “Uno dei musei più belli al mondo” durante uno shooting per Vogue Hong Kong. Ciò che maggiormente sorprende è che le critiche più aspre siano arrivate proprio da studiosi, appassionati e critici d’arte che hanno visto nell’iniziativa una “caduta di stile” per il prestigioso museo fiorentino.

Tuttavia, quello di Chiara Ferragni alle Gallerie degli Uffizi non è il solo – né l’ultimo – caso di Influencer Marketing nel settore dei beni culturali. Da sempre, infatti, musei, parchi e centri storici del nostro paese sono il palcoscenico di grandi sfilate o il set fotografico per shooting e campagne pubblicitarie internazionali. La stessa Ferragni, poco prima della visita agli Uffizi aveva documentato l’esperienza all’interno dei Musei Vaticani con post e stories sui propri canali social, Dior ha mostrato le bellezze della Puglia facendo sfilare i propri modelli nel centro storico di Lecce, mentre il noto cantante Mahmood ha scelto il Museo Egizio di Torino per girare il video clip del singolo “Dorado”. Un trend che sembra aver colto anche TikTok, il social network cinese tanto amato dalla Gen Z, che lo scorso giugno ha previsto un programma di dirette quotidiane nei principali musei europei tra cui le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Museo del Prado di Madrid, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Naturkundemuseum di Berlino e il Grand Palais di Parigi. Se poi ai grandi numeri sostituiamo piccole community di appassionati, il panorama dell’influencer marketing per i beni culturali diventa ancora più ricco e variegato. Sono infatti tantissimi i micro (e nano) influencer che si fanno promotori delle bellezze del nostro territorio coinvolgendo attivamente il proprio pubblico.

Insomma, se da sempre personaggi pubblici e volti noti si sono affiancati ad opere d’arte e capolavori storici, ciò che è importante sottolineare è che l’eventuale presenza di un determinato personaggio pubblico non deve essere lasciata al caso, ma curata secondo una strategia mirata alla valorizzazione del bene stesso. Sicuramente è difficile stabilire i giusti parametri per comunicare arte e cultura, ma ciò non deve scoraggiare le istituzioni a sperimentare nuovi strumenti e strategie comunicative.

Di influencer marketing e molto altro ancora si parlerà ai Digital Innovation Days 2020, online il 29 e 30 ottobre 2020.

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Simona Rossi
Brand Ambassador Digital Innovation Days2020

Formarsi online con le risorse di Google

Il lockdown è stato un periodo di riflessione e di scelte importanti. Alcune persone hanno visto stravolgere il proprio lavoro in modo radicale, dovendo reinventarsi o aggiornarsi, utilizzando al meglio gli strumenti digitali.

È quindi emerso il ruolo centrale della formazione online.

Nel contesto attuale, è chiaro che l’istruzione universitaria non è sufficiente. Molti giovani hanno solo un bagaglio di nozioni teoriche al termine del percorso accademico e poca pratica. Questo è un gap non trascurabile, che influisce sul mercato del lavoro.

Di conseguenza, la formazione da remoto è un elemento su cui tutti dovremmo investire, aziende e lavoratori, con lo scopo di rinnovare ed approfondire le conoscenze. L’obiettivo finale è quello di essere altamente skillati in un’era così competitiva.

Oggi, attraverso qualsiasi device, collegato alla rete, è possibile usufruire di moltissime risorse in modo flessibile. Questo permette una gestione ottimale del tempo, imparando con il proprio ritmo: senza fretta ma senza sosta.

Ad esempio, è possibile seguire:

  • webinar
  • corsi
  • podcast
  • dirette sui social

Google è una miniera di risorse che possono arricchire il Curriculum vitae, alcune a pagamento ed altre gratuite. Andiamo a vedere qualche esempio della prima categoria.

Recentemente sono stati presentati all’interno del programma “Growth with Google” 3 percorsi di formazione, i Google Career Certificates. Si tratta di corsi pensati per chi desidera ottenere una qualifica in un settore in forte crescita. Sarà possibile ottenere un valido attestato in meno di 6 mesi investendo poche centinaia di euro.

