Arriva Shopping, l’acquisto su Instagram a portata di tag

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Arriva Shopping, l’acquisto su Instagram a portata di tag

Instagram, da qualche giorno, ha deciso di lanciare anche in Italia la funzionalità Shopping. I brand potranno così vendere direttamente all’utente finale attraverso il famoso social network fotografico. La modalità, introdotta lo scorso anno negli Stati Uniti, oltre che in Italia sbarca anche in altri 7 paesi: Canada, Brasile, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Australia.

Shopping è disponibile per tutti i profili business che vendono prodotti fisici e hanno una vetrina su Facebook o un catalogo in Business Manager. Sarà possibile creare e postare dei contenuti direttamente nel feed organico aggiungendo un semplice tag con informazioni sul prodotto e link diretto alla pagina d’acquisto. Si costituirà così una vetrina virtuale disponibile 24 ore su 24, dalla quale vendere direttamente. L’utente, infatti, rimane all’interno della piattaforma per poi venir collegato al sito web del brand. Si viene così ad eliminare un passaggio centrale e che portava alla dispersione degli utenti: la ricercare online del brand. Questo perché dal blog di Instagram si legge che in un sondaggio interno è stato scoperto che la maggior parte degli acquisti da mobile richiede almeno un giorno, mentre solo il 21% degli acquisti viene effettuato entro un giorno.

Vediamo come funziona nel dettaglio
Funziona come un tag, gli utenti potranno così cliccare su un post che utilizza Shopping visualizzando un pop-up con il nome dell’articolo e il prezzo. Si viene collegati ad una pagina all’interno di Instagram con ulteriori informazioni in descrizioni e un pulsante “Acquista ora” che indirizza direttamente all’ecommerce. Inoltre il social network ha dichiarato che in un futuro sarà possibile sponsorizzare i post Shopping agli utenti che non seguono il brand. Dal suo blog l’azienda ha annunciato, inoltre, che verranno implementati i consigli sui prodotti, i modi in cui i prodotti vengono mostrati agli acquirenti e l’espansione globale.

Come iniziare?
Il servizio Shopping, come detto, è disponibile per tutti i profili business che abbiano una pagina Facebook collegata con una vetrina o un catalogo in Business Manager e naturalmente l’ultima versione aggiornata di Instagram. Prima di tutto bisogna abilitare la modalità Shopping e associare un catalogo prodotti. Lo si può fare o direttamente dal proprio profilo dall’annuncio che compare  nella parte superiore o attraverso le impostazioni. Si possono taggare i prodotti nei post nuovi ed esistenti, fino a 5 per post con immagine singola o 20 nei caroselli. Il processo è semplicissimo, dopo aver aggiunto didascalia, effetti e filtri, basterà tocca i prodotti che si desidera taggare nella foto. Qui si procede con l’inserire i nomi dei prodotti da taggare per poi selezionarli nel momento in cui vengono visualizzati nella casella di ricerca.

Perché è nato Shopping?
Jim Squires, Head of Business di Instagram ha dichiarato: «Le persone vengono su Instagram ogni giorno per scoprire e acquistare prodotti delle loro aziende preferite. Vogliamo che sia un’esperienza senza soluzione di continuità. Che si tratti di un artigiano locale, di un fioraio o di un negozio di abbigliamento»

Segue anche Alberto Mazzieri, Industry Manager di Facebook Italia che ha commentato: “Instagram è da sempre un luogo in cui le persone scoprono nuovi marchi e prodotti. Shopping su Instagram garantisce ai brand un ulteriore modo per creare legami preziosi con la community, e non vediamo l’ora di scoprire come le aziende in Italia sfrutteranno le opportunità offerte da questa nuova funzionalità”.

Non è un segreto che ormai da tempo Instagram stia diventando sempre di più il social preferito da brand legati al mondo del fashion e del lifestyle. Infatti si contano a livello globale circa 25 milioni di profili Business. Consideriamo anche che l’80% degli utenti segue almeno un’azienda, oltre 200 milioni di persone visitano un profilo business ogni giorno e 1 terzo delle Storie più popolari su Instagram sono proprio di brand. Si capisce subito che l’arrivo di questa feature dedicata allo shopping era quasi inevitabile.

