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Clubhouse, come funziona e come evolverà

Sette esperti del digital ci raccontano il social del momento

“Non basta che tu ci sia, ma che tu abbia qualcosa di rilevante da dire”. Potremmo racchiudere così, in queste poche parole, la natura e, perché no, il futuro di ClubHouse, il nuovissimo social network solo voce, creato da Paul Davison e Rohan Seth, che permette di creare “stanze” in cui conversare con gli altri utenti in tempo reale. Considerato un social “esclusivo” (si accede su invito ed è al momento disponibile solo su IOS), ha da subito registrato l’interesse dapprima degli Stati Uniti e poi di tutto il mondo. Lo sbarco di Elon Musk, il magnate americano di Tesla e SpaceX, non ha fatto altro che velocizzare il processo di diffusione negli altri continenti, facendo balzare l’app al secondo posto delle più scaricate su App Store nel giro di poche ore. Oggi l’hype attorno a questo nuovo social è cresciuto talmente tanto da farne quasi un fenomeno di costume.

Ma quanto durerà questa frenesia da Clubhouse? Quali sono le sue caratteristiche più interessanti? Come potrà evolvere? Lo abbiamo chiesto ad alcuni fra i massimi esperti del settore digital in Italia.

 

Una rivoluzione social

Clubhouse sta letteralmente cambiando le regole del gioco e della fruizione social. Per Giulio Nicoletti, CEO di Digital Innovation Days, l’evento nazionale dedicato al mondo digital e all’innovazione a 360°, “la novità di Clubhouse non sta soltanto nella scelta dell’audio come strumento di veicolazione del messaggio contrapposto ai contenuti visual e testuali degli altri social: è anche una questione di diversa modalità di consumo, che richiede attenzione, tempo, disponibilità a partecipare attivamente. Su Clubhouse non puoi scrollare velocemente, devi esserci”. Della stessa opinione Cristiano Carriero, brand journalist, Digital Pr e Co-founder de La Content Academy, nonché curatore della collana Digital Marketing Pro di Hoepli, per il quale “è un social che ‘tecnicamente’ si usa in maniera diversa. Niente scroll, niente testa bassa, mani libere. Sembra una cosa di poco conto, non lo è. Perché anche questa è una piccola rivoluzione”.

Autenticità e networking, i punti di forza

Tanti gli elementi di forza del social network. Secondo Esther Intile, event & account manager Ninja Marketing e grande utilizzatrice della piattaforma, “a differenza degli altri social, in cui l’esteriorità e l’immagine sembrano farla da padrone, ClubHouse è molto reale, autentico. Su questo social è difficile fingere: se hai davvero qualcosa di interessante da dire emergi, altrimenti se non hai nulla da condividere, oppure non rispetti i tempi, o non hai capacità di ascolto, il social diventa penalizzante anche per te”.

Autenticità è forse la parola che ricorre più frequentemente tra gli esperti. “Credo che il vero punto di forza di Clubhouse – continua Carriero – sia che finalmente ci troviamo davanti ad un social non delegabile. Mi spiego: mentre Facebook, Instagram, Twitter e altri sono demandabili ad altre persone, che possono filtrare e mediare la comunicazione, su Clubhouse non è così. La ‘faccia’ diventa la ‘voce’ e la voce è quella del giornalista, dell’imprenditore, del creator, dell’influencer. Questo principio, non modificabile, potrebbe renderlo – come visione futura – uno dei social più adatti per le PR”. E poi, c’è il networking, la possibilità di fare rete e di costruire relazioni. Gaetano Romeo, Growth manager, docente, direttore della collana “Digital Generation” per il gruppo Maggioli Editore, ci confessa come “superata una prima fase di scetticismo, ho capito subito che siamo in presenza di uno strumento molto utile per creare network, fare personal brand (quello vero e fatto bene), conoscere nuovi professionisti e creare nuove strategie e reti. Io personalmente ho lanciato una rubrica quotidiana che si chiama “facciamo networking” e mi confronto con colleghi, professionisti, persone interessate al mio lavoro”.

Il fattore tempo 

Se la piattaforma ha tanti punti di forza, non mancano quelli di debolezza. Fra questi, c’è certamente il fattore tempo: in una società che va a mille all’ora, ritagliarsi del tempo da trascorrere sulla piattaforma è un lusso per pochi. Luca La Mesa, Ambassador e SingularityU Italy Investor, social media strategist, premiato da P&G Alumni Global tra i “40 under 40” più meritevoli in tutto il mondo, si esprime proprio su questo aspetto: “È un social innovativo, ma che richiede molto più tempo degli altri anche solo per comprendere il tema che si sta trattando. Su LinkedIn, Facebook o Instagram bastano poche righe per capire se un tema ci interessa. Su Clubhouse dovremmo passare almeno 5/10 minuti in una stanza per capirne la discussione e se i contenuti sono interessanti”. Più critico Francesco Agostinis, digital strategist, Facebook ads Expert, Top 5 Semrush Web Marketing Influencers in Italia: “Riconosco la novità e la potenziale utilità del mezzo per il personal branding, ma allo stesso tempo il social è troppo legato agli utenti connessi, che sono sempre meno attivi in Italia. E poi è troppo time consuming“. Per non parlare della volatilità delle informazioni: quando una room si conclude, non c’è possibilità di salvarla né di riascoltarla in modalità asincrona. “Penso che vada bene – continua Agostinis – solo per chi ha tempo da perdere. Io invece investo del tempo e sinceramente mi pare sprecato se chi mi segue non può riascoltare quanto spiego o racconto”. Un conto è farsi una chiacchierata su argomenti leggeri, un altro è fare in-formazione o divulgazione. Eppure, il futuro di Clubhouse, come sottolinea La Mesa, sta proprio nella qualità dei contenuti.

 

Contenuti di qualità e ruolo dei creator 

“È innegabile – si sofferma Matteo Pogliani, Digital Strategist e Influencer Marketing Specialist, Founder dell’Osservatorio Nazionale Italiano di Influencer Marketing – come lo scenario odierno stia tornando prepotentemente a orientarsi sul contenuto, lasciando da parte quella fama e quella notorietà presi, negli scorsi anni, erroneamente come driver principali di influenza. Un trend acuito dalla pandemia e dal lockdown e dalla necessità crescente degli utenti di avere qualità, utilità, supporto. Per queste ragioni e dopo primi mesi di utilizzo penso che i creator, come nella quasi totalità delle piattaforme, siano elementi essenziali per la crescita di ClubHouse, riferimenti credibili e autorevoli con una forte propensione a comunicare. Ancor di più in un social dove la qualità è d’obbligo (se non hai niente di serio da dire difficilmente puoi “barare”) e dove, per ora, la presenza può essere solo personale. Credo che i creator saranno un traino indispensabile per ClubHouse, i “brand” che influenzeranno attenzione e impatto”.

 

Il futuro fra brand, business e valori

A proposito di brand, non sono poche le aziende che hanno fatto il loro esordio sulla piattaforma. Solo in Italia, il battesimo su ClubHouse è toccato a Parmigiano Reggiano, Ikea Italia, FC Internazionale, Peroni. Quest’ultima è stata protagonista della prima room brandizzata in Italia, organizzata da Ninja, in occasione della Festa di San Valentino: “All’interno della room – spiega Esther Intile – abbiamo commentato le campagne di marketing, compresa la loro, uscite in occasione della festività. È stata una occasione importante per ascoltare il pubblico e interagire con lui”. Unanime è l’opinione degli esperti su questo aspetto: il social è – e sarà – una opportunità per i brand per avvicinarsi ai consumatori e costruire con loro un rapporto più diretto ed autentico, ma allo stesso modo il social dovrà evolversi, trovando, anche da questo interesse dei brand, una spinta per crescere e monetizzare. “Avendo lavorato in passato in un social network – ci conferma Gaetano Romeo – ho capito subito che Clubhouse ha un modello di business abbastanza definito e quindi monetizzare sarà abbastanza semplice. Pensiamo ad un banner che appare, non dovrebbe dare fastidio a nessuno”. Dello stesso avviso La Mesa, che intravede a breve la possibilità di room a pagamento o sponsorizzate. Ma, ancora una volta, c’è un ma. Sarà una grande occasione per i brand, come conclude Carriero, “a patto che sappiano rispettare questo principio: poca intermediazione, molta trasparenza”. Ancora una volta, la differenza la faranno i valori, da trasmettere e condividere. Maggiore sarà la capacità dei brand e delle persone di far sentire la propria voce su argomenti e tematiche che i clienti hanno a cuore, maggiore sarà il ritorno, soprattutto in termini di reputazione. Nell’epoca dell’approccio human-to-human, Clubhouse può essere la piattaforma ideale per dedicarsi a questa attività e consolidare il proprio Social Media Value.

l futuro di Clubhouse, quindi? Sarà scritto da ognuno di noi, nella misura in cui saremo in grado di condividere contenuti interessanti e coinvolgenti, di intrattenere, di informare e, perché no, di educare. Ai posteri, anzi a noi, l’ardua sentenza.

