UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Romolo De Stefano
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UNA SCUOLA DEL FUTURO… PER IL TUO FUTURO!

Intervista a Romolo De Stefano, Presidente della Fondazione Ateneo Impresa

Buongiorno Romolo,

abbiamo avviato con piacere una partnership tra DIDAYS e Fondazione Ateneo Impresa, ci racconti qualcosa delle vostre iniziative? In particolare, che cos’è The Future School?

The Future School è un progetto di formazione avanzata costituito da Scuole di Alta Specializzazione “verticali” orientate alle Professioni del Futuro: la prima, The Blockchain Management School, è già partita con grande successo, a breve seguirà The Artificial Intelligence School,  ed altre focalizzate sui megatrend strategici del digitale sono in procinto di prendere avvio.

Da chi è stato promosso il progetto “The Future School”?

Dalla Fondazione Ateneo Impresa, organismo che opera per favorire la crescita e la valorizzazione della persona e dei giovani talenti e che coinvolge nei Comitati d’Onore e Scientifico illustri personalità dell’economia, dell’impresa, della cultura, della scienza e delle istituzioni, in collaborazione con Officina Visionaria, The Business Factory.

Ateneo Impresa ha una storia importante. Qualche dato?

Ateneo Impresa nasce nel 1990 e si posiziona come una tra le più qualificate Business School italiane, tra i leader nella formazione alle professioni emergenti e punto di riferimento per l’Alta formazione manageriale post-laurea: 32 patrocini istituzionali, 182 progetti di comunicazione, più di 200 formatori e testimonial, circa 10.000 ex allievi, oggi manager, professional ed imprenditori, 77.300 richieste di iscrizione a corsi e master, oltre 115.000 ore di formazione, circa 3.500.000 € di borse di studio erogate, oltre 750 aziende partner. Per quanto riguarda il placement, ad esempio dei Master, si è attestato storicamente tra l’80% e il 90% entro sei mesi dalla conclusione del corso.

Che obiettivi ha The Future School?

Coprire un vuoto strategico: formare professionisti e manager altamente richiesti dal mercato. Oggi le imprese hanno bisogno di nuove figure tecniche e gestionali fondamentali per presidiare la “digital trasformation”e governare l’impatto delle nuove tecnologie: blockchain specialist, blockchain manager, data scientist, big data analyst, IoT specialist, chief digital officer, social media specialist, digital marketer, growth hacker,  cyber security manager …

Queste tipo di specializzazioni creano sbocchi occupazionali validi? Quali opportunità si possono segnalare?

Abbiamo fatto una scelta strategica a monte: solo percorsi di formazione avanzata di qualità che generino figure specialistiche nel solco dei grandi Megatrend. Sono migliaia già oggi le richieste inevase e molte di più lo saranno nel prossimo decennio se non si formeranno le nuove professionalità. Grandissime quindi le opportunità di sbocchi lavorativi, con ruoli molto ricercati e ben retribuiti.

A chi si rivolge?

A giovani che vogliano intraprendere un percorso di alta specializzazione per costruire un progetto di carriera credibile e posizionante, a manager che vogliono acquisire le competenze innovative per favorire la competitività dell’azienda per cui operano, ad imprenditori che intendono evolvere e sviluppare il business della propria impresa

Ci parli di The Blockchain Management School? Come è organizzata?

Ogni Scuola ha una precisa identità e missione: niente “tuttologia” ma solo contenuti “verticali” in grado di trasferire metodi gestionali e tecniche applicative fondamentali per operare da protagonisti nel mercato del lavoro. Per esempio, The Blockchain Management School, promossa in collaborazione con Blockchain Core, è la prima Scuola di formazione manageriale in Italia dedicata esclusivamente alle diverse potenzialità ed applicazioni della tecnologia più dirompente e rivoluzionaria dopo internet. Abbiamo la fortuna ed il piacere di avere con noi tra i più rappresentativi esperti come, ad esempio, Gian Luca Comandini, esperto del Mise che è anche il Direttore del Master, Laura Cappello, Tech Lawer Direttore Scientifico della Scuola, Massimo Chiriatti di IBM, co-estensore del Manifesto Blockchain Italia, Federico Tenga, tra i fondatori di Chainside, Giorgio Mazzoli, co-founder ASSOB.it, Francesco Redaelli, co-founder CryptoCoinference

Quali tipologie di corsi offre?

I corsi sono progettati per rispondere alle diverse esigenze: Master Lab in formula week end, compatibile con impegni di studio e lavoro; Boot Camp, “percorsi di addestramento” intensivi su competenze mirate; Workshop specialistici con focus su tematiche verticali; Conference Days, “appuntamenti con il futuro”: esperienze, trend, novità.

Sappiamo che si è da poco conclusa la prima edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management ed è al via la seconda edizione proprio in questi giorni. Come sta procedendo?

Molto bene! L’indice di soddisfazione degli allievi della prima edizione è stata pari al 93% e ciò conferma che unire professionalità e passione produce sempre i migliori risultati. La seconda edizione è al completo e la terza, la cui partenza è prevista per i primi di febbraio, si stà formando con grande rapidità vista la forte domanda.

Riservate particolari agevolazioni per chi volesse partecipare? Esistono Borse Di Studio?

 Sono ben 16 le Borse di studio messe a disposizione dalle aziende partner ed altre se ne aggiungeranno certamente a breve. Ciò favorirà la possibilità di frequenza di chi vuole specializzarsi in un ambito professionale ad altissimo tasso di crescita. Tutte le agevolazioni sono illustrate sui siti www.theblockchainmanagementschool.it e www.ateneoimpresa.it  ma vista l’altissima richiesta è molto probabile che vengano assegnate rapidamente.

Come mai hai deciso di stringere una partnership con Digital Innovation Days?

Perchè Digital Innovation Days è ormai l’evento di riferimento in ambito Digital, trattando con ospiti di prestigio, testimonial di eccellenza e case history di successo i temi più innovativi, anticipando spesso i mega trend che stanno già rivoluzionando il mondo delle imprese.

Quali potranno essere le prospettive di questa collaborazione?

Ritengo che la partnership possa solo crescere, condividendo le rispettive esperienze e integrando le nostre storiche competenze formative, oggi orientate alla nascita di una nuova generazione di professionisti e manager in ambito Blockchain, Artificial Intelligence e Digital Innovation, con le eccezionali capacità divulgative che caratterizzano l’evento. Inoltre, il carisma e l’appassionata dedizione della CEO Eleonora Rocca, sono garanzia di qualità e valore del progetto.

Quali sono i prossimi “appuntamenti con il futuro”?

11 Ottobre, 8 Novembre e 6 Dicembre , presso la nostra sede in Villa Federlazio, a Roma, porte aperte per conoscere da vicino la 3° edizione del Master Lab in Blockchain Technology & Management.