Inoltre la scelta di lanciare Shopping è stata fatta anche in seguito a un’analisi del comportamento d’acquisto degli utenti. I dati parlano chiaro, infatti, secondo la ricerca “Fashion Path to Purchase” di Facebook IQ,  il 39% delle persone, negli ultimi 3 mesi, ha acquistato articoli di moda da smartphone o tablet. Così l’azienda ha deciso di offrire la migliore esperienza di acquisto senza interruzioni per i consumatori e le aziende, soprattutto sui dispositivi mobili. Infine non sorprende che più dell’84% degli utenti di smartphone negli Stati Uniti guardano, cercano e confrontano i prodotti tramite un browser Web o un’app mobile.

Shopping su Instagram, infatti, si va ad inserire in quelle che ormai sono diventate le nostre abitudini d’acquisto con l’avvento dei dispositivi mobili. Lo shopping è cambiato radicalmente se ci si pensa. Si guardano i prodotti mentre si aspetta di sedersi a tavola, si effettuano acquisti mentre si va al lavoro e si confrontano i prezzi online quando ci si trova in un negozio per scoprire qual è il migliore affare.

E tu sei pronto a vendere o fare acquisti su Instagram?

Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

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Industria 4.0: è cominciata la rivoluzione digitale

Grazie all’industria 4.0 stiamo per entrare nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Anzi, probabilmente è più esatto dire che la stiamo già vivendo. La rivoluzione che si basa sul cambiamento dei metodi di produzione basato sul digitale è infatti già cominciata, dato che la prima volta che il termine “Industria 4.0” è stato utilizzato risale al 2011, durante una fiera sulle tecnologie industriali a Hannover, in Germania. Il concetto è poi stato sdoganato negli anni successivi da gruppi di lavoro del governo. La Germania infatti è oggi, non a caso, un paese all’avanguardia per quanto riguarda sia i processi di industrializzazione digitale, sia quelli di agevolazione delle startup a livello fiscale.

La quarta rivoluzione industriale
Per capire come mai si parla di Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, facciamo un piccolo ripassino di storia:

  • la prima rivoluzione industriale comincia nel 1784 con la nascita delle macchine a vapore. Si basa sullo sfruttamento di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
  • la seconda rivoluzione industriale invece comincia nel 1870 con l’inizio della produzione di massa. Ad essere sfruttato questa volta è l’utilizzo sempre più frequente dell’elettricità, affiancato dal petrolio come fonte energetica e dall’avvento del motore a scoppio;
  • la terza rivoluzione industriale arriva nel 1970 con la nascita dell’informatica, che permette di aumentare la produzione attraverso l’automazione data dai sistemi elettronici e dall’IT (Information Technology).

Come abbiamo già detto, la quarta rivoluzione industriale è quella che stiamo vivendo, e toccherà probabilmente ai posteri definire il momento esatto di qualcosa che adesso è ancora in divenire. È la rivoluzione che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa. Un mix tecnologico di automazione, informazione, connessione e programmazione, che deriva direttamente da quella “digital transformation” che sta investendo l’industria degli ultimi anni. Grazie all’uso della tecnologia digitale cambierà infatti il modo di lavorare ma anche la natura delle organizzazioni.

Gli elementi dell’industria 4.0
Sono 4 gli elementi fondamentali su cui si basa la rivoluzione 4.0:

  • L’utilizzo dei dati. È infatti intorno ad essi che si muove la potenza di calcolo delle macchine: i dati quindi vengono utilizzati come strumento per creare valore. All’utilizzo dei dati sono legati i concetti di big data, open data, Internet of Things, fino al cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni.
  • Una volta che i dati vengono raccolti, devono essere esaminati attraverso i cosiddetti Analytics, per capire come si possa, da essi, ricavarne un valore. Si mette in moto in questo modo quello che viene definito “machine learning”: le macchine capiscono come migliorare attraverso la raccolta e l’analisi dei dati.
  • L’interazione fra l’uomo e la macchina, che va dal semplice touch agli esempi di realtà aumentata.
  • Il passaggio tra digitale e reale, ossia come rendere questi dati raccolti e analizzati vera “manifattura”. Gli esempi classici sono la stampa 3D, la robotica, la comunicazione machine-to-machine e le nuove tecnologie che immagazzinano i dati in modo mirato, al fine di razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.