 

Annalisa Nastrini
Content coordinator Digital Didays

La pandemia e un futuro sempre più digitale

In un momento in cui domina l’incertezza, la digitalizzazione è un punto fermo. Riscrive le nostre vite dentro e fuori casa e rivoluziona i modelli aziendali, creando nuove opportunità anche per le assicurazioni, come racconta in questo articolo Marco Buccigrossi, Direct Business Director di Verti

Quello che stiamo vivendo è un 2020 assolutamente inedito. Un anno che continua a inciampare su sé stesso, che ci mette alla prova giorno per giorno. In primavera, con l’arrivo della pandemia, molte nostre certezze sono venute meno e il nostro spirito resiliente ne è uscito provato. Oggi, con l’inverno alle porte e l’arrivo della seconda ondata, i punti di domanda e le preoccupazioni sul futuro restano. Eppure oggi abbiamo una nuova certezza su cui contare: la trasformazione digitale, una vera e propria cultura che contribuisce e contribuirà sempre più a ridefinire le nostre vite e a ricostruire la nostra “nuova normalità”.

Il digitale non è un’opzione
La tecnologia digitale dialogava con la nostra quotidianità già prima del coronavirus, certo. Ciò che sorprende è la velocità con cui, negli ultimi mesi, ha riscritto le nostre abitudini e aperto le nostre menti. Oggi la digitalizzazione non è più un’opzione, ma è la nuova regola per lavorare, giocare, studiare e interagire con il mondo. E la quantità di innovazioni introdotte nelle nostre vite in questi mesi lo dimostra: abbiamo modificato irreversibilmente i nostri comportamenti, sposato nuovi punti di vista e maturato nuove esigenze.

Il nostro futuro è oggi
Quando la scala delle priorità si ribalta e le persone cambiano mentalità, le imprese non possono che adeguarsi e trasformarsi negli interlocutori che i consumatori desiderano avere. In questi mesi molte aziende si stanno reinventando. Da uno studio condotto dal colosso informatico IBM, emerge che sei organizzazioni su dieci, dalle aziende tradizionali alle startup, stanno ricostituendo i propri modelli di business per renderli più digitali. La riconversione digitale adesso è una priorità per tutti, se non si vuole correre il rischio di essere “tagliati fuori”. Questo è il momento giusto per ripartire e ripensarsi; il nostro futuro dipenderà dalle azioni che saremo in grado di mettere in pratica adesso. In questo scenario le assicurazioni devono necessariamente accelerare il passo.

Verso le assicurazioni di domani
Per il settore insurance costruire un modello di business basato sulle nuove tecnologie digitali è fondamentale non solo per rispondere ai bisogni emergenti dei consumatori, ma anche per attirare segmenti di pubblico che, per reddito e cultura, erano rimasti esclusi. La digitalizzazione è una grande opportunità per favorire la costruzione di un’offerta personalizzata e flessibile, in linea con le esigenze sempre più fluide delle persone. Secondo la ricerca “Millennials e le Assicurazioni: che cosa cambia dopo il Covid-19”, condotta dall’Italian Insurtech Association, in Italia la penetrazione media per quanto riguarda la copertura RC auto nel pubblico 23-38 anni è del 65%, mentre è assolutamente marginale negli altri rami assicurativi. Sorge spontanea una domanda: perché i giovani dialogano così poco con le assicurazioni? La ragione, evidenziata dalla ricerca, sta nell’insoddisfazione verso le caratteristiche dell’offerta tradizionale, giudicata poco immediata. E, infatti, vediamo come le polizze digitali on demand attirino invece un numero crescente di persone, proprio grazie alla loro flessibilità. Una tendenza confermata anche dal nostro VertiMovers, – l’Osservatorio sulle tendenze emergenti nella società italiana – i cui dati parlano chiaro: il 76% degli utenti preferisce il canale web, rispetto a quello telefonico, per richiedere un preventivo. E non è difficile immaginare il perché, considerando che dal nostro sito sono sufficienti 15 secondi per soddisfare questa richiesta. La sfida sarà, quindi, quella di rendere i prodotti sempre più intuitivi e  personalizzati, integrare le tecnologie insurtech nei modelli di gestione e puntare su modelli di comunicazione e distribuzione sempre più agili e immediati.

Verti c’è.
Disintermediazione, e-commerce, intelligenza artificiale e customer experience semplice e immediata: sono queste le parole chiave del mondo assicurativo. E in Verti lo sappiamo bene, perché sono i principi che da sempre ci ispirano. Mentre altri, qualche mese fa, cambiavano rotta per rispondere alle esigenze della “nuova normalità” innescate dalla pandemia, noi – che nasciamo digitali – non abbiamo avuto bisogno di farlo, perché il nostro modello di business aveva già un DNA digitale. Abbiamo semplicemente accelerato il passo e continuato a fare quello che facciamo da sempre: giocare d’anticipo, essere sempre avanti e in #MOV1MENTO. Ogni giorno a guidarci sono le esigenze delle persone e le evoluzioni del mercato, unite a una giusta dose di intuito e praticità. Solo così possiamo trovare le risposte che i nostri clienti si aspettano da noi.

 

Horizon: La nuova Piattaforma VR di Facebook

Mark Zuckerberg ha ribadito lo sviluppo della piattaforma VR, detta Horizon, durante il Facebook Connect rinominato Facebook Reality Labs, organizzato online tramite una live per evitare aggregamento in questo periodo in cui dobbiamo fare attenzione, investendo sempre più tempo e risorse nella realtà virtuale. Per partecipare a questo nuovo ambiente dovete possedere almeno un oculus Quest v.1 oppure un Rift S. Visori per l’AR e VR per trasformarvi in un avatar sulla nuova piattaforma resa pubblica recentemente.

Horizon è un mondo in espansione, gli utenti possono:
– Realizzare contesti virtuali, visitarli e popolarli con amici.
– Ci sarà una chat VR firmata Facebook, i più vecchi di voi ricorderanno le chat yahoo con gli avatar pixellati, Horizon me lo ricorda molto ma ne è una versione 2020 con la tecnologia odierna.
– Interazioni con le stanze create dalla community stessa che ne permette la crescita e la possibilità di vivere gli ambienti creando gruppi di discussione, cioè le stanze.
– Possibilità per i più esperti di farne parte come sviluppatori VR e artist 3D in modo da accrescere i loro ambienti.

Un’idea folle fino a qualche tempo fa ma realizzabile oggi. Attualmente questa piattaforma è in beta pubblica per scovare eventuali bug da correggere su segnalazioni dei true fan di Horizon. L’utilizzo futuro parte dal gaming, fino a un social completamente in realtà virtuale e ai meeting in VR per le aziende, importanti soprattutto in questo periodo di post covid per il lavoro da remoto.
Lo stile Horizon è molto colorato, simile al videogame The Sims. Il login con Facebook permetterà di connettersi con gli amici e offrire il libero arbitrio a chi lo abita con la possibilità di stabilire una distanza minima di spazio personale entro la quale non si potrà avere accesso, detta SafeZone, a cui si potrà accedere dal polso. In questo modo, se l’esperienza è troppo estrema, è possibile ritirarsi nella propria zona di comfort dove si potrà mettere a tacere o segnalare persone e contenuti eventualmente inappropriati.

La privacy è fondamentale in questa tecnologia, sarà monitorata dallo staff facebook per evitarne l’uso improprio affinché vengano rispettate le policy, motivo per cui, il tuo Oculus dalla tua esperienza con Horizon registrerà solamente comportamenti negativi per usare le informazioni acquisite come prove. Inoltre facebook assicura che i dati acquisiti non vengono archiviati sui server a eccezioni di eventuali rapporti sull’utente stilati da un moderatore per mantenere in sicurezza questo nuovo universo futuristico.

Ovviamente ci sarà spazio per cartelloni pubblicitari e simili in VR generando una nuova fonte di introiti tramite advertising, proprio come le attuali ads standard gestibili dal business manager.
Abituato a xbox e play station vedo le grafiche ancora un po’ primitive ma con grandi potenzialità, mentre ne attendiamo l’evoluzione c’è da riflettere se stiamo smarrendo il nostro focus principale a discapito della vera realtà che viviamo ogni giorno.

Se vuoi approfondire questo argomento, rivedi gli speech di questa edizione dei Digital Innovation Days. Acquista il biglietto su https://www.digitalinnovationdays.com/?ref=81

Ora non hai più scuse per perdertelo.