Grazie a Romolo De Stefano, complimenti e … in bocca al lupo per la vostra attività!

Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

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Vendere intelligenza: il Digital Marketing firmato Ploomia e raccontato da Luca Valente

 

Essere imprenditori nel mare magnum del mercato digitale non è un gioco da ragazzi. Essere leader di un team, poi, è ancora più difficile. Eppure, c’è ancora chi ha la voglia di osare e di inventare qualcosa che sia più di un’agenzia: una realtà che comunichi non solo perché si occupa di comunicazione, ma che investa e creda nelle potenzialità del digitale e nella loro continua evoluzione. Abbiamo quindi intervistato Luca Valente, CEO di Ploomia, Digital Marketing Agency con sede a Roma che in soli quattro anni si è già distinta nel panorama italiano per l’elevata professionalità e lo sguardo costantemente rivolto all’innovazione.

Luca, prima di fondare Ploomia hai lavorato per molto tempo come freelance: dov’è nata la necessità di creare qualcosa di tuo?

Dalla voglia di libertà e indipendenza. Poter scegliere come organizzare la propria quotidianità, quali momenti ritagliare per se stessi, per i propri hobby. Non sottostare alle regole stringenti dell’orario di ufficio. Scegliere di poter andare a giocare a tennis alle 11 mentre gli altri sono seduti sulla scrivania a osservare il PC o mentre masticano nervosamente l’ennesima chewing gum nella prima delle tante noiosissime riunioni del lunedì. Pensavo fossero queste le motivazioni che mi hanno portato ad aprire partita IVA e ad iniziare il percorso da consulente. Almeno inizialmente è stato questo. Poi con la consapevolezza, con i primi clienti, le prime sfide, i primi riconoscimenti ho capito che libertà e indipendenza sono solo un’illusione, un sogno da “ragazzo” e che la motivazione reale è quella di costruire la tua strada, di creare qualcosa che parli di te, che gli altri riconoscano, che possa anche solleticare il tuo orgoglio.

Attualmente lanciare una startup è il sogno nel cassetto di molti, ma la paura spesso la fa da padrone. Quali sono i falsi miti sull’imprenditoria e quali sono invece le reali difficoltà?

È un sogno di molti, ma probabilmente artificiale e indotto dai trend e dal cambiamento del contesto in cui ci muoviamo. Il mito del posto fisso oramai fa parte del passato e quindi per necessità i ragazzi sono quasi costretti a doversi inventare il lavoro. Fatico molto a convivere con il concetto di startup, almeno nella declinazione italiana dove, un po’ per la nostra predisposizione, un po’ perché è quello che ci raccontano i media, è tutto bello, fantastico, raggiungibile. Quindi facile. Le difficoltà principali oggi, oltre ovviamente alle ataviche condizioni della burocrazia italiana, sono proprio queste. Viviamo in una sorta di sovraeccitazione per il ruolo, quello dello startupper, e sui concetti di pitch, finanziamento, exit come se l’unica strada percorribile fosse quella di attendere che qualcuno si faccia carico delle nostre responsabilità. Preferisco concetti come il “fare impresa”, dove l’attenzione è sull’idea, ma ancor di più sulla ricerca ossessiva ed estenuante di come farla fruttare, renderla sostenibile e fare in modo che generi fatturato e possa pagare degli stipendi. Gli “unicorni”, le exit miliardarie sono un bel sogno ed è bene che si continui a cercarle ma è fisiologicamente impossibile che ci siano 100.000 Zuckerberg.

Ploomia è un’agenzia relativamente giovane, ma che vanta già case history e clienti di alto livello: ti aspettavi questi risultati e soprattutto cosa ti aspetti per il futuro?

Abbiamo da poco festeggiato 4 anni di età e nel primo semestre 2019 superato il risultato economico realizzato lo scorso anno. Quando con il mio socio Federico abbiamo deciso di intraprendere questa strada avevamo in mente un’idea ben chiara di agenzia: non semplici fornitori di servizi ma partner nell’ambito delle attività di marketing e nei processi di digital transformation delle realtà con cui avremmo collaborato. Speravamo che il nostro modello, basato su alta specializzazione delle figure professionali e customizzazione dei servizi, potesse essere apprezzato positivamente da clienti e mercato, ma eravamo anche ben consapevoli delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare inizialmente per trasmetterne le peculiarità. Solo grazie alla perseveranza, all’ambizione e alla ossessione per il dettaglio oggi siamo una realtà emergente del panorama digital in Italia e queste qualità sono fondamentali sia per continuare a crescere, sia per affrontare il percorso di internazionalizzazione che andremo ad intraprendere.

Il team di Ploomia è composto principalmente da giovani, quindi immaginiamo che il clima in ufficio sia molto…allegro: quanto è importante la scelta delle risorse umane e quanto conta fare teambuilding in un’azienda?

Se vendi intelligenza le persone sono fondamentali. Di conseguenza la scelta delle persone è un aspetto cruciale del tuo business se vuoi che i clienti ti scelgano e soprattutto continuino a collaborare con te. Chi si rivolge a noi chiede strategie vincenti e supporto operativo ma soprattutto visione e risposte che in un mondo in continua evoluzione può dare solo chi ha intrapreso un percorso di formazione e aggiornamento continuo. Abbiamo prestato particolare attenzione alla costruzione del team e i nostri impegni maggiori oggi sono rivolti a questo: a mantenere alto il livello di partecipazione e affiatamento nei progetti che seguiamo, a incentivare la crescita e l’aggiornamento professionale, a invogliare le occasioni di networking, a stimolare la creatività di tutti e la condivisione di idee. Si cresce come azienda se ognuno nel suo piccolo è coinvolto in un personale percorso di crescita, sia umano che professionale. I clienti lo notano e chi ci ha scelto, oggi, percepisce l’energia e la passione del nostro team.

Infine, quale messaggio porta con sé Ploomia ai Digital Innovation Days?

Saremo presenti ai Digital Innovation Days con tutto il nostro entusiasmo e la nostra passione per portare la testimonianza che alla lunga la qualità premia, ma che bisogna costantemente mettere in discussione le proprie certezze se si vogliono ottenere risultati duraturi. Una audience di Facebook esaurisce la propria portata nel giro di poche ore, una landing pensata per Adwords che ieri generava lead a 5€ oggi non fa impressions, ora abbiamo Tik Tok… domani chissà. O siamo disposti a cambiare e ricominciare oppure non andremo da nessuna parte. È una questione di atteggiamento.

Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

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Social proof: 6 tipi di riprova sociale che influenzano le nostre azioni

La social proof

La social proof è un altro dei principi di persuasione identificati da Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). In passato abbiamo analizzato in maniera approfondita il principio di scarsità, oggi ci concentriamo invece sull’effetto persuasivo generato dal comportamento altrui.