L’impatto dell’industria 4.0 sul mercato del lavoro
Parole come “automazione” o “robotizzazione” generano sempre un po’ di  timore. Ci si preoccupa che l’occupazione possa subirne delle conseguenze negative: in poche parole spaventa il rischio che le macchine possano sostituirsi completamente all’uomo nella produzione. Indubbiamente il mercato del lavoro subirà una radicale trasformazione, ma si stima che “una quota del 10% di lavoratori rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze” (da un’analisi del Sole24).

Alcune professionalità quindi potrebbero davvero scomparire, soprattutto per quanto riguarda le aree amministrative e quelle della produzione. Ma questa perdita verrà parzialmente ricompensata dalla nascita di nuove professioni e quindi nuovi posti di lavoro, legati all’area finanziaria, al management, all’informatica e all’ingegneria. Non si tratta quindi esclusivamente di perdere il lavoro perché sostituiti dai robot, ma piuttosto di una trasformazione dei lavori da eseguire, accompagnata da un aggiornamento del sapere. Di conseguenza cambiano le abilità richieste: accanto all’importantissima capacità di problem solving, saranno sempre più ricercate anche la creatività e il pensiero critico. Si tratta di un processo in divenire, ma che già vede, all’interno del mercato del lavoro, una domanda in ascesa per le figure di analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, ingegneri informatici ma soprattutto sviluppatori, in grado di trasformare aziende già esistenti in aziende pronte ai canoni dell’industria 4.0.

Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

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Sharing Economy: cos’è l’economia della condivisione

Se ci pensate, la Sharing Economy nasce da un paradosso. Come possono infatti convivere in uno stesso concetto la condivisione e l’economia? La prima è basata su un insieme, un gruppo di persone che utilizza in comune una risorsa, un oggetto, uno spazio. La seconda invece si basa sulla vendita, cioè la cessione di una risorsa per un determinato prezzo. Com’è possibile che due teorie economiche tradizionalmente agli antipodi si possano fondere in un unico pensiero? La risposta è semplice: nell’era digitale tutto è possibile.

È infatti il digitale ad aver permesso la nascita di quella che possiamo definire “l’economia della condivisione”, quel modello a cui tutti possono aderire (a prescindere dalla professione o dalle proprie conoscenze in ambito economico) “con l’obiettivo di sfruttare l’efficienza della comunicazione hi-tech per risparmiare, per socializzare, per ottimizzare i consumi, per proteggere l’ambiente, per redistribuire il denaro o per instaurare comportamenti virtuosi” (definizione di Wired).

Quali sono gli obiettivi della Sharing Economy
Se andiamo ad analizzare la definizione di Wired, ci renderemo conto che la Sharing Economy nasce per motivazioni che vanno ben oltre la semplice volontà di guadagno. Ovviamente quest’ultima continua ad esistere, ma non è da sola.

  1. Innanzitutto, in un periodo in cui far parte del mondo social è come respirare, con la Sharing Economy si va incontro al desiderio di far parte di una community di cui ci si può fidare. E questo è possibile grazie alla cosiddetta “reputazione digitale”: la stessa per cui se fai il furbo o truffi qualcuno sarai bannato a vita, se invece sei affidabile riceverai recensioni positive che, in un moto circolare, ti porteranno altra fiducia in futuro (quindi altra possibilità di guadagnare o fare scambi).
  2. “Se non serve a me può servire a te” è un concetto che da una parte permette di dare agli oggetti inutilizzati una seconda vita, dall’altra aiuta a disfarsi delle cose che non ci servono più o a metterle a disposizione di altre persone nei momenti in cui non ci servono. Può essere allo stesso momento una fonte di guadagno per chi cede l’oggetto e un’importante fonte di risparmio per chi lo acquista.    
  3. in un periodo di crisi economica in cui per molti il mantra è la corsa al risparmio, la Sharing Economy aiuta e evitare di sprecare denaro e a ottimizzare i costi della vita.
  4. last but non least,  la tendenza delle nuove generazioni a essere più sensibili alle tematiche ambientali porta molta gente a cercare di mantenere uno stile di vita più sostenibile, evitando gli sprechi e cercando di inquinare il meno possibile.