Damiano Mansi
Augmented Reality Specialist

 

 

LinkedIn: l’evoluzione del lavoro passa dalle Stories

Le Stories all’interno della professionalità: un’opportunità per individui e pagine aziendali di pubblicare foto e brevi video tramite l’applicazione mobile. La nuova funzione porta quel pizzico di creatività che probabilmente mancava.

Che aspetto hanno le storie di LinkedIn?

– Il formato verticale consente ai brand di raggiungere la propria community utilizzando foto e video della durata massima di 20 secondi, offrendo un modo più informale e immediato per condividere notizie, approfondimenti e punti salienti del proprio business.
– Tali contenuti saranno visualizzabili solo per una finestra di 24 ore e rappresentano gli sforzi della rete professionale per capitalizzare la popolarità dei video come parte di uno spostamento dell’enfasi verso i dispositivi mobili.
– Gli utenti e i brand hanno anche la possibilità di incorporare testi e adesivi personalizzati.

Qualche azienda le ha già utilizzate?
Molti brand hanno usufruito rapidamente delle stories nei mercati di riferimento: come in Francia, negli Stati Uniti e in Brasile, stimolando la creazione di nuovi contenuti. La casa di moda Christian Dior Couture ha utilizzato le Stories per comunicare i dietro le quinte della settimana della moda di Parigi. Altre modalità della nuova funzione includono la rivelazione dei vincitori di concorsi e domande e risposte con pubblico.

Quali sono in vantaggi delle Stories?

Il nuovo strumento offre a chi cerca lavoro e ai liberi professionisti, la possibilità di condividere contenuti temporanei ed è progettato per dispensare consigli concreti che non devono essere conservati per i posteri.

Tom Pepper, LinkedIn Marketing Manager per il Regno Unito, Irlanda e Israele, ha dichiarato: “Le Stories offrono al nostro pubblico un modo autentico e visivo per promuoversi”. Pepper ha aggiunto: “Crediamo che la nuova funzione possa diventare parte integrante delle strategie di comunicazione dei brand. Il mio consiglio alle imprese è: fatele e basta! Esse non devono essere eccessivamente manipolate, serve autenticità”.

Parla del tuo lavoro e non esitare a sottolineare il suo impatto

Le Stories hanno aggiunto un tocco più personale alle conversazioni virtuali, sono molto più interattive rispetto alla lettura di un semplice post. Nell’era della pandemia, dove le persone si incontrano meno, esse giocano un ruolo predominante per aumentare la fiducia tra i professionisti.

Per costruire un’immagine forte su LinkedIn, devi evidenziare le caratteristiche del lavoro che stai svolgendo e su come stai influenzando gli stakeholders coinvolti. Quando la tua audience si renderà conto che stai interagendo con un vasto pubblico, vorrà associarsi a te. Tutti desiderano far parte di una storia più ampia.

Tannisha Avarrsekar, fondatrice di Lokatantra, sottolinea: “È importante parlare delle connessioni che stai creando. Su LinkedIn parlo spesso dell’impatto che il mio lavoro ha nella società. Attraverso le Stories, connetto la mia attività con le persone, perché so che tutti vogliono essere parte di una storia di grande rilevanza”.

Rendi creativo il tuo profilo professionale

Lo scopo principale è quello di arricchire il profilo social degli utenti con i vari background, in quello che potrebbe essere una sorta di racconto virtuale della propria attività, mettendo in evidenza il pensiero creativo.

Le Stories sono una risposta all’incremento delle conversazioni intavolate dagli utenti e del proficuo livello di engagement che contraddistingue la piattaforma. Inoltre, rappresentano un modo per attirare le nuove generazioni, sempre più abituate a pensare e a comunicare in formato verticale e fantasioso.

Proprio ai social media sarà dedicata una sala dei Digital Innovation Days, giovedì 29 ottobre a partire dalle ore 14.00… scopri di più.

Laura Zucchiatti
Brand Ambassador DIDAYS 20

 

Alexa – come saranno gli acquisti del futuro

«Alexa… Come si uccide un brand? »

Dal 2015 Amazon ha introdotto sul mercato i dispositivi “Amazon Echo” dei cilindri a forma di altoparlante dotati di intelligenza artificiale soprannominata “Alexa”, che prende il nome dalla biblioteca di Alessandria.

L’assistente personale permette all’utente di richiamare musica, fare ricerche sul web e ottenere risposte alle sue domande grazie a un potente software di riconoscimento vocale. 

Basta dire: «Alexa, aggiungi al carrello…» per acquistare e ricevere in tempi brevissimi il prodotto desiderato. 

Alexa diventa più intelligente ogni volta che la si usa, un bel vantaggio per il cliente e ancora di più per Amazon: i clienti si fidano dell’azienda a tal punto che le permettono di ascoltare le loro conversazioni e di raccogliere i dati sui loro consumi. In questo modo l’azienda può conoscere meglio di qualsiasi altra la vita privata e i desideri dei consumatori.

Tutto lascia pensare che sfruttando queste conoscenze Amazon punti a implementare gli «ordini con zero click» in tutte le proprie operations. Tra non molto Amazon risponderà ad ogni esigenza materiale senza la fatica di dover decidere o ordinare. Possiamo chiamare questo metodo «Prime al quadrato». 

Alexa offre inoltre prezzi più bassi su molti prodotti se ordinati con la voce anziché con un click. In categorie importanti, come le batterie, l’assistente vocale suggerisce Amazonbasics, la private label dell’azienda che attualmente rappresenta un terzo di tutte le batterie vendute nonostante l’azienda venda batterie di numerosi marchi.

I brand da sempre rimandano a una serie di associazioni mentali tramite cui i clienti si orientano all’interno dell’offerta sul mercato. I prodotti di largo consumo come Coca-Cola hanno speso miliardi e decenni di lavoro per costruire il proprio brand tramite i messaggi, il packaging, il posizionamento nei negozi, i prezzi ed il merchandising. Ma quando le abitudini d’acquisto migrano online, questi elementi sono molto meno importanti. Non c’è visual merchandising, non ci sono espositori accuratamente collocati nei supermarket.

La tecnologia vocale, fa perdere ulteriormente importanza a quegli attributi del brand che sono costati tanti soldi e tanta fatica.

Ordinando tramite la voce infatti, i consumatori non conoscono il prezzo e non vedono il packaging ed è meno probabile che includano il nome del brand nella loro richiesta. 

La morte, per i brand, ha un nome: Alexa.

I consumatori andranno sempre meno nei negozi in cerca di prodotti, perché sarà più facile ordinarli comodamente a casa da Amazon che a sua volta sta costruendo il proprio monopolio negli acquisti online.  

La soluzione? investire sulle persone!

I retailer come Sephora non sono spacciati. Le persone nell’era dell’abbondanza non si recano nei punti vendita per acquistare, ma per avere esperienze, parlare con esperti che sappiano cogliere le loro esigenze specifiche. 

Per approfondire temi come questo, non puoi mancare alla nuova edizione dei Digital Innovation Days, clicca qui per acquistare il tuo biglietto e inserisci il codice sconto Didyou30 per avere il 30% di sconto.  

Eleonora Bracaglia

Brand Ambassador #DIDAYS20

Il personal branding su LinkedIn

Algoritmo, contenuti, rete: come usare LinkedIn per un personal branding di successo

“All human beings are entrepreneurs.”: così si è espresso Reid Hoffman, attuale presidente esecutivo, co-fondatore e azionista di controllo di Linkedin, 150esimo nella classifica Forbes dei 400 uomini più ricchi del pianeta e addirittura 52esimo nel settore tecnologico. Se lo dice lui, direi che possiamo fidarci. Vediamo insieme perché, e perché questa frase, piuttosto che annoverarla tra gli aforismi, sarebbe bene che ne facessimo un mantra e la incorniciassimo sulle nostre scrivanie. Con LinkedIn aperto sullo schermo del nostro pc.

LinkedIn e il personal branding

LinkedIn è il social network più diffuso in ambito business, “impiegato principalmente nello sviluppo di contatti professionali e nella diffusione di contenuti specifici relativi al mercato del lavoro”. Nel mondo è la piattaforma più usata tra le aziende Fortune 500, e oltre il 45% dei suoi utenti appartiene al top management delle proprie aziende. Oltre 60 milioni sono considerati senior-level influencers e 40 milioni sono in posizioni apicali e decisionali. La quasi totalità degli utenti utilizza Linkedin per la ricerca di contenuti rilevanti per il proprio business e il 91% degli Executives la considera la prima scelta.