La social proof è quel meccanismo che ci spinge ad adeguarci alle scelte degli altri nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione. Questo meccanismo agisce anche quando decidiamo di prendere una decisione totalmente opposta alla massa, quel senso di disagio più o meno forte parte proprio dall’essere consapevoli che si sta andando contro il senso comune.

Tutto ciò è particolarmente vero in situazioni sociali ambigue nelle quali è difficile individuare il comportamento più adatto e adeguato. In questo contesto, le persone tendono a presupporre che gli altri posseggano più informazioni sulla situazione e pertanto ne imitano il comportamento.

Si tratta pertanto di un tipo di conformità dettata da una mancanza d’informazioni e dal presupposto che gli altri ne sappiano di più in merito. Tuttavia, questo non è necessariamente vero.

Situazioni nel quale nessuno sa come comportarsi generano una immobilità generale; è ad esempio quello che accade in incidenti inaspettati in mezzo a una folla. Nessuno interviene non perché si è indifferenti, ma perché tutti cercano negli altri suggerimenti su come comportarsi. La paura di agire in maniera non conforme fa sì che nessuno riesca, o almeno nessuno riesca facilmente, a intervenire.

La riprova sociale nel marketing: lo ZMOT

Come si traduce tutto questo in ambito marketing? Basta guardare al valore che hanno le recensioni oggi per capirlo. La forza con cui i giudizi degli altri guidano e orientano il comportamento d’acquisto è cresciuta in maniera esponenziale rispetto al passato.

È vero, il passaparola è una forma di social proof sempre esistita. Tuttavia, le informazioni di cui disponiamo grazie alla rete hanno permesso a questo principio di aumentare di molto la propria influenza.

Tutto questo è tanto vero che Google, nel 2011, ha teorizzato il cosiddetto Zero Moment of Truth (ZMOT). L’idea parte dalla considerazione che ,prima del primo momento di verità (esperienza del prodotto sugli scaffali) e del secondo momento di verità (consumo del prodotto), i consumatori passino attraverso un momento zero di verità. Il momento zero è precedente a tutte le altri fasi ed è relativo alla ricerca in rete delle esperienze e recensioni degli altri. Ancora, la social proof agisce nell’orientare le nostre scelte.

6 tipi di riprova sociale

Scendendo più nel dettaglio possiamo vedere come la social proof possa essere declinata in diversi aspetti, nello specifico un articolo sul blog di Buffer ha identificato 6 tipi di social proof.

La social proof dell’esperto

In questo caso la Social Proof è data dalla raccomandazione del prodotto o servizio da parte di un esperto del settore. Un esperto di tecnologia ha di per sé un’autorità (altro principio di persuasione individuato da Cialdini) che rende del tutto credibile ed attendibile il suo giudizio. Una riprova sociale dettata, pertanto, dal suo ruolo e dalla sua maggiore quantità di informazioni in quel contesto.

La social proof della celebrità

Quando una celebrità sponsorizza un prodotto, la riprova sociale può essere data sia dal suo ruolo di esperto (specie se si tratta di un influencer di nicchia) ma anche dal semplice fatto di essere celebre. Il successo è un elemento di fiducia tale da rendere credibile la sua sponsorizzazione. È chiaro, tuttavia, come la forza della social proof della celebrità sia direttamente proporzionale al grado di fiducia ed affidabilità accumulati nel tempo.

La social proof degli utenti

La più comune delle social proof è generata dagli utenti/clienti di un prodotto o servizio attraverso recensioni e raccomandazioni. L’esperienza dell’utente con il brand diviene parte di una memoria ed esperienza collettiva utilizzata dagli utenti nel momento zero della verità.

La social proof della folla

Questo tipo di riprova sociale si basa sul principio della quantità, se molti utenti si fidano di questo brand è probabile che anche io mi ci possa fidare. Le vanity metrics sui social media (fan, followers…) spesso si basano su questo principio. Va di per sé che se questi numeri non hanno un riscontro reale, in termini di valore dell’offerta, perderanno comunque credibilità ed efficacia.

La social proof degli amici

A differenza della folla, il principio che sottende questa tipologia è dato dalla qualità più della quantità della connessione. Se, nella cerchia delle persone a me vicine, riscontro una tendenza ad approvare un prodotto sarò più propenso ad acquistarlo. Questo perché la fiducia che nutro verso queste persone a me care si trasmette, quasi per osmosi, anche alle loro esperienze con i brand.

La social proof della certificazione

Ultima tipologia di social proof è quella derivante dalle certificazioni. Se un’istituzione del settore decide di certificare il valore di qualcosa, la sua autorità viene trasmessa in maniera tale da generare riprova sociale capace di orientare i comportamenti altrui.

Conclusioni

La social proof è un’arma potentissima se usata nel modo corretto, ma può avere un effetto backlash se non siamo sicuro che il giudizio degli altri verso il nostro prodotto o servizio sia positivo.

Pertanto, è bene stimolare la generazione di social proof attraverso la condivisione delle esperienze con il brand solo quando si è certi del valore della propria offerta e si è sicuri della positività delle esperienze stesse.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

il principio di scarsità
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Il principio di scarsità: 4 declinazioni differenti

Il principio di scarsità

Chiarire cosa sia il principio di scarsità è molto più semplice di quanto possa sembrare. Chiunque cerchi di acquistare un prodotto o prenotare una vacanza online si sarà trovato a navigare in un portale che, dal primo momento, non fa altro che ricordarci una cosa: la disponibilità è limitata.

Che la scarsità sia vera o intenzionalmente generata non deve interessarci. Ciò che deve attivare la nostra curiosità è questo meccanismo funziona, tanto che è una delle tecniche di persuasione più utilizzate nel marketing da prima che il digitale esistesse.

Ma su cosa si basa questo principio? L’idea di base è che qualsiasi prodotto o servizio, nel momento in cui viene a mancare, diventa più desiderabile.

Il principio di scarsità secondo Robert Cialdini

Il primo a definire il concetto in maniera strutturata è stato Robert Cialdini nel suo libro “Le Armi della Persuasione” (Cialdini, 1984). Nel libro egli sostiene che gli esseri umani si trovano in un momento emotivamente difficile quando sono messi di fronte alla possibilità di perdere la libertà.

Difatti, che cos’è un avviso OUT OF STOCK se non un limite alla nostra libertà di scelta? Nel momento in cui quel prodotto viene a mancare non potremmo più sceglierlo e, pertanto, siamo maggiormente disposti ad effettuare l’acquisto nel momento in cui sappiamo che potremmo perderne la possibilità in futuro.

Il principio è semplice: vogliamo ora ciò che potremmo non essere in grado di ottenere in futuro.

Quando le cose diventano meno disponibili, diventano più desiderabili. Se abbiamo la scelta di ottenere qualcosa sicuramente ora o forse in futuro, allora scegliamo di ottenerlo ora.