Le figure professionali che verranno a formarsi sono:

  • Data Analytics
  • Project Manager
  • UX Designer

L’azienda di Mountain View, ha ideato anche un corso gratuito, il “Digital Growth Programme”, esso permetterà a piccoli editori di consolidare e far crescere business online sviluppando piattaforme digitali. Verrà diffuso in 6 stati: Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Polonia e Francia.

Durante la formazione saranno svolti:

  • workshop in cui si approfondiranno le strategie di business e di comunicazione per incrementare il tasso di engagement con il pubblico di riferimento
  • laboratori (a numero limitato)
  • attività pratiche con piattaforme online che offrono contenuti on demand.

Ai #DIDAYS, una delle 11 sale verticali si occuperà proprio di Formazione digitale. Non lasciarti sfuggire l’opportunità di ampliare le tue conoscenze. Acquista il ticket con il 30% di sconto utilizzando il codice didYou30, clicca su www.digitalinnovationdays.com/partecipa.

 

Laura Zucchiatti
Brand Ambassador #DIDAYS20

 

 

Noi Brand Ambassador: astronauti del domani

Manca sempre meno all’inizio dei Digital Innovation Days, l’appuntamento è fissato per il 29, 30 e 31 Ottobre e quest’anno il team dei brand ambassadors fa la differenza. Conosciamoli meglio.

Sono Marilia Tavares, Brand Ambassadors dei DIDAYS20. Ho 23 anni, abito a Torino e frequento la SAA-School of Management. A nome dell’evento sono entusiasta di potervi presentare alcuni miei colleghi di questo fantastico team.

Sono studenti, la prova che i giovani hanno voglia di fare, incarnano perfettamente l’anima della kermesse: intraprendenti, pronti a ripartire e ambiziosi. Ci tengo particolarmente a questa intervista in quanto, come universitaria, incontro spesso colleghi a cui manca il fuoco che hanno questi quattro ragazzi; dialogare con loro mi ha motivata ancora di più a dare il 100% e spero che a fine articolo sentirete la stessa carica che ho sentito io scrivendo le loro storie.

La parola a loro…

Giuliano Fiore

“Se non puoi fare grandi cose, fai piccole cose in una grande maniera.”

Perché solo chi pensa di poter realizzare qualcosa è già un passo avanti verso il traguardo. Si presenta così Giuliano, studente allo IULM, del corso di laurea dedicato a comunicazione, media e pubblicità. Nonostante sia uno studente, presenta già un curriculum di rilievo.

 

Eleonora Bracaglia

“Determinazione, costanza e tanta voglia di fare sono fondamentali per realizzare qualsiasi cosa”

È la nostra seconda Brand Ambassador, una carica di energia e tanta determinazione. Eleonora, come Giuliano, è una studentessa presso lo IULM, lavora come Giornalista freelance presso Il Graffio online e cura il suo profilo Instagram a regola d’arte.

 

Alessandro Colonna

“Non aspettare l’opportunità. Creala”

Alessandro studia a Roma. E’ iscritto alla Sapienza, corso di Marketing e comunicazione; e ha già un curriculum notevole. Oltre a studiare a tempo pieno, segue diversi progetti: è Co-Founder e Social Media Manager presso la 9Seconds, Marketing Specialist presso Damage Srl e ora Brand Ambassador dei Didays.

 

Laura Zucchiatti

“Se hai un obiettivo, lanciati e raggiungilo. Altrimenti perdi già in partenza”

Il motto scelto da Laura la rispecchia a 360°, anche lei non ha timore di porsi un obiettivo e perseguirlo con determinazione. Laura studia Relazione Pubbliche presso l’Università di Udine e ha già seguito diversi stage. Al momento è anche Social Ambassador per un’importante kermesse di marketing che si terrà a marzo.

 

  • Perché secondo te si dovrebbe partecipare ai Didays 2020?

Alessandro: “Penso che per chi studia, sia molto importante essere presente ai Digital Innovation Days, in quanto è come passare da astronomo ad astronauta. L’astronomo è colui che studia la teoria, ma solo l’astronauta è in grado di viaggiare e toccare la luna.