Si tratta, dunque, del posto migliore in cui affermare la nostra presenza on line con un focus sulle nostre competenze e le nostre esperienze professionali, far accrescere la nostra notorietà, migliorare la nostra reputazione professionale. In poche parole, è l’ambiente digitale più adatto per praticare il nostro personal branding, intendendo per personal brandingthe conscious and intentional effort to create and influence public perception of an individual by positioning them as an authority in their industry, elevating their credibility, and differentiating themselves from the competition, to ultimately advance their career, increase their circle of influence, and have a larger impact” (fonte personalbrand.com).
Esserci, però, non è sufficiente. Per raggiungere risultati concreti è necessario curare e gestire il profilo nel tempo, con attenzione e costanza. Vedremo più avanti come la presenza su LinkedIn non possa ridursi ad un mero elenco di titoli e di competenze, ma richieda, oltre che la corretta compilazione di tutte le sezioni del profilo, la produzione di contenuti di qualità e la costruzione di una rete di contatti in target. In questo mare magnum di informazioni e di relazioni, poi, è fondamentale accreditarsi come un professionista, e non come qualcuno che sta cercando disperatamente un’occupazione.

Essere imprenditori di noi stessi, questo è già il nostro primo lavoro.

Farsi carini e mostrarsi professionali

Condizione assolutamente imprescindibile per avviare una buona comunicazione su LinkedIn è lavorare sul profilo, a partire dai suoi elementi basilari: foto profilo e immagine di copertina. Le due immagini rappresentano le prime informazioni che arrivano agli utenti, e sono la prima, ottima, occasione per raccontare qualcosa di sé. Entrambe le immagini devono essere di buona qualità e risoluzione. La foto profilo deve essere formale. No a bikini, mare, cocktail. Non necessariamente istituzionale, ma capace di restituire all’utente l’idea di serietà, sobrietà e professionalità. L’immagine di copertina è altrettanto importante per contestualizzare la foto profilo e offrire ulteriori elementi di conoscenza.
Il profilo deve essere completo in tutte le altre sezioni e riportare correttamente tutte nelle informazioni. In particolare, il sommario, composto da 120 caratteri, è il vero biglietto da visita, il testo che ci “presenta” ovunque, sia a chi lo legge direttamente sul profilo, sia a chi cerca il nostro nome tramite il motore di ricerca. Necessario, inoltre, scrivere efficacemente le sezioni Informazioni, Esperienze lavorative, Formazione, che devono poter esaltare le nostre competenze e i traguardi raggiunti nel corso degli anni.
Prestiamo molta attenzione, poi, a quella sezione in cui gli altri utenti confermano le nostre competenze. L’opinione che gli altri hanno di noi on line è fondamentale, sia per testare la percezione altrui, sia per offrire al nostro pubblico la “versione”, più oggettiva, di un esterno. LinkedIn consente anche di inviare delle richieste di “endorsement” a persone che hanno avuto modo di apprezzare le nostre abilità e competenze negli anni. Una valutazione positiva da parte di un grande manager o di un collega particolarmente apprezzato nel nostro settore vale molto di più di qualsiasi autocelebrazione.
Quanto più complete e dettagliate si presenteranno le sezioni del profilo, maggiore sarà la sua efficacia. Chi mai chiederebbe una consulenza o farebbe un colloquio di lavoro ad un professionista/candidato di cui esistono in rete informazioni parziali e non aggiornate?

Posizionarsi bene e fare rete, questo il segreto!

Per far sì che il nostro profilo LinkedIn si distingua dagli altri, occorre ottimizzarlo per migliorare il suo posizionamento sui motori di ricerca. Questa ottimizzazione può essere considerata come vera e propria SEO on-page.
Innanzitutto, è fondamentale individuare delle keywords riferibili al settore in cui operiamo: inserirle strategicamente in tutte le sezioni del profilo ci consentirà di facilitare la ricerca da parte dell’utente. Ai fini SEO, è consigliabile, poi, rinominare le immagini, (compresa la foto profilo), usare opportunamente gli hashtag, ricevere conferme per le competenze, produrre contenuti interessanti che aumentino il tempo di permanenza del lettore sul nostro profilo (il dwell time – questo il termine che in inglese indica il tempo di permanenza – è una metrica SEO molto importante per LinkedIn!).

Infine, è importante allargare il più possibile la nostra rete di contatti e costruire relazioni di senso. Come si riesce a costruire relazioni e a mantenerle vive? Crediamo che possa bastare mandare un invito o accettarlo? Assolutamente no.

Il numero di utenti con cui abbiamo stabilito il contatto non ha alcun valore, se questi non vengono coinvolti nelle nostre discussioni, se non interagiamo con loro, se non ci scambiamo opinioni o commenti. Non è importante la quantità dei rapporti, ma la loro qualità. Il consiglio è dunque quello di partecipare a gruppi e dibattiti, soprattutto se questi sono frequentati da esperti del settore o colleghi autorevoli. Ebbene sì, anche LinkedIn ha i suoi influencer! Partecipare a queste conversazioni con nostri contenuti di valore è una ottima mossa per accrescere la nostra reputazione on line e accreditarci come esperti nel nostro settore.

Ma cosa significa “produrre contenuti di valore”? Vediamolo insieme.

Scrivere contenuti interessanti e capaci di creare interazione

LinkedIn, oltre che valorizzare chi è ben posizionato, garantisce visibilità a chi è attivo ed è promotore di contenuti di valore e che generano conversazioni di qualità.
Non sempre creare buoni contenuti significa scrivere nuovi post: può essere sufficiente partecipare attivamente a delle conversazioni con propri contributi/commenti interessanti, ovvero riprendendo sollecitazioni di altri a cui aggiungere il nostro punto di vista e il nostro apporto personale ed originale.
Non ha alcun senso scrivere soltanto per “esserci”, né esprimersi per forza su un argomento, solo perché di tendenza. Se non abbiamo nulla di interessante da dire, meglio stare zitti.
Se, al contrario, pensiamo di poter offrire il nostro contributo su un determinato argomento, questo è il momento giusto per giocare il jolly: scriviamo con semplicità, senza fronzoli, ma non lesiniamo nell’approfondimento. Offriamo ai nostri utenti informazioni pertinenti ed originali, magari frutto di nostre analisi e nostri studi, e incentiviamo la partecipazione, con call to action o semplici inviti a partecipare alla discussione. Il successo del post sarà garantito. Se poi riusciamo a finire in trending topic, il nostro post raggiungerà la visibilità massima.
E per quanto riguarda la forma dei contenuti? Quali sono i contenuti più apprezzati dall’algoritmo di LinkedIn?
In termini generali, i video (di nuovo!) e i documenti PDF (eccola qui la novità!) sono i post che convertono meglio e ottengono maggiore visibilità. Seguono i post con foto singole, quelli multifoto, quelli solo testuali, e, dulcis in fundo, link ad articoli esterni. Da poche ore, LinkedIn ha rilasciato anche le stories: non sappiamo ancora che tipo di risultati otterranno, se saranno funzionali allo stile e ai contenuti di LinkedIn. Possiamo provarci, e testarle sul nostro pubblico.
Il vero consiglio che mi sento di darvi è proprio questo: proviamo a creare contenuti “apprezzati” dall’algoritmo, ma soprattutto sforziamoci di creare contenuti che siano “giusti” per la nostra rete. Anche su LinkedIn non esistono regole che vanno bene per tutto e per tutti. Analizziamo dunque i post e gli argomenti che funzionano meglio sul nostro profilo e utilizziamo quei dati come linee guida per orientare la produzione dei contenuti futuri.

Come e quando pubblicare

Tra le domande che un social media manager si sente rivolgere più spesso ci sono “Quanti post a settimana? Quando pubblicarli? In quale giorno? A che ora?”. La risposta è sempre la stessa: “Non esistono regole precise, dipende dal proprio target, dalle sue abitudini, dagli stili di vita”.
Ancora una volta, l’unico vero consiglio utile è quello di fare tentativi, di testare i propri post, pubblicando in diversi giorni della settimana e orari della giornata. Solo dopo aver analizzato i dati, sarà possibile capire quando è attivo il nostro pubblico e quali sono le sue preferenze di fruizione.
Infine, come sottolinea Francesco Agostinis, proprio in riferimento ai modi e ai tempi della pubblicazione, sarebbe meglio evitare di utilizzare tool esterni per pubblicare i post. Molti studi dimostrano come questa modalità influenzi negativamente la reach organica dei post, rischiando di inficiare il nostro lavoro, la creatività, le analisi. Se proprio abbiamo bisogno di uno strumento che ci aiuti a calendarizzare i post – ci suggerisce – potremmo farci aiutare da quei tool che si limitano a ricordarci di dover pubblicare il nostro contenuto.
Così, la pubblicazione è salva…ma anche la reach!