Gli esempi classici della Sharing Economy
C’è un ambito che prima di tutti gli altri è stato esemplare per l’avvento e la diffusione della Sharing Economy: quello dei viaggi.

Le nuove generazioni sono sempre più abituate a condividere l’esperienza del viaggio, sia che si intenda un piccolo spostamento in città (è diffusissimo l’utilizzo di car sharing o bike sharing ormai presenti in molte città italiane, senza dimenticare esempi di app come Uber o Lyft), sia che si intenda uno spostamento più significativo (dalla condivisione del viaggio in macchina di BlaBlaCar a quella delle stanze libere della propria abitazione di Airbnb).

Risparmio, esperienza condivisa, facilità nell’utilizzo sono gli elementi fondamentali che ci spingono a utilizzare queste nuove forme di economia.

Ma non serve spostarsi da un luogo all’altro per capire quanto la Sharing Economy possa inserirsi nella vita quotidiana delle persone: un esempio semplice ma efficace di economia della condivisione sono i gruppi di Facebook basati sullo scambio o sulla vendita. Ce ne sono centinaia, diversi per categoria o luogo di appartenenza. Hanno nomi tipo “vendo e compro a…” e, per le grandi città come Milano o Roma, la divisione avviene addirittura per quartieri. Il meccanismo è semplice, e si basa sul già citato “se non serve a me può servire a te”. La persona che vende si disfa di un oggetto che non le serve più, mentre quella che compra lo fa a un prezzo agevolato, risparmiando. Funziona soprattutto su beni di consumo il cui utilizzo si basa sul ricambio continuo, come l’abbigliamento o gli articoli per l’infanzia. Ovviamente oltre ai gruppi Facebook ci sono tutta una serie di piattaforme e app che funzionano sullo stesso meccanismo: da Ebay a subito.it o secondamano, fino a Depop, il cui claim, non a caso, è “ogni oggetto ha una storia da raccontare”.

Le Novità
Se condividere un passaggio in macchina con Blablacar o utilizzare un sito come subito.it per disfarsi di oggetti che non utilizziamo più è diventata ormai prassi quotidiana, è vero che ogni giorno nascono nuove app o piattaforme di condivisione sempre più strane e particolari.  Ad esempio Gardensharing, per chi non ha una stanza da mettere a disposizione ma un giardino; oppure Sailsquare, che connette chi ha voglia di provare l’esperienza della barca a vela (considerata da sempre un lusso per pochi) con chi ne possiede una e non vuole tenerla ferma per troppo tempo. Molte sono anche le app che fanno riferimento alla condivisione del cibo: da Olio a Gnammo, tante soluzioni per non sprecare la roba avanzata o per organizzare cene condivise.

Ma è con TogetherPrice che si arriva alla apoteosi della Sharing Economy: la condivisione della condivisione. Cosa significa? Che tramite questa piattaforma potrete trovare persone con cui condividere tutti quei servizi che funzionano attraverso multi-account o multi-licenza (Netflix, Spotify etc…). Insomma, le vie della Sharing Economy sembrano veramente infinite.

Per chi volesse saperne di più il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sharing Economy è http://www.sharingitalia.it.

Vero true social. È sulla bocca di tutti. L’abbiamo provata per voi

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Vero true social. È sulla bocca di tutti. L’abbiamo provata per voi

Vero, true social. Ne avrete sicuramente sentito parlare in questi giorni perché sembra che sia sulla bocca (e sui telefoni di tutti).