I Didays, sono l’opportunità perfetta per conoscere realmente il mondo dell’innovazione e del marketing. Nessun insegnamento sarà mai efficace come questa esperienza.”

Eleonora: “Dal mio punto di vista è un ottimo investimento per il futuro, specialmente per coloro che hanno un progetto in mente. I Digital Innovation Days sono in grado di dare una visione completa sul mondo del digitale, che oggi, come non mai, rappresenta la quotidianità nelle nostre vite. I Didays accolgono veri professionisti dell’innovazione che racconteranno il loro vissuto con qualità.”

Giuliano: “I Didays sono stati in grado di creare un prodotto perfetto sia per professionisti che per semplici appassionati. Troveremo case history interessanti e ascolteremo esperienze concrete che sono il valore aggiunto all’evento.

Laura: “Sono convinta che partecipare ai Didays sia fondamentale, in quanto ci permetterà di ascoltare consigli pratici e prendere nota di efficaci strategie. Si potrà, imparare dal migliore capitale umano del marketing e della comunicazione. Un altro valore aggiunto è sicuramente dato dal fatto che l’edizione di quest’anno sarà online, si potrà seguire anche in smart working.

 

  • Quest’anno abbiamo diverse sale tematiche: dalla Fashion Tech, alla Sustainability, insieme a Start-up e Formazione Digitale. Ognuna, con speakers leader nel loro settore. Qual è la tematica che più ti appassiona e perché?

Laura: “Sono appassionata di formazione digitale e influencer marketing, in quanto, sono argomenti che studio anche a livello pratico. In particolare, mi attrae la sostenibilità, una tematica attuale che purtroppo nel nostro Paese non è molto sentita”.

Alessandro: “Temi tutti stimolanti e quelli che mi colpiscono di più, sono: la sostenibilità, il web marketing e il social media management. Ad oggi, l’università, è in grado di dare molte nozioni base, ma, partecipando ai Didays è possibile avere una visione nuova. Le 11 sale verticali avranno temi mutevoli con aggiornamenti continui.”

Eleonora: “Quelle che mi interessano di più sono: influencer, social media e sostenibilità. Penso che siano tematiche molto attuali e soprattutto dai meccanismi avvincenti, che raccolgono un’ampia fetta di mercato.”

Giuliano: “Partendo da un’esperienza personale le aree che reputo più importanti sono: web marketing, social media e influencer. Sono tematiche che hanno avuto un ampio sviluppo negli ultimi 5 anni, con notevoli mutamenti. Il focus sugli influencer non è più il numero di seguaci, ma l’engagement che riescono ad ottenere.”

 

  • Sei Ambassador dei Digital Innovation Days – “Dal Lockdown alla Ripartenza.” Tutti abbiamo dovuto reinventarci, ognuno in modo diverso. Come è stato ripartire?

Alessandro: “L’inizio del lockdown è stato difficoltoso per tutti, adattarsi a nuove abitudini ci ha messo alla prova, ma superato il periodo iniziale è stato più semplice aggiornare gli impegni. Un po’ come i Didays20 che non si sono fermati dinanzi al problema ma hanno trovato una soluzione: creare un’edizione interamente online.”

Eleonora: “Il mio lockdown, purtroppo, è iniziato con un trasferimento. Non è stato un periodo semplice, di conseguenza mi sono dovuta reinventare in diversi modi. Per quanto riguarda la parte universitaria è stata particolarmente difficile in quanto mi sono ritrovata demotivata, perché bisogna dirlo, le lezioni online non sono come in presenza. Nonostante le prime difficoltà non mi sono demoralizzata e questo mi ha fatta riflettere. Ci potranno essere periodi complicati ma ora sono sicura che saprò affrontarli”.

Giuliano: “Per quanto mi riguarda, il punto cruciale è stato senza dubbio l’università. Come Eleonora, mi sono dovuto trasferire e ho avuto problemi tecnici legati ad Internet. In seguito è andata meglio, ed ho proiettato il mio mindset verso una visione positiva. Mi sento fortunato, in quanto sono riuscito a continuare gli studi.