Valutare il proprio profilo

Come ogni lavoro che si rispetti, la fase ultima è quella della valutazione. LinkedIn mette a disposizione di tutti gli utenti uno strumento, che si chiama “Social Selling Index” (SSI), che misura, tenendo conto di quattro aree di azione, l’efficacia del profilo nell’utilizzo delle varie aree. Ognuno di noi può visualizzare i risultati del proprio profilo a questo indirizzo (https://www.linkedin.com/sales/ssi).
LinkedIn, dunque, valuta quanto e se siamo bravi a creare il nostro brand professionale, a trovare le persone giuste, a costruire relazioni, ad interagire con informazioni rilevanti. Per ognuna di queste “capacità” attribuisce un punteggio che va da 0 a 25. Il nostro SSI è dato dalla somma dei punteggi ottenuti.
Consultarlo con regolarità ci consente di stabilire quali sono i nostri punti di forza e di debolezza, di capire quali aree andrebbero potenziate, e quali correttivi occorrerebbe apportare per migliorare la nostra presenza on line.
Se teniamo conto di queste aree, considerandole come azioni da compiere con costanza, potremmo veramente accreditarci nell’universo di LinkedIn, farci conoscere per le nostre abilità e competenze, e diventare davvero imprenditori di noi stessi. E, vivaddio, Hoffman sarebbe orgoglioso di noi!

Per approfondire queste tematiche, acquista il ticket per l’evento cliccando su Digital Innovation Days! Ci vediamo lì!

Annalisa Nastrini

Brand Ambassador #DIDAYS20

Noi Ambassador coi piedi per terra e la voglia di andare sulla Luna!

Quest’anno, grandi novità per i Digital Innovation Days, online dal 29 al 31 ottobre, con i brand ambassadors che continuano a traghettare il prestigioso evento ad un sicuro successo.

Sono Sara Brugnoni, CEO dell’Agenzia di Comunicazione SANTAFRANCA60, con sede a Piacenza. Communication Manager in Raja Italia, Social Media Manager per clienti dell’agenzia.
Sono entusiasta di raccogliere le impressioni e stimolare la riflessione delle mie 4 colleghe rispetto all’evento che è alle porte. Il focus su cui transitano i DIDAYS20 è “Dal Lockdown alla Ripartenza”, dunque di stringente attualità e costante riflessione.

Le protagoniste: donne decise, capaci e dinamiche

Francesca Tommasi

Communication strategist per brand internazionali, si occupa di PR, Social Media, content marketing e attività offline. Ha scelto il seguente aforisma: “Sometimes I’ve believed as many as six impossible things before breakfast”, di L. Carroll. Una frase che rappresenta il suo fare: creare strategie tra i vari media che convergano per la migliore comunicazione ai vari target di riferimento.

 

Roberta Russo

PhD in economia, Innovation Manager MISE, Consulente Inbound marketing e ottimizzazione dei processi aziendali. La sua citazione guida è: “Chi vuol muovere il mondo prima muova se stesso”, di Socrate. Un motto che rispecchia il suo dinamismo e la sua ricerca personale e professionale. La mission di Roberta, è la valorizzazione delle persone e del contesto in cui operano le aziende in una prospettiva di sostenibilità umana e ambientale.

 

Antonella Maria Monte

Project coordinator per aziende nel settore della moda, Startup Mentor per Fashion Technology Accelerator.
Guidata dal motto: “It takes strength to be gentle and kind” – The Smiths. Così come è lei: rappresentare le aziende in maniera onesta, per farle crescere coordinando progetti speciali.

 

 

Manuela Barbara Soldati

Storyteller & Senior Content Creator. Dalla scuola Holden di Torino si è tracciata la sua professione in modo indelebile.
La frase scolpita nella sua mente è: “Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, di Italo Calvino. Ed è quello che ogni giorno con le sue storie, i suoi racconti e i suoi video riesce a fare: emozionare!

 

 

  • Come sei arrivata a diventare Brand Ambassador dei DiDays2020?

Francesca Tommasi: “Sono una persona curiosa, con una grande voglia di confrontarmi e imparare, e i Digital Innovation Days rappresentano un’occasione perfetta: è di grande stimolo condividere esperienze, conoscere professionisti del settore e poter studiare case history internazionali. Sono sempre stata spettatrice, ma quest’anno ho voluto dare il mio contributo nell’ambito della comunicazione e dei contenuti.”

Roberta Russo: “Nel mio caso, sono stata contatta da Giulio Nicoletti, CEO dell’evento. Mi ha proposto di diventare Brand Ambassador e ho accettato molto volentieri perché trovo fondamentale essere nei luoghi (anche virtuali) frequentati da professionisti che si interrogano sui cambiamenti della società.”

Manuela Barbara Soldati: “Questo, per me, è il quarto anno. È un percorso che mi ha permesso di conoscere tante persone e crescere moltissimo nel mio lavoro. È stimolante e mi piace far parte di un evento così altamente formativo in Italia.”

Antonella Monte: “Se faccio parte dei DIDAYS20 è grazie a Francesca Tommasi, con la quale ho il piacere di condividere questa intervista. Lei mi ha parlato dell’evento. Avevo appena concluso il master in Digital Transformation al Talent Garden e ho pensato che partecipare come Ambassador sarebbe stata un’ottima occasione per approfondire i temi che mi appassionano. Dunque vedere da vicino come funziona una manifestazione così importante.”

  • Quanto è strategica la formazione per l’innovazione digitale? I Digital Innovation Days stimolano l’apprendimento?

Francesca Tommasi: “La formazione, la curiosità, il desiderio di sperimentare sono fondamentali per chi intraprende questa professione. Amo questo lavoro perché è in evoluzione continua: dal punto di vista tecnico, grazie allo sviluppo di nuove piattaforme per analizzare dati e coinvolgere gli utenti, l’utilizzo di AI e AR, media sempre più interattivi, ma anche da quello relazionale, attraverso lo scambio continuo di esperienze. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima opportunità per tenersi aggiornati.”

Roberta Russo: “Dal mio punto di vista, l’innovazione è qualcosa che va al di là del digitale, essa coinvolge l’intera società e i suoi modi di vivere. Se ripensiamo al lockdown ci accorgiamo come alla diffusione generale delle dinamiche digitali si è accompagnata un’innovazione in termini di stili di vita e di concezione del lavoro. I Digital Innovation Days sono un’ottima occasione di formazione su queste tematiche proprio perché raccontano come la tecnologia è stata a servizio dei bruschi cambiamenti.”

Manuela Barbara Soldati: “La formazione per chi si approccia ma, soprattutto, per chi ha fatto del digitale il suo lavoro, è fondamentale. Viviamo in una società così veloce che fermarsi e non aggiornarsi è non solo controproducente ma totalmente paralizzante. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima modalità per far conoscere, per sperimentare e far scoprire realtà avanzate.”

Antonella Monte: “L’apprendimento è fondamentale, parte tutto dalla cultura, quindi la formazione e l’aggiornamento sono imprescindibili. I didays sono l’occasione giusta per ascoltare le storie di chi si è trovato a fare i conti con un’accelerazione tanto più improvvisa quanto meno pianificata dal punto di vista della tempistica e dell’innovazione aziendale.”

  • Quali sono le competenze per essere un buon digital marketer? Ti viene in mente un case study che ti fa essere orgogliosa del lavoro svolto?

Francesca Tommasi: “Penso che ci sia sempre modo di apprendere competenze tecniche specifiche, quindi credo sia più importante sviluppare un approccio che garantisca sempre una visione d’insieme. Occupandomi di strategia di comunicazione a tutto tondo, mi sono resa conto del valore di un metodo che sia cross-mediale e cross-business.
Il lancio dei volumi di “Fantastic Beasts and where to find them”, un’esperienza di grande portata poiché si è trattato di un lancio globale di HarperCollins Publishers in collaborazione con WarnerBros. Crossmedialità ed engagement allo stato puro. Ho collaborato con i profili ufficiali di Pottermore (oggi Wizarding World) creati da J. K. Rowling, con le community dei fan, realizzato attività, contest ed eventi che partissero dal mondo virtuale dei social media per poi prendere forma in quello reale.”

Roberta Russo: “Un digital marketer oggi ha bisogno di poche cose, ma fondamentali:
1. mettere da parte l’ego (non è detto che le tue idee sappiano rispondere alle esigenze del tuo pubblico)
2. capacità di ascolto delle esigenze e del contesto
3. umiltà: procedere con atteggiamento socratico, quindi sapere di non sapere e mettersi costantemente in viaggio verso la conoscenza
4. curiosità di apprendere tutto ciò che ancora non si conosce.
Ricordo uno dei miei primi progetti, entrata da poco come dipendente in agenzia… mi sono offerta volontaria per aiutare una compagnia teatrale di miei amici che avrebbero portato il loro spettacolo “Pisci ‘e Paranza” al Piccolo Bellini di Napoli. Il budget per le sponsorizzazioni era minimo ma lo spettacolo è andato sold out ed è stata aggiunta una data ulteriore (sold-out anche quella). Attraverso la creazione di contenuti suggestivi su Facebook e un comunicato stampa abbiamo ottenuto risultati insperati.”

