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Non esiste sostenibilità senza parità di genere

Secondo i dati Istat, a causa della pandemia c’è stata una perdita di 444 mila posti di lavoro, di cui 312 mila unità sono donne.  Perché a pagare il prezzo sono state le donne?

Gli stereotipi di genere continuano ad alimentare un modello discriminatorio e non inclusivo. Ecco allora l’importanza fondamentale del 5° obiettivo di Sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU sulla parità di genere.

Ma cosa c’entra la parità di genere con lo sviluppo sostenibile?

Una nuova definizione di Sostenibilità

Nel settembre 2015 i 193 Paesi membri dell’ONU hanno siglato l‘Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: si tratta di un programma nel quale sono racchiusi 169 traguardi da raggiungere di cui 17 sono per lo Sviluppo Sostenibile, i cosiddetti SDGs.

L’obiettivo dell’Agenda 2030, che fa seguito ai Millennium Development Goal, è quello di intervenire in quelle che vengono definite le 3 aree fondamentali dello Sviluppo Sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale.

Leggendo il documento emerge un dettaglio molto rilevante, ovvero il definire quelli dell’Agenda 2030 “obiettivi comuni”: non solo degli Stati coinvolti, ma di ogni singolo cittadino. Nessuno è escluso e nessuno dovrebbe essere lasciato indietro in questo lungo cammino. Ogni individuo rappresenta un tassello fondamentale per raggiungere l’ambizioso traguardo di una società sostenibile.

 

Ripensare il modello di sviluppo

Una grande novità rispetto al passato riguarda la presa di posizione dell’ONU sul modello di sviluppo che ha caratterizzato la crescita delle nazioni fino ad oggi.

Il modello di sviluppo attuale è stato dichiarato insostenibile, non solo dal punto di vista ambientale (e quindi dello sfruttamento delle risorse naturali), ma anche economico e sociale.

Con gli SDGs (Sustainable Development Goals), l’ONU sfida gli Stati Membri a interrogarsi su quanto sia sostenibile una società umana che non garantisca i diritti fondamentali alle persone, in cui la disuguaglianza è caratteristica fondamentale del modello economico e in cui ancora è presente la povertà, nonostante l’intelligenza umana sia in grado di trovare soluzioni resilienti e innovative.

 

 

La parità di genere nell’agenda 2030 dell’ONU

Quando sentiamo parlare di Sviluppo Sostenibile, nell’immaginario collettivo, il pensiero è subito rivolto al mondo del green e alla sostenibilità ambientale.

Quindi, cosa c’entra la sostenibilità con l’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza di genere?

 

La definizione di Sostenibilità, per le Nazioni Unite, si sostanzia nelle “5 P”:

  1.  Persone. Eliminare fame e poverta in tutte le forme, garantire digità e uguaglianza
  2.  Prosperità. Garantire vite prospere e piene in armonia con la natura.
  3.  Pace. Promuovere società pacifiche, giuste e inclusive.
  4.  Partnership. Implementare l’Agenda attraverso solide partnership
  5. Pianeta. Proteggere le risorse naturali e il clima del pianeta per le generazioni future.

Ecco spiegato il perché del 5° obiettivo di sostenibilità: la Parità di Genere.

Se leggiamo con attenzione le 5 P risulta chiaro come una società sostenibile si basi sull’inclusività, sulla non discriminazione e quindi sulla promozione della dignità umana.

Come potremmo mai invertire la spirale di distruzione ambientale e iniziare a tutelare il pianeta se non siamo ancora in grado di valorizzare l’umanità tutta?

Le Nazioni Unite hanno esplicitato cosa significa in pratica raggiungere il 5° obiettivo dell’agenda 2030 sulla parità di genere:

  • Fermare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze;
  • Eliminare la violenza su donne, ragazze e bambine, sia nella sfera privata che pubblica;
  • Eliminare ogni pratica abusiva: le mutilazioni femminili e i matrimoni combinati, ad esempio;
  • Riconoscere e valorizzare il lavoro domestico non retribuito;
  • Fermare qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze;
  • Pari opportunità di leaership;
  • Accesso universale alla salute sessuale.

Purtroppo la strada sembra ancora molto lunga.

I dati sono, infatti, impietosi: la pandemia da Covid-19 ha peggiorato la situazione di molte persone, mostrando, ancora una volta la vulnerabilità delle donne, non tutelate culturalmente e socialmente.

La condizione economica delle donne in epoca Covid-19

Dal 2014 al 2019 abbiamo assistito ad una vera e propria impennata occupazionale e nel mondo dell’imprenditoria femminile: un trend che riguardava, in Italia, le regioni del Nord e del Centro e che vedeva l’imprenditoria femminile in netto vantaggio rispetto a quella maschile. (Fonte: Ufficio Studi Confesercenti).

Poi è arrivato il 2020 con un’emergenza sanitaria mondiale e la conseguente crisi economica. E a pagare sono state soprattutto le donne.

“Le difficoltà poste da lockdown e restrizioni nella dimensione familiare si sono scaricate principalmente sulle donne” spiega Anna Maria Crispino, Presidente di Impresa Donna Confesercenti. “Molte imprenditrici, in assenza di una rete di welfare che permetta loro di conciliare vita familiare e lavoro, si sono fermate”.

1 donna su 2 ha visto peggiorare la sua situazione economica a causa del Covid-19. Secondo i dati Istat, a causa della pandemia c’è stata una perdita di 444 mila posti di lavoro, di cui 312 mila unità sono donne.

Questo significa che 1 donna su 2 ha perso il lavoro, ha paura di perderlo o ha dovuto chiudere un’attività.

L’indagine “La condizione economica delle donne in epoca Covid-19” a cura di WeWorld Onlus in collaborazione con Ipsos disegna un quadro preoccupante della condizione italiana:

  • Peggioramento della condizione economica, con ripercussioni ancora più pesanti sulle madri single;
  • Sfiducia: Il 28% delle donne non occupate ha scelto di interrompere la ricerca del lavoro;
  • Dipendenza economica: più di 4 donne su 10 dipendono economicamente dal partner o dalla famiglia di origine.

 

L’indagine sottolinea come, in una situazione di emergenza come quella creata dalla pandemia, le donne risultano essere l’elemento che nel mondo del lavoro viene messo in discussione “complici gli stereotipi di genere e i retaggi di un sistema patriarcale, che continuano a enfatizzare il ruolo della donna come caregiver e dell’uomo come breadwinner della famiglia”.

 

Secondo i dati raccolti da WeWorld Onlus lo scorso maggio, il 60% delle donne aveva dichiarato di occuparsi da sola della cura di figli, anziani e disabili (contro il 21% degli uomini), spesso assieme al lavoro. Tutto ciò è risultato in un carico spesso troppo pesante, al punto da portare 1 donna su 2 in Italia a dover abbandonare piani e progetti a causa del COVID-19, contro 2 uomini su 5.

Tutto questo è inammissibile per un Paese evoluto.

Bisogna ridisegnare e ripensare il modello di sviluppo, cercando e ricercando soluzioni che possano realmente creare opportunità e non disparità.

Perché le donne, in questa pandemia, stanno pagando un prezzo altissimo e questo, oltre a non essere moralmente corretto è anche inammissibile se si adotta una prospettiva di evoluzione sostenibile della società che non lasci indietro nessuno (proprio come propongono gli SDGs).

 

Riformulare gli schemi, verso una società inclusiva e dunque sostenibile

Proprio, perché il Covid-19 ha stravolto tutti gli schemi, sarebbe opportuno pensarne di nuovi, decidere di destinare una somma considerevole del Recovery Fund per migliorare e creare nuove strutture sociali pubbliche e dare l’opportunità alle donne di fare seriamente imprenditoria.

Dobbiamo pensare di destinare questi fondi per creare strutture per anziani e bambini, così da poter liberare le donne e permetterle di realizzarsi e creare impresa.

Non sono poche le proposte che le associazioni hanno messo in luce durante questo 8 marzo 2021, da WeWorld Onlus (dall’eliminazione del Gender Pay Gap a politiche di vita famigliare e lavorativa fino allo sradicamento degli stereotipi di genere a partire dalla scuola dell’infanzia) alla petizione al Governo Draghi per un piano di investimenti per ridurre il gap di genere, a cura della rete di donne “Il Giusto Mezzo”.

La pandemia ha allungato di oltre mezzo secolo i tempi per il raggiungimento della parità di genere, facendolo slittare dal 2120 al 2171. Risulta necessario ed urgente creare le condizioni affinché le donne possano partecipare alla vita sociale ed economica in modo attivo e non passivo.

 

Manuela Barbara Soldati 

Content Coordinator of Content Marketing – Digital Innovation Days

 Roberta Russo

Content Coordinator of Sustainability – Digital Innovation Days

Nasce lo Spin Off “Digital Innovation Talks”. Prima uscita ufficiale alla Milano Digital Week 2021.