4 declicazioni della scarsità

Un interessante articolo su Medium ha snocciolato in maniera ulteriore questo concetto, focalizzandosi su come la scarsità possa essere declinata in quattro aspetti differenti. Ognuno di questi aspetti può funzionare meglio degli altri in determinati contesti; le variabili da prendere in considerazione per valutarne l’efficacia sono prodotto, produttore e consumatore.

Le declinazioni della scarcity sono le seguenti:

  • Esclusività
  • Rarità
  • Urgenza
  • Eccesso di domanda

Il principio di scarsità: Esclusività

Alcuni brand applicano un aumento di prezzo ogni qual volta un nuovo modello di prodotto viene lanciato, anche se l’aumento di prezzo di per sé non è giustificato dai miglioramenti tecnici avvenuti.

Questa forma di scarsità può essere definita Exclusivity Scarcity. È una scarsità implicita perché di per sé il prodotto non è scarso, ma l’aumento di prezzo alza la barriera di acquisizione rendendo più difficile (e quindi di maggior valore simbolico) il suo possesso.

Prodotti più difficili da raggiungere sono pertanto più esclusivi e desiderabili e sono in grado di trasferire lo status di esclusività anche ai consumatori che li acquistano. Una scarsità indotta dal produttore nei confronti del consumatore utilizzando il prezzo come barriera d’acquisto.

Il principio di scarsità: Rarità

Più profondo dell’esclusività è invece il concetto di rarità. In questo contesto la scarsità è reale e infatti è il produttore a indurre la scarsità agendo sulla quantità di prodotto. Lo chiamiamo raro piuttosto che esclusivo perché un limite di produzione è fissato all’inizio del ciclo di vita.

Il valore economico, a differenza dell’esclusività, non è l’ unica barriera a ostacolare il consumatore; grandi disponibilità di denaro possono dare accesso a prodotti esclusivi ma non sempre a prodotti rari. La scarsità pertanto è reale ma è anche ricercata dal produttore per aumentarne il valore.

Per questo motivo possedere un oggetto raro ha un valore simbolico maggiore, chi lo cerca è alla ricerca di oggetti rari anche per acquisire uno status più elevato o di distinguersi per soddisfare il proprio bisogno di unicità.

Il principio di scarsità: Urgenza

Tramite l’aumento di prezzo il produttore induce scarsità nei confronti del consumatore creando esclusività. Ma può farlo anche in un altro modo: agendo sul tempo.

Aggiungere una deadline a una offerta o alla disponibilità di un prodotto aumenta il senso di urgenza dettato dallo scorrere del tempo.

L’offerta è scarsa perché scarso è il tempo che resta per poter usufruirne. L’effetto motivazionale va al di là dell’offerta in sé, è relativa all’idea di essere un consumatore furbo capace di acquistare al momento giusto. Una soddisfazione implicita derivata dall’aver vinto nel gioco “contro” gli altri consumatori e l’azienda.

Il principio di scarsità: Eccesso di domanda

La forma più semplice, e forse anche più pura di scarsità, è data invece dall’eccesso di domanda.

Nessuna forzatura sul prodotto o sui consumatori da parte dei produttori. Semplicemente è il mercato a decidere che un prodotto ha valore innescando un meccanismo per il quale tutti vogliono entrarne in possesso.

Questo meccanismo una volta innescato porta con sé un altro principio individuato da Cialdini che lo rende ancor più forte e potente: la social proof (riprova sociale). In breve, acquisto perché in molti altri prima di me hanno acquistato e da ciò deduco che il prodotto ha un grande valore.

Il consumatore sarà pertanto spinto dalla paura di perdere la possibilità di acquistare e dalla fiducia ispirata dall’acquisto degli altri.

Conclusioni

Il principio di scarsità può presentarsi in diverse forme, le quali però hanno di base un principio molto semplice: quanto più è alta la possibilità di perdere l’accesso ad un prodotto o servizio tanto più aumenta il desiderio verso di esso.

Utilizzare in maniera consapevole questo principio può fare la differenza tra il successo o l’insuccesso del lancio di un prodotto/servizio sul mercato.

Per approfondire questi temi, partecipa ai workshop dei Digital Innovation Days. Scopri ora il programma!

Sfondo foto creata da snowing – it.freepik.com

Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

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Intervista a Luca Papa: strategia e formazione nel mondo del Digital

Abbiamo intervistato Luca Papa di Digital-Coach.it, media partner dei DIDAYS, sui temi del digitale e sul suo lavoro di training e formazione.

Luca Papa è Digital Marketing Manager e Trainer/Coach che da oltre 15 anni si dedica ad attività di training a cui hanno partecipato 35000 professionisti provenienti da oltre 280 aziende. Tramite Digital Coach offre formazione nel settore di Digital marketing preparando i professionisti delle professioni digitali.

Ecco cosa ci ha detto riguardo al concetto di strategia nel mondo digitale e riguardo al Digital Marketing Framework da lui ideato:

“Il Digital marketing è come uno sport in cui vinci se fai giocar bene tutta la squadra. I canali sono i giocatori che devi mettere in campo, ti devi preoccupare prevalentemente di farli giocare bene assieme e di avere una strategia per vincere le partite”

Errori da evitare nelle tue Instagram Stories

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Errori da evitare nelle tue Instagram Stories

Con i contenuti video in aumento come strumento per una comunicazione efficace nel marketing, è importante valutare attentamente cosa pubblicare all’interno di Instagram Stories.

Infatti, con i suoi 500 milioni di utenti attivi su base giornaliera, bisogna imparare ad utilizzare bene il forte vantaggio che puoi ricavare dalle storie di Instagram.

Questo strumento ha infatti dimostrando di essere un enorme vantaggio per i proprietari di piccole e medie imprese che cercano di costruire la loro comunity (e aumentare la reputazione e le vendite del brand).

Fai attenzione a non sbagliare perché uno scivolone in Instagram può mettere a repentaglio la tua reputazione social.

Ecco perchè abbiamo deciso di parlare in questo articolo, di tutti quegli errori che dovrai evitare di fare all’interno delle tue Stories.

Studiare bene la tua audience

Il primo passo da fare è studiare per conoscere bene chi hai davanti.

La loro età, il loro sesso e i loro gusti ti farà capire meglio come indirizzarti in tutti i contenuti che andrai a creare. Come? Ci sono molti modi interni e tool esterni che ti permettono questa analisi; stiamo parlando in particolare di provenienza, età e sesso.

Per il gusto invece, analizza i tuoi contenuti e capisci cosa piace, utilizza sondaggi e richieste per capire ama il tuo pubblico.
Infondo il tuo pubblico già ti segue, quindi già hanno un’iniziale attenzione a ciò che fai.
Gioca al meglio le tue carte per capire come muoverti.