Laura: “Il mio lockdown è stato molto complicato inizialmente. La quantità di tempo era aumentata ma con essa anche le mansioni da svolgere. Mi sento di dire che non è stato per niente semplice organizzarsi. Per fortuna, seguire le lezioni online è stato meno difficoltoso del previsto, è vero che ci siamo ritrovati a fare tutto di corsa, ma, allo stesso tempo, senza stress.

 

  • Ad oggi sta nascendo il pensiero comune che l’università sia obsoleta e che l’esperienza formativa non sia in linea con i tempi. Secondo te lo studio da autodidatta può essere paragonato al percorso accademico?

Eleonora:

“Penso che la formazione da autodidatta non sia paragonabile al possibile percorso universitario. Infatti, frequentare l’ateneo non significa solo “studiare”, è un’esperienza che forma noi ragazzi anche dal punto di vista sociale. Gli anni accademici ci insegnano a vivere, ad ampliare la propria rete di contatti e a cogliere occasioni per il futuro.

Sono molto appassionata alle materie che studio nel mio ateneo, questo è stato uno dei motivi che mi ha portata ad iscrivermi all’università. Mi interessava intraprendere un percorso pieno di sfide e sono sicura che un domani i miei sacrifici verranno ripagati. Spero che il mio percorso mi aiuti a trovare il lavoro che desidero.”

 

  • Forbes, nel 2019, ha redatto la Global Innovation Index, ovvero la top 20 dei paesi più innovativi al mondo. L’Italia non rientra in tale classifica, secondo te a cosa è dovuto questo gap?

Giuliano:

“Purtroppo ci troviamo al 28° posto. Non è solo una questione di numeri, ma anche di mentalità e voglia di mettersi in gioco. L’errore più grande è stato perdere la possibilità di sperimentare le innovazioni che esistevano. l’Italia ha un prezioso patrimonio: cultura, arte, turismo, moda e food, ma spesso, decide di non potenziare i servizi, anche a partire da piccoli accorgimenti. Il Paese è frenato da instabilità politica e da poca spesa investita nell’istruzione, ma è anche vero che una buona maggioranza della popolazione è concorde nello stabilire che ci siano fattori determinanti legati al credito.

Dovremmo prendere esempio dalla Svizzera, che in classifica è prima già da 10 anni senza particolari problemi. Qui, i fattori “produzione di conoscenza e tecnologia”, “prodotti della creatività” e “business sophistication” sono il fiore all’occhiello per essere competitivi.

In Italia dobbiamo fare i conti con il “ruolo delle istituzioni” a volte mancante e poca stabilità del contesto politico ed operativo. Ma non tutto è perduto… Per “produzione di creatività” con in testa il design industriale siamo davvero molto bravi. Che dire… Facciamo valere dunque il nostro potenziale. I Digital Innovation Days ribadiranno questo concetto, dobbiamo essere affamati di conoscenza e di innovazione ancora di più che in passato.

 

  • Sono veramente pochi gli studenti che oltre all’università scelgono di lavorare. Tu invece stai seguendo diversi progetti. Da dove nasce la tua intraprendenza? E perché molti studenti scelgono di concludere l’università per mettere in pratica ciò che studiano?

Alessandro:

“Sono convinto che per imparare bene qualsiasi cosa, la pratica sia la strategia più efficace. Bisogna mettere fin da subito le mani in pasta, non per eccellere o per raggiungere subito i risultati ma per migliorare. Purtroppo in Italia, c’è una concezione diversa a riguardo. Si preferisce terminare gli studi e poi iniziare a lavorare. Io penso che bisogna fare tutto in maniera contemporanea. E non aver paura né di sbagliare, né di fallire.

Il mercato dà troppe incertezze ed i giovani credono di poterle trovare nello studio e conseguire un percorso lineare senza dover esporsi troppo. Il sogno del posto fisso ha generato tante illusioni, ma il lavoro attualmente è flessibile.