Un nuovo palinsesto più ricco 

L’universo Digital Innovation Days da quest’anno si arricchisce di nuove luminose costellazioni. Accanto all’evento, che si terrà in modalità phigital dal 10 al 13 novembre 2021, nuove iniziative, appuntamenti, talks si svolgeranno lungo tutto l’anno e vedranno il coinvolgimento delle Università, delle aziende, del mondo imprenditoriale, delle istituzioni, trasformando il Digital Innovation Days in un vero e proprio Brand incentrato su quattro focus: Digitale, Innovazione, Sostenibilità e In-Formazione. Tra le novità, una serie di spin off chiamati Digital Innovation Talks, che si terranno in occasione delle “Week” più famose di Milano: webinar, tavole rotonde, mini-eventi ed altre iniziative, per affrontare le relative industry nell’ottica dei nuovi quattro pillar. 

Primo appuntamento alla Milano Digital Week

Il primo appuntamento in ordine di tempo con i Digital Innovation Talks sarà alla Milano Digital Week, la manifestazione promossa dal Comune di Milano – Assessorato alla Trasformazione digitale e Servizi civici – e realizzata da IAB Italia, Cariplo Factory e Hublab, che si svolgerà dal 17 al 21 di marzo.

Digital Innovation Days e Milano Digital Week si incontrano e sposano reciprocamente i loro progetti, con l’obiettivo comune di progettare insieme la città del domani in modo innovativo, sostenibile ed equo. “Città equa e sostenibile” è infatti il tema della Digital Week per il 2021: un argomento molto caro anche al Didays, che ha scelto la sostenibilità come una delle colonne portanti dell’intero progetto Didays per il 2021.

“La scelta di partecipare alla Milano Digital Week – spiegano Giulio e Nicola Nicoletti, CEO e COO dei Didays– è stata abbastanza naturale. Il tema della sostenibilità è ormai centralissimo, e non è un caso che è uno dei quattro pillar su cui abbiamo costruito l’intero nostro progetto per il 2021. Abbiamo con la Digital Week dei punti di contatto molto chiari e definiti, e non poteva che essere così, vivendo ormai in una società in cui l’integrazione, l’inclusività, il rispetto dei diritti passano evitabilmente anche dall’innovazione, dalla (ri)alfabetizzazione digitale, dalla riduzione del digital divide, dalla possibilità di offrire a tutti e indistintamente l’accesso alla rete. Purtroppo, gli ultimi mesi di pandemia ci hanno insegnato come questo divario è ancora troppo grande e penalizzante per intere fasce della popolazione. Ma questo è solo un esempio. Se pensiamo alle città del prossimo futuro, queste dovranno essere in grado di rispondere a nuove esigenze e ad una serie di altre emergenze quali la gestione degli sprechi, l’inquinamento ambientale, etc. Che cosa possono fare l’innovazione, la tecnologia e l’informazione per ridurre questi fattori di rischio? Come Didays ci stiamo ponendo anche noi queste domande e vogliamo contribuire a trovare le risposte”.

Gli eventi in programma 

Il primo appuntamento sarà giovedì 18 marzo p.v, dalle ore 14:30 alle ore 16:30, con tre panel dedicati al rapporto tra innovazione e città. Il primo panel, dal titolo “Quali sono i mali che attanagliano le città? Gli sprechi!” (ore 14:30 – 15:10) sarà moderato da Francesca Petrella, Head of Sustainability di Digital Innovation Days e Communication Manager, Responsabile eventi, Public Relations & Corporate Communication di Ipsos, e vedrà la partecipazione di Caterina Terraneo, Region manager di Too good to go; Valeria Valotto, Vice presidente di Quid Impresa Sociale; Francesco Fumarola, responsabile partnership e digital di Tondo e co-founder & ceo di Space Sports.

Il secondo panel, invece, dal titolo “Smart Mobility: tra innovazione e transizione ecologica” (ore 15:10 – 15:50), moderato da Fernando Piccirilli, Head of Innovation di Digital Innovation Days e Co-founder di Kobe Partners, ospiterà Beatrice Uguccioni, vice presidente del Consiglio Comunale di Milano e consigliera delegata alla Mobilità di Città Metropolitana di Milano; Carlo Donadio, Head of Tech Assets and Incubation di Deloitte – Officine Innovazione; e Matteo Valenza, video content creator.

Infine, nel corso dell’ultimo panel, “Come si crea Impatto sociale? La Scuola, le Aziende e le Istituzioni” (15:50 – 16:30), Valentino Magliaro, Head of In-Formation di Digital Innovation Days e CEO di Humans to Humans, Forbes Under30 Italia, Social entrepreneur focused on Education, eSport & EdTech, dialogherà con Andrea Grieco, Sustainability Strategy Officer di Will Media, Nicolò Santin, Ceo e & co-fouder di Gamindo e Pilar Pedrinelli, Global Public Engagement Manager di The Rainforest Alliance, Aambridge accelerator and sustainability Hub Mentor e un sdsn youth fellow.

L’appuntamento è per giovedì 18 marzo dalle ore 14:30 alle ore 16:30.

Link per la diretta live: https://eventiinstreaming.it/didays/digital-innovation-week/

La partecipazione di Didays non si limiterà comunque a questo singolo evento. Lo stesso pomeriggio, Giulio Nicoletti, in rappresentanza del Digital Innovation Days Italia, parteciperà al Tavolo Giovani #DigitalExperiences – Le soluzioni delle startup e delle imprese innovative per i settori retail, delivery, marketing digitale e turismo” che la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi organizza nell’ambito della Milano Digital Week.

L’incontro si svolgerà online giovedì 18 Marzo dalle ore 16:00 alle ore 18:00. Nel corso dell’evento verrà dato spazio alle startup e imprese innovative selezionate nell’ambito della Call for solutions: innovazioni per l’economia di prossimità promossa dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. I progetti che si presenteranno proporranno, tra le altre, soluzioni in ambito e-commerce con delivery, tracciabilità, gestione flusso clienti, marketing digitale, turismo ed entertainment.

Infine, il giorno successivo, il 19 marzo 2021 alle ore 11:30, con The Map Report, media partner dell’evento, con Rinascita Digitale e 24 Pr & Events srl, Didays sarà promotore del webinar “Città trasversali – Le nuove piazze digitali. Rischi e opportunità nella costruzione di una società equa e sostenibile”. L’evento, inserito nel calendario delle attività previste dalla #MilanoDigitalWeek, tratterà di come le piattaforme digitali (le nuove “piazze”) siano cresciute velocemente nel corso del 2020, soppiantando per necessità legate alla pandemia i luoghi fisici. Per partecipare all’evento, è possibile seguire la diretta delle h. 11:30 a questo link bit.ly/CittaTrasversali.

Si parte così, dunque, da Milano, e a Milano si ritornerà, a novembre. Nel mezzo, tante novità, sorprese, appuntamenti, talk, all’insegna della innovazione e del futuro.

 

Annalisa Nastrini
Content coordinator of Digital e Senior Ambassador – Digital Innovation Days

Siamo davvero pronti al “New Normal”?

Nella sua drammaticità, il 2020 ha trasformato l’intero sistema economico e ne ha accelerato la transizione verso il futuro.

In questo anno di pandemia, infatti, la tecnologia ha rivestito un ruolo da protagonista, permettendo alle aziende e alle persone (sia quelle più predisposte all’innovazione, sia a quelle un po’ più restie) di far fronte a scenari imprevisti e mai visti prima dalle nostre generazioni.

Tuttavia, superata la prima fase “emergenziale” della pandemia, in cui l’innesto di tecnologia e la digitalizzazione sono state percepite più come una necessità che reale opportunità di crescita, questo “new normal”, a cui ci affacciamo, deve costituire il momento nel quale uscire da questo mindset (di emergenza, appunto) e iniziare a pianificare un vero e proprio percorso di digitalizzazione a trecentosessanta gradi.

È oltretutto notizia fresca “di stampa” che il digitale sarà la bussola di riferimento per il nuovo Recovery Plan e, quindi, driver delle nuove risorse destinate alle imprese.

È tutto un equilibrio sopra la follia, cantava Vasco Rossi. E oggi lo è ancor di più, in un momento che ci troviamo a dover costruire una nuova normalità, un nuovo equilibrio dove molte cose, necessariamente, sono destinate a cambiare.

La domanda, quindi, è: arriveremo davvero a un nuovo centro di gravità dal quale ripartire e ricostruire le nostre vite, le nostre attività, la nostra comfort zone?

Ovviamente, non abbiamo la risposta certa, ma alcuni strumenti ci convincono più di altri e ci spingono a pensare che la transizione sarà meno imprevedibile di quanto possa sembrare: smart working, trasformazione digitale e centralità dei dati.

Al centro dell’attenzione di tutte le forze sociali vi è, naturalmente, il lavoro, in sé e per sé considerato e nella sua dinamica nella vita di ciascuno di noi.