Manuela Barbara Soldati: “ll digital marketer, a mio avviso, deve racchiudere tutte le skills dei flussi digitali, specializzandosi in un aspetto senza tralasciare gli altri. Bisogna saper gestire un team, saper comunicare con i membri del gruppo, riconoscere gli input da dare e saper correggere: Inoltre conoscere la SEO, i social media, l’email marketing e la piattaforma Google, che non vuol dire saper svolgere tutto, ma conoscere gli aspetti e coordinare lo staff tecnico che si è creato.
Scegliere solo un progetto è difficile, ma sicuramente aver partecipato all’ideazione e alla creazione di un nuovo format pubblicitario mi rende molto orgogliosa.”

Antonella Monte:  “Al di là delle competenze tecniche penso che un buon digital marketer debba saper intercettare e interpretare i segnali che arrivano dalla società, è necessario che le aziende passino dal “far desiderare le cose alla gente” a “fare cose che la gente desidera”.
“Mi piace definirmi una “silos breaker”, ossia una persona che fa collaborare le diverse funzioni aziendali che generalmente rischiano di lavorare per compartimenti stagni. Il progetto di cui vado più fiera è stato la definizione di un format per la gestione delle family & friends online sale che ha permesso di snellire i processi e massimizzare le vendite a livello globale.”

  • È la tecnologia che modifica la società oppure il contrario?

Francesca Tommasi: “Spesso incolpiamo uno strumento specifico – i social media, la tv – per quello che siamo, o la società, come se fosse un’entità astratta e informe. Noi però siamo quella società, come individui prima ancora che come massa, quindi penso sia nostro dovere capire il potenziale degli strumenti che abbiamo a disposizione e imparare a gestirli. Anche la tecnologia è potere…e si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.”

Roberta Russo: “Molte attività sono nate dopo il boom dei social media: pensiamo a tutti coloro che fanno delle loro passioni il loro business come i travel blogger, content creators, youtuber… Allo stesso modo anche le aziende hanno acquisito tantissimi spunti per modificare la loro offerta produttiva, grazie ai dati presenti sul web e ai tool di tracciamento delle azioni degli utenti. In ogni caso la tecnologia dovrebbe sempre essere a servizio della società e può farlo proprio perché non ci sono più segreti sul mercato: basta analizzare i dati.”

Manuela Barbara Soldati: “È un processo parallelo di influenze. Una non esclude più l’altra, compensandosi.
Così come per tutto, è l’abuso il problema. Uno strumento utilizzato nel modo corretto è solo un bene.”

Antonella Monte: “Credo si influenzino a vicenda. La tecnologia generalmente soddisfa un bisogno della società e a volte, forse sempre più spesso, modifica la società stessa, basti pensate a tutto quello che oggi facciamo grazie agli smartphone e che poco più di 10 anni fa era impensabile, come la condivisione di momenti della nostra vita in tempo reale con amici e parenti lontanissimi oppure i pagamenti contactless.”

  • L’evoluzione della TV in SMART TV con interazione e condivisione nel media, come la giustifichi?

Francesca Tommasi: “Abbiamo constatato che in termini di dati, comportamenti e pubblicità da analizzare è fondamentale mantenere l’utente il più possibile sulla stessa piattaforma, e questo con le Smart Tv è possibile, dato che offrono connettività, funzionalità aggiuntive, App, ricerca vocale, tutto attraverso un solo dispositivo.” Ogni media ha raccontato o narra la nostra storia e alcune dinamiche risulterebbero meno chiare. Un suggerimento a tal proposito è la visita al NewsMuseum di Sintra, in Portogallo: un’esperienza immersiva attraverso i mass media, percorrendo le notizie più salienti degli ultimi secoli.”

Roberta Russo: “In primis ogni media racconta un’epoca, pensiamo all’importanza della radio e della televisione nell’alfabetizzazione della popolazione. La Smart TV, è il tipico esempio di “ascolto” della domanda: se le persone utilizzano sempre di più alcune applicazioni per l’intrattenimento, come fare per non far “addormentare” il mercato delle TV? La risposta sono le Smart tv che guardano alle tendenze del consumo di contenuti online inerenti le generazioni Millennials e Z.”

Manuela Barbara Soldati: “Certamente è nn processo evolutivo normale. Anzi, credo e spero di trovarci solo all’inizio. Pensando alla bacchetta magica, sogno il mondo dei media come un paese dei balocchi dove non sarò costretta a vedere un solo programma in TV ma poter scegliere tra molti simultaneamente. Sarà una bella sfida per gli ascolti. Pur avendo mosso qualche passo nel mondo della televisione, credo che stiamo vivendo un momento storico politico nel quale alcune emittenti televisive favoriscono la non cultura e la banalità.”

Antonella Monte : “Ho studiato linguaggi dei media e per “affetto” e interesse professionale seguo queste dinamiche. La TV “tradizionale” che conoscevamo non esiste più, è un ricordo che arriva al massimo agli anni 90. Oggi il piccolo schermo sta provando a tenere il ritmo rapidissimo di internet, con nuovi linguaggi… figli delle nuove generazioni che incalzano nel mercato dei media.”

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Sara Brugnoni
Brand Ambassador #DIDAYS20

Marketing sensoriale: oggi si vendono emozioni ed esperienze, non più prodotti

Il marketing sensoriale oggi ricopre un ruolo particolarmente importante nel mondo dei consumi in quanto si inserisce in un contesto nel quale i consumatori non sono più alla ricerca di prodotti con cui soddisfare determinati bisogni, ma piuttosto di emozioni ed esperienze.
Prima di iniziare a parlare di marketing dei sensi è tuttavia necessario fare una distinzione fondamentale tra sensazione e percezione: la prima riguarda l’attivazione degli organi di senso attraverso stimoli esterni in grado di suscitare una risposta da parte dell’organismo, la seconda invece corrisponde a quel processo attraverso il quale le informazioni captate dagli organi di senso vengono elaborate, organizzate e interpretate cognitivamente dal nostro cervello.

Le leve del marketing esperienziale

Bernd Schmitt a proposito di marketing sensoriale sostiene che sia più importante la valorizzazione dell’esperienza del prodotto piuttosto che il prodotto in sé.
Secondo lui è possibile controllare l’esperienza sperimentata dal consumatore tramite l’associazione al prodotto di cinque diverse esperienze, dette Strategic Experiential Modules (SEM).
Queste differenti esperienze vanno applicate al prodotto in base alle sue caratteristiche e alle peculiarità del target e sono:
– SENSE experiences: coinvolgono la percezione sensoriale, ossia i cinque sensi. L’esperienza sensoriale può essere impiegata in tutte le fasi della vendita per incrementare il valore del prodotto o servizio e per rendere riconoscibile l’azienda agli occhi dei consumatori;
– FEEL experiences: richiamano i sentimenti dei clienti e hanno come obiettivo quello di creare delle vere e proprie esperienze affettive, che possono andare da una semplice soddisfazione derivante dall’acquisto a emozioni di orgoglio e appartenenza nei confronti del prodotto;
– THINK experiences: sono cognitive e creative e mirano a coinvolgere i clienti attraverso la risoluzione di problemi mentali;
– ACT experiences: coinvolgono il cliente in prima persona, inviandogli messaggi persuasivi e motivazionali con lo scopo di invitarlo ad agire in modo differente da come farebbe normalmente;
– RELATE experiences: mettono il consumatore in relazione con un gruppo di individui aventi interessi e aspirazioni comuni.

Come stimolare i sensi

Ricorrere ai cinque sensi per trasmettere emozioni non solo permette di aumentare il tasso di engagement, ma anche di rafforzare la brand image e aumentare notevolmente l’associazione con il marchio e di conseguenza la possibilità di ricordarselo.
In questo modo si può modificare l’approccio che il consumatore avrebbe nei confronti del prodotto, fornendogli attraverso la brand experience maggiori informazioni con cui convincerlo a comprarne uno piuttosto che un altro.
Ciò che alla fine spinge l’acquirente a scegliere un brand è quindi il coinvolgimento sensoriale ed emotivo.

I cinque sensi visti più da vicino.

1. VISTA

La vista è uno dei sensi dominanti ed è quello che più di tutti è soggetto a stimoli, non a caso circa l’80% delle informazioni vengono recepite attraverso gli occhi. La sua importanza deriva in primis dal fatto che si tratta del primo vero contatto che si riesce a stabilire tra il consumatore e il brand.