I progetti che ho intrapreso, mi hanno dato l’opportunità di sviluppare competenze che le università non ti insegnano: lavorare in un team, gestire lo stress di un lavoro da consegnare, parlare in pubblico, accrescere attitudini imprenditoriali, negoziare, contrattare e organizzare eventi. Adesso lavoro in una startup (mi occupo di marketing e di comunicazione) della quale sono anche tra i fondatori.

  • A fronte della ripartenza sia le aziende che molte persone hanno deciso di porsi obiettivi, sia a breve che a lungo termine, per non perdere più tempo e poter ricominciare al meglio. Quali sono i tuoi più grande obiettivi, a breve e lungo termine? E perché hai scelto proprio questi due?

Laura:

“Il traguardo a breve termine è laurearmi in Relazioni Pubbliche e continuare a formarmi attraverso i corsi online. A lungo termine, desidero entrare nel mondo del lavoro e allo stesso tempo frequentare un master che mi permetta di ampliare le mie conoscenze. Ho scelto questi obiettivi perché nell’attuale contesto lavorativo, la concorrenza è molto vasta e la sola preparazione universitaria non è sufficiente per emergere rispetto alla massa. Bisogna avere competenze e rimanere aggiornati.”

Ora che hai letto l’intervista ti consigliamo di seguire i DigitalAperiTalk, live dal 22 settembre sui canali social dei Didays. Dove alcuni dei nostri Brand Ambassador realizzeranno una breve intervista con i nostri moderatori e relatori delle sale.

Non mancare all’evento che tutto il Paese attende. Acquista il tuo ticket in promo, clicca su digitalinnovationdays

 

Marilia Tavares
Brand Ambassador DIDAYS20

5 azioni per avviare subito la tua strategia di Content Marketing

I contenuti online vengono sempre più consumati ed apprezzati. Durante il lockdown sempre più persone hanno scoperto la mole di notizie (gratuite e non) disponibili su Internet e riuscire a fornire le giuste informazioni ai potenziali clienti diventa quanto mai vitale per un’azienda.

Ma quali contenuti puoi creare per attrarre i clienti e far risalire fatturato e utili?

Innanzitutto va creata a monte una strategia di Content Marketing che definisca target di riferimento, obiettivi e tempistiche. Creare contenuti ha sempre un costo (in termini di soldi e/o di tempo) per cui va costantemente tenuto a mente che ci deve essere un ritorno economico, anche se spesso si è costretti a ragionare a lungo termine.

Ecco per te 5 azioni che puoi intraprendere fin da subito per creare contenuti:

1. Cura il blog aziendale.
Il blog aziendale è uno strumento sottovalutato dal 90% delle PMI italiane. Creare e gestire attivamente un blog aziendale porta consapevolezza ed autorevolezza e pone l’autore ad essere visto come “esperto del settore”. Che tu sia un libero professionista o il referente di un’azienda B2C/B2B, raccontare il tuo lavoro ed il tuo settore serve e può farti ottenere risultati che mai avresti pensato.
Inoltre, a livello puramente tecnico di ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO), avere un blog è un’ottima via per far categorizzare da Google il sito web nella maniera corretta e, se strategicamente strutturato, posizionarsi per le keyword che cercano i potenziali clienti. Spesso in settori specifici la competizione su Google è ancora bassa e bastano piccoli accorgimenti per ottenere un’ampia visibilità che richiami contatti in target.

2. Scrivi guest post in siti web inerenti al tuo settore.
Nel punto precedente abbiamo analizzato le potenzialità del blog aziendale che però, in fase iniziale, ha un grosso freno: la mancanza di traffico. Come compensare questa carenza? Fintanto che il proprio blog cresce organicamente, posizionandosi su Google articolo dopo articolo, consiglio di proporsi come creatore di contenuti per altri siti web (blog, testate giornalistiche, portali, ecc.) inerenti al settore nel quale lavoriamo. Gli editori sono sempre affamati di contenuti e molti giornalisti accettano volentieri testi o interviste rilasciati da parte di un “esperto”. Molti imprenditori sono veramente luminari del proprio settore, ma hanno poca dimestichezza con quelle che oggi chiamiamo le Digital PR, perdendo così importanti occasioni di visibilità.
La pubblicazione su piattaforme di terzi a volte è gratuita, ma spesso richiede il pagamento di un compenso a seconda della popolarità della testata (si pensi, ad esempio, ai publiredazionali presentati sotto il nome di “BrandVoice” su Forbes o “Starbrand” su Millionaire).