Lungi da noi schierarci a favore o contro questa nuova modalità di lavorare; quel che è certo, è che stiamo assistendo a un profondo mutamento del paradigma lavorativo, che d’ora in poi sarà necessariamente fondato su strumenti di comunicazione e di collaborazione digitale, e su nuovi tool per la gestione dei processi operativi e decisionali da remoto (pensiamo a tutte le APP che stanno spopolando: Slack, Asana, Trello, GSuite, per dirne alcune).

Le tecnologie digitali ci aiutano a rimanere connessi e a comunicare e, in un momento dove la distanza è una necessità, aiutano a colmare il vuoto che si è creato attorno a noi. 

Se, quindi, la maggior parte della produttività (italiana, europea, mondiale) è stata affidata allo smart working, allora dobbiamo saper cogliere l’opportunità data da questa crisi pandemica, di reinterpretare, ognuno a proprio modo e a qualsiasi livello (organizzativo, tecnologico, culturale), non solo il nostro modo di lavorare, ma anche e soprattutto i nostri assetti organizzativi, la nostra comunicazione interna ed esterna, i rapporti con il nostro network (partner, clienti, fornitori), con modalità sempre più digitali e “diffuse” e sempre meno tradizionali.

E se lo smart working, nella sua accezione più genuina e sana, sarà il nuovo modello di lavoro, ibrido e dinamico, a cavallo tra il fisico e il digitale, tra reale e virtuale (esempio lampante saranno i Digital Innovation Days quest’anno, in edizione phygital), questo processo di trasformazione non potrà non coinvolgere, più in generale, tutti i processi aziendali.

Se la prestazione lavorativa si spinge verso una modalità così fortemente collegata al digital, infatti, non c’è davvero momento più propizio di questo per operare una concreta trasformazione verso la digital company – che non è l’azienda che ha “semplicemente” digitalizzato i suoi processi, liberandosi dalla carta e procedendo verso l’automazione, ma è soprattutto quella che, così facendo, genera e valorizza i suoi dati, ponendoli alla base di tutte le sue decisioni.

Se, infatti, già in epoca prepandemica un processo decisionale data-driven era fonte di un vantaggio competitivo perché elemento distintivo sul mercato, oggi invece rappresenta un strumento, se non l’unico, sicuramente fondamentale per sopravvivere alla crisi, rimanere (ed eventualmente anticiparne le mosse) sul mercato e garantire un buon livello di servizio ai propri clienti e trovare nuovi prospect.

Mettere i dati al centro dei processi decisionali, quindi, e farsi guidare da questi, mappandoli e seguendoli nel loro percorso all’interno dei processi aziendali, permette di analizzare il proprio processo di business dall’inizio alla fine, valutandone le performance non in base a previsioni, opinioni, interviste o ricerche su campioni, ma su dati reali, secondo logiche che qualcuno potrebbe definire scientifiche.

Ciò, di fatto, potrebbe favorire interventi correttivi (potremmo dire di “manutenzione predittiva”, come i dati raccolti da sensori nell’Industria 4.0), dare spunti per la riprogettazione di singole fasi o task e, di conseguenza, la loro ottimizzazione.

L’obiettivo del process mining (così è definito questo processo di mappatura e tracking dei dati) non è solo quello di garantire maggior trasparenza sull’esecuzione dei processi, ma anche quello di ridurne i rischi, garantire la compliance alle varie normative settoriali, identificare aree automatizzabili e, più genericamente, riprogettare i processi al fine di adeguarli al “new normal” oggetto del nostro interrogativo iniziale, ottenendo peraltro più qualità, efficienza e costi maggiormente sostenibili.

Per le aziende (ma anche per il settore pubblico e per i liberi professionisti) è quindi fondamentale un approccio predittivo, legato ai dati.

Ciò se si pensa, e ci avviamo verso la conclusione,  all’atteggiamento dei mercati, sempre più caotici, incerti e imprevedibili, ora anche condizionati dalle disruption della pandemia.

Raggiungere un livello elevato di maturità digitale è quindi, per tutti gli attori presenti e che si affacciano al mercato, una esigenza non più differibile, per potersi muovere con nuova fiducia anche in una situazione complessa come quella l’attuale.

 

Beatrice Pirovano
Brand Ambassador – Digital Innovation Didays

Clubhouse, come funziona e come evolverà

Sette esperti del digital ci raccontano il social del momento

“Non basta che tu ci sia, ma che tu abbia qualcosa di rilevante da dire”. Potremmo racchiudere così, in queste poche parole, la natura e, perché no, il futuro di ClubHouse, il nuovissimo social network solo voce, creato da Paul Davison e Rohan Seth, che permette di creare “stanze” in cui conversare con gli altri utenti in tempo reale. Considerato un social “esclusivo” (si accede su invito ed è al momento disponibile solo su IOS), ha da subito registrato l’interesse dapprima degli Stati Uniti e poi di tutto il mondo. Lo sbarco di Elon Musk, il magnate americano di Tesla e SpaceX, non ha fatto altro che velocizzare il processo di diffusione negli altri continenti, facendo balzare l’app al secondo posto delle più scaricate su App Store nel giro di poche ore. Oggi l’hype attorno a questo nuovo social è cresciuto talmente tanto da farne quasi un fenomeno di costume.

Ma quanto durerà questa frenesia da Clubhouse? Quali sono le sue caratteristiche più interessanti? Come potrà evolvere? Lo abbiamo chiesto ad alcuni fra i massimi esperti del settore digital in Italia.

 

Una rivoluzione social

Clubhouse sta letteralmente cambiando le regole del gioco e della fruizione social. Per Giulio Nicoletti, CEO di Digital Innovation Days, l’evento nazionale dedicato al mondo digital e all’innovazione a 360°, “la novità di Clubhouse non sta soltanto nella scelta dell’audio come strumento di veicolazione del messaggio contrapposto ai contenuti visual e testuali degli altri social: è anche una questione di diversa modalità di consumo, che richiede attenzione, tempo, disponibilità a partecipare attivamente. Su Clubhouse non puoi scrollare velocemente, devi esserci”. Della stessa opinione Cristiano Carriero, brand journalist, Digital Pr e Co-founder de La Content Academy, nonché curatore della collana Digital Marketing Pro di Hoepli, per il quale “è un social che ‘tecnicamente’ si usa in maniera diversa. Niente scroll, niente testa bassa, mani libere. Sembra una cosa di poco conto, non lo è. Perché anche questa è una piccola rivoluzione”.

Autenticità e networking, i punti di forza

Tanti gli elementi di forza del social network. Secondo Esther Intile, event & account manager Ninja Marketing e grande utilizzatrice della piattaforma, “a differenza degli altri social, in cui l’esteriorità e l’immagine sembrano farla da padrone, ClubHouse è molto reale, autentico. Su questo social è difficile fingere: se hai davvero qualcosa di interessante da dire emergi, altrimenti se non hai nulla da condividere, oppure non rispetti i tempi, o non hai capacità di ascolto, il social diventa penalizzante anche per te”.

Autenticità è forse la parola che ricorre più frequentemente tra gli esperti. “Credo che il vero punto di forza di Clubhouse – continua Carriero – sia che finalmente ci troviamo davanti ad un social non delegabile. Mi spiego: mentre Facebook, Instagram, Twitter e altri sono demandabili ad altre persone, che possono filtrare e mediare la comunicazione, su Clubhouse non è così. La ‘faccia’ diventa la ‘voce’ e la voce è quella del giornalista, dell’imprenditore, del creator, dell’influencer. Questo principio, non modificabile, potrebbe renderlo – come visione futura – uno dei social più adatti per le PR”. E poi, c’è il networking, la possibilità di fare rete e di costruire relazioni. Gaetano Romeo, Growth manager, docente, direttore della collana “Digital Generation” per il gruppo Maggioli Editore, ci confessa come “superata una prima fase di scetticismo, ho capito subito che siamo in presenza di uno strumento molto utile per creare network, fare personal brand (quello vero e fatto bene), conoscere nuovi professionisti e creare nuove strategie e reti. Io personalmente ho lanciato una rubrica quotidiana che si chiama “facciamo networking” e mi confronto con colleghi, professionisti, persone interessate al mio lavoro”.