Dato che oggi i consumatori sono soggetti a un elevato e continuo inquinamento visivo è fondamentale capire come comunicare il proprio messaggio in modo distintivo, poiché il rischio è quello di creare confusione e disorientamento e di essere quindi ignorati.

L’odierno bombardamento pubblicitario infatti spinge i consumatori a innescare talvolta dei meccanismi di difesa con cui proteggersi, dimenticando o ignorando tutte le comunicazioni che non ritengono utili o che non confermano le loro credenze.

Per quanto riguarda i colori è ormai ampiamente dimostrato che ciascuno abbia un impatto fisiologico differente sull’individuo e che rivesta un ruolo di grande importanza sia nei cibi, in quanto ogni colore è associato ad un gusto specifico, che nei profumi, poiché la colorazione aiuta a identificare le fragranze tra loro.

Dal punto di vista del retail è molto importante non solo la scelta dei colori adeguati ma anche il corretto utilizzo del gioco di luci ed ombre, il quale può influire molto sulla valorizzazione dei prodotti presenti nei punti vendita aumentandone o diminuendone la qualità percepita.

Un esempio a riguardo è Sephora, che nei suoi negozi utilizza un layout minimalista in cui prevale il colore nero, il quale valorizza ed esalta i cosmetici evocando al contempo la femminilità ed il lusso.

2. TATTO

Il tatto riveste un ruolo molto importante in quanto i consumatori necessitano di provare i prodotti, di testarli e quindi di entrare fisicamente in contatto con essi.
Oggi questo senso sta acquisendo maggiore rilevanza agli occhi dei marketers soprattutto per via del fatto che l’acquisto avviene sempre più frequentemente online e dunque i consumatori hanno bisogno di certezze su ciò che vanno a comprare.
Gli individui si differenziano nel bisogno di ottenere le informazioni attraverso il contatto tattile, pertanto presentano un diverso grado di “need for touch”, ossia l’impulso a toccare i prodotti da acquistare.

Questo bisogno dipende soprattutto dall’esperienza soggettiva provata nei confronti del prodotto: i consumatori con un indice di need for touch più elevato hanno quindi una minore confidenza con esso, per cui necessitano di maggiori informazioni sensoriali per decidere procedere con l’acquisto o meno.

Il packaging in tutto ciò riveste un ruolo importantissimo, in quanto non serve semplicemente a proteggere il prodotto ma deve distinguerlo dagli altri, fornendogli un aspetto unico. E’ quindi importante che la confezione risalti non solo alla vista, ma anche al tatto.

Ad esempio Dolce&Gabbana ha creato per alcuni suoi profumi delle confezioni con tappo in velluto, che non solo rappresenta il lusso ma essendo anche morbido al tatto richiama la consistenza degli antichi tappeti siciliani.

3. UDITO

Il suono ha la capacità di attrarre l’attenzione del consumatore, di attivarlo emozionalmente in una situazione di consumo e di incidere sul suo stato psico-fisico. La stimolazione dell’udito è dunque estremamente importante, sia nell’ambito pubblicitario che nel mondo del retail.

La musica infatti crea suggestioni, si radica nella memoria e genera sensazioni positive o negative che si riflettono sull’attrazione o sul rifiuto per una marca, ma non solo, permette anche di aumentare la permanenza in negozio e può influire sulla scelta dei prodotti da acquistare, sulla percezione del brand e del punto vendita.

Per esempio i negozi che vendono prodotti per la cura del corpo, come ad esempio i corner interni ai centri termali di QC Terme, scelgono una musica soffusa, uniforme, rilassante e che richiama la natura per far entrare il consumatore in empatia con l’ambiente.

4. OLFATTO

L’olfatto ha una forte influenza sulle scelte dei consumatori ed è un driver principale del processo di decision making.
Ad oggi sono molte le aziende che hanno riconosciuto l’importanza di questo senso e alcune ne hanno fatto addirittura il proprio cavallo di battaglia, incentrando la loro strategia di marketing sulla stimolazione olfattiva.

Un esempio attuale e di successo a tal proposito è Lush, la cui forza sta proprio nella capacità di aver saputo sfruttare determinate profumazioni per imprimere il proprio brand nella mente delle persone ed essere così più riconoscibile, oltre che rendere maggiormente “appetibili” i suoi prodotti.

Altri esempi possono riguardare le catene alberghiere, come ad esempio Sheraton, che ha impregnato i suoi hotel di una propria fragranza per far ricordare alle persone il brand o il settore del fashion, dove la stimolazione dell’olfatto è invece utilizzata da molto più tempo.

Abercrombie&Fitch ne è un chiaro esempio, in quanto ha fatto del suo profumo un simbolo di riconoscimento inconfondibile del marchio A&F, spruzzandolo sia all’interno che all’esterno dei suoi negozi e anche sui prodotti stessi.

E’ scientificamente provato che l’utilizzo di fragranze all’interno del punto vendita provochi nel cliente un’esperienza piacevole e memorabile. Il profumo quindi non solo permette di rendere il marchio riconoscibile e di fidelizzare i clienti, ma rende anche più facile la memorizzazione e aumenta la permanenza in negozio.

Infine gli odori contribuiscono anche a rendere migliore la percezione del prodotto: una borsa che emana il classico profumo di pelle sarà percepita come di migliore qualità rispetto a un’altra che invece, è inodore e avrà così più probabilità di essere scelta e acquistata.

5. GUSTO

Ovviamente il gusto è dominante nel settore alimentare, tuttavia presenta una forte interconnessione anche con gli altri sensi in quanto circa il 90% di ciò che percepiamo attraverso di esso dipende dall’odore, dalla vista, dal tatto.

E’ stato dimostrato per esempio che mangiare una pietanza in un piatto di plastica diminuisce la sua appetibilità rispetto all’utilizzo di un piatto di ceramica, così come un bel impiattamento rende un cibo maggiormente desiderabile rispetto a uno realizzato in modo non curato.

L’importanza del gusto ha acquisito talmente tanta rilevanza che oggi ricorrono al suo impiego anche marchi non appartenenti al settore alimentare.
I grossi brand del fashion hanno cercato infatti di sfruttare questa leva per offrire servizi complementari alla vendita dei propri prodotti, come ha fatto ad esempio Armani con il suo Emporio Armani Caffè, un luogo di classe in cui cibo e fashion si incontrano.

Sensploration: oggi il marketing deve esaltare tutti i sensi

Tradizionalmente i 5 sensi sono sempre stati studiati in modo isolato dai ricercatori, tuttavia negli ultimi anni sono stati documentati numerosi esempi di interazioni cross modali che hanno dimostrato come anche l’elaborazione sensoriale da parte di un unico senso sia modulata in base agli altri.
Per definire questa tendenza a offrire sempre di più esperienze sensoriali integrate Charles Spence ha coniato il termine sensploration, ossia l’atto di stimolare molteplici sensi in modi nuovi per esaltare l’esperienza complessiva.

Per concludere, ricorrere al marketing sensoriale può portare ad un aumento della notorietà dell’azienda rafforzandone l’identità, rendendone l’immagine più riconoscibile e fidelizzando i clienti, i quali come ho scritto all’inizio sono sempre più attratti dalle esperienze che possono provare attraverso l’acquisto di prodotti.
Per rendere la shopping experience sempre più coinvolgente, memorabile e soprattutto appagante oggi quindi i punti vendita devono essere in grado di stimolare tutti e 5 i sensi, seguendo una strategia di marketing sensoriale capace di esaltarli tutti in modo integrato.

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Lorenzo Ferrari
Brand Ambassador #didays20

Storytelling: come “1984” di Apple ha cambiato il mondo della pubblicità

1984. Precisamente il 22 gennaio. Da ormai un po’ di tempo, l’evento che assegna il titolo di squadra campione del mondo nella NFL viene considerato l’avvenimento più importante dell’anno. Catalizzando l’attenzione di tutto il mondo davanti al televisore. Una situazione niente male per un’azienda in cerca di promozione per il proprio prodotto. Come la Apple, che durante la pausa del terzo quarto dell’incontro proiettò un filmato promozionale di un minuto esatto. Pronto a fare la storia.