3. Crea una community.
L’incapacità di vendere, che porta tendenzialmente ad una crisi e alla successiva chiusura dell’azienda, non è sempre causata da un prodotto scadente o inutile. Ciò che manca in molte piccole aziende che sopravvivono a stento è la corretta educazione del cliente al prodotto. L’acquirente è spesso ignaro delle differenze tra i prodotti e, quando non le comprende, la sua scelta ricade su quello dal prezzo più basso.
Come imprenditori, manager, liberi professionisti è nostro compito dare le giuste informazioni ai potenziali clienti attraverso il blog aziendale, i guest post e, perché no, creando una community attorno al proprio brand. Ad esempio, per un e-commerce di giardinaggio potrebbe essere utile richiamare a sé un buon numero di utenti con il “pollice verde” pubblicando articoli, guide e spunti interessanti per prendersi cura dei propri vasi e del proprio giardino.

Per approfondire l’argomento, nella sala Social Media dei Digital Innovation Days, Enrico Lugnan terrà il suo speech intitolato “Community: le miniere d’oro del digitale”.

4. Crea una newsletter.
La cara, vecchia e bistrattata e-mail funziona ancora ed anzi è più attiva che mai. Molte persone associano l’e-mail marketing al mero invio di spam, ma realtà è che la creazione di una newsletter che sia davvero utile agli iscritti ti consentirà di entrare in profondo contatto con prospect e clienti.
Nonostante riceviamo milioni di e-mail pubblicitarie, tendiamo ugualmente a ritenerla una comunicazione intima e rivolta solo a noi, ed è in parte anche questo il motivo dell’inarrestabile successo delle newsletter.
In ambito e-commerce potremmo far rientrare nella nostra strategia di Content Marketing anche le e-mail transazionali, fornendo valore al cliente in quelle e-mail con tassi di apertura altissimi (conferma ordine, aggiornamenti sulla spedizione, ecc.).

5. Registra un webinar.
Gli esperti di marketing conosceranno già il concetto di “evergreen webinar funnel” che sta spopolando in Italia e che si è diffuso soprattutto nei mesi di lockdown.
Il concetto è di creare una sequenza automatizzata per raccogliere dettagli di potenziali clienti (e-mail ed eventuali altri dati) dando come “esca” non il classico ebook, ma un momento di formazione video.
Il webinar preregistrato potrà quindi essere utilizzato per un periodo molto più lungo rispetto al webinar live e non richiede uno sforzo continuo per ottenere contatti.
Esiste anche chi ha fatto in modo che gli utenti potessero iscriversi e prenotarsi al webinar come fosse in diretta, ma questa pratica rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio nel momento in cui l’utente si sente “tradito” poiché capisce che l’evento video non è una reale diretta. Meglio pertanto palesare fin da subito che si tratta di una registrazione.
La durata di questi eventi gratuiti può variare da 1 a 4 ore e permette di educare il cliente al prodotto e tramutare un contatto “freddo” in uno “più caldo” e più propenso all’acquisto (soprattutto se si opera nel mercato B2C con vendita online diretta).

Concludendo, ti ho fornito 5 utilissimi spunti per la creazione di contenuti efficaci per promuovere te stesso o la tua azienda i quali, se messi in pratica, ti daranno un vantaggio competitivo sul mercato.

Riparti dai contenuti e clicca su Digital Innovation Days per acquistare il tuo ticket con una super promo. Inserisci il codice Didyou30 per ottenere il tuo sconto extra!

Ernesto Bartoloni
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020
Fondatore di ESmedia – Esperto di Content Marketing per e-commerce