Il fattore tempo 

Se la piattaforma ha tanti punti di forza, non mancano quelli di debolezza. Fra questi, c’è certamente il fattore tempo: in una società che va a mille all’ora, ritagliarsi del tempo da trascorrere sulla piattaforma è un lusso per pochi. Luca La Mesa, Ambassador e SingularityU Italy Investor, social media strategist, premiato da P&G Alumni Global tra i “40 under 40” più meritevoli in tutto il mondo, si esprime proprio su questo aspetto: “È un social innovativo, ma che richiede molto più tempo degli altri anche solo per comprendere il tema che si sta trattando. Su LinkedIn, Facebook o Instagram bastano poche righe per capire se un tema ci interessa. Su Clubhouse dovremmo passare almeno 5/10 minuti in una stanza per capirne la discussione e se i contenuti sono interessanti”. Più critico Francesco Agostinis, digital strategist, Facebook ads Expert, Top 5 Semrush Web Marketing Influencers in Italia: “Riconosco la novità e la potenziale utilità del mezzo per il personal branding, ma allo stesso tempo il social è troppo legato agli utenti connessi, che sono sempre meno attivi in Italia. E poi è troppo time consuming“. Per non parlare della volatilità delle informazioni: quando una room si conclude, non c’è possibilità di salvarla né di riascoltarla in modalità asincrona. “Penso che vada bene – continua Agostinis – solo per chi ha tempo da perdere. Io invece investo del tempo e sinceramente mi pare sprecato se chi mi segue non può riascoltare quanto spiego o racconto”. Un conto è farsi una chiacchierata su argomenti leggeri, un altro è fare in-formazione o divulgazione. Eppure, il futuro di Clubhouse, come sottolinea La Mesa, sta proprio nella qualità dei contenuti.

 

Contenuti di qualità e ruolo dei creator 

“È innegabile – si sofferma Matteo Pogliani, Digital Strategist e Influencer Marketing Specialist, Founder dell’Osservatorio Nazionale Italiano di Influencer Marketing – come lo scenario odierno stia tornando prepotentemente a orientarsi sul contenuto, lasciando da parte quella fama e quella notorietà presi, negli scorsi anni, erroneamente come driver principali di influenza. Un trend acuito dalla pandemia e dal lockdown e dalla necessità crescente degli utenti di avere qualità, utilità, supporto. Per queste ragioni e dopo primi mesi di utilizzo penso che i creator, come nella quasi totalità delle piattaforme, siano elementi essenziali per la crescita di ClubHouse, riferimenti credibili e autorevoli con una forte propensione a comunicare. Ancor di più in un social dove la qualità è d’obbligo (se non hai niente di serio da dire difficilmente puoi “barare”) e dove, per ora, la presenza può essere solo personale. Credo che i creator saranno un traino indispensabile per ClubHouse, i “brand” che influenzeranno attenzione e impatto”.

 

Il futuro fra brand, business e valori

A proposito di brand, non sono poche le aziende che hanno fatto il loro esordio sulla piattaforma. Solo in Italia, il battesimo su ClubHouse è toccato a Parmigiano Reggiano, Ikea Italia, FC Internazionale, Peroni. Quest’ultima è stata protagonista della prima room brandizzata in Italia, organizzata da Ninja, in occasione della Festa di San Valentino: “All’interno della room – spiega Esther Intile – abbiamo commentato le campagne di marketing, compresa la loro, uscite in occasione della festività. È stata una occasione importante per ascoltare il pubblico e interagire con lui”. Unanime è l’opinione degli esperti su questo aspetto: il social è – e sarà – una opportunità per i brand per avvicinarsi ai consumatori e costruire con loro un rapporto più diretto ed autentico, ma allo stesso modo il social dovrà evolversi, trovando, anche da questo interesse dei brand, una spinta per crescere e monetizzare. “Avendo lavorato in passato in un social network – ci conferma Gaetano Romeo – ho capito subito che Clubhouse ha un modello di business abbastanza definito e quindi monetizzare sarà abbastanza semplice. Pensiamo ad un banner che appare, non dovrebbe dare fastidio a nessuno”. Dello stesso avviso La Mesa, che intravede a breve la possibilità di room a pagamento o sponsorizzate. Ma, ancora una volta, c’è un ma. Sarà una grande occasione per i brand, come conclude Carriero, “a patto che sappiano rispettare questo principio: poca intermediazione, molta trasparenza”. Ancora una volta, la differenza la faranno i valori, da trasmettere e condividere. Maggiore sarà la capacità dei brand e delle persone di far sentire la propria voce su argomenti e tematiche che i clienti hanno a cuore, maggiore sarà il ritorno, soprattutto in termini di reputazione. Nell’epoca dell’approccio human-to-human, Clubhouse può essere la piattaforma ideale per dedicarsi a questa attività e consolidare il proprio Social Media Value.

l futuro di Clubhouse, quindi? Sarà scritto da ognuno di noi, nella misura in cui saremo in grado di condividere contenuti interessanti e coinvolgenti, di intrattenere, di informare e, perché no, di educare. Ai posteri, anzi a noi, l’ardua sentenza.

 

Annalisa Nastrini
Content coordinator Digital Didays

La pandemia e un futuro sempre più digitale

In un momento in cui domina l’incertezza, la digitalizzazione è un punto fermo. Riscrive le nostre vite dentro e fuori casa e rivoluziona i modelli aziendali, creando nuove opportunità anche per le assicurazioni, come racconta in questo articolo Marco Buccigrossi, Direct Business Director di Verti

Quello che stiamo vivendo è un 2020 assolutamente inedito. Un anno che continua a inciampare su sé stesso, che ci mette alla prova giorno per giorno. In primavera, con l’arrivo della pandemia, molte nostre certezze sono venute meno e il nostro spirito resiliente ne è uscito provato. Oggi, con l’inverno alle porte e l’arrivo della seconda ondata, i punti di domanda e le preoccupazioni sul futuro restano. Eppure oggi abbiamo una nuova certezza su cui contare: la trasformazione digitale, una vera e propria cultura che contribuisce e contribuirà sempre più a ridefinire le nostre vite e a ricostruire la nostra “nuova normalità”.

Il digitale non è un’opzione
La tecnologia digitale dialogava con la nostra quotidianità già prima del coronavirus, certo. Ciò che sorprende è la velocità con cui, negli ultimi mesi, ha riscritto le nostre abitudini e aperto le nostre menti. Oggi la digitalizzazione non è più un’opzione, ma è la nuova regola per lavorare, giocare, studiare e interagire con il mondo. E la quantità di innovazioni introdotte nelle nostre vite in questi mesi lo dimostra: abbiamo modificato irreversibilmente i nostri comportamenti, sposato nuovi punti di vista e maturato nuove esigenze.

Il nostro futuro è oggi
Quando la scala delle priorità si ribalta e le persone cambiano mentalità, le imprese non possono che adeguarsi e trasformarsi negli interlocutori che i consumatori desiderano avere. In questi mesi molte aziende si stanno reinventando. Da uno studio condotto dal colosso informatico IBM, emerge che sei organizzazioni su dieci, dalle aziende tradizionali alle startup, stanno ricostituendo i propri modelli di business per renderli più digitali. La riconversione digitale adesso è una priorità per tutti, se non si vuole correre il rischio di essere “tagliati fuori”. Questo è il momento giusto per ripartire e ripensarsi; il nostro futuro dipenderà dalle azioni che saremo in grado di mettere in pratica adesso. In questo scenario le assicurazioni devono necessariamente accelerare il passo.

Verso le assicurazioni di domani
Per il settore insurance costruire un modello di business basato sulle nuove tecnologie digitali è fondamentale non solo per rispondere ai bisogni emergenti dei consumatori, ma anche per attirare segmenti di pubblico che, per reddito e cultura, erano rimasti esclusi. La digitalizzazione è una grande opportunità per favorire la costruzione di un’offerta personalizzata e flessibile, in linea con le esigenze sempre più fluide delle persone. Secondo la ricerca “Millennials e le Assicurazioni: che cosa cambia dopo il Covid-19”, condotta dall’Italian Insurtech Association, in Italia la penetrazione media per quanto riguarda la copertura RC auto nel pubblico 23-38 anni è del 65%, mentre è assolutamente marginale negli altri rami assicurativi. Sorge spontanea una domanda: perché i giovani dialogano così poco con le assicurazioni? La ragione, evidenziata dalla ricerca, sta nell’insoddisfazione verso le caratteristiche dell’offerta tradizionale, giudicata poco immediata. E, infatti, vediamo come le polizze digitali on demand attirino invece un numero crescente di persone, proprio grazie alla loro flessibilità. Una tendenza confermata anche dal nostro VertiMovers, – l’Osservatorio sulle tendenze emergenti nella società italiana – i cui dati parlano chiaro: il 76% degli utenti preferisce il canale web, rispetto a quello telefonico, per richiedere un preventivo. E non è difficile immaginare il perché, considerando che dal nostro sito sono sufficienti 15 secondi per soddisfare questa richiesta. La sfida sarà, quindi, quella di rendere i prodotti sempre più intuitivi e  personalizzati, integrare le tecnologie insurtech nei modelli di gestione e puntare su modelli di comunicazione e distribuzione sempre più agili e immediati.