Stories realistiche

Come abbiamo detto vige un’unica regola in Instagram (sopratutto se vuoi crescere con il tuo engagement): vietato sbagliare.

Quindi, mentre i tuoi post dovranno essere perfetti a livello visivo, le stories sono una versione più autentica e realistica di quello che si “cela dietro”.

Se stai vendendo un prodotto, non devi per forza mettere l’attenzione sull’oggetto per avere una risposta dal tuo pubblico. Quello che devi mostrare è uno status, un modo di essere e di guardare il mondo che contraddistinguerà la brand identity del marchio.

Sperimenta e cerca di entrare in contatto con i tuoi follower: scopri cosa gli piace e cosa no tramite ad esempio i sondaggi.

Aggiungi ai tuoi contenuti sticker, GIFs e filtri per pubblicare contenuti che abbiano un tocco creativo e permettere ai tuoi contenuti di adattarsi agli altri tipi di Stories che il tuo pubblico sta guardando.

Meno social marketer più persone umane.

Instagram Stories

Contenuti curati e chiari

Se nel paragrafo precedente ti abbiamo sottolineato come le stories devono essere utilizzate con meno attenzione di un post per sottolineare la loro visione realistica e “poco postprodotta”, è vero anche che (come abbiamo detto), creare dei contenuti carenti non fa mai bene alla tua reputazione.
Quindi gioca sulla velocità ma gioca anche d’astuzia per evitare errori di qualità video o battitura.
Vanno premiati i contenuti autentici ma comunque curati. Fai un primo check prima della pubblicazione.

Inoltre, devi essere selettivo e condividere solo le informazioni più importanti. Una lista infinita di stories di cui sei appena all’inizio e di cui non riesci a vedere la fine non invoglierà mai il tuo pubblico.

Sul contenuto non c’è mai stata una regola diretta e imprescindibile, ma tutto deve essere testato sul proprio pubblico per capire come muoversi e identificare cosa piace e cosa meno.

Crea un chiaro richiamo all’azione

Stai creando contenuti originali e divertenti ma i tuoi follower ancora non sembrano convertire a dovere? Pensa che forse la tua chiamata all’azione (call-to-action) non è chiara e questo porta il tuo pubblico a passare direttamente alla storia successiva.

La funzione Swipe Up è attualmente disponibile solo per gli account aziendali di Instagram con oltre 10.000 follower o account verificati.
Sfruttare storie per mostrare i tuoi omaggi, i download e altre offerte, se utilizzato nel modo giusto, può generare una notevole quantità di traffico (in modo molto efficace) fuori dalla piattaforma.

Ma se non riesci a esprimere precisamente a cosa rimandi, perchè i tuoi follower dovrebbero eseguire l’azione?

Bisogna sempre essere chiari su cosa “si trova al di la dello scopri”: un articolo, una pagina web, l’acquisto di un prodotto?
Crea un’aspettativa in modo da invogliare i tuoi follower a eseguire l’azione che gli raccomandi.

Aiutati anche con l’utilizzo di sticker e GIF per attirare maggiormente il tuo pubblico.

Una legge alla base è che la CTA richiede immediatezza e chiarezza. Hai pochi secondi a disposizione per invogliare ad eseguire la tua azione. Usalo al meglio.

Incoerenza nella pagina di destinazione

Se sei stato in grado di portare i tuoi utenti a fare il Swipe up, ora non puoi errare sulla pagina di atterraggio. La tua pagina di destinazione deve essere fatta bene e in linea perchè sarà li che il tuo pubblico convertirà.

Questa deve essere chiara e coerente con l’immagine che proponi nel tuo profilo e nelle tue stories.

Se l’utente si trova catapultato in un contesto completamente disconnesso dalla tua immagine, sarà tentato a tornare indietro e continuare nella sua navigazione. Crea quindi un’esperienza che sia senza interruzioni sia nella grafica generale che nello studio dell’immagine che proponi.

 

#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

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#DIDAYSGIRLPOWER | Essere instagramer non è un proposito, è uno stile di vita! Federica Miceli si racconta!

Continua la nostra avventura con #DIDAYSGIRLPOWER: è il turno di Federica Miceli, siciliana innamorata del mondo. Nel 2015 ha fondato Social Media Change, azienda che si occupa di gestione strategica, consulenza e formazione nell’ambito del Social Media Marketing. Nello stesso anno, ha aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio attraverso la fotografia e Instagram. Oggi, è Regional Manager di Igers Sicilia e membro del social media team Igers Italia.

Raccontaci un po’ del tuo percorso e come sei arrivata nel mondo dei social media

Non è stato un percorso lineare, a dire il vero non avrei mai immaginato di fare questo lavoro oggi. Ho studiato Lingue e Culture Straniere perché ero curiosa di conoscere il mondo, poi invece mi sono dirottata nel mondo del turismo, specializzandomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia e lavorando nell’hôtellerie per diversi anni, sia in Italia che all’estero. La mia grande occasione è stata il Consorzio Siracusa Turismo, dove mi occupavo di marketing territoriale per la mia città. Lì ho iniziato ad intuire lo sconfinato mondo di possibilità che offrivano i Social e non mi sono voluta fermare al classico lavoro d’ufficio. Volevo scoprire di più, mettermi alla prova e non accontentarmi. Ho dato le dimissioni e ho iniziato a lavorare in proprio, una scelta difficile e un percorso in salita, ma che intraprenderei altre mille volte.

Nel 2015 hai aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio. Oggi sei la Regional Manager di

Instagramers Sicilia, un account di più di 60 mila followers. Che strategie usi per far crescere la community?

Quando ho fondato Instagramers Siracusa non avevo realizzato pienamente la potenza mediatica che una comunicazione di questo tipo potesse offrire. Sapevo che promuovere il territorio con un approccio che parte dal basso e che punta su chi vive il luogo come primo ambasciatore era un’idea vincente. La community mi ha dato tanto entusiasmo e ha creduto in me fin da subito, io ho solo messo in atto le mie competenze e le ho condite con la sana voglia di divertirmi e fare bene alla mia terra. In un mondo in cui tutto è reperibile e visibile online, noi trasportiamo la promozione del territorio offline, organizziamo eventi in cui i nick diventano nomi e le foto profilo diventano facce sorridenti. La chiave della crescita è stata questa, oltre ad un team di persone dislocate nella regione che insieme a me s’impegna quotidianamente per portare avanti con passione il progetto nella progetto realtà locale. Essere instagramer e raccontare con occhi sempre nuovi il territorio non è un proposito, il nostro è uno stile di vita!

Quali mezzi (cellulare o macchina fotografica) e programmi usi per arrivare alla foto definitiva?