Lo spot racchiudeva tutto questo: in uno scenario apocalittico aziendale, scuro e tenebroso, un esercito di uomini tutti uguali marciano a ritmo sincronizzato. Sono diretti verso una grande sala, in cui un Grande Fratello orwelliano apparso su uno schermo cerca di sedurli e controllare le loro menti. Contemporaneamente una giovane atleta cerca di entrare nel luogo malsano, scappando dalle guardie e riuscendo ad entrare nella grande aula piena di uomini. Spiazzata dalla scena, lancia un martello sul mega schermo, distruggendolo e mettendo a tacere il Grande Fratello. Dopo di ciò, appare poi la scritta finale: “il 24 gennaio 1984 Apple presenta Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984”. Si tratta dello spot pubblicitario con cui Apple presentò il personal computer Macintosh, spot divenuto un cult per l’ispirazione a George Orwell e per la regia di Ridley Scott, reduce dal suo distopico e strepitoso “Blade Runner”.

Fu trasmesso un’unica volta. Steve Jobs pochi mesi prima l’aveva mostrato ad un piccolo pubblico di soci ed azionisti. Ma il consiglio di amministrazione della società, guidato da Jonh Sculley, non accolse molto bene il progetto. Furono i fondatori Jobs e Wozniak a difenderlo, tanto che si offrirono di pagare di tasca propria lo spazio per mandarlo in onda. Per far capire quanto ci tenessero.

E, numeri alla mano, fu una mossa azzeccata. Perché Apple vendette circa 72 mila esemplari nei 100 giorni successivi all’uscita della pubblicità.

Lo spot fu premiato come “il migliore del secolo”. Risalente a quando Apple non era ancora un colosso, l’immagine che il brand voleva trasmettere era quella di una piccola azienda e dell’innovatore solitario che si scontra con l’impero monolitico, quello della IBM. Ma andiamo ad analizzarlo nel dettaglio. E lo schema per farlo è una derivazione semplicistica (fornita dall’esperto italiano di storytelling Andrea Fontana) della struttura del “viaggio dell’eroe”:

– Qualcuno: l’atleta in questione
– Deve fare qualcosa: corre in un corridoio buio in preda alla rabbia
– Per ottenere qualcosa d’altro: per spezzare la monotonia del Grande Fratello orwelliano
– Ma c’è un problema: il nemico è grande ed ha il controllo su tutto il pubblico
– Quindi bisogna trasformarsi: agire e colpire con il martello lo schermo
– Per essere all’altezza del problema: sconfiggere il nemico
– E superare la situazione: spezzare la monotonia

Il format è quello per sedurre lo spettatore. 1984 è un chiaro riferimento a come Apple, nell’idea di Jobs, si dovesse elevare ad unica forza minore in grado di contrastare il predominio dei dispensatori di tecnologie uniformi. Un riferimento a IBM che, in quel periodo, stava imponendo il suo Personal Computer in maniera forte. Ma non è solo IBM nel mirino di quel video: in realtà vi è ogni società che rappresenti un accentramento di potere.

Questo breve filmato ha rivoluzionato il mondo della pubblicità, fino a diventare un punto di riferimento indiscutibile. Per la prima volta (attraverso uno spot) non viene proposto direttamente un prodotto, ma un’idea. Il nuovo computer non è al centro della storia: questo messaggio è costruito attraverso l’interazione di apporti, suggestioni e spunti eterogenei, il richiamo alla letteratura, le attenzioni nei confronti della condizione della donna, l’opposizione a qualsiasi mezzo di prevaricazione, l’appello al coraggio e la libertà. Questo piccolo capolavoro aveva l’obiettivo di comunicare alla platea di allargare i confini dell’universo informatico e di rendere anche l’angusto spazio lavorativo un mondo creativo e stimolante, con nuove modalità di espressione.

La pubblicità è rappresentata, quindi, come specchio dello spirito dei tempi, che è dominante, perché, come insegnano i principi del marketing post-anni Ottanta, le merci si vendono meglio se con esse si veicolano stili di vita e modelli comportamentali. E Apple fu una delle aziende pioniere in questo senso.

Un linguaggio nuovo per l’epoca e talmente attuale e avanguardistico, che oggi è divenuto un must per ogni tipo di azienda che desidera entrare nel cuore dei suoi clienti.

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Alessandro Colonna
Brand Ambassador #didays20

Medicina Digitale e Wearable Technology in era Covid-19

L’uso della medicina digitale e della telemedicina, ovvero delle tecnologie digitali nella sanità, per fare diagnosi e terapie a distanza, possono essere di grande aiuto per far fronte a una situazione di emergenza sanitaria come quella attuale.

Tra i benefici della medicina digitale si riscontrano:

– Riduzione del numero di giorni di degenza ospedaliera e quindi dei costi di ospedalizzazione.
– Razionalizzazione dei tempi e del percorso di cura.
– Miglioramento del servizio di consulenza da parte di team di specialisti dedicati.
– Monitoraggio delle malattie con maggiore possibilità di intervento precoce e prevenzione.

Fatta questa premessa, i nuovi modelli di prevenzione basati sull’analisi dei dati, dalla cura fino al post-ricovero, l’utilizzo della telemedicina, l’uso di app dedicate per la teleassistenza di pazienti domestici anche attraverso dispositivi wearable, la diffusione di soluzioni IoT e di intelligenza artificiale e di machine learning ci porteranno a un nuovo livello di sanità digitale.

La wearable technology ha già un alto potenziale di crescita tanto che secondo la società di ricerca IDC, nel 2019 è stata registrata un incremento dell’89% delle vendite a livello mondiale.

Gli appassionati di fitness e dello sport in genere conoscono già i vari dispositivi indossabili che ci aiutano per l’allenamento. Gli smartwatch di ultima generazione e i fitness tracker sono diventati ormai molto diffusi e anche piuttosto utili. Oltre che calcolare il nostro consumo sotto sforzo e indicare le calorie bruciate, sono fondamentali per tenere sotto controllo il cuore e la pressione sanguigna.

La loro importanza per la nostra salute potrebbe essere estesa anche alla lotta al Covid-19, aiutandoci a riconoscere i primi sintomi della malattia.

Diversi paesi al mondo stando studiando applicazioni specifiche per questi dispositivi, “tarandoli” sul coronavirus.
Ad esempio, il Scripps Research Translational Institute di La Jolla in California ha attivato un programma basato sui parametri vitali rilevati dai possessori di diversi marchi di werables in modo da tracciare le persone in base alla loro attività fisica, e risalire a possibili sintomi da contagio.

Tutti i dati dei volontari che partecipano (in completo anonimato) vengono salvati in un database e condivisi su base volontaria.

I benefici dell’IoT medicale

In generale, l’IoT (Internet of Things) nel medicale porterà numerosi benefici. La raccolta e analisi dei big data in ambito medico faciliterebbe, nella situazione attuale, il tracciamento, il monitoraggio e l’intervento sui pazienti positivi a casa ad esempio ma anche la raccolta dei dati sulle persone sane per una maggiore prevenzione e contenimento della malattia e del contagio. Certo, ci sono ancora molti nodi da risolvere per lo più legati alla protezione dei dati personali e alla privacy, ma la strada in questa direzione è ormai un passo obbligato.

Wearable Devices: le tecnologie di supporto

I dispositivi “wearable” (ovvero indossabili) appartengono alla categoria delle Internet of things (IoT) – network di dispositivi connessi tra loro per recepire e condividere dati – che nel 2020 potrà contare su 26 miliardi di oggetti connessi, un numero superiore di quasi 30 volte rispetto al 2009 quando gli oggetti “smart” erano appena 0,9 miliardi (Gartner, 2013).

La crescita progressiva di questo settore ha generato conseguenze molto interessanti in ambito sanitario per almeno due motivi:

– Lo sviluppo di tecnologie basate su sensori e sulla connettività rende possibile la raccolta, la registrazione e l’analisi di dati che prima non erano accessibili;
– La capacità dei dispositivi wearable di raccogliere dati autonomamente è tale da fornire al team socio-sanitario i dati di cui necessita nel momento maggior bisogno.

In generale, l’automazione riduce il rischio d’errore incrementando l’efficienza delle prestazioni medico-sanitarie e riducendo i costi per attuarle. Per tanto, l’uso congiunto di tecnologie IoT per la sanità, assume un ruolo significativo in vari scenari:

Assistenza ospedaliera. I pazienti ricoverati attraverso i sistemi IoT possono essere continuamente monitorati;
Monitoraggio da remoto. I pazienti più fragili (anziani e affetti da patologie croniche) sono messi nelle condizioni di condurre una vita più indipendente;
Prevenzione. Le attività quotidiane e di benessere delle persone che non accusano particolari sintomatologie possono essere monitorate limitano le visite mediche e specialistiche in ospedale.

Ai #DIDAYS, una delle 11 sale verticali si occuperà proprio di Health Tech. Non lasciarti sfuggire l’opportunità di ampliare le tue conoscenze. Acquista il ticket con il 30% di sconto utilizzando il codice didYou30, cliccando sul link https://www.digitalinnovationdays.com/partecipa/

Marco Magnani
Brand Ambassador Digital Innovation Days 2020