Verti c’è.
Disintermediazione, e-commerce, intelligenza artificiale e customer experience semplice e immediata: sono queste le parole chiave del mondo assicurativo. E in Verti lo sappiamo bene, perché sono i principi che da sempre ci ispirano. Mentre altri, qualche mese fa, cambiavano rotta per rispondere alle esigenze della “nuova normalità” innescate dalla pandemia, noi – che nasciamo digitali – non abbiamo avuto bisogno di farlo, perché il nostro modello di business aveva già un DNA digitale. Abbiamo semplicemente accelerato il passo e continuato a fare quello che facciamo da sempre: giocare d’anticipo, essere sempre avanti e in #MOV1MENTO. Ogni giorno a guidarci sono le esigenze delle persone e le evoluzioni del mercato, unite a una giusta dose di intuito e praticità. Solo così possiamo trovare le risposte che i nostri clienti si aspettano da noi.

 

Horizon: La nuova Piattaforma VR di Facebook

Mark Zuckerberg ha ribadito lo sviluppo della piattaforma VR, detta Horizon, durante il Facebook Connect rinominato Facebook Reality Labs, organizzato online tramite una live per evitare aggregamento in questo periodo in cui dobbiamo fare attenzione, investendo sempre più tempo e risorse nella realtà virtuale. Per partecipare a questo nuovo ambiente dovete possedere almeno un oculus Quest v.1 oppure un Rift S. Visori per l’AR e VR per trasformarvi in un avatar sulla nuova piattaforma resa pubblica recentemente.

Horizon è un mondo in espansione, gli utenti possono:
– Realizzare contesti virtuali, visitarli e popolarli con amici.
– Ci sarà una chat VR firmata Facebook, i più vecchi di voi ricorderanno le chat yahoo con gli avatar pixellati, Horizon me lo ricorda molto ma ne è una versione 2020 con la tecnologia odierna.
– Interazioni con le stanze create dalla community stessa che ne permette la crescita e la possibilità di vivere gli ambienti creando gruppi di discussione, cioè le stanze.
– Possibilità per i più esperti di farne parte come sviluppatori VR e artist 3D in modo da accrescere i loro ambienti.

Un’idea folle fino a qualche tempo fa ma realizzabile oggi. Attualmente questa piattaforma è in beta pubblica per scovare eventuali bug da correggere su segnalazioni dei true fan di Horizon. L’utilizzo futuro parte dal gaming, fino a un social completamente in realtà virtuale e ai meeting in VR per le aziende, importanti soprattutto in questo periodo di post covid per il lavoro da remoto.
Lo stile Horizon è molto colorato, simile al videogame The Sims. Il login con Facebook permetterà di connettersi con gli amici e offrire il libero arbitrio a chi lo abita con la possibilità di stabilire una distanza minima di spazio personale entro la quale non si potrà avere accesso, detta SafeZone, a cui si potrà accedere dal polso. In questo modo, se l’esperienza è troppo estrema, è possibile ritirarsi nella propria zona di comfort dove si potrà mettere a tacere o segnalare persone e contenuti eventualmente inappropriati.

La privacy è fondamentale in questa tecnologia, sarà monitorata dallo staff facebook per evitarne l’uso improprio affinché vengano rispettate le policy, motivo per cui, il tuo Oculus dalla tua esperienza con Horizon registrerà solamente comportamenti negativi per usare le informazioni acquisite come prove. Inoltre facebook assicura che i dati acquisiti non vengono archiviati sui server a eccezioni di eventuali rapporti sull’utente stilati da un moderatore per mantenere in sicurezza questo nuovo universo futuristico.

Ovviamente ci sarà spazio per cartelloni pubblicitari e simili in VR generando una nuova fonte di introiti tramite advertising, proprio come le attuali ads standard gestibili dal business manager.
Abituato a xbox e play station vedo le grafiche ancora un po’ primitive ma con grandi potenzialità, mentre ne attendiamo l’evoluzione c’è da riflettere se stiamo smarrendo il nostro focus principale a discapito della vera realtà che viviamo ogni giorno.

Se vuoi approfondire questo argomento, rivedi gli speech di questa edizione dei Digital Innovation Days. Acquista il biglietto su https://www.digitalinnovationdays.com/?ref=81

Ora non hai più scuse per perdertelo.

Damiano Mansi
Augmented Reality Specialist

 

 

LinkedIn: l’evoluzione del lavoro passa dalle Stories

Le Stories all’interno della professionalità: un’opportunità per individui e pagine aziendali di pubblicare foto e brevi video tramite l’applicazione mobile. La nuova funzione porta quel pizzico di creatività che probabilmente mancava.

Che aspetto hanno le storie di LinkedIn?

– Il formato verticale consente ai brand di raggiungere la propria community utilizzando foto e video della durata massima di 20 secondi, offrendo un modo più informale e immediato per condividere notizie, approfondimenti e punti salienti del proprio business.
– Tali contenuti saranno visualizzabili solo per una finestra di 24 ore e rappresentano gli sforzi della rete professionale per capitalizzare la popolarità dei video come parte di uno spostamento dell’enfasi verso i dispositivi mobili.
– Gli utenti e i brand hanno anche la possibilità di incorporare testi e adesivi personalizzati.

Qualche azienda le ha già utilizzate?
Molti brand hanno usufruito rapidamente delle stories nei mercati di riferimento: come in Francia, negli Stati Uniti e in Brasile, stimolando la creazione di nuovi contenuti. La casa di moda Christian Dior Couture ha utilizzato le Stories per comunicare i dietro le quinte della settimana della moda di Parigi. Altre modalità della nuova funzione includono la rivelazione dei vincitori di concorsi e domande e risposte con pubblico.

Quali sono in vantaggi delle Stories?

Il nuovo strumento offre a chi cerca lavoro e ai liberi professionisti, la possibilità di condividere contenuti temporanei ed è progettato per dispensare consigli concreti che non devono essere conservati per i posteri.

Tom Pepper, LinkedIn Marketing Manager per il Regno Unito, Irlanda e Israele, ha dichiarato: “Le Stories offrono al nostro pubblico un modo autentico e visivo per promuoversi”. Pepper ha aggiunto: “Crediamo che la nuova funzione possa diventare parte integrante delle strategie di comunicazione dei brand. Il mio consiglio alle imprese è: fatele e basta! Esse non devono essere eccessivamente manipolate, serve autenticità”.

Parla del tuo lavoro e non esitare a sottolineare il suo impatto

Le Stories hanno aggiunto un tocco più personale alle conversazioni virtuali, sono molto più interattive rispetto alla lettura di un semplice post. Nell’era della pandemia, dove le persone si incontrano meno, esse giocano un ruolo predominante per aumentare la fiducia tra i professionisti.

Per costruire un’immagine forte su LinkedIn, devi evidenziare le caratteristiche del lavoro che stai svolgendo e su come stai influenzando gli stakeholders coinvolti. Quando la tua audience si renderà conto che stai interagendo con un vasto pubblico, vorrà associarsi a te. Tutti desiderano far parte di una storia più ampia.

Tannisha Avarrsekar, fondatrice di Lokatantra, sottolinea: “È importante parlare delle connessioni che stai creando. Su LinkedIn parlo spesso dell’impatto che il mio lavoro ha nella società. Attraverso le Stories, connetto la mia attività con le persone, perché so che tutti vogliono essere parte di una storia di grande rilevanza”.

Rendi creativo il tuo profilo professionale

Lo scopo principale è quello di arricchire il profilo social degli utenti con i vari background, in quello che potrebbe essere una sorta di racconto virtuale della propria attività, mettendo in evidenza il pensiero creativo.

Le Stories sono una risposta all’incremento delle conversazioni intavolate dagli utenti e del proficuo livello di engagement che contraddistingue la piattaforma. Inoltre, rappresentano un modo per attirare le nuove generazioni, sempre più abituate a pensare e a comunicare in formato verticale e fantasioso.

Proprio ai social media sarà dedicata una sala dei Digital Innovation Days, giovedì 29 ottobre a partire dalle ore 14.00… scopri di più.

Laura Zucchiatti
Brand Ambassador DIDAYS 20

 

Alexa – come saranno gli acquisti del futuro

«Alexa… Come si uccide un brand? »

Dal 2015 Amazon ha introdotto sul mercato i dispositivi “Amazon Echo” dei cilindri a forma di altoparlante dotati di intelligenza artificiale soprannominata “Alexa”, che prende il nome dalla biblioteca di Alessandria.

L’assistente personale permette all’utente di richiamare musica, fare ricerche sul web e ottenere risposte alle sue domande grazie a un potente software di riconoscimento vocale. 

Basta dire: «Alexa, aggiungi al carrello…» per acquistare e ricevere in tempi brevissimi il prodotto desiderato. 

Alexa diventa più intelligente ogni volta che la si usa, un bel vantaggio per il cliente e ancora di più per Amazon: i clienti si fidano dell’azienda a tal punto che le permettono di ascoltare le loro conversazioni e di raccogliere i dati sui loro consumi. In questo modo l’azienda può conoscere meglio di qualsiasi altra la vita privata e i desideri dei consumatori.