Nel lavoro amo programmare e avere tutto sotto controllo, con il mio profilo mi concedo il lusso dell’improvvisazione. Se da un lato utilizzo foto scattate con la mia reflex, dall’altro spesso mi trovo a vivere un momento che ho voglia di immortalare e condividere in modo istantaneo. Sono ancora una romantica di Instagram e credo che spesso la spontaneità e la genuinità siano valori vincenti. Come Social Media Manager utilizzo Onlypult per la programmazione dei post, perché è ovvio che a livello aziendale sia fondamentale seguire un calendario editoriale strategico per raggiungere gli obiettivi di business.

Sul tuo profilo Linkedin scrivi “considero gli strumenti Social come facilitatori di rapporti umani offline”, cosa intendi?

Spesso ci dimentichiamo che “Social Network” vuol dire “Reti Sociali”. Al centro ci sono le persone, sempre. Sono piattaforme nate con e per gli utenti, anche se il potenziale per le aziende è enorme. Dietro gli smartphone ci sono facce, nomi, esigenze, emozioni e non semplicemente numeri. Il successo è decretato dalla qualità delle relazioni che s’instaurano. I numeri sono vuoti finché noi non diamo loro un significato.

5 consigli che vuoi dare a chi vuole iniziare a lavorare su Instagram e sui social media

Il presupposto è avere qualcosa da raccontare, un messaggio da diffondere, una personalità da comunicare. Oggi fare l’influencer è un mestiere ambito e spesso considerato banalmente “sponsorizzare prodotti che le aziende regalano”. Sfugge l’idea che i veri influencer sono persone considerate autorevoli da chi li segue, persone che nel tempo hanno coltivato una community che li apprezza per ciò che sono e per l’esempio che diffondono. Evitare l’emulazione, il copia-incolla, le mode ad ogni costo sono regole valide tanto per i profili personali quanto per le aziende. E questo mi porta dritto al secondo punto: non ossessionarsi con i numeri. Follower, like, visualizzazioni sono metriche di vanità se non corrispondono a un effettivo coinvolgimento e interesse delle persone. Focalizzarsi sulle relazioni di lungo periodo, considerare che online ti porti dietro tutto ciò che sei offline, non pensare soltanto a vendere e tantomeno credere che Instagram sia il fine ultimo della propria strategia. Questo è un canale, ma la promozione è fatta di diversi nodi (non solo online) che devono essere coerenti e coordinati tra loro affinché ci siano risultati.

Cosa ne pensi del gender gap all’interno del settore in cui lavori?

In primo luogo, credo che sia necessario parlarne per abbattere tanti degli stereotipi di cui ancora la società è colma. E il problema non è solo per le donne che si affacciano al mondo della tecnologia e spesso si vedono inondate di pregiudizi se provano ad emergere in questo settore in costante crescita, è la società stessa ad esserne vittima in quanto tende a non sfruttare tale enorme potenziale. Noi donne, dal canto nostro, dovremmo prendere più coraggio e lanciarci con maggiore facilità in nuove sfide, senza aspettare di ritenerci perfette per farlo.

Ritieni che sia necessario svolgere delle attivita’ per coinvolgere un numero maggiore di donne all’interno di esso? Se si come ? Hai delle idee che pensi possano essere supportate dalla community di Digital Innovation Days Italy?

Negli ultimi tempi, sto partecipando a molti eventi che hanno l’obiettivo dell’inclusione digitale delle donne, del networking, dell’incontro, dello scambio e della formazione. Ciò mi rende entusiasta perché (abbattiamo un altro stereotipo) noi donne siamo collaborative, sappiamo fare squadra e sappiamo essere alleate nelle grandi battaglie. Continuare a organizzare eventi locali e nazionali di questo tipo per accendere i riflettori sulle professioniste che hanno successo o vogliono ottenerlo nei campi tradizionalmente considerati  “maschili” è l’infrastruttura necessaria per mettere la parola fine agli stereotipi legati al genere e alla tecnologia.

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WhatsApp Business per iOS: presto anche in Italia

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WhatsApp Business per iOS: presto anche in Italia

A distanza di un anno dal lancio della versione Android, presto WhatsApp Business sarà (finalmente) disponibile anche per dispositivi iOS.
“L’app – fa sapere WhatsApp – verrà lanciata in giro per il mondo nelle prossime settimane”.
Dal suo lancio, avvenuto nel gennaio dello scorso anno, WhatsApp Business è stata adottata da milioni di aziende in tutto il mondo. Sono molte infatti le possibilità offerte da questa app rispetto alla più comune WhatsApp. Infatti, la versione Business di questa (ormai) nota applicazione, permettere alle aziende di mantenersi in contatto con i propri clienti, comunicando in modo semplice e veloce novità, promozioni e molto altro ancora.

WhatsApp Business per iOS

Come per la versione per i dispositivi Android, l’app WhatsApp Business per iOS potrà essere scaricata gratuitamente all’interno dell’App Store di Apple e come vedremo più avanti nel dettaglio, includerà funzionalità per aiutare le piccole imprese e i clienti a comunicare.

Come abbiamo già detto, l’app al momento non è ancora disponibile nello store italiano, ma ci aspettiamo che possa arrivare tra non molto.

Questa soluzione di integrare di WhatsApp Business all’interno della propria attività, nasce dall’esigenza delle aziende di rimanere in contatto con i propri clienti, ma è molto utile anche per lo stesso utente finale che in questo modo può richiedere qualsiasi informazione sui prodotti e i servizi offerti dall’attività.
Gli strumenti offerti da questa app migliorano il lavoro permettono interazione e semplificazione nel rapporto azienda-cliente.
Vediamo più nel dettaglio le funzioni offerte da WhatsApp Business.

Le funzionalità di WhatsApp Business

Cosa è davvero in grado di offrire questa app e perchè sarebbe giusto integrarla nella vostra azienda?

WhatsApp Business rimane sostanzialmente un’applicazione di messaggistica, ma rispetto all’applicazione tradizionale, vi sono una serie di innovazioni interessanti dal lato dell’azienda.

Tra le funzioni più importanti c’è sicuramente la sezione del profilo aziendale in cui è possibile condividere informazioni utili sulla tua attività commerciale come la descrizione, l’indirizzo di posta elettronica o del negozio fisico e il sito web di riferimento.
Altro stumento molto interessante è lo strumento di messaggistica istantanea: questo permette di rispondere facilmente ai clienti con strumenti rapidi. Tra questi troviamo ad esempio i messaggi di saluto per presentare la tua attività ai clienti, la possibilità di definire risposte rapide alle domande più frequenti (ad esempio sugli orari di apertura) e associare un’etichetta personalizzata ai contatti e alle conversazioni. E’ possibile anche impostare messaggi automatici in uscita (ad esempio per quando aspettarsi una risposta).
A queste si aggiungono tutte le caratteristiche già ben note per la versione consumer dell’applicazione classica di WhatsApp, compresa la versione Web con la (già ben nota) possibilità di chat da desktop per gestire le conversazioni e inviare file ai clienti.