Ma andiamo per ordine. Di cosa stiamo parlando?

Di Vero, una nuova social app.

Il nome dell’app sta proprio a indicare la”verità” con cui il social vuole pubblicizzarsi.

Da chi è stata creata? Se avete in mente una startup di giovani nerd, fermate ogni fantasia e cancellate tutto.

Dietro tutto questo c’è un plurimiliardario con un patrimonio di 1,33 miliardi di dollari. Il suo nome è Ayman Hariri, non che figlio dell’ex primo ministro libanese Rafic Hariri. Ottenne una laurea in informatica alla Georgetown e tornò in Arabia Saudita dopo che suo padre fu assassinato nel 2005. Il suo fratellastro, Saad, è l’attuale primo ministro del Libano. Giusto per dire.

Sebbene Vero sia in giro dal 2015, fino a pochi giorni fa era stata scaricata in tutto 600.000 volte (piu’ o meno lo stesso numero di download che adesso raggiunge in 24 ore).

I motivi dietro questo improvviso interesse sono diversi. Tra questi c’è sicuramente una campagna marketing molto aggressiva (molti influencer ne hanno parlato contemporaneamente nei giorni scorsi).

Ma quali sono gli elementi caratteristici in comune con Instagram? I principali senza dubbio sono la caratteristica condivisione di immagini, hashtag, geolocalizzazione e commenti.

Ma c’è di più, infatti con vero possiamo condividere link, musica, film, libri, luoghi ed è possibile condividere anche i profili di altri utenti per raccomandarli ai propri followers (se questa app diventerà veramente popolare immagino che questa ultima opzione sarà una macchina da soldi per gli influencers).

Rispetto alla sorellastra Instagram per ora quello che manca sono le Stories e lo streaming.

Ma andiamo in ordine e facciamo una lista di pro e contro.

Un “super pro” è per quanto riguarda l’immagine complessiva della grafica dell’app: l’interfaccia utente è stupenda.

Altro punto a favore è che a differenza di ciò che ci si aspetta dalle piattaforme di social media “tradizionali”, Vero è completamente privo di pubblicità. L’azienda sceglie di operare su un modello di business basato sull’abbonamento, consentendo agli utenti di concentrarsi sui propri contenuti anziché contendersi un afflusso di pubblicità a pagamento in competizione con i propri feed. 

Tuttavia, questo non significa che ne sia completamente privo. A differenza di Instagram, le aziende sono in grado di collegarsi a siti esterni utilizzando Vero. Tramite la funzione “Acquista ora” disponibile per gli account verificati di marchi e influencer, gli utenti possono effettivamente acquistare e vendere prodotti tramite post anziché pubblicità.

E questo è un’altro modo in cui Vero spera di monetizzare: tramite la trattenuta di una commissione sulle vendite che verranno fatte direttamente dall’App.

Altro vantaggio è nel mantenere la home in ordine cronologico: Facebook, Twitter e Instagram hanno infatti un algoritmo che presenta i post in base a diversi fattori tra cui l’engagement dei propri followers. 

Altra unicità è la gestione contatti, in quanto Vero da la possibilità di segmentare il pubblico per ogni post, consentendoti di condividere vari livelli di contenuti con amici intimi, conoscenti e semplici follower. In questo modo si permette di creare maggior sincerità nel materiale che andiamo a pubblicare (principalmente per questa caratteristica viene denominato il “truth social”).

Un contro, che pensiamo sia solo temporaneo, è stato il drastico rallentamento dell’app rispetto ai giorni scorsi, causando interruzioni del servizio e crash, con la frustrazione di molti nuovi utenti. 

“Stiamo vivendo un’interruzione a una causa di un carico pesante”, ha scritto ieri Vero. “Ci scusiamo ancora per problemi che stiamo affrontando.”

EMarketer ha recentemente pubblicato un rapporto che ha previsto che 2 milioni di persone sotto i 25 anni lasceranno Facebook per altre app quest’anno. Ma questo significa andare su Snapchat e Instagram, non necessariamente servizi emergenti come Vero. Staremo a vedere.

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