Tutto lascia pensare che sfruttando queste conoscenze Amazon punti a implementare gli «ordini con zero click» in tutte le proprie operations. Tra non molto Amazon risponderà ad ogni esigenza materiale senza la fatica di dover decidere o ordinare. Possiamo chiamare questo metodo «Prime al quadrato». 

Alexa offre inoltre prezzi più bassi su molti prodotti se ordinati con la voce anziché con un click. In categorie importanti, come le batterie, l’assistente vocale suggerisce Amazonbasics, la private label dell’azienda che attualmente rappresenta un terzo di tutte le batterie vendute nonostante l’azienda venda batterie di numerosi marchi.

I brand da sempre rimandano a una serie di associazioni mentali tramite cui i clienti si orientano all’interno dell’offerta sul mercato. I prodotti di largo consumo come Coca-Cola hanno speso miliardi e decenni di lavoro per costruire il proprio brand tramite i messaggi, il packaging, il posizionamento nei negozi, i prezzi ed il merchandising. Ma quando le abitudini d’acquisto migrano online, questi elementi sono molto meno importanti. Non c’è visual merchandising, non ci sono espositori accuratamente collocati nei supermarket.

La tecnologia vocale, fa perdere ulteriormente importanza a quegli attributi del brand che sono costati tanti soldi e tanta fatica.

Ordinando tramite la voce infatti, i consumatori non conoscono il prezzo e non vedono il packaging ed è meno probabile che includano il nome del brand nella loro richiesta. 

La morte, per i brand, ha un nome: Alexa.

I consumatori andranno sempre meno nei negozi in cerca di prodotti, perché sarà più facile ordinarli comodamente a casa da Amazon che a sua volta sta costruendo il proprio monopolio negli acquisti online.  

La soluzione? investire sulle persone!

I retailer come Sephora non sono spacciati. Le persone nell’era dell’abbondanza non si recano nei punti vendita per acquistare, ma per avere esperienze, parlare con esperti che sappiano cogliere le loro esigenze specifiche. 

Per approfondire temi come questo, non puoi mancare alla nuova edizione dei Digital Innovation Days, clicca qui per acquistare il tuo biglietto e inserisci il codice sconto Didyou30 per avere il 30% di sconto.  

Eleonora Bracaglia

Brand Ambassador #DIDAYS20

Il personal branding su LinkedIn

Algoritmo, contenuti, rete: come usare LinkedIn per un personal branding di successo

“All human beings are entrepreneurs.”: così si è espresso Reid Hoffman, attuale presidente esecutivo, co-fondatore e azionista di controllo di Linkedin, 150esimo nella classifica Forbes dei 400 uomini più ricchi del pianeta e addirittura 52esimo nel settore tecnologico. Se lo dice lui, direi che possiamo fidarci. Vediamo insieme perché, e perché questa frase, piuttosto che annoverarla tra gli aforismi, sarebbe bene che ne facessimo un mantra e la incorniciassimo sulle nostre scrivanie. Con LinkedIn aperto sullo schermo del nostro pc.

LinkedIn e il personal branding

LinkedIn è il social network più diffuso in ambito business, “impiegato principalmente nello sviluppo di contatti professionali e nella diffusione di contenuti specifici relativi al mercato del lavoro”. Nel mondo è la piattaforma più usata tra le aziende Fortune 500, e oltre il 45% dei suoi utenti appartiene al top management delle proprie aziende. Oltre 60 milioni sono considerati senior-level influencers e 40 milioni sono in posizioni apicali e decisionali. La quasi totalità degli utenti utilizza Linkedin per la ricerca di contenuti rilevanti per il proprio business e il 91% degli Executives la considera la prima scelta.

Si tratta, dunque, del posto migliore in cui affermare la nostra presenza on line con un focus sulle nostre competenze e le nostre esperienze professionali, far accrescere la nostra notorietà, migliorare la nostra reputazione professionale. In poche parole, è l’ambiente digitale più adatto per praticare il nostro personal branding, intendendo per personal brandingthe conscious and intentional effort to create and influence public perception of an individual by positioning them as an authority in their industry, elevating their credibility, and differentiating themselves from the competition, to ultimately advance their career, increase their circle of influence, and have a larger impact” (fonte personalbrand.com).
Esserci, però, non è sufficiente. Per raggiungere risultati concreti è necessario curare e gestire il profilo nel tempo, con attenzione e costanza. Vedremo più avanti come la presenza su LinkedIn non possa ridursi ad un mero elenco di titoli e di competenze, ma richieda, oltre che la corretta compilazione di tutte le sezioni del profilo, la produzione di contenuti di qualità e la costruzione di una rete di contatti in target. In questo mare magnum di informazioni e di relazioni, poi, è fondamentale accreditarsi come un professionista, e non come qualcuno che sta cercando disperatamente un’occupazione.

Essere imprenditori di noi stessi, questo è già il nostro primo lavoro.

Farsi carini e mostrarsi professionali

Condizione assolutamente imprescindibile per avviare una buona comunicazione su LinkedIn è lavorare sul profilo, a partire dai suoi elementi basilari: foto profilo e immagine di copertina. Le due immagini rappresentano le prime informazioni che arrivano agli utenti, e sono la prima, ottima, occasione per raccontare qualcosa di sé. Entrambe le immagini devono essere di buona qualità e risoluzione. La foto profilo deve essere formale. No a bikini, mare, cocktail. Non necessariamente istituzionale, ma capace di restituire all’utente l’idea di serietà, sobrietà e professionalità. L’immagine di copertina è altrettanto importante per contestualizzare la foto profilo e offrire ulteriori elementi di conoscenza.
Il profilo deve essere completo in tutte le altre sezioni e riportare correttamente tutte nelle informazioni. In particolare, il sommario, composto da 120 caratteri, è il vero biglietto da visita, il testo che ci “presenta” ovunque, sia a chi lo legge direttamente sul profilo, sia a chi cerca il nostro nome tramite il motore di ricerca. Necessario, inoltre, scrivere efficacemente le sezioni Informazioni, Esperienze lavorative, Formazione, che devono poter esaltare le nostre competenze e i traguardi raggiunti nel corso degli anni.
Prestiamo molta attenzione, poi, a quella sezione in cui gli altri utenti confermano le nostre competenze. L’opinione che gli altri hanno di noi on line è fondamentale, sia per testare la percezione altrui, sia per offrire al nostro pubblico la “versione”, più oggettiva, di un esterno. LinkedIn consente anche di inviare delle richieste di “endorsement” a persone che hanno avuto modo di apprezzare le nostre abilità e competenze negli anni. Una valutazione positiva da parte di un grande manager o di un collega particolarmente apprezzato nel nostro settore vale molto di più di qualsiasi autocelebrazione.
Quanto più complete e dettagliate si presenteranno le sezioni del profilo, maggiore sarà la sua efficacia. Chi mai chiederebbe una consulenza o farebbe un colloquio di lavoro ad un professionista/candidato di cui esistono in rete informazioni parziali e non aggiornate?

Posizionarsi bene e fare rete, questo il segreto!

Per far sì che il nostro profilo LinkedIn si distingua dagli altri, occorre ottimizzarlo per migliorare il suo posizionamento sui motori di ricerca. Questa ottimizzazione può essere considerata come vera e propria SEO on-page.
Innanzitutto, è fondamentale individuare delle keywords riferibili al settore in cui operiamo: inserirle strategicamente in tutte le sezioni del profilo ci consentirà di facilitare la ricerca da parte dell’utente. Ai fini SEO, è consigliabile, poi, rinominare le immagini, (compresa la foto profilo), usare opportunamente gli hashtag, ricevere conferme per le competenze, produrre contenuti interessanti che aumentino il tempo di permanenza del lettore sul nostro profilo (il dwell time – questo il termine che in inglese indica il tempo di permanenza – è una metrica SEO molto importante per LinkedIn!).

Infine, è importante allargare il più possibile la nostra rete di contatti e costruire relazioni di senso. Come si riesce a costruire relazioni e a mantenerle vive? Crediamo che possa bastare mandare un invito o accettarlo? Assolutamente no.

Il numero di utenti con cui abbiamo stabilito il contatto non ha alcun valore, se questi non vengono coinvolti nelle nostre discussioni, se non interagiamo con loro, se non ci scambiamo opinioni o commenti. Non è importante la quantità dei rapporti, ma la loro qualità. Il consiglio è dunque quello di partecipare a gruppi e dibattiti, soprattutto se questi sono frequentati da esperti del settore o colleghi autorevoli. Ebbene sì, anche LinkedIn ha i suoi influencer! Partecipare a queste conversazioni con nostri contenuti di valore è una ottima mossa per accrescere la nostra reputazione on line e accreditarci come esperti nel nostro settore.

Ma cosa significa “produrre contenuti di valore”? Vediamolo insieme.

Scrivere contenuti interessanti e capaci di creare interazione

LinkedIn, oltre che valorizzare chi è ben posizionato, garantisce visibilità a chi è attivo ed è promotore di contenuti di valore e che generano conversazioni di qualità.
Non sempre creare buoni contenuti significa scrivere nuovi post: può essere sufficiente partecipare attivamente a delle conversazioni con propri contributi/commenti interessanti, ovvero riprendendo sollecitazioni di altri a cui aggiungere il nostro punto di vista e il nostro apporto personale ed originale.
Non ha alcun senso scrivere soltanto per “esserci”, né esprimersi per forza su un argomento, solo perché di tendenza. Se non abbiamo nulla di interessante da dire, meglio stare zitti.
Se, al contrario, pensiamo di poter offrire il nostro contributo su un determinato argomento, questo è il momento giusto per giocare il jolly: scriviamo con semplicità, senza fronzoli, ma non lesiniamo nell’approfondimento. Offriamo ai nostri utenti informazioni pertinenti ed originali, magari frutto di nostre analisi e nostri studi, e incentiviamo la partecipazione, con call to action o semplici inviti a partecipare alla discussione. Il successo del post sarà garantito. Se poi riusciamo a finire in trending topic, il nostro post raggiungerà la visibilità massima.
E per quanto riguarda la forma dei contenuti? Quali sono i contenuti più apprezzati dall’algoritmo di LinkedIn?
In termini generali, i video (di nuovo!) e i documenti PDF (eccola qui la novità!) sono i post che convertono meglio e ottengono maggiore visibilità. Seguono i post con foto singole, quelli multifoto, quelli solo testuali, e, dulcis in fundo, link ad articoli esterni. Da poche ore, LinkedIn ha rilasciato anche le stories: non sappiamo ancora che tipo di risultati otterranno, se saranno funzionali allo stile e ai contenuti di LinkedIn. Possiamo provarci, e testarle sul nostro pubblico.
Il vero consiglio che mi sento di darvi è proprio questo: proviamo a creare contenuti “apprezzati” dall’algoritmo, ma soprattutto sforziamoci di creare contenuti che siano “giusti” per la nostra rete. Anche su LinkedIn non esistono regole che vanno bene per tutto e per tutti. Analizziamo dunque i post e gli argomenti che funzionano meglio sul nostro profilo e utilizziamo quei dati come linee guida per orientare la produzione dei contenuti futuri.

Come e quando pubblicare

Tra le domande che un social media manager si sente rivolgere più spesso ci sono “Quanti post a settimana? Quando pubblicarli? In quale giorno? A che ora?”. La risposta è sempre la stessa: “Non esistono regole precise, dipende dal proprio target, dalle sue abitudini, dagli stili di vita”.
Ancora una volta, l’unico vero consiglio utile è quello di fare tentativi, di testare i propri post, pubblicando in diversi giorni della settimana e orari della giornata. Solo dopo aver analizzato i dati, sarà possibile capire quando è attivo il nostro pubblico e quali sono le sue preferenze di fruizione.
Infine, come sottolinea Francesco Agostinis, proprio in riferimento ai modi e ai tempi della pubblicazione, sarebbe meglio evitare di utilizzare tool esterni per pubblicare i post. Molti studi dimostrano come questa modalità influenzi negativamente la reach organica dei post, rischiando di inficiare il nostro lavoro, la creatività, le analisi. Se proprio abbiamo bisogno di uno strumento che ci aiuti a calendarizzare i post – ci suggerisce – potremmo farci aiutare da quei tool che si limitano a ricordarci di dover pubblicare il nostro contenuto.
Così, la pubblicazione è salva…ma anche la reach!

Valutare il proprio profilo

Come ogni lavoro che si rispetti, la fase ultima è quella della valutazione. LinkedIn mette a disposizione di tutti gli utenti uno strumento, che si chiama “Social Selling Index” (SSI), che misura, tenendo conto di quattro aree di azione, l’efficacia del profilo nell’utilizzo delle varie aree. Ognuno di noi può visualizzare i risultati del proprio profilo a questo indirizzo (https://www.linkedin.com/sales/ssi).
LinkedIn, dunque, valuta quanto e se siamo bravi a creare il nostro brand professionale, a trovare le persone giuste, a costruire relazioni, ad interagire con informazioni rilevanti. Per ognuna di queste “capacità” attribuisce un punteggio che va da 0 a 25. Il nostro SSI è dato dalla somma dei punteggi ottenuti.
Consultarlo con regolarità ci consente di stabilire quali sono i nostri punti di forza e di debolezza, di capire quali aree andrebbero potenziate, e quali correttivi occorrerebbe apportare per migliorare la nostra presenza on line.
Se teniamo conto di queste aree, considerandole come azioni da compiere con costanza, potremmo veramente accreditarci nell’universo di LinkedIn, farci conoscere per le nostre abilità e competenze, e diventare davvero imprenditori di noi stessi. E, vivaddio, Hoffman sarebbe orgoglioso di noi!

Per approfondire queste tematiche, acquista il ticket per l’evento cliccando su Digital Innovation Days! Ci vediamo lì!

Annalisa Nastrini

Brand Ambassador #DIDAYS20

Noi Ambassador coi piedi per terra e la voglia di andare sulla Luna!

Quest’anno, grandi novità per i Digital Innovation Days, online dal 29 al 31 ottobre, con i brand ambassadors che continuano a traghettare il prestigioso evento ad un sicuro successo.

Sono Sara Brugnoni, CEO dell’Agenzia di Comunicazione SANTAFRANCA60, con sede a Piacenza. Communication Manager in Raja Italia, Social Media Manager per clienti dell’agenzia.
Sono entusiasta di raccogliere le impressioni e stimolare la riflessione delle mie 4 colleghe rispetto all’evento che è alle porte. Il focus su cui transitano i DIDAYS20 è “Dal Lockdown alla Ripartenza”, dunque di stringente attualità e costante riflessione.

Le protagoniste: donne decise, capaci e dinamiche

Francesca Tommasi

Communication strategist per brand internazionali, si occupa di PR, Social Media, content marketing e attività offline. Ha scelto il seguente aforisma: “Sometimes I’ve believed as many as six impossible things before breakfast”, di L. Carroll. Una frase che rappresenta il suo fare: creare strategie tra i vari media che convergano per la migliore comunicazione ai vari target di riferimento.

 

Roberta Russo

PhD in economia, Innovation Manager MISE, Consulente Inbound marketing e ottimizzazione dei processi aziendali. La sua citazione guida è: “Chi vuol muovere il mondo prima muova se stesso”, di Socrate. Un motto che rispecchia il suo dinamismo e la sua ricerca personale e professionale. La mission di Roberta, è la valorizzazione delle persone e del contesto in cui operano le aziende in una prospettiva di sostenibilità umana e ambientale.

 

Antonella Maria Monte

Project coordinator per aziende nel settore della moda, Startup Mentor per Fashion Technology Accelerator.
Guidata dal motto: “It takes strength to be gentle and kind” – The Smiths. Così come è lei: rappresentare le aziende in maniera onesta, per farle crescere coordinando progetti speciali.

 

 

Manuela Barbara Soldati

Storyteller & Senior Content Creator. Dalla scuola Holden di Torino si è tracciata la sua professione in modo indelebile.
La frase scolpita nella sua mente è: “Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, di Italo Calvino. Ed è quello che ogni giorno con le sue storie, i suoi racconti e i suoi video riesce a fare: emozionare!

 

 

  • Come sei arrivata a diventare Brand Ambassador dei DiDays2020?

Francesca Tommasi: “Sono una persona curiosa, con una grande voglia di confrontarmi e imparare, e i Digital Innovation Days rappresentano un’occasione perfetta: è di grande stimolo condividere esperienze, conoscere professionisti del settore e poter studiare case history internazionali. Sono sempre stata spettatrice, ma quest’anno ho voluto dare il mio contributo nell’ambito della comunicazione e dei contenuti.”

Roberta Russo: “Nel mio caso, sono stata contatta da Giulio Nicoletti, CEO dell’evento. Mi ha proposto di diventare Brand Ambassador e ho accettato molto volentieri perché trovo fondamentale essere nei luoghi (anche virtuali) frequentati da professionisti che si interrogano sui cambiamenti della società.”

Manuela Barbara Soldati: “Questo, per me, è il quarto anno. È un percorso che mi ha permesso di conoscere tante persone e crescere moltissimo nel mio lavoro. È stimolante e mi piace far parte di un evento così altamente formativo in Italia.”

Antonella Monte: “Se faccio parte dei DIDAYS20 è grazie a Francesca Tommasi, con la quale ho il piacere di condividere questa intervista. Lei mi ha parlato dell’evento. Avevo appena concluso il master in Digital Transformation al Talent Garden e ho pensato che partecipare come Ambassador sarebbe stata un’ottima occasione per approfondire i temi che mi appassionano. Dunque vedere da vicino come funziona una manifestazione così importante.”

  • Quanto è strategica la formazione per l’innovazione digitale? I Digital Innovation Days stimolano l’apprendimento?

Francesca Tommasi: “La formazione, la curiosità, il desiderio di sperimentare sono fondamentali per chi intraprende questa professione. Amo questo lavoro perché è in evoluzione continua: dal punto di vista tecnico, grazie allo sviluppo di nuove piattaforme per analizzare dati e coinvolgere gli utenti, l’utilizzo di AI e AR, media sempre più interattivi, ma anche da quello relazionale, attraverso lo scambio continuo di esperienze. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima opportunità per tenersi aggiornati.”

Roberta Russo: “Dal mio punto di vista, l’innovazione è qualcosa che va al di là del digitale, essa coinvolge l’intera società e i suoi modi di vivere. Se ripensiamo al lockdown ci accorgiamo come alla diffusione generale delle dinamiche digitali si è accompagnata un’innovazione in termini di stili di vita e di concezione del lavoro. I Digital Innovation Days sono un’ottima occasione di formazione su queste tematiche proprio perché raccontano come la tecnologia è stata a servizio dei bruschi cambiamenti.”

Manuela Barbara Soldati: “La formazione per chi si approccia ma, soprattutto, per chi ha fatto del digitale il suo lavoro, è fondamentale. Viviamo in una società così veloce che fermarsi e non aggiornarsi è non solo controproducente ma totalmente paralizzante. I Digital Innovation Days rappresentano un’ottima modalità per far conoscere, per sperimentare e far scoprire realtà avanzate.”

Antonella Monte: “L’apprendimento è fondamentale, parte tutto dalla cultura, quindi la formazione e l’aggiornamento sono imprescindibili. I didays sono l’occasione giusta per ascoltare le storie di chi si è trovato a fare i conti con un’accelerazione tanto più improvvisa quanto meno pianificata dal punto di vista della tempistica e dell’innovazione aziendale.”

  • Quali sono le competenze per essere un buon digital marketer? Ti viene in mente un case study che ti fa essere orgogliosa del lavoro svolto?

Francesca Tommasi: “Penso che ci sia sempre modo di apprendere competenze tecniche specifiche, quindi credo sia più importante sviluppare un approccio che garantisca sempre una visione d’insieme. Occupandomi di strategia di comunicazione a tutto tondo, mi sono resa conto del valore di un metodo che sia cross-mediale e cross-business.
Il lancio dei volumi di “Fantastic Beasts and where to find them”, un’esperienza di grande portata poiché si è trattato di un lancio globale di HarperCollins Publishers in collaborazione con WarnerBros. Crossmedialità ed engagement allo stato puro. Ho collaborato con i profili ufficiali di Pottermore (oggi Wizarding World) creati da J. K. Rowling, con le community dei fan, realizzato attività, contest ed eventi che partissero dal mondo virtuale dei social media per poi prendere forma in quello reale.”

Roberta Russo: “Un digital marketer oggi ha bisogno di poche cose, ma fondamentali:
1. mettere da parte l’ego (non è detto che le tue idee sappiano rispondere alle esigenze del tuo pubblico)
2. capacità di ascolto delle esigenze e del contesto
3. umiltà: procedere con atteggiamento socratico, quindi sapere di non sapere e mettersi costantemente in viaggio verso la conoscenza
4. curiosità di apprendere tutto ciò che ancora non si conosce.
Ricordo uno dei miei primi progetti, entrata da poco come dipendente in agenzia… mi sono offerta volontaria per aiutare una compagnia teatrale di miei amici che avrebbero portato il loro spettacolo “Pisci ‘e Paranza” al Piccolo Bellini di Napoli. Il budget per le sponsorizzazioni era minimo ma lo spettacolo è andato sold out ed è stata aggiunta una data ulteriore (sold-out anche quella). Attraverso la creazione di contenuti suggestivi su Facebook e un comunicato stampa abbiamo ottenuto risultati insperati.”

Manuela Barbara Soldati: “ll digital marketer, a mio avviso, deve racchiudere tutte le skills dei flussi digitali, specializzandosi in un aspetto senza tralasciare gli altri. Bisogna saper gestire un team, saper comunicare con i membri del gruppo, riconoscere gli input da dare e saper correggere: Inoltre conoscere la SEO, i social media, l’email marketing e la piattaforma Google, che non vuol dire saper svolgere tutto, ma conoscere gli aspetti e coordinare lo staff tecnico che si è creato.
Scegliere solo un progetto è difficile, ma sicuramente aver partecipato all’ideazione e alla creazione di un nuovo format pubblicitario mi rende molto orgogliosa.”

Antonella Monte:  “Al di là delle competenze tecniche penso che un buon digital marketer debba saper intercettare e interpretare i segnali che arrivano dalla società, è necessario che le aziende passino dal “far desiderare le cose alla gente” a “fare cose che la gente desidera”.
“Mi piace definirmi una “silos breaker”, ossia una persona che fa collaborare le diverse funzioni aziendali che generalmente rischiano di lavorare per compartimenti stagni. Il progetto di cui vado più fiera è stato la definizione di un format per la gestione delle family & friends online sale che ha permesso di snellire i processi e massimizzare le vendite a livello globale.”

  • È la tecnologia che modifica la società oppure il contrario?

Francesca Tommasi: “Spesso incolpiamo uno strumento specifico – i social media, la tv – per quello che siamo, o la società, come se fosse un’entità astratta e informe. Noi però siamo quella società, come individui prima ancora che come massa, quindi penso sia nostro dovere capire il potenziale degli strumenti che abbiamo a disposizione e imparare a gestirli. Anche la tecnologia è potere…e si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.”

Roberta Russo: “Molte attività sono nate dopo il boom dei social media: pensiamo a tutti coloro che fanno delle loro passioni il loro business come i travel blogger, content creators, youtuber… Allo stesso modo anche le aziende hanno acquisito tantissimi spunti per modificare la loro offerta produttiva, grazie ai dati presenti sul web e ai tool di tracciamento delle azioni degli utenti. In ogni caso la tecnologia dovrebbe sempre essere a servizio della società e può farlo proprio perché non ci sono più segreti sul mercato: basta analizzare i dati.”

Manuela Barbara Soldati: “È un processo parallelo di influenze. Una non esclude più l’altra, compensandosi.
Così come per tutto, è l’abuso il problema. Uno strumento utilizzato nel modo corretto è solo un bene.”

Antonella Monte: “Credo si influenzino a vicenda. La tecnologia generalmente soddisfa un bisogno della società e a volte, forse sempre più spesso, modifica la società stessa, basti pensate a tutto quello che oggi facciamo grazie agli smartphone e che poco più di 10 anni fa era impensabile, come la condivisione di momenti della nostra vita in tempo reale con amici e parenti lontanissimi oppure i pagamenti contactless.”

  • L’evoluzione della TV in SMART TV con interazione e condivisione nel media, come la giustifichi?

Francesca Tommasi: “Abbiamo constatato che in termini di dati, comportamenti e pubblicità da analizzare è fondamentale mantenere l’utente il più possibile sulla stessa piattaforma, e questo con le Smart Tv è possibile, dato che offrono connettività, funzionalità aggiuntive, App, ricerca vocale, tutto attraverso un solo dispositivo.” Ogni media ha raccontato o narra la nostra storia e alcune dinamiche risulterebbero meno chiare. Un suggerimento a tal proposito è la visita al NewsMuseum di Sintra, in Portogallo: un’esperienza immersiva attraverso i mass media, percorrendo le notizie più salienti degli ultimi secoli.”

Roberta Russo: “In primis ogni media racconta un’epoca, pensiamo all’importanza della radio e della televisione nell’alfabetizzazione della popolazione. La Smart TV, è il tipico esempio di “ascolto” della domanda: se le persone utilizzano sempre di più alcune applicazioni per l’intrattenimento, come fare per non far “addormentare” il mercato delle TV? La risposta sono le Smart tv che guardano alle tendenze del consumo di contenuti online inerenti le generazioni Millennials e Z.”

Manuela Barbara Soldati: “Certamente è nn processo evolutivo normale. Anzi, credo e spero di trovarci solo all’inizio. Pensando alla bacchetta magica, sogno il mondo dei media come un paese dei balocchi dove non sarò costretta a vedere un solo programma in TV ma poter scegliere tra molti simultaneamente. Sarà una bella sfida per gli ascolti. Pur avendo mosso qualche passo nel mondo della televisione, credo che stiamo vivendo un momento storico politico nel quale alcune emittenti televisive favoriscono la non cultura e la banalità.”

Antonella Monte : “Ho studiato linguaggi dei media e per “affetto” e interesse professionale seguo queste dinamiche. La TV “tradizionale” che conoscevamo non esiste più, è un ricordo che arriva al massimo agli anni 90. Oggi il piccolo schermo sta provando a tenere il ritmo rapidissimo di internet, con nuovi linguaggi… figli delle nuove generazioni che incalzano nel mercato dei media.”

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Sara Brugnoni
Brand Ambassador #DIDAYS20