Piccola ma importante precisazione: come specificato nella pagina di WhatsApp Business, è consentito trasferire la cronologia delle chat da WhatsApp Messenger a WhatsApp Business, ma non viceversa. Ricordate quindi questa cosa quando valutare per il passaggio sul Business. Inoltre ricordate che è possibile gestire entrambe le applicazioni sullo stesso smartphone, ma solo se associate a due numeri di telefono differenti.

Cosa aspettarci per il futuro più prossimo

Vista la forte attenzione che WhatsApp Business ha avuto nell’ultimo anno, gli sviluppatori stanno lavorando al massimo per il suo miglioramento. Secondo indiscrezioni, si stanno cercando delle soluzioni per facilitare sempre di più la comunicazione tra azienda e cliente. In particolare si stanno testando alcune soluzioni specifiche come la certificazione del profilo aziendale e la possibilità di effettuare direttamente le transazioni e-commerce tramite messaggio, che garantiranno velocità e sicurezza dal lato del consumatore.
A livello di costi, ancora non si conosce niente a riguardo di quanto verrà chiesto dall’app.
Si pensa che sarà un servizio completamente gratuito per le piccole realtà aziendali. Invece per le aziende che vorranno chiedere un tutor per la gestione del profilo e per lo scambio di grandi quantità di messaggi, ci sarà probabilmente un costo aggiuntivo da sostenere.
Inoltre, si pensa che nella nuova versione di WhatsApp Business saranno inserite una sorta di certificazioni delle aziende. Queste verranno contrassegnate da un’icona di colore verde per garantire all’utente finale la sicurezza delle comunicazioni effettuate evitando spam e profili indesiderati.

Altra funzione interessante su cui l’azienda sta lavorando è sulla possibilità di effettuare una ricerca di profili aziendali utilizzando un motore di ricerca interno che faciliterà l’aggiunta di aziende.

Per il momento godiamoci la versione attuale.

 

#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

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#DIDAYSGIRLPOWER| Una vita per ricominciare: la rivoluzione della Spora

Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista a Veronica Benini aka Spora, una vera capitana del web che con la sua energia e il suo talento non solo è riuscita ad affermarsi ma è diventata una autentica fonte di ispirazione per molte donne

Da architetta a blogger a imprenditrice di successo. Qual è il denominatore comune che ha accompagnato le tue scelte professionali?

L’empowerment. Ogni cosa che io abbia intrapreso è partita da un bisogno di veicolare indipendenza, autostima, sicurezza. Lo faccio gratis nei licei e università con guest speech, lo faccio gratis su Instagram, lo faccio io e altre 9 Muse ad ogni edizione dell’evento d’ispirazione che teniamo due volte all’anno, e non per ultimo è strutturante per tutte le mie attività profit. Perché alla fine conta davvero il perché fai quello che fai. Guadagnarci è una delle conseguenze.

Il web è stato uno strumento determinante nella tua carriera. Com’è cambiato il tuo modo di comunicare nel tempo? E la tua community?

Ho cominciato con un blog su Splinder nel 2005, faccio parte della prima leva di blogger. Dopo un annetto avevo capito non solo la Community ma anche LE Community e le nicchie. Ho parlato fin da subito alle donne perché ho aperto il blog per fare prevenzione contro il papillomavirus: il web mi era sembrato il posto migliore per arrivare a più donne possibili, e così è stato. La mia Community si è evoluta negli anni perché mi sono evoluta anche io. Molte persone tornano adesso perché sentono parlare di me e mi dicono “Ma dai, ti seguivo su Splinder, guarda quanta strada hai fatto!” ed è molto bello. Diciamo che all’inizio vai a vista, poi inizi a capire certe dinamiche e le accompagni, spesso le induci. Quando la tua Community è abbastanza forte inizi a destare l’interesse dei brand e hai due scelte: la monetizzi tu o la vendi ai brand. Io ho deciso di monetizzarla da sola al 2010 con la creazione di Stiletto Academy, poi Insplagenda, le consulenze e infine Corsetty.

Non tutti sanno che dietro alla comunicazione di successo dell’Estetista Cinica c’è il tuo zampino. Ci racconti com’è nata l’idea delle vignette?

Cristina mi seguiva in un blog corale dove parlavo di sesso con ironia. È venuta a conoscermi ad un aperitivo e mi ha invitata nel suo Centro Medico Estetico, già avviato in Piazza Buonarroti. Mi disse che voleva fare delle vignette da appendere ai muri delle cabine con questa fantomatica Estetista Cinica che rispondeva tagliente alle domande assurde delle clienti. Mi disse il primo testo: “Sono gonfia” e la Cinica risponde: “No, sei grassa”. E lì vidi come in una carrellata velocissima delle illustrazioni su Facebook e le migliaia di condivisioni. Quello stesso pomeriggio le aprii la pagina disegnando la vignetta con quella facciozza che diventò il suo logo, e gliel’ho tenuta per un annetto e mezzo condividendo alla mia Community ogni vignetta per crearle il primo zoccolo duro di fan. Poi lei, capendo le dinamiche non solo di comunicazione ma anche di marketing applicate ai social ha continuato con video e newsletter fino a diventare quel mostro sacro delle stories. Non sarebbe diventata l’Estetista Cinica se non fosse una genia.

Hai mai avuto paura di fallire? Come hai affrontato un fallimento professionale?

Sono fallita molte volte ed è stato brutto ogni singola volta. Nel 2012 ho lanciato una linea di sandali trasformabili e non sono riuscita a far correggere dei problemi del modello. Ho dovuto “abortire” la startup dopo aver fatto il lancio stampa ed essere uscita su molti giornali e femminili. Ho scelto di raccontare il mio fallimento come facente parte del mio percorso, trovo che se non hai mai preso una musàta non capirai bene come s’intraprende, e il motivo è semplice: è meno grave di quel che si pensa, anche se doloroso per ego, tasche e immagine, quindi se non ti è mai successo avrai molta più paura e sarai molto meno ardita di qualcuno che è già fallito. Provateci e fallite e poi invece di far finta di niente: raccontatelo.

Quanto conta secondo te una laurea o un master in marketing o in comunicazione nella costruzione del proprio percorso professionale?

Non conta molto il dove impari perché le doti comunicative sono della persona, non sono dovute alla formazione, e poi perché in Italia non esiste una singolo ente formativo in grado di formare ai nuovi mestieri del web. Fanno teoria e mai pratica. Io stessa faccio formazione ma la oriento verso la pratica e verso lo sviluppo del pensiero laterale: bisogna imparare ad usare fantasia e premeditazione, immedesimazione ed empatia per creare una buona strategia comunicativa. Direi che un marketer o comunicatore di successo è 50% intelligenza emotiva, 40% viaggi ed esperienze di ogni genere, 10% formazione. Inutile raccontarci le balle: se non sei intelligente e se non hai aperto la tua mente al mondo non combini niente di eccezionale e ti ritrovi a fare CTA nelle pagine Facebook dei brand multinazionali.

Vale solo per i freelance o anche per chi vuole lavorare come dipendente magari in una grande azienda?

Vale più pre i freelance perché le aziende vogliono le CTA e gli influencer con i fan comprati.

Chi ti segue sa che nella tua impresa hai un’attenzione particolare anche al welfare. Quali “misure” adotti per favorire il benessere delle persone che lavorano per te?

Io ho lavorato fin da giovanissima e ho fatto di tutto: cameriera, lavapiatti, babysitter, ragazza alla pari, promoter, designer 3D in open space. Poi ho fatto carriera nell’Architettura ed Ingegneria e sono diventata manager internazionale. Essendo stata nella parte bassa della piramide lavorativa ho capito quali capi mi facevano sentir parte dell’azienda e quali no, e ho sempre cercato di mettere insieme tutte le cose belle insieme ad altre che mi sarebbero piaciute, perché se sei dipendente è difficile che tu voglia batterti con sangue sudore e lacrime per un fatturato non tuo: tu lo stipendio a fine mese lo vedi lo stesso, che ti sbatta il giusto o che tu ti sbatta molto di più.

Quando ho capito che: ok che si lavora per i soldi, ma che si rimane in un posto per la cultura aziendale, ho deciso di creare la mia, e davvero a modo mio. A luglio 2018 ho aperto SPORA SRL in Corso Italia a Milano e mi sono detta che avrei creato un posto fighissimo con gente felice. Firmiamo i contratti con la penna unicorno, abbiamo introdotto e continueremo a introdurre cose gratuite come il macha nelle postazioni caffè, gli assorbenti e salvaslip in bagno, la trainer per tutte due volte a settimana nel bunker, mangiamo insieme quasi ogni venerdì ed ho un pranzo personale con ognuna una volta al mese per sentire come va.

Stiamo organizzando il viaggio annuale a Marrakech e le Salampiadi: le prime olimpiadi del lancio del salame nel corridoio perché ho sempre fatto impresa in modo affrettato (appunto come lanciare un salame in un corridoio) e voglio onorare l’incoscienza che mi ha permesso di creare 4 startup folli, tuttora attive e in crescita del 200-300% annuale. Portiamo i cani in ufficio, ogni tanto parte una canzone improbabile tipo “È grosso e non ci entra!!” e ci facciamo grasse risate in regia e montaggio dei corsi perché il mood è chiaro: noi ci divertiamo perché vogliamo che le nostre corsare si divertano mentre imparano. Gli sticker di Instagram fanno parte dei protocolli di lavoro per ogni progetto e devono essere fuori di testa. Non è facile trovare persone che incastrino nel nostro mood, ecco perché lo racconto: in questo modo quando si apre una posizione, la mia Community sa perfettamente come sia lavorare con noi e non perdiamo tempo con gente da CTA di cui sopra. Io guardo Richard Branson servire i caffè col rossetto sui suoi aerei e Elon Musk che regala un lanciafiamme e mi dico figa ragazze: se lo fanno loro allora possiamo farlo anche noi. E lo stiamo facendo.

Qual è l’ostacolo più grande che hai riscontrato nella tua attività come consulente tra le donne che vogliono lanciare un proprio business?

Molte credono che se chiami le influencer guadagni un sacco di soldi subito, non c’è cultura fra awareness e conversion; non capiscono la semina e la coda che può avere una campagna, anche nei mesi successivi. Non capiscono che stare sui social è un lavoro a tempo pieno e non puoi farlo solo ogni tanto o farlo fare a tuo cugggino; che Instagram non è un catalogo e che non si fanno le CTA (ce l’ho con le CTA, lo so). Ecco perché prendo in percorso personale solo chi ha già fatto almeno istafaiga on line e ha le basi. Dopotutto le mie ore sono limitate e preferisco lavorare con gente ben disposta, il resto mi fa fatica. A volte con la consulenza oraria mi trovo in studio una parlamentare, una dirigente di multinazionale, la CEO di un brand affermato, un giornale storico oppure una che fa torte a casa sua. È una montagna russa e ne usciamo sfinite ma frullatissime di idee, per me è una droga questa corsa all’orologio in 60 minuti per ribaltare un progetto, brand, prodotto e farlo ripartire non solo in chiave 2019 ma anche in grado di fermare il dito che scorre il feed. Sono una sensation seeker sempre al limite dell’ipomania e mi drogo con queste sfide. La mia tipologia di cliente cerca questo tipo di disruption.

Per concludere, quale consiglio daresti a una persona che lavora come dipendente ma sogna di creare una propria impresa?

Che non è per tutti e che ne proverai tante prima di quagliare giusto. Che hai 2 anni di sovrapposizione fra il lavoro dipendente di giorno e quello tuo la sera e i weekend. Che capirai che sei nella strada giusta se fare la roba tua non ti pesa e ti fa sentire un drago. Importantissimo: fattura bene prima di fare il Grande Salto, perché moltissimi pensano che la loro idea sia una bomba ma non fanno test di vendita reale, nel mercato reale, con gente e soldi reali e poi rimangono col culo a terra lanciandosi a caso. Raga, iniziate a vendere subito per vedere se funge, per aggiustare il prodotto e le dinamiche, ma non mollate il lavoro per darvi alla vostra startup, non funziona così. Ecco perché è per pochi personaggioni fuori di testa.

Io al momento ho un fisso mensile esorbitante, continuo ad assumere e spostare gente di ruolo e di uffici per ottimizzare sia l’azienda che le loro attitudini e sono serena, ma se siete del genere che si stressa e non ha un business model coi fiocchi, allora lasciate perdere perché il BM è tutto e siamo in un’era dove il Business Model te lo devi inventare di sana pianta. Un’altra cosa: i round d’investitori sembrano la roba più figa del mondo con le migliaia di euro che ti piombano magicamente nel conto, ma poi hai in casa gente che non solo ti possiede, ma mette bocca su tutto. Se hai davvero l’animo dell’imprenditore tu non vuoi gente fra le ovaie e vuoi fare di testa tua, anche se ti va male. Io ho una mentore di 59 anni che ogni tanto mi dice Vero, stai per fare una cazzata. Le racconto tutto ed è preziosa. Una volta a settimana vado anche dalla psy, perché mettere ordine in testa è il regalo più grande che possiamo farci e ti mette il turbo in modi che non avresti mai immaginato. E io non vedo perché debba negarmi di diventare la miglior versione di me stessa. Se volete fare i fighi sui palchi trovate un’idea scalabile virtualmente, fatevi il culo a strisce divertendovi con Salampiadi o similia e non fatevi incubare. Il mercato siamo noi, e noi siamo milioni